Pankow

Berlin calling

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Berlino

Da circa un anno la capitale tedesca mi perseguita, svolto l’angolo e mi ritrovo a Pankow. Non sarebbe nemmeno male. E’ una città talmente viva e vivibile che, senza dubbio, non avrei a dispiacermene.

E’ iniziato tutto con un viaggio, finché non ho dovuto andarci anche io, poi tutta una serie di coincidenze ultima delle quali un gruppo post-punk londinese scoperto per caso i Cold In Berlin. Non a caso suppongo che il loro disco d’esordio abbia finito per intitolarsi “Give me walls”, un titolo che mi ha fatto inarcare un sopracciglio, fin quando non mi sono messo ad ascoltarlo qui…e devo dire che le perplessità si sono un tantino fugate e mi è venuta una gran nostalgia. Di Siouxie, di Lydia Lunch,dei Joy Division e  dei primi anni ’80 anche un po’ di PJ Harvey e delle Riot Grrrls, se devo essere sincero. Era parecchio tempo che non ci pensavo più, eppure anche queste sonorità hanno avuto il loro posto nella mia formazione musicale, eccome se ce l’hanno avuto.

Cold In Berlin

Non aspettatevi il miracolo, nessun gruppo ne compie di questi tempi. C’è chi vive di nostalgia e si fa annebbiare da essa, almeno in questo posso assolvere il quartetto londinese, fresco di secondo album intitolato semplicemente “And Yet” e uscito da poco per la Candlelight (c’è una forte possibilità  che finisca quindi su bandcamp), perché è vero che i loro punti di riferimento sono piuttosto palesi, eppure è innegabile che ci sappiano fare, che una minima impronta l’abbiano lasciata in due albums. Sarebbe bello che la creatività spuntasse sui rami di un albero, sarebbe bello ci fosse ancora la voglia di sperimentare ed evolvere che c’era 40 o anche 30 anni fa: questa è un’epoca disgraziata nella quale non si fa altro che guardare al passato puntando sulla nostalgia (un grimaldello spesso efficace ma tutto sommato triste) di chi è sopravvissuto o sulla scarsa memoria storica di chi è venuto dopo o, peggio, produrre musica di plastica senza dignità. In un tale panorama diventa difficile muoversi, quando anche quei pochi gruppi con un minimo di personalità fanno fatica a sbarcare il lunario. Stavolta ho deciso di soprassedere e godermi la vendetta di sonorità che ammetto di aver trascurato. Finché dura…

Ps: Non so bene che senso abbia quella ridicola croce inversa di nastro argentato sull’amplificatore e nemmeno quella nel loro logo… un richiamo ai Christian Death?

Auf Wiedersehen

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Voglio rifugiarmi sotto il patto di Warsavia, voglio il piano quinquennale e la stabilità!!!

Una soluzione come un’altra, in braccio a mille fantasmi riflessi sulle superfici a vetri dei palazzi di Postamer Platz, dove una volta non c’era nulla come si ricorda il vecchio de “Il cielo sopra berlino” che non riesce più a ritrovare la piazza, gli amici di un tempo, l’atmosfera della vecchia Berlino travolta dal nazismo prima e dalle bombe poi. Un fine settimana a Berlino non è sufficiente, sposta appena la prospettiva di una vita rinchiusa nei suoi pensieri autodistruttivi. Non è sufficiente a scrutare ogni angolo di una città così complessa ed in bilico tra passato e presente, est ed ovest. E’ sufficiente però a sentire il sibilo del passato dietro ogni angolo: non si può fare a meno di chiedersi come potessero essere le cose tempo fa, che volti potessero aver quelle persone scavate dalla sorte, ipnotizzate e sedate con la forza. Berlino ha un fascino implicito che può essere svelato solo dalla sensibilità di chi la visita.

Sotto i palazzi nuovi c’è la cenere che arde ancora. Dentro il cemento ci sono le anime di chi ha rimesso in piedi la speranza di una grande città, di un grande popolo che si è risvegliato, dopo aver generato mostri tra i più terribili che l’umanità abbia mai conosciuto. Nell’aria c’è una brezza che mantiene lontana l’umidità stagnante e spinge avanti ogni cosa tranne me, che proprio non riesco a capacitarmi, che in fondo sono passato di qui anche per calpestare la terra sulla quale ha camminato, poco tempo prima, qualcuno che non smette di mancarmi, per vedere se fosse rimasto qui qualche suo frammento, uno sguardo, un sorriso… forse un pensiero rivolto a me. Di sicuro non c’è traccia del silenzio che mi sfonda i timpani adesso.

Il muro non si scorge che in piccoli frammenti lasciati in piedi come moniti, l’est ha smesso di essere est e l’ovest di essere ovest, eppure i ricordi sono ovunque. Alexander Platz ha un volto nuovo, la Sprea ed i giardini sono un angolo quieto e dolce, dopo aver nutrito un popolo distrutto, così armonioso e tranquillo. Berlino ha davvero superato la sua angoscia? Le persone hanno ritrovato la fiducia e gli occhi limpidi di un tempo, hanno smesso i logori abiti intrisi di sospetto e paura, quando ogni sospiro poteva essere udito. Berlino vive, si agita, innamorata dei cittadini che non hanno mai smesso di volerle bene, la statua della vittoria brilla alta sulla sua colonna e lo spazio arioso allontana ogni asfissia. Berlino ha un’anima grande ed eterna, nel suo essere nuova nello spirito, Berlino ha la fronte alta e fiera e non ci sono fiamme sulla cupola del Reichstag, trasparente e lucida: dello stesso colore del cielo, qualunque esso sia. Berlino è un esempio di come ci siano speranze che, per quanto le si pieghi, non si possono spezzare, sentimenti che resistono al delirio (qualunque forma esso assuma) ed alla violenza, pensieri che non si possono ridurre al silenzio, luci che non si possono spegnere, che non possono svanire.

Potsdamer Platz
Berliner Dom
Pankow Bahnhof
Der Mauer
Checkpoint Charlie
Brandenburger Tor
Der Reichstag
Alexander Platz
Berlin