Pier Paolo Pasolini

Giro in scooter

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I giri in scooter sono una delle poche cose che si salva dell’estate. Combattere l’afa con l’aria che ti sferza la faccia, le gambe e le mani. Guardare il calore alzarsi verso l’alto, ed il cielo che non sarà mai così limpido come era d’inverno e porta con sé la nostalgia per la stagione di stellate fulgide. La puzza della benzina, i pneumatici appiccicati all’asfalto, il fanale tondo e acceso. I volti e le auto che sfrecciano di lato e tu che sei molto più vicino rispetto a quando passi in automobile, eppure non possono toccarti.

In scooter si è abbastanza nudi, se si ha un incidente si cade sulle braccia, sulle gambe sulla testa. Escoriazioni e ossa rotte, ferite e vestiti lacerati. Un’ automobile si chiude su di te. Ti abbraccia fino a stritolarti. Non mi serve il rombo e la potenza di una moto vera, il brivido della velocità… voglio poter osservare  le cose attorno, non voglio vestirmi in tuta di pelle e caschi costosi cerco di essere quello che sono anche una volta sceso dalle due ruote.

Ed alcune volte, per qualcuno, tutto questo si trasforma in poesia. Benché spezzata da un popolo che dedica ad un poeta uno squallido monumento in mezzo all’erba alta.

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Il caos regna!

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Dopo averlo citato in modo ironico, sono due giorni che questo adagio di Von Trieriana memoria mi ossessiona. Proviene da uno dei due films che sono stati realmente in grado di terrorizzarmi perchè, da buon aderente alla cultura metallara, in gioventù sono stato bombardato di horror movies, nessuno nei quali ha finito per terrorizzarmi come avrebbe dovuto, anche se mi sono innamorato della bravissima Sissi Spacek in “Carrie-lo sguardo di satana” di Brian De Palma.

Comunque un conto è far saltare sulla sedia quando, chessò, uno zombie appare sullo schermo, un altro conto è terrorizzare, farlo sul serio… inoculare una paura profonda e radicata, colpire violentemente l’immaginario con immagini in grado di farti spegnere ogni speranza nelle persone e nel futuro, farti intuire di quali sordidi abissi sia capace l’animo umano in modo tale che ti sia impossibile eludere, da quel momento in poi, certi pensieri e, nei momenti peggiori, nemmeno conviverci, fino al punto di interrogare se stessi allo sfinimento per poter considerare se, in effetti, anche noi stessi, in quanto appartenenti alla stessa specie, in determinate condizioni, saremmo in grado di sviluppare certi pensieri e, cosa ancora più grave, tradurli in azioni.

“Antichrist” di Lars Von Trier è stato un film in grado di scardinarmi l’animo, nonostante un doppiaggio criminale inflitto a Charlotte Gainsbourg. In una dimensione intima, quella della coppia, si vede chiaramente come, di fronte ad un evento tragico come la morte di un figlio, gli equilibri saltino e si possa impazzire fino alle estreme conseguenze. E’ devastante, l’atmosfera claustofobica e delirante, la malcelata misoginia, il dolore astringente che sembra grondare come da un limone spremuto con un’estrema violenza, per tacere della tremenda (nel suo lirismo deviato e morboso) scena iniziale con un solenne “lascia ch’io pianga” di G.F. Händel a fare da contraltare alla tragedia. Posso ben dire di essere uscito dalla mia sala di fiducia visibilmente scosso.

In tutto questo la scena della volpe ha in se qualcosa di ridicolo, tanto che qualche risatina sommessa, nell’inquetante sala di proiezione, a qualcuno è scappata… però a ben pensarci la frase inserita in quel contesto appesantisce ancora di più il fardello di un film ai limiti della sopportazione, per quello che mi riguarda. Il caos è lo stato al quale tutto finisce per tendere, secondo il concetto di entropia che scaturisce dal secondo principio della termodinamica, quindi il messaggio è che non c’è scampo non c’è via d’uscita, in senso assoluto. Altro macigno.

Se questo film riguarda la sfera intima, l’altro film in grado di segnarmi riguarda quella pubblica e ha messo nuovamente a durissima prova il mio equilibrio interiore durante la visione.

L’ultimo lavoro cinematografico di Pier Paolo Pasolini “Salò o le centoventi giornate di Sodoma” è infatti uno di quei film che non si possono non chiamare opere d’arte, in quanto solo un artista dalla sconfinata bravura può essere in grado di metterti di fronte ad un simile spettacolo, generando in te una tale repulsione ed un tale disgusto per tutto quanto succede sullo schermo che da quel momento tu conosca vicino l’abominio di cui può essere capace un insieme di uomini pur non avendolo vissuto direttamente sulla tua pelle.

Un film il cui messaggio scava solchi profondi e dolorosi come faglie transoceaniche dell’animo, soprattutto perchè parla con il linguaggio della follia liberticida che il nostro paese ha vissuto in prima persona sulla pelle, l’abisso di civiltà e di umanità meglio noto con il nome di regime fascista. Viene spontaneo chiedersi se, alla luce delle dichiarazioni rilasciate (provocatorie o vere che siano) a Cannes durante la conferenza stampa di presentazione a “Melancholia”, Von Trier abbia visto questo film e che effetto gli abbia fatto….

Non ho intenzione di soffermare le parole in modo morboso sulle singole scene, tuttavia sia in questo caso che in quello precedente, dopo aver messo alla prova se stessi con certe visioni, ho avvertito la necessità di tenerle con me in qualità di moniti estremi, senza indugiare oltre, sia pure solo con lo sguardo, in certi tetri pozzi dell’animo. Poichè non puoi dire di conoscere te stesso se non li hai mai sondati, ma, per dirla con Nietzsche, “Se guardi a lungo nel’abisso, l’abisso guarda in te”.

Il caos regna ed ho perso qualche speranza anche oggi.