Recensioni

Il mestiere più antico del mondo

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Felice di aver attirato la Vs. cortese attenzione. Se ora vossignoria vuole seguirmi, disquisirò di un’ altra abitudine vecchia quanto il mondo. Criticare e, per estensione, recensire. Mi si richiede di recensire ancora qualcosa… oh, non è un problema, a me piace, anche senza soldi di mezzo. Mi piace perché ascolto musica da tanto tempo e sparare pareri, confrontarsi e disquisire della musica mi provoca un grandissimo piacere intellettuale, tuttavia credevo che fosse un puro divertissement autoalimentato.

In molti lo ritengono uno spreco di forse, personalmente sono del parere che, se non ci sono interlocutori, chi fa da se fa per tre. Quando poi capita di trovare un’interlocutore lo si apprezza molto di più. Adesso però smetto di alludere e comincio a concludere, almeno spero.

I Pallbearer suonano doom metal con lieve sentore di prog e molto alla vecchia maniera con tanto di voce ultramelodica. Strano a dirsi, io apprezzo. Il problema è che ci vuole tempo per fruire di musica del genere: il suo bello è che viene fuori alla distanza, come se entrasse lentamente nell’organismo, come un cerotto che rilascia nicotina invece che una sigaretta. Si evita di puzzare come un posacenere rancido, come diceva Kim Basinger di Mickey Rourke dopo essere stata costretta a baciarlo per esigenze sceniche. Qui nessuno vi costringe ma non c’è nessun vero motivo per non ascoltare questo disco e godere del suo sulfureo lirismo, del suo muoversi viscoso, del suo dischiudersi progressivo. A meno che non vi manchi il tempo e decidiate di passare la serata fumando una stecca di sigarette senza una boccata di aria pura. Bonne chance.

Gli Entombed A.D. Prestano il fianco a mille critiche, come se fossero una vecchia soap opera. Ed alla fine il paragone, per quanto squallido sia, regge. Il bassista fantasma, Nicke Andersson, Uffe Cederlund e alla fine Alex Hellid. Chi o cosa diavolo sono gli Entombed oggi? quelli che suonano all’opera o quelli che, alla fine, tentano di sopravvivere facendo uscire un altro disco? Del resto Lars Goran Petrov cosa può fare? Andare a lavorare alla Saab o all’ Ikea? Non scherziamo. Quel tipo non ha scelta e lo sapete tutti. Così come a voi non resta che dargli di che vivere.  Detto questo lui vi canzona palesemente mettendo come canzone di apertura in brano che fa a meno del loro leggendario suono di chitarra. Lars, guarda che non ti conviene tirare la corda sai? Che poi mica ho capito: probabilmente non l’hai nemmeno scritta tu. Comunque noi ti si vuole bene e, a tratti, ti fai anche perdonare, te lo concedo. E per ora ti mantengo ancora. Peccato che l’ultimo posto dove ti ho visto (Rossiglione, GE) adesso sia sommerso. Mi spiace, tenete duro, spero che vi arrivino un po’ delle mie tasse, così come spero che a Lars arrivino un po’ delle mie royalties.

Gli Orange Goblin hanno deciso di provare a fare della musica la loro principale fonte di introito. Altra gente da mantenere in nome del rock’n’roll. Loro sono simpatici e meritano qualche sudatissimo spicciolo, se ce lo avete. Hanno dalla loro un’incredibile genuinità di fondo, dei concerti incendiari e sudati e molte, molte lattine di birra svuotate. Manteneteli suvvia, non possono rivendere vuoti a lungo. Il loro disco è forse un po’ troppo derivativo ( “Devil’s whip” in realtà si intitola “Iron fist”) ma loro vanno comunque annoverati nella schiera degli autentici. E tengono famigghia.

Gli Electric Wizard, invece, potrebbero davvero mettere su famiglia. Jus e Liz, considerate l’idea di avere per casa una piccola Mercoledì o un piccolo Pugsley, suvvia! Fin quando scriverete canzoni come “I am nothing” o “Sadio witch” credo che non morirete di fame, anche se fate (com’è vero) un disco ogni quattro maledetti anni e una sporchissima manciata di concerti quando vi pare. Voglia di lavorare saltami addosso eh? Ve lo concedo, certi vapori rendono pigri, tuttavia l’orologio biologico avanza, tenetelo a mente. Capisco che sia bello fissare le valvole incandescenti con un sorriso a mezz’asta ed aria assente, capisco anche la passione per la botanica però, adesso che avete anche un figliol prodigo alla batteria, rompete gli indugi e datevi da fare!

Devo davvero parlare della mia famiglia preferita (i Melvins), davvero non sapete già tutto? In caso di risposta negativa vergognatevi. Papà King e mamma Dale hanno superato in scioltezza le nozze d’argento sapete? E papà si è anche concesso il lusso di un simpatico soliloquio acustico, tanto per restare in tema. Eppure il matrimonio non vacilla e non si prende sul serio, come non prende sul serio voi. E’ la cosa migliore: farsi una bella risata. Alla faccia mia e vostra, i loro sberleffi colgono sempre nel segno. Sagaci ed irriverenti, menefreghisti e ironici, strafottenti e fetenti. Che coppia. Quanto bene si vogliono (e gli voglio). Possono permettersi di richiamare vecchie fiamme e incendiarne di nuove, di suonare in 51 stati in 51 giorni, di mettere alieni sotto spirito e di usare chitarre di alluminio. Serve altro?

Il duro mestiere del recensore

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Metronomo di Man Ray

Un amico mi piazza in mano una copia di una nota (nel microcircuito underground) rivista “di settore” che si occupa di rock ed altre contaminazioni. Quando lo apro è esattamente come me lo aspettavo: tanti scritti, una veste grafica sobria e pulita, qualche foto, una valanga di recensioni e discorsi. Non è male, ma qualcosa mi da tremendamente fastidio nel leggerlo… e non saprei nemmeno dire bene cosa. O forse sì, dopo un po’ l’immagine si mette a fuoco a partire da questo… nella pubblicazione si mescolano talmente tali e tante cose che alla fine uno non si orienta più e rimane piuttosto sbalestrato, per quanto fuori dalla musica “comune” ci sono troppi generi trattati e tutti messi assieme alla rinfusa… dal noise all’elettronica, dalla black music al metal passando per il jazz e la psichedelia. E a questo punto realizzo cosa c’è che non va, sono anni che vado ascoltando metal, quindi posso ben dire di essermi fatto le orecchie in questo campo e quando leggo come lo trattano loro mi sento qualcosa dentro che mi dice che non siano addentro alle cose. Una sorta di distacco come se il loro punto di osservazione non fosse interno, ma superiore alle cose. Quando leggo frasi come “Il death metal ritorna in auge” nella recensione degli Acephalix, mi sento quasi male… il death metal non ritorna in auge! Durante tutto il corso degli anni duemila ci sono state etichette come la Relapse, la Regain, la stessa Southern Lord che si sono prodigate per mantenere a galla la frangia estrema del metal e i loro sforzi vengono ridicolizzati in una semplice frase da un recensore qualsiasi? Ci sono riviste specialistiche che da anni trattano di questi generi, uno stuolo fedele di appassionati (tra cui il sottoscritto) e parecchie webzines sull’argomento: come avrebbero (r)esistere se nessuno li seguisse più?? E’ evidente che non sono più gli anni ’90 ma è altrettanto evidente che generi come il death metal non siano mai stati del tutto abbandonati. E il ritorno in auge non significa niente, è una frase pressapochista buttata lì a caso: che si sappia, il metal può vivere, come ogni altra musica, di generi che tirano di più o di meno, ma una sua caratteristica precipua è quella di vivere di passione, di avere al suo interno tanti modaioli ma anche tante persone assolutamente consapevoli di ciò che fa per loro e che, una volta che l’hanno scoperto, sono in grado di adoperarsi alacremente in faccia alle mode del momento.

La ricchezza di questo genere sta anche in questo: nella passione di chi lo apprezza, nel credere che ci sia spazio per non abbandonarsi pedissequamente al flusso momentaneo, c’è l’attitudine, c’è la passione ci sono persone come Fenriz dei Darkthrone che da anni portano avanti un’ attitudine seria e genuina.

E poi ho capito, dopo anni che giro attorno a recensioni, giornali e (web)zine, ho capito quello che cerco in una recensione, ho capito che non me ne faccio niente di una fredda analisi dei brani, dei generi, degli stili, finanche del modo di suonare dell’artista in questione, che oramai (e so che suona presuntuoso, ma è vero) sono OLTRE tutto questo, quello che mi interessa è che ci si metta in gioco di fronte ad un’opera, che si dialoghi con essa, che si esplorino nuove zone del se entrando in contatto con la nostra parte più intima, più ricettiva e aperta al dialogo immaginario con frasi, suoni ed immagini. L’arte è comunicazione, passione, stupore, evoluzione: per questo il recensore deve essere profondamente addentro a ciò di cui sta trattando e non osservarlo dall’alto, per questo deve riuscire ad esprimere con le parole ciò che un disco smuove in lui, di questo voglio leggere, questo è quello che voglio provare a scrivere, perché dopo anni di recensioni canoniche, seppure competenti, non ne posso più. E’ evidente come si debbano fornire delle coordinate interpretative, dei termini di paragone a chi legge, ma la cosa non deve portare ad una asettica enunciazione formale. E’ triste ed è scontato.