Rick Rubin

26

Postato il Aggiornato il

Black Sabbath Reunion
Black Sabbath Reunion

Pensavate di esservene liberati con uno striminzito post diviso a metà con quel pretenzioso di Mr. Malick, vero? In tal caso si vede che avete sottovalutato pesantemente il gruppo, pardon la leggenda, di cui sto per parlare. Chi altro potrebbe essere se non… i Black Sabbath, esatto. Nella testa continuano a martellarmi i Daft Punk (grazie alla radio, io li trovo rivoltanti), gli Alice In Chains (bolliti), i Mudhoney (dispersi) e i Queens Of The Stone Age (confusi) ma a me rimangono in testa solo loro.

Sono usciti con un disco nuovo, lo sanno anche i sassi, e sul medesimo se ne sono scritte di tutti i colori. Onestamente poco me ne cape. Uno dei primi ad essere molto più che dubbioso sul loro ritorno ce l’avete davanti e non intendo nascondermi dietro un dito. Pensavo che sarebbe stato un disastro totale, ma disastro totale non è stato, anzi.

Ho sentito dire che, se le stesse cose le avessero suonate degli sconosciuti, non se li sarebbe filati nessuno. Che sia vero non lo so, non è quello il punto: queste 8 (+3) canzoni non le hanno scritte degli sconosciuti e funzionano. Sono sicuro, dopo averlo riascoltato con attenzione, che non hanno insultato il loro glorioso passato. Non sono degli sconosciuti, ma gente che ha fatto la storia di un genere e non hanno ormai più nulla da dimostrare, di sicuro non hanno nulla da dimostrare a individui che la pensano in questo modo.

Ho sentito che questo disco è stato suonato da moribondi… è vero. le disgrazie di salute di Mr. Iommi sono note ed Ozzy non sta tanto meglio. Mi spiace, ma non è rilevante la cosa, piuttosto sottolinearlo è di pessimo gusto. Di certo il discorso economico sotto c’è ma, una volta tanto, potremmo evitare di menarcela con questa cosa? Non volete dargli dei soldi? Non fatelo! Qualcuno che vi masterizzi il disco non dovrebbe essere difficile da trovare. Però dategli una possibilità se li amate.

Black Sabbath 13
Black Sabbath 13

Perché se è vero che il suono non è il massimo, il disco sta in piedi. E, contrariamente a quello che avevo scritto, il lavoro di Mr. Rubin non è nemmeno tanto male: a conferma che ascoltare le cose tramite il PC è decisamente una pessima idea. La chitarra continua ad essere molto lontana da quello che mi sarebbe piaciuto sentire eppure non si può dire che sia obbiettivamente pessima come pensavo ascoltando i brani che circolavano in rete: sullo stereo suona molto meglio. A sensazione, chi ne esce vincitore è Butler: il suo basso ha anch’esso un suono moderno, ma spinge e sostiene le composizioni in maniera egregia, trascina veramente via l’ascoltatore. Brad Wilk svolge (forse frenato anche dal timore reverenziale) un compitino appena sufficiente a dimostrazione di come l’assenza di Ward sia un fattore che non si può ignorare. Anche il cantato di Ozzy supera di molto le aspettative. I riff ci sono e, a mio parere, sono anche di qualità: al diavolo le remore… sarò suggestionabile ed anche di parte, ma un disco non mi si piazzava così in testa da tantissimo tempo e, per me, significa ancora qualcosa.

Quasi una citazione da spaghetti western*

Postato il

A nord le occhiaie sono un po’ meno fonde, ma gli occhi bruciano da morire, ad ovest nulla da segnalare, ad est due abrasioni profonde sulla mano e a sud tre vesciche in via di guarigione.

Black Sabbath 13
Black Sabbath 13

I Black Sabbath stanno per fare uscire il primo disco dopo anni con Ozzy Osbourne ma senza l’amicone Bill Ward (sigh) e la notizia, anche se è di ieri, è che hanno annunciato l’annullamento della data italiana dovuto a non meglio precisati motivi logistici che facilmente saranno da ascrivere alla ben nota organizzazione di cui l’Italia tutta si fa onore e vanto. Aiuto. Comunque non avevo nemmeno preso il biglietto: un po’ perché, fortuna mia, li vidi già nel 1998, un po’ perché giudico abbastanza immorale spendere 60 e passa euro per un concerto, sia pure di leggende viventi, e soprattutto perché, nonostante abbia acquistato ben due copie del disco in questione (“13”, in vinile ed in CD de luxe), sono pienamente consapevole del fatto che in cabina di regia ci sia la contabile che il povero John Osbourne si ritrova come moglie.

Già una cosa come “The Osbournes” dovrebbe bastare a farla condannare all’unanimità, ma ovviamente la giustizia non è di questo mondo.

Nonostante questo, quello che ho sentito mi piace: Iommi, seppur fisicamente provato, ha ancora un database di riff nel cervello ineguagliabile, Geezer sostiene la sua inventiva alla grande, Wilk fa il suo mestiere e Rubin ha il merito di rendere il biascichio di Ozzy ascoltabile. Tuttavia il grosso demerito del suddetto produttore è di dare un suono decisamente trooooooppo pulito al tutto, soprattutto la chitarra di Iommi che avrei voluto bella spessa, terrosa e, soprattutto, fieramente analogica e valvolare invece sembra uscita dal peggiore dei pro tools digitali. Amen.

"The Tree Of Life" Terence Malick
“The Tree Of Life” Terence Malick

Domenica, dopo averne sentito parlare e riparlare, ho visto “L’albero della vita” di Terence Malick, nuovo idolo della critica cinematografica. Bah… noioso, consolatorio, autocelebrativo ed autoindulgente, un po’ una palla per essere concreti.Tutte queste immagini pulitine ed educate, tutto questo sfoggio musicale, tutti questi scontri fra macro e micro cosmo e tutto questo tedio domenicale, per citare i CCCP. Ho sentito parlare di paragoni ingombranti con “2001 odissea nello spazio” ma il povero Terence non si avvicina nemmeno ad un fotogramma di cotanto film. Innanzitutto la perfetta simbiosi tra musica ed immagini ottenuta dall’ immortale Kubrick, in Malick risulta scialba e poco organica, le immagini risultano tutte molto rifinite e raffinate nella qualità ma per questo risultano fin troppo algide e asettiche, il regista non sembra volersi sporcare le mani con le tematiche che affronta mentre Kubrick ne ha il controllo assoluto, senti quasi il suo respiro dietro alle immagini. E soprattutto, pur dirigendo un film pesante per scenografia e temi affrontati, Kubrick riesce a non annoiarmi nemmeno un secondo e lo stesso non si può proprio dire per il regista de “L’albero della vita”. Inoltre, visto che è una cosa che non sopporto devo proprio dirla, tutta quella falsa consolazione che il film cerca spasmodicamente per tutta la sua durata mi fa vomitare.

Che bello sparare sentenze*.

Il cattivo
Il cattivo

Brad Wilk e i Black Sabbath

Postato il Aggiornato il

Black Sabbath, Brad Wilk
Black Sabbath, Brad Wilk

Si parla da tempo di un nuovo disco delle leggende delle leggende, ovverosia i Black Sabbath.  Il disco si intitolerà “13” ed uscirà il prossimo giugno, prodotto da Rick Rubin che, si spera, non prosegua lungo la sua recente scarsa vena come produttore. Sono cosa nota i problemi di salute di Tony Iommi (per la risoluzione dei quali tutto il mondo della musica pesante dovrebbe incanalare energie positive nella sua direzione) ed anche i problemi contrattuali per i quali Bill Ward non sarà assieme ai tre compagni per questa nuova avventura. Nemmeno Vinnie Appice (il sostituto storico) e nemmeno Tommy Clufetos che attualmente suona con Ozzy e ha suonato con i Sabbath nel tour tenuto quest’estate.

Il sostituto prescelto è Brad Wilk di Rage Against The Machine ed Audioslave, pare suggerito al gruppo dallo stesso Rubin, che in passato ha lavorato con il gruppo di Morello & Co.

La verità è che non so cosa pensare: cosa pensare del batterista, del casino con Ward, del nuovo disco, del produttore, del gruppo di tutto quello che questa operazione comporta: una volta si diceva gioca coi fanti ma lascia stare i santi. Ebbene loro sono i miei santi. Lo sono da tantissimo tempo e non so cosa pensare di tutto quello che sta succedendo, sono i momenti nei quali un fan viene messo a dura prova, nei sentimenti. Quindi decido di chiudere il post con un severo “no comment”, tanto il disco finirò per ascoltarlo, lo so. L’unica cosa è che il sig. Iommi stia bene. Davvero.

Come uccidono gli dei

Postato il Aggiornato il

Danzig III How The Gods Kill (American edition)
Danzig III How The Gods Kill (American edition)

Il precedente articolo mi ha fatto riflettere circa l’anno 1992… i più attenti di voi avranno notato il “Diabolos” appena sopra alla spilletta dei Kyuss, ebbene nello stesso anno usciva anche “Danzig III How The Gods Kill”. All’ epoca il mio universo musicale era dominato da una triade che comprendeva Henry Rollins, Ozzy Osbourne e Glenn Danzig appunto. Il disco in questione fu il primo che acquistai del cantante del New Jersey: prima dei Misfits e dei Samhain (introvabili quassù). Il quadro di H.R. Giger (si intitola “Il Maestro e Margherita”, guarda che caso!), che ne costituisce la copertina, occhieggiava dalla vetrina di un negozio di dischi, era la versione americana, quella con la custodia allungata. Come spesso accade, la band non pagò mai i diritti all’artista svizzero e coprì con un pugnale (contenente il citato diabolos) un “ingombrante” membro maschile presente nell’originale, del resto l’autore aveva già avuto i suoi problemi di censura con “Frankenchrist” dei Dead Kennedys.

Danzig Diabolos
Danzig Diabolos

Il “Diabolos” era già stato adottato dall’incarnazione new wave del leader Glenn Danzig, i Samhain, tuttavia fu mantenuto anche per il gruppo successivo, denominato come il suo cognome d’arte, molto più bluesy e rock’n’roll. Data l’elevata difficoltà nel reperire i dischi dei progetti precedenti del cantante americano (ingiustamente ribattezzato “Evil Elvis”) al provinciale di turno non restava che farsi ammaliare dalla copertina e ovviamente dal nome del gruppo.

Il disco comunque adesso era in mio possesso, non restava che ascoltarlo! Dopo che Rick Rubin (uno dei pochi personaggi in grado di rivaleggiare col sottoscritto in tema di culto sabbathiano) li aveva presi sotto la sua ala alla Def American, etichetta che, tra gli altri, aveva sotto contratto anche Slayer e Beastie Boys, la popolarità del gruppo era cresciuta grazie a due intesi lavori per giungere all’apoteosi in questo terzo disco che univa blues, metal e qualche venatura gotica, non a caso si sente, nell’apripista “Godless”, qualcuno battere su dei chiodi, probabilmente di una bara.

Allegro eh? Il disco comunque riesce nell’intento di far evolvere ulteriormente il gruppo, la produzione (ad opera dello stesso Rubin) azzeccata, pulita e tagliente, non manca tutta via di dare il giusto corpo al suono che si presenta interessante, a partire dalla voce di Glenn. Lasciate certe inclinazioni blues del secondo lavoro (“I’m The One” per esempio) il gruppo si concentra qui maggiormente sulla componente metallara del suono. “Godless” apre sferzando sfacciatamente le orecchie, con un chitarrismo caratterizzato da assoli ficcanti ad accompagnare le sbraitate di Danzig che dominano ampiamente la canzone, già con “Anything” i toni si fanno più cupi, partendo da un arpeggio iniziale per scatenare la furia con l’evolvere del brano. Danzig sembra essere assolutamente padrone della situazione limitando il solismo di John Christ (in un’intervista il chitarrista dirà che venivano tranquillamente tagliate molte note dalle sue proposte per mantenere un impostazione minimalista al suono) e dimostrando che sia che si tratti di ballate o semi-ballate “Sistinas” o la canzone che da il titolo all’album, che di canzoni più fieramente rock come “Dirty Black Summer” lui sembra trovarsi sempre a suo agio, nonostante poi alcuni bootleg dell’epoca non gli diano propriamente ragione… ma questo non diteglielo.

Nonostante la sfacciata mania di protagonismo del cantante (che presumibilmente porterà poi il gruppo alla rovina) il disco funziona alla meraviglia nel suo impasto nonostante tutto solo un brano, “Heart Of The Devil” che rende tributo ad Elvis, risulti un po’ troppo forzato, mentre gli altri funzionano alla meraviglia: mantengono alto il pathos e la tensione e contribuendo a formare un lavoro egregio, una volta tanto premiato anche da un discreto successo commerciale quando l’album raggiunge la posizione 24 nella classifica di Billboard. Nel disco successivo, la band, ancora nella formazione originale, incomincerà ad incorporare anche elementi industrial (nel senso di Nine Inch Nails e Ministry) prima che la formazione classica (Christ/Von/Bisquits) collassi e il cantante perda l’ispirazione che, invece, non l’aveva abbandonato fino all’incisione di “Danzig 5 Blackacidevil” disco che segna l’inizio di una trascurabile serie di lavori deludenti… ma questa è un’altra storia come direbbe Conan Il barbaro!