Robert De Niro

Gimme a break!

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Travis Bickle in un momento di stress profondo da musica ascoltata ossessivamente
Travis Bickle in un momento di stress profondo da musica ascoltata ossessivamente.

Questo è un post che parla delle ossessioni sonore, sapete quel simpatico meccanismo nella testa delle persone e che fa in modo che certi motivetti (gli inglesi li chiamano “earworms”) si instaurino in qualche recondito spazio del cervello e non ti lasci più in pace: a volte piacevolmente, altre volte meno. Anzi, aggiustando il tiro, questo post parla del fenomeno che fa si che le persone ascoltino ossessivamente un brano per ore, giorni mesi anni, quella di prima può essere una conseguenza di un siffatto comportamento. Personalmente lo rifuggo come la peste. Anche dei miei artisti preferiti non riesco ad ascoltare ossessivamente più nulla, non riesco ad ascoltare due volte di fila lo stesso album, figuriamoci la stessa canzone.

E’ una cosa piuttosto comune farlo ma a me da un fastidio incredibile. Quando un disco finisce devo cambiarlo, devo. Iniziò con la paura che certe canzoni mi venissero a noia a forza di ascoltarle ma, gradualmente, si è trasformata in una sorta di ossessione al contrario. Le ultime “fisse” in tal senso sono stati i primi lavori del Litfiba (fino a “Pirata”) alle superiori ed i primi sei dischi dei Black Sabbath all’università, perché, ebbene sì, li ho conosciuti dopo. Ma dopo di questo basta. Non ne ho più voluto sapere e dev’essere per questo che la mia collezione di dischi si è ampliata a dismisura. Comunque, come tutti, anche io ho i miei periodi “di ascolto ripetuto” ma sono molto più dilatati di quelli degli altri, nel senso che per riascoltare il disco in questione è necessario che passi almeno un giorno… almeno.

Lascio immaginare quanto soffro con i tormentoni musicali ed in particolare con, chessò, “What’s up” delle 4NonBlondes, con “Roadhouse Blues”, “Smells like teen spirits”, “Knocking On Heaven’s Door”, “Losing My Religion”, “No Woman No Cry” o con “Somewhere Over The Rainbow” rifatta da tutto il mondo e fresca fresca colonna sonora di una qualche compagnia telefonica. Come dicono oltre manica: “Gimme a break!!!!”

Sergio Leone: “C’era Una Volta In America”

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Sergio Leone sul set di “C’era Una Volta In America”

Quando penso a Sergio Leone l’associazione di idee che mi viene spontanea è quella con mio padre. Forse solo io sono in grado di scorgere delle somiglianze anche fisiche tra i due, sono comunque sicuro della stima del mio genitore nei confronti del regista romano, perché era un suo mito di gioventù (come Jimi Hendrix), perché, sempre in quel periodo aveva recitato in un western semi-amatoriale girato da un gruppo di amici nella campagna biellese, perché da piccolo insistette per portarmi in tenerissima età a vedere “C’era Una Volta In America” quando uscì, nonostante il tema non proprio adatto a un bambino e la durata del film assai proibitiva per uno che era poco avvezzo a stare fermo e buono. Anche la mia genitrice conosce bene questa paterna passione, da ragazzi quando iniziarono a uscire assieme, ebbe addirittura l’ardire di portarla a vedere “Giù La Testa” (film che si apre con un peone che urina su alcune mosche) anziché, chessò, il classico “Love Story” di turno: le mosse banali e accondiscendenti non sono proprio nel DNA dei maschi di casa.

Comunque mi ci portò e ressi piuttosto bene, magari non capii tutto ciò che si svolgeva sullo schermo argentato, però ne uscii con un sorriso sornione stampato sul viso. Mi ricordo le merendine trafugate all’interno della sala (dura circa tre ore non c’era tempo di cenare) e i vari tentativi per trovarle ed aprirle al buio, anche il fatto si essere contento di entrare in contatto con una parte del suo mondo di adulto che, all’epoca, rimaneva una zona piuttosto fuori dalle mie possibilità. Mia madre lavorava quella sera, quindi eravamo solo io e lui.

Crescendo, chiaramente, ho scoperto, visto e rivisto i film di Sergio Leone e sono anche stato pervaso da una strana sensazione di fierezza quando ho scoperto che, per girare il film che avevo visto io, aveva rifiutato di fare “Il Padrino”, di sottostare alla trovata pubblicitaria di far fare a un italiano un film su Don Vito Corleone, benché nel suo film ci sia un personaggio denominato “noodles” (spaghetti). Si era anche tolto lo sfizio di dare ad un produttore che voleva apparire a tutti i costi, la parte dell’autista che si fa corrompere (è noto che i produttori abbiano un rapporto particolare con il denaro) per non divulgare il fatto che nel sedile posteriore della sua auto ha appena avuto luogo un tragico stupro.

In questi giorni (dal 18 al 21 ottobre) una versione restaurata e ampliata verrà proiettata nuovamente in alcune sale cinematografiche italiane, purtroppo nessuna nella mia zona. Avrei tanto voluto rivedere Robert De Niro che sorride soddisfatto alla fine del film, esattamente come deve aver fatto il regista che, finalmente, era riuscito a realizzare il suo sogno: dirigere ed ultimare questo film, costato anni di sacrifici e fatiche e inseguito con tutta la passione che si può mettere nell’inseguire un idea di struggente bellezza. Lui avrebbe sorriso e, magari, a me sarebbe scappata una lacrima. Ancora una volta: Grazie Sergio!!!

Robert De Niro: C’era Una Volta In America