Robert Smith

Tre ragazzi immaginari (più uno)

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Sottotitolo: Tentativo di discorso su un esordio mirabile in forma di pseudo recensione.

Quel grandioso decennio noto all’umanità come anni ’70 sta volgendo al termine, il mondo è stato appena sconvolto da quel fenomeno dissacrante e (positivamente, forse) distruttivo come il punk. Alcune grandi bands del passato sono in grave crisi di identità, pensate ai Black Sabbath e ai Led Zeppelin, anche se qualcuno si avvantaggerà clamorosamente del dissidio per prendere una boccata d’aria e far uscire addirittura un concept album, assolutamente distante dal minimalismo imperante, che entrerà di diritto nella storia del rock e della musica stessa, sto ovviamente parlando del memorabile “The Wall” dei Pink Floyd, cui seguirà anche il famoso film di Alan Parker con Bob Geldorf.

E il famigerato punk che fa? Essenzialmente si trova davanti ad un bivio, da una parte la frangia più estrema, a tratti nichilista e a tratti consapevole, sta per inasprire ulteriormente i toni con l’Hard Core (gruppi come i Discharge, i Crass, i Black Flag, Minor Threat o Dead Kennedys), dall’altra quella intimista ed introspettiva che diventerà meglio nota con il nome Post-Punk o New Wave, con l’evolversi del movimento. I Cure fanno parte di questo movimento, sono attivi a partire dal 1976, ma il primo singolo non esce prima del 1978 e il primo long playing esce nel maggio del 1979.

Prima di entrare nello specifico, anche se è stato già detto, occorre specificare che, come già precisato in precedenza, esistono due versioni del disco, quella a sfondo rosa è quella originale, quella col collage bruciacchiato è quella americana che differisce nella scaletta includendo anche alcuni brani usciti nel regno unito come singoli nello stesso periodo. Personalmente preferisco la seconda versione, anche perchè i singoli inclusi sono brani di assoluto rispetto come “Killing An Arab”,”Jumping Someone Else’s Train”o “Boys Don’t Cry” non credo che valgano una deboluccia cover di Jimi Hendrix (“Foxy Lady”) e nemmeno gli altri brani presenti nell’edizione originale e non in quella successiva che è quella che tratterò qui e che è uscita l’anno dopo (1980). Tra l’altro, volendo fare i sofisti, le versioni su CD e su LP differiscono ancora alla traccia n°5: il CD presenta “So What”, un divertissement il cui testo cita alcune pubblicità, mentre l’ LP include “Object”.

Però sarà il caso di parlare della musica… dovendo descrivere il disco mi vengono subito in mente alcuni termini come urgente, adolescenziale, passionale, istintivo, intenso e coinvolgente. E’ un esordio che lascia il segno, magari è ancora immaturo nel suono, ma è un fatto assolutamente positivo, non ci hanno pensato troppo sopra, non avevano tempo, non avevano soldi e avevano poca esperienza… tuttavia avevano una gran voglia di esprimersi e l’urgenza di doverlo fare e di confrontarsi col mondo. Questo spesso fa produrre dei dischi molto importanti ed è assolutamente questo il caso, sarà anche immaturo ed adolescenziale ma lo è in un modo splendido, come lo sono pellicole come “Paranoid Park” o “Fucking Åmål”, poichè hanno, nei loro personaggi o nell’atmosfera del disco, al contempo il fascino di chi fa qualcosa per la prima volta e l’incoscienza che porta con sè il non avere un’idea precisa di cosa si sta per affrontare. E poi si sente la passione grondare dalle note, senza il bisogno di doversi confrontare con il passato o atteggiarsi in una qualche maniera. Questo disco E’ l’ espressione del gruppo, del suo nucleo portante, dal quale prenderà vita molto del suono che li caratterizzerà nel futuro.

All’irruenza nichilistica del punk si è sostituita a tratti l’introspezione (“Another Day”) oppure il sentimentalismo incendiario di “Fire In Cairo”, quello in preda alla paranoia di “10:15”, il terrore di un rientro a casa in “Subway Song”, “il tentativo di realizzare una canzone pop anni ’60” come in “Boys Don’t Cry” o, addirittura, le citazioni colte come in “Killing An Arab” che fece alzare un certo polverone all’epoca quando nessuno colse i riferimenti letterari (“Lo Straniero” di Albert Camus nello specifico) e tutti pensarono a un testo xenofobo, cosa che il gruppo smentì clamorosamente devolvendo in beneficenza i proventi della vendita del singolo. Del punk restano il minimalismo in produzione (tuttavia potrebbe derivare più facilmente dalla carenza di fondi) e gli arrangiamenti taglienti. La loro evoluzione è assolutamente tangibile e, per giunta, riuscita: un incredibile punto di partenza per una carriera, non priva di trasformismo (anche considerando i continui cambi di formazione che li caratterizzeranno fin dall’inizio con l’abbandono del bassista Michael Dempsey in favore di Simon Gallup -e del suo thunderbird!- che poi diventerà uno dei pilastri del gruppo negli anni) ma anche di uno sfoggio di talento difficilmente riscontrabile in altre compagini.

Una piccola curiosità deriva dal fatto che il titolo venne poi ripreso nell’omonimo film anti-omofobico del 1999 con Hilary Swank (che per questa interpretazione vinse anche l’Oscar!) a regia di Kimberly Peirce…

It doesn’t matter if I die…

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Sottotitolo: Deliberata ricerca del linciaggio, tramite recensione (forse) ipercritica di “Pornography” dei Cure.

I Cure sono stati sicuramente tra i primi gruppi che io abbia mai ascoltato, si tratta di tantissimo tempo fa, avevo un amico assolutamente gotico negli ascolti che finì per farmi appassionare alla loro musica, fino a diventarne un fan piuttosto accanito, a vederli dal vivo due volte (Torino, 1992 e Milano, 2000), ad essere stato uno dei primi nella zona a comprare il mai troppo celebrato “Disintegration” pressando da vicino il malcapitato rivenditore di turno che fu cotretto a procurarsene una copia per liberarsi del sottoscritto… fa molto provinciale e sfigato ma vero. “Subway song” fu una delle canzoni che mi terrorizzarono maggiormente con quel suo urlo agghiacciante nel finale (la prima volta la ascoltai al buio di notte…), non credo di essermi mai liberato dalla ragnatela magnetica intessuta dal dittico “The funeral party”/”All cats are grey”, dalla solitudine angosciante e sempiterna di “A forest”, dalla amorosa paranoia urticante di “10:15 On a saturday night”, dalla consapevolezza funerea di “How beautiful you are” oppure chessò da “To wish impossible things”, “Play for today” o “Push”… però…

C’è un però… quando mi chiedono di esprimermi circa i loro dischi non mi stanco di citare la magnificenza post punk della triade iniziale “Three imaginary boys”/ “Seventeen seconds”/ “Faith” (con quest’ ultimo ho sempre identificato il loro disco migliore), oppure la deriva pop di “The head on the door”, il catastrofismo lirico di “Disintegration” e il ritorno alle chitarre di “Wish”. Raramente cito “Pornography” e spesso rischio il disprezzo per questo e non ho mai capito il perchè. In tanti (troppi?) lo considerano il capolavoro della band albionica, a me non è che non piaccia ma… non lo so, mi sembra “minore” in una qualche misura ai dischi citati in precedenza… (pausa per lasciare teampo al lettore di sfogarsi…)

Sarà il fatto che le liriche di Sir Robert Smith si fanno ancora più tetre, il fatto che cominciano a diventare gotici sul serio con questo disco, forando l’ozono con le lacche nei capelli o vestendosi completamentedi nero… qualche strana forma di fascino di “Pornography” colpisce molti e a me prende solo di striscio chissà come mai…. Non che il disco non mi piaccia, è sicuro che sia memorabile per molti motivi, tuttavia a me sembra il classico disco di transizione che, come tale, soffre delle due anime del gruppo che si stanno scontrando. La prima è chiaramente quella post punk dei primi dischi, la seconda è la deriva new wave che fa capolino in questo disco per trasformarsi (come splendidamente anticipato dal singolo contemporaneo “Charlotte sometimes”) già dal successivo in una mutazione pop che si protrarrà protarsi nel disgraziato (almeno musicalmente) decennio altrimenti noto come anni ’80. La riprova si sente soprattutto a livello musicale quando fanno capolino soluzioni inusuali (fino ad allora) come il tribalismo di “The hanging garden”, la distorsione surreale di “One hundred years”, per tacere del rimescolamento esistenziale della title-track… tutto questo però non riesce a farmi elevare l’album a capolavoro assoluto nemmeno se considero la canzone a mio parere meglio riuscita ovverosia “Cold” (ok, magari perchè è quella che ricorda di più le atmosfere di “Faith”).

A volte questo stato di sospensione proprio di quando un gruppo rimane in bilico tra diversi stili più o meno consolidati produce capolavori, eppure non mi sembra questo il caso: non ha l’urgenza di “Three imaginary boys”, il minimalismo di “Seventeen seconds”, la tetra ed ineluttabile presa di coscienza di “Faith”… la vellutata disperazione di “Disintegration” e nemmeno l’appeal pop di “The head on the door” o “Kiss me kiss me kiss me”, se proprio la vogliamo dire tutta. Secondo me il suo fascino sta proprio nel tormento lancinante del cantante (che non sta affatto vivendo un momento facile) e nella sua strenua ricerca interiore che si concretizza in una mutazione stilistica e ricerca di sonorità, che però, non avendo ancora preso una direzione concreta, ottiene un risultato mirabile, ma alla lunga stentato, per quanto il mio parere possa valere.

Any Cure?

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I would say I’m sorry
If I thought that it would change your mind
But I know that this time
I have said too much
Been too unkind

I try to laugh about it
Cover it all up with lies
I try and laugh about it
Hiding the tears in my eyes
Because boys don’t cry
Boys don’t cry

I would break down at your feet
And beg forgiveness
Plead with you
But I know that it’s too late
And now there’s nothing I can do

So I try to laugh about it
Cover it all up with lies
I try to laugh about it
Hiding the tears in my eyes
Because boys don’t cry

I would tell you
That I loved you
If I thought that you would stay
But I know that it’s no use
That you’ve already
Gone away

Misjudged your limit
Pushed you too far
Took you for granted
I thought that you needed me more

Now I would do most anything
To get you back by my side
But I just keep on laughing
Hiding the tears in my eyes
Because boys don’t cry
Boys don’t cry
Boys don’t cry

[L’idea che sta dietro al video mi è sempre piaciuta però il Robert Smith piccolo ha una les paul e quello vero una stratocaster, inoltre il Simon Gallup piccolo ha suona una chitarra anzichè un basso ma, dopotutto, son ragazzi…]