Roberto Benigni

Fondata sul Lavoro

Postato il Aggiornato il

Mi auguro che “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” sia un passo famigliare a chiunque capiti su queste pagine. Esatto, questo è l’ennesimo scritto incentrato sulla nostra Costituzione, siete stati avvertiti. Nulla di originale. Da Benigni a Don Gallo (sempre nel mio cuore) questa benedetta Carta Costitutiva è stata sulla bocca di molti negli ultimi tempi, forse perché qualcuno la vuole snaturare, forse perché non sarà mai citata abbastanza: sarebbe bello che lo fosse perché dal dopo guerra ad oggi è indubitabilmente la cosa migliore che sia mai stata fatta dai politici nel nostro paese. Siamo un gran popolo se per arrivarci siamo dovuti passare attraverso monarchia, dittatura ed un paio di guerre mondiali, non dubitate.

Ciò nonostante ci siamo arrivati, nonostante ogni dissenso o voce contraria ci siamo arrivati. Ed il passo sopra riprodotto posso dire che è il più difficile da accettare, almeno per me. Perché se nelle intenzioni dei padri costituenti, il lavoro doveva essere un mezzo di emancipazione e sviluppo, un meccanismo per l’evoluzione di un popolo, uno strumento per poter evolvere ed esprimersi come esseri umani, anche semplicemente avendo una vita (che comprenda o meno una famiglia una casa e quant’altro) sfido chiunque a dimostrarmi che lo sia effettivamente stato, se non in isolatissimi e fortunatissimi casi che, comunque, non fanno statistica.

Da quando sono entrato nel mondo del lavoro, quella parola non ha mai assunto nulla di nemmeno lontanamente affine al significato inteso da coloro che redassero la famosa Carta. Mai. Se escludiamo una parentesi durante un tirocinio all’estero (guarda a caso) il lavoro è sempre stato un termine legato a furberie, corruzione, invidie, straordinari non retribuiti, contratti ridicoli, condizioni di sicurezza inesistenti, norme non rispettate, arroganza e prevaricazione. Come sempre l’intenzione era buona, i risultati pessimi. E, anche volendo prescindere dalla mie esperienze (comunque non felici), non dovrei essere io a ricordare che la statistica, taciuta quando lontana dal sensazionalismo, delle cosiddette  morti bianche che, nella tragedia, non è che la punta di un iceberg spaventoso. Quindi non sono più sicuro che “lavoro” abbia quel significato alto e nobile che gli si volle attribuire ai tempi. Non sono più sicuro di voler fondare la cosa pubblica su quello che oggi (ma anche prima) si identifica col termine “lavoro”. Le parole sono importanti, ma il significato che assumono alla luce dei fatti non va trascurato.

I ain’t gonna work on Maggie’s farm no more.
No, I ain’t gonna work on Maggie’s farm no more
Well, I wake up in the morning
Fold my hands and pray for rain.
I got a head full of ideas
That are drivin’ me insane
It’s a shame
the way she makes me
scrub the floor
I ain’t gonna work on, nah
I ain’t gonna work on Maggie’s farm no more.
I ain’t gonna work for Maggie’s brother no more
nah, I ain’t gonna work for Maggie’s brother no more
Well, he hands you a nickel
And he hands you a dime
And he asks you with a grin
If you’re havin’ a good time
Then he fines you every time you slam the door
I ain’t gonna work for, nah
I ain’t gonna work for Maggie’s brother no more

I ain’t gonna work for Maggie’s pa no more
No, I ain’t gonna work for Maggie’s pa no more
Well, he puts his cigar
Out in your face just for kicks
His bedroom window
It is made out of bricks
The National Guard stands around his door
I ain’t gonna work, nah
I ain’t gonna work for Maggie’s pa no more
I ain’t gonna work for Maggie’s ma no more
No, I ain’t gonna work for Maggie’s ma no more
Well, she talks to all the servants
About man and God and law
And everybody says
Shes the brains behind pa
Shes sixty-eight, but she says shes twenty-four
I ain’t gonna work for, nah
I ain’t gonna work for Maggie’s ma no more

I ain’t gonna work on Maggie’s farm no more
No, I ain’t gonna work on Maggie’s farm no more
Well I try my best
To be just like I am
But everybody wants you
To be just like them
They sing while they slave and just get bored
I ain’t gonna work on, nah
I ain’t gonna work on Maggie’s farm no more

(parole di Robert Zimmerman, alias Bob Dylan)

Incipit

Postato il Aggiornato il

Spesse volte non si focalizza a sufficienza l’attenzione su come le cose incominciano. L’inizio però spesso è fondamentale e quando mi soffermo a pensare all’inizio dei film è quasi fatale che l’inizio di Dawn By Law finisca per venirmi in mente come esempio da citare. Ho visto e rivisto questo spezzone con in sottofondo “Jockey Full Of Bourbon” di Tom Waits (dal magistrale “Rain Dogs”) abbastanza volte da innamorarmene letterlamente. La prima volta che lo vidi coscientemente fu una notte nelle vicinanze delle feste natalizie secoli fa, il solito fuori orario fatto apposta per insonni, depressi cronici, gente che torna a casa tardi con la testa pesante. Io mi reclusi in casa quella sera storidito dal chiassoso festare come un novello Ungaretti che demolisce il natale standosene davanti al caminetto in quiete.

Jim Jarmusch a Cannes nel 2005

Lungi da me fare parallelismi con il poeta che lessi e rilessi fino a abbracciarne ogni sillaba in gioventù, però quella sera il mio caminetto era, tristezza delle tristezze, l’apparecchio televisivo e un film che mi spiazzò con i suoi sottotitoli ed il suo bianco e nero, sbattuti in faccia ad un adolescente che cominciava ad assuefarsi un po’ troppo ad effetti speciali e storie preconfezionate. La carrellata si apre al cimitero con il primo piano di un carro funebre enorme nel suo essere statunitense, quasi una cerimonia degli opposti fra l’alpha del film e l’omega della vita di qualcuno che quel carro aveva trasportato al campo santo, lo stesso reso famoso decenni prima dalle scene lisergiche di Easy Rider. Poi parte la voce svogliata e impastata di Waits e sembra quasi di sentirne il fiato intriso di alcool e tabacco mentre la telecamera comincia il suo viaggio fra le strade di New Orleans, alla ricerca di due dei personaggi che finiranno per diventare protagonisti del film, si muove tra strade sporche e davanzali decorati, tra cieli dalle nuvole appena accennate e pneumatici abbandonati, tra la polizia che arresta qualcuno (oscuro presagio) e personaggi anonimi che si muovono lenti, tra le paludi e le case abbandonate. Il carrello scorre sicuro da destra a sinistra fino ad incontrare Jack (John Lurie), che di professione fa il protettore, dorme con una delle sue donne mentre l’altra, completamente alienata, rimane ipnotizzata dalla luce esterna che cambia, la musica di ferma per due miseri stralci di dialogo. Poi la telecamera inverte il verso del suo tragitto, impietosa sulle miserie e gli splendori della città fino a scovare il rientro a casa di Zack (lo stesso Tom Waits), un DJ che non riesce a tenersi un lavoro, dalla sua affascinate (nel suo essere trasandata) consorte Laurette (Ellen Barkin) che, senza farsi vedere, apre gli occhi in silenzio esattamente come la donna dormiente nel letto di Jack, quasi che questo silente risveglio fosse un invito agli spettatori a concentrare la loro attenzione su ciò che il film sta per narrare, su come la vita dei personaggi stia per venire sconvolta dagli eventi e su come loro stessi saranno in grado di reagire ai cambiamenti tragicomici che stanno per avvenire nelle loro vite. Un po’ come la musica che da svogliata e quasi sonnolenta che era si risveglia, nel finale, con l’incedere invadente di un sassofono che pare irrompere nell’etere quasi a discapito delle percussioni incessanti ma quasi in sottofondo, della chitarra incastrata ad arte, senza protagonismo manifesto (come suo solito) nel brano. Di un incipit così ispirato occorre ricordare l’autore: Jim Jarmusch, uno dei registi che ammiro maggiormente.