Seattle

Soundgarden: “King Animal”

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Soundgarden: “King Animal”

Sedici anni sono un età balorda, adolescenti in pieno: crisi di valori, di autorità, di ormoni. Tanto tempo hanno impiegato i Soundgarden, probabilmente il gruppo più precoce (si sono formati nel 1984) e pesante della scena di Seattle, a ritornare insieme ed incidere un nuovo lavoro. Divorato dal dubbio amletico solito sui gruppi che ritornano insieme a distanza di tempo dalla loro ultima fatica, ho avuto nei confronti di “King Animal” un approccio davvero cauto. Ed ho aspettato che qualcuno mettesse su youtube il disco intero anziché procedere all’acquisto a scatola chiusa.

Quando una recensione parte con delle premesse c’è da preoccuparsi, ve lo dico subito. Le premesse sono che almeno il gruppo è ritornato nella formazione originale Cornell-Thayil-Cameron-Shepherd, che non sembra che l’abbiano fatto necessariamente per denaro, che la voce di Cornell non è quella di un tempo ma non si è nemmeno rovinata del tutto, che comunque non è un disco privo di dignità.

Tuttavia le mie previsioni sono che finirà a prendere polvere nella vostra collezione di CD, nei pochi negozi di dischi sopravvissuti ed anche nel web. Perché una volta passata la carica emotiva che accompagna dischi del genere, soprattutto se, all’epoca, si è stati fan, non rimarrà molto di questo “King Animal”, e soprattutto non ci sarà molto che vi spingerà a riprenderlo in mano e a pensare… “ebbene sì, questo è un gran disco!” come potreste fare con “Badmotorfinger”, “Superunknown” e al limite anche con “Louder Than Love”.

Sono 13 canzoni che si susseguono nell’ansia, nella speranza che qualcosa succeda, che una linea vocale rimanga impressa, che un giro di chitarra faccia sobbalzare, che Ben Shepherd tiri fuori quella vena compositiva stralunata che aveva reso memorabili canzoni come “Head Down”, che Cameron sfoderi il suo proverbiale tocco alla batteria. E tutto questo c’è ma si intravvede appena all’orizzonte, inoltre dov’è finita la pesantezza del suono che aveva reso grandi canzoni come “4th of July” e “Slaves & Bulldozers”? Si sono perse nella maturità del suono? Allora sarebbe veramente meglio rimanere immaturi a vita! Ripeto: il disco è dignitoso ed ha i suoi momenti, ma non intendo accontentarmi quando si tratta dei Soundgarden!

Del risveglio e dei pensieri successivi…

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Sunday morning and I’m falling, I’ve got a feeling I don’t want to know…

Evidentemente la domenica mattina si realizza una particolare atmosfera atta ai pensieri più strani, alle sensazioni incontrollate, al torpore misto nausea. Eppure stamattina decifrare i segnali della memoria non sarebbe nemmeno difficile, cosa pensare del resto se uno finisce con lo svegliarsi con una canzone in testa che sembra una marcia funebre?

La conclusione sarebbe piuttosto ovvia, tutti i motivi che hai per essere depresso potrebbero spuntare come funghi dal sottobosco e sorprenderti mentre ancora stai per svegliarti. Ti alzi e poi ti svegli con il granchio nel cervello come me. Invece, per una volta, la memoria che ti abita dentro prende il sopravvento, evidentemente stanca del “ti piace vincere facile?” del te stesso paranoico, che pare una sorta di asso pigliatutto, una volta tanto che vada al diavolo.

Mi metto a pensare ai Soundgarden, agli anni novanta, a che decennio fantastico fossero e a come ha fatto a finire su un loro disco una canzone oppressiva come “4th Of July”… magari si sono sbagliati,  eppure non sono un gruppo poi così solare come testimoniano tante loro liriche a partire da “The Day I Tried To Live” e non ci vanno nemmeno tanto leggeri con le distorsioni, no probabilmente la canzone sul quattro di luglio ha un suo perchè, e lo stesso Cornell si è svegliato una mattina (magari una domenica mattina) rincorso dai suoi fantasmi e si è rifugiato nella scrittura, semplicemente.

Gli anni novanta io li considero un po’ casa mia, ci stavo da dio. L’atmosfera che si respirava era proprio qualcosa di diverso, una creatività, una voglia di fare ecco più semplicemente tutto appariva infinitamente più profondo ed ispirato. Finalmente veniva spazzato via quell’alone di superficialità e disimpegno proprio del decennio precedente e venivano fuori persone con cose da dire. In mezzo a tutto questo Seattle (un posto grigio e buio dove, a quanto pare, piove quasi sempre) sembrava brillare di luce propria e fu una cosa strana anche perchè si tendeva ad accomunare gruppi che in comune avevano poco… prima c’erano state le “scene”: la bay area a San Francisco, l’hardcore new yorkese, il punk inglese, il death metal svedese… avevano senso, ma circa Seattle l’accorpamento era proprio solo una questione geografica. I Mudhoney non suonano come i Soundgarden, i Nirvana non suonano come gli Alice In Chains: hanno poco in comune, questo è assodato. Poi ci sono i progetti laterali, e qui si vede, più che nella musica dei singoli gruppi, perchè Seattle fosse un posto speciale dove tutti conoscevano tutti e si poteva tranquillamente sedersi attorno ad un tavolo e creare qualcosa di intenso e toccante, senza nessun problema. I gruppi nati dal rimescolamento dei componenti dei singoli gruppi furono devvero speciali, tendo a ricordarmi soprattuto Temple Of The Dog, dove ascoltai per la prima colta l’ugola di Cornell e pensai che fosse un cantante fenomenale…

I Mad Season, il cui disco finisce per essere una pagina veramente molto poetica nel libro della musica nata a Seattle… che ciclicamente non manca nel mio stereo… The music that we made, The wind that carries on and ongod knows I’m gone…

Ed i Three Fish con una sorta di concept album dal fascino indiscutibile:

Qui c’è lo spirito, di quegli anni, di quell’atmosfera, al di là di brani più noti, di gruppi idolatrati, la musica creata a Seattle era qualcosa di bello nel suo piccolo, ma che ha finito per implodere su stessa quando il music business ha tentato di appropriarsene.

Forse… L’uccello del paradiso si posa sulla mano che non tenta di afferrarlo?

Mad Season

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La stagione è impazzita. E’ impazzito il tempo. Ore. Minuti. Secondi. Trascorsi amaramente. E quando la Terra ha compiuto il suo giro attorno al Sole, ancora qui con lo stesso vuoto nell’anima. Ancora qui con pensieri fratturati e sensazioni troncate. Di netto.

Un inverno che non vuole rispecchiare il freddo che gela ogni vena. Alberi rosso sangue indomiti nel loro scorrere. Un inverno che non spegne il dolore con il più antico di ogni anestetico, non graffia le gote, non cristallizza i secondi, non  ottenebra l’azzurro del cielo. Non ricopre il paesaggio e la sua miseria con una bianca coltre misericordiosa. Quanto è crudele l’indifferenza e quanto ferisce il silenzio.

Una stagione destinata a passare, in un modo o nell’altro, lasciandosi alle spalle il suo carico di afflizione, il suo strascico di pelle lacerata e rinsaldata. Eppure indimenticabile.

For all the times you let them bleed you…

My pain is self chosen…

See you all from time to time. Isn’t so strange. How far away we all are now. Am I the only one who remembers that summer. Oh, I remember. Everyday each time the place was saved. The music that we made. The wind has carried all of that again…

We’re all alone… (I’ve never felt SO alone)

[Non crederò più alle stelle che si incendiano cadendo nel cielo.Al loro presunto potere. Piuttosto al vuoto nel quale si perdono]