Silenzio

Il suono della sofferenza

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Ho appena ripreso a scrivere parlando di una strage a un concerto. E dopo pochi giorni l’orrore riprende forma.

E va oltre le mie possibilità stare a sentire.

Stare a sentire tutti gli sciacalli mediatici che si avventano famelici sull’ennesimo pasto di carne cruda e sangue fresco.

Stare a sentire le lacrime socialmente espresse da milioni di persone.

Stare a sentire le vacue opinioni di prezzolati urlatori che gonfiano il petto e dimenano la coda.

Stare a sentire i rimedi semplicistici di farneticanti cacciatori di schede elettorali.

Stare a sentire chi comunque non può cambiare l’immutabile con la retorica.

L’unica cosa che vorrei veramente sentire è il silenzio che di solito si invoca in questi casi ma che nessuno rispetta mai fino in fondo. Tacete un attimo.

Non è indifferenza, al contrario, oggi l’indifferenza si urla, si manifesta, si espone. Almeno io non riesco a percepirla diversamente. Tutte queste voci che si assommano fino a formare un insopportabile frastuono indistinto, caotico, cacofonico. Questo è il suono dell’indifferenza. L’unico suono che non viene amplificato da quell’enorme cassa di risonanza che è la terra.

La sofferenza invece tace. E tace di un silenzio greve e profondo. Tace di un silenzio che nessuno è più in grado di udire.

Auf Wiedersehen

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Voglio rifugiarmi sotto il patto di Warsavia, voglio il piano quinquennale e la stabilità!!!

Una soluzione come un’altra, in braccio a mille fantasmi riflessi sulle superfici a vetri dei palazzi di Postamer Platz, dove una volta non c’era nulla come si ricorda il vecchio de “Il cielo sopra berlino” che non riesce più a ritrovare la piazza, gli amici di un tempo, l’atmosfera della vecchia Berlino travolta dal nazismo prima e dalle bombe poi. Un fine settimana a Berlino non è sufficiente, sposta appena la prospettiva di una vita rinchiusa nei suoi pensieri autodistruttivi. Non è sufficiente a scrutare ogni angolo di una città così complessa ed in bilico tra passato e presente, est ed ovest. E’ sufficiente però a sentire il sibilo del passato dietro ogni angolo: non si può fare a meno di chiedersi come potessero essere le cose tempo fa, che volti potessero aver quelle persone scavate dalla sorte, ipnotizzate e sedate con la forza. Berlino ha un fascino implicito che può essere svelato solo dalla sensibilità di chi la visita.

Sotto i palazzi nuovi c’è la cenere che arde ancora. Dentro il cemento ci sono le anime di chi ha rimesso in piedi la speranza di una grande città, di un grande popolo che si è risvegliato, dopo aver generato mostri tra i più terribili che l’umanità abbia mai conosciuto. Nell’aria c’è una brezza che mantiene lontana l’umidità stagnante e spinge avanti ogni cosa tranne me, che proprio non riesco a capacitarmi, che in fondo sono passato di qui anche per calpestare la terra sulla quale ha camminato, poco tempo prima, qualcuno che non smette di mancarmi, per vedere se fosse rimasto qui qualche suo frammento, uno sguardo, un sorriso… forse un pensiero rivolto a me. Di sicuro non c’è traccia del silenzio che mi sfonda i timpani adesso.

Il muro non si scorge che in piccoli frammenti lasciati in piedi come moniti, l’est ha smesso di essere est e l’ovest di essere ovest, eppure i ricordi sono ovunque. Alexander Platz ha un volto nuovo, la Sprea ed i giardini sono un angolo quieto e dolce, dopo aver nutrito un popolo distrutto, così armonioso e tranquillo. Berlino ha davvero superato la sua angoscia? Le persone hanno ritrovato la fiducia e gli occhi limpidi di un tempo, hanno smesso i logori abiti intrisi di sospetto e paura, quando ogni sospiro poteva essere udito. Berlino vive, si agita, innamorata dei cittadini che non hanno mai smesso di volerle bene, la statua della vittoria brilla alta sulla sua colonna e lo spazio arioso allontana ogni asfissia. Berlino ha un’anima grande ed eterna, nel suo essere nuova nello spirito, Berlino ha la fronte alta e fiera e non ci sono fiamme sulla cupola del Reichstag, trasparente e lucida: dello stesso colore del cielo, qualunque esso sia. Berlino è un esempio di come ci siano speranze che, per quanto le si pieghi, non si possono spezzare, sentimenti che resistono al delirio (qualunque forma esso assuma) ed alla violenza, pensieri che non si possono ridurre al silenzio, luci che non si possono spegnere, che non possono svanire.

Potsdamer Platz
Berliner Dom
Pankow Bahnhof
Der Mauer
Checkpoint Charlie
Brandenburger Tor
Der Reichstag
Alexander Platz
Berlin

Silence?!

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Il 5 febbraio 1990 usciva “Enjoy the silence” (il singolo), tanti auguri. Vogliamo metterci a parlare delle miriadi di cover version che questa canzone ha dovuto subire (non ultima quella terribile dei nostrani lacuna coil), del bellissimo video di quel genio di Anton Corbjin (sua la firma sotto quel video-capolavoro che fu “Atmosphere” dei Joy Division, uno dei miei video clips preferiti in assoluto), dell’influenza abissale che il gruppo ha avuto? Tutte cose vere ma mi annoiano a morte, le sa (o le dovrebbe sapere) chiunque.

Detesto gli anni ’80 musicalmente parlando, soprattutto i suoni altamente sintetci di batteria e tastiere, ciò nonostante i ‘Mode furono uno dei pochi gruppi in grado di salvarsi, almeno per quanto mi riguarda, avevano (hanno?) un enorme qualità del songwriting con melodie ficcanti ed incisive, per tacere del fatto che sono in grado di far risultare oltremodo “fisica” la loro musica per quanto risulti essere basata su sonorità alquanto artificiali. Dunque ancora auguri.

Però ricordardomi questo anniversario mi sono chiesto che rapporto ho col silenzio. Pessimo. Amo la musica ad un volume violento e molesto (ed ho visto tre volte i Sunn 0))) ), i silenzi delle persone a cui tengo danno automaticamente il via a mille paranoie e tristissime serate, quando passeggio ho quasi sempre le cuffie alle orecchie (se ve lo steste domandando uso ancora il CD portatile, visto il post precedente e la mia allergia ai maledetti i-pod) quindi al diavolo il silenzio. Ha senso solo in determinati e precisi momenti che verrebbero irrimediabilmente rovinati dalle parole, tipo quando si è conquistata la vetta di una montagna per dirne una. (Anche se in tale caso si può anche venire colti da un attacco logorroico involontario…)

E’ anche vero che le parole sono altamente sopravvalutate, che in pochi (e probabilmente anche io) sono in grado di usarle con la dovuta proprietà e dire  ciò che effettivamente andrebbe detto, inoltre ancora meno danno alle parole il peso che meritano (“Promises are shit, we speak the way we breathe” dicono i Fugazi) e sono in grado di far segure loro i fatti. Allora benvenuto sia il silenzio.