Solitudine

Solitudine: postille d’autore

Postato il Aggiornato il

“Era inutile cercare di liberarsi della propria solitudine. Bisognava tenersela per tutta la vita. Solo a volte, a volte, l’abisso si sarebbe colmato. A volte! Ma bisognava aspettare quelle volte. Accetta la tua solitudine e tienitela tutta la vita. E poi accetta le volte in cui l’abisso si colma, quando vengono. Ma devono venire da sé. Non le si può costringere”.

David Herbert Lawrence

Solitude standing

Postato il

La solitudine pesa. Come un macigno. Strano che a dirlo sia uno che si professa misantropico, ma a ben pensarci nemmeno tanto vedendo la cosa dalla mia prospettiva. Oggi è il giorno nel quale si commemorano i morti. Non per me, non ho bisogno di ricorrenze ed ho impiegato anni a liberarmi da feste e convenzioni: le persone che non sono più qui, in questo mondo, intendo, sono nei miei ricordi e nei miei pensieri quotidianamente, non mi serve un giorno particolare per ricordarmi di loro: fanno parte di me, basta saper guardare per vederli. A volte parti di loro parlano attraverso di me.

Mi mancano, ma non mi fanno sentire solo. Il tipo di solitudine cui mi riferisco riguarda le persone che sento affini, che sono vive, ma che non sono qui, adesso. Riguarda le persone per cui Trent Reznor ha scritto la linea Anyone I know, goes away in the end resa anche perfettamente dalla voce senza tempo di Johnny Cash:

Una particolare enfasi andrebbe posta sulla parola “know” perché in pochi arrivano veramente a conoscermi, di solito frappongo un muro molto spesso e permetto a veramente poche persone di passarci attraverso. In questo la mia misantropia: so di aver poco a che fare con la maggior parte delle persone ma per quei pochi, per loro sono capace di struggermi cent’anni e forse anche di più e quando la vita mi separa da loro, quando le incomprensioni sfilacciano o strappano i legami il vuoto non può essere colmato la ferita non può essere rimarginata. Si può solo lasciarla lì ad ingiallire, ad invecchiare.

Chester Walls

Mi ricordo chiaramente poche volte in cui questo tipo di solitudine non mi sia pesata, una di esse in particolare: ricordo il posto, ricordo la colonna sonora, ricordo le sensazioni ed il periodo. Il posto è Chester, in Inghilterra, più precisamente le sue mura di origine romana, ma ultimate nel medioevo, egregiamente conservate, consentono un giro soprelevato della parte storica della città di grande suggestione. Era un giornata nella quale la nebbia si confondeva con la pioggia, a lato del muro a volte il fiume Dee, a volte i parchi cittadini o la cattedrale, l’orologio che sovrasta la via principale. Ero lì a passeggiare in perfetta solitudine, senza avvertire il bisogno che qualcuno rompesse quel momento, con una parola, un gesto, un abbraccio, ero fuori dal mondo e perso nei miei pensieri, senza pensare a nulla in particolare, sono già passati otto anni ormai. In quei giorni usciva “Panopticon” degli Isis, in quel preciso momento di consapevolezza irrompeva nelle orecchie questa canzone che, da allora, è rimasta legata a doppio filo con la solitudine, senza alcuna negatività.

Una parte di me cammina ancora su quel muro, l’altra oggi avverte, più del solito, il peso della solitudine.