Southern Lord Records

31/05/2009

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O’Malley e Andreson più un terzo figuro (fonte Bandcamp)

La data è un’altra di quelle impresse a fuoco nella memoria. Per i 10 anni di “Grimm robe demos” i Sunn 0))) fanno tappa a Bologna. Dopo averne sentito parlare in termini che oscillano tra l’incubo e la leggenda, si decide di affrontare la trasfertona fino al Locomotiv. Si tratterà di una due giorni dove al ritorno è prevista tappa a Maranello a visitare il museo della Ferrari, oltretutto il giorno dopo è il primo maggio, quindi tranquillissimi.

Arriviamo accaldati a Bologna nel primo pomeriggio e ci fiondiamo a immediatamente visitare il centro: tra negozi di dischi, portici e circoli arci a fine giro ho in mano un picture disc di “Reign in blood” e sto sorseggiando un amarone in un’ enoteca del centro (“Alto tasso” si chiamava: un nome una garanzia) con sullo sfondo un accenno di tramonto, davvero non male come scenario. La cena consta in una pizza da asporto trangugiata alla veloce con tavolini improvvisati e birra in lattina: l’amarone è diventato un pallido ricordo e siamo tornati ai nostri standard.

Dopo qualche altro bighellonare nelle vie del centro ci avviciniamo al luogo del misfatto: nulla e dico nulla può prepararci a quello che sta per succedere. Il Locomotiv si trova in una zona circondata da alberi, dove la solita mandria di personaggi singolari sta già bivaccando in attesa di entrare.

Piano piano si forma una coda per l’ingresso. Prima di poter entrare si deve firmare una liberatoria circa i possibili danni all’udito, una delle due firme non sarà propriamente un nome ed un cognome. Sembra quasi una trovata propagandistica, ci ridiamo sopra ed entriamo. Solo poco dopo capiamo che non si trattava affatto di un’esagerazione, anche se ad un concerto analogo in Svizzera non ci faranno firmare nulla, ma ci forniranno direttamente i tappi. Non divaghiamo in facile retorica, siamo comunque muniti di tappi, quindi no problem… forse.

E dico FORSE perché i Sunn 0))) dal vivo sono una cosa che va vista. Non si può tradurre in italiano correttamente, in inglese si direbbe “it has to be experienced”, più che visti vanno sperimentati sulla propria pelle. Forse pensate di avere un impianto stereo potente e fedele, pensate che mettendolo al massimo ci arriverete vicino: nemmeno per sogno. Al più farete vibrare i vetri, ma che succede quando tutto vibra, quando qualsiasi cosa, animata ed inanimata, ha un fremito all’unisono? Quando le teorie di Nikola Tesla secondo cui la terra stessa sarebbe un’enorme cassa di risonanza trovano conferma durante un “concerto”? Questo è quello che succede durante la loro esibizione. O per lo meno è la descrizione più accurata che le parole mi consentono.

Ma procediamo con ordine, dopo aver espletato le operazioni burocratiche imposte per l’entrata entriamo nel locale e veniamo subito accolti da una fila interminabile di amplificatori (di marca Sunn o))) appunto) che occupano tutto il parco nella dimensione della lunghezza. A volte è capitato di vederne così tanto ma spesso è tutta scena. Qui no. Nessuna scena, funzionano tutti e tra poco ne avremo la riprova. L’attesa si fa spasmodica: io mi piazzo davanti al palco, il mio compare lungo i muri perimetrali. Per sua sfortuna io avrò la meglio. Dopo un paio di mezz’ore salgono sul palco, non prima che tutto sia completamente inondato di fumo al ghiaccio secco.

Una Pallida impressione di quello che successe…

E poi partono con le note, mai avresti supposto che un suono del genere potesse uscire dalla Gibson Les Paul gold top di Greg Andreson o dalla chitarra di alluminio Electrical Company di Stephen O’Malley. È qualcosa di assolutamente travolgente che ti afferra alla bocca dello stomaco e ti fa vibrare tutto, dai peli sulle braccia alle parti basse. Niente risulta immune. Difficile dire se effettivamente poi i brani rispondano al contenuto dei Grimm robe demos, io francamente mi ci sono perso e va benissimo così: è stata un’esperienza mistica. Chi non crede che la musica (in questo caso sarebbe meglio dire “il suono”) sia qualcosa che eleva ad un’altra dimensione dovrebbe provare un concerto dei Sunn 0))). Tocca delle corde che nemmeno pensavi di avere ti avvolge azzerando qualsiasi altro senso: il fumo serve presumibilmente a questo a “fare lo zero” di olfatto e vista, in modo che rimanga solo il tatto (la vibrazione) ed il suono (l’udito). Poi non tutti sono pronti per questo: noi stessi non lo eravamo e ne siamo usciti estasiati e distrutti al tempo stesso, eppure consci della portata assoluta di tutto ciò a cui avevamo assistito. Da allora ogni loro concerto è un rito che si perpetra.

In molti mi guardano storto quando dico che la musica è la mia religione. Ma, sul serio, è così. E andare a quel concerto dei Sunn 0))) fu un passo in più nel rendersene conto. Le valvole incandescenti degli amplificatori accesi sono come delle candele votive, ascoltare un disco equivale a una preghiera, andare a un concerto è un rito, gli artisti degli sciamani e non temo di essere blasfemo nell’affermare questo, perché più passa il tempo più mi accorgo che questa è la mia verità sull’intera faccenda. Questo è il mio modo di smuovere energia, di partecipare ad una collettività che non mi impone nulla, che non mi dice come devo vivere e che al massimo (e non è poco) mi ha fatto riflettere ed evolvere come essere umano. In pratica ciò che dovrebbe fare una religione.

I Sunn 0))) sono ancora attivi, fanno uscire dischi a profusione ed il loro concerto è stato uno degli ultimi che io abbia visto prima di questa dannata pandemia. Li abbiamo visti molte altre volte, tra cui una particolarmente suggestiva nelle carceri di Torino e un’altra in un labirinto in Emilia.  Mancano come una boccata di fumo (da ghiaccio secco, beneinteso).

Del Locomotiv non ho più sentito parlare ma spero che sia ancora attivo, ha comunque retto strutturalmente all’evento e non è poco.

Noi manchiamo sempre dai concerti (che non siano locali) dal 19/02/2020. Sigh.

Alla corte del dio sudista!

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The Secret

Probabilmente solo i più appassionati di musica pesante (pesantissima) sanno che esiste un gruppo italiano in grado di fare cose egregie al punto di essere giunti al loro secondo lavoro licenziato dalla gloriosa Southern Lord (etichetta di Greg Anderson e Stephen O’Malley, i Sunn 0))) ) e di fare da apripista ai Converge  durante il loro prossimo tour europeo, il prossimo dicembre. Il gruppo si chiama The Secret e proviene da Trieste, il disco, prodotto ancora una volta da Kurt Ballou ai suoi Godcity studios, si intitola provocatoriamente “Agnus Dei” ed è ascoltabile in streaming qui. Se avete il coraggio.

Dico così perché la loro proposta è un ibrido bastardo di Black Metal, Hardcore, Crust e Grindcore. Senza pietà, compromessi e respiro i The Secret non lasciano tempo per rifiatare, sembrano la perfetta incarnazione di oscurità e rabbia. I loro testi e la loro immagine presentano una forte componente blasfema… la cosa mi lascia tutto sommato indifferente: lo trovo un argomento sopravvalutato e futile, se non fosse che la proposta ha effettivamente più di un’attrattiva alle mie orecchie. Risulta essere infatti sufficientemente personale e decisamente devastante: i quattro possiedono sicuramente una coesione fuori dal comune come pure fuori dal comune è riuscire a coniugare generi con pochi punti in comune che non siano necessariamente l’aggressione. Giunti al quarto album, che segue l’esordio su Southern Lord, l’eccellente “Solve Et Coagula”, confermano tutte le loro qualità con questo nuovo, giungendo ad una formula che, se possibile, appare ancora più organica e omogenea.

Sfortunatamente l’averli visti al MiOdi del 2011 ha potuto solo parzialmente confermare le loro doti dal vivo, essendosi esibiti nella saletta interna del Magnolia Club di Milano, vengono penalizzati da una resa dei suoni assolutamente scadente (il batterista era furibondo), il che non impedisce un furioso slam-dancing con sporadici episodi di crowd-surfing e nemmeno al sottoscritto di scattare qualche foto pessima!

The Secret, MiOdi 2011

The Secret MiOdi 2011

The Secret MiOdi 2011

Notare i lumini sul pavimento!

High On Fire: “The Art Of Self Defense”

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High On Fire

Alle volte il talento deve essere rivelato attraverso strade tortuose. Ne sa qualcosa Matt Pike che, reduce dalla disavventura degli Sleep, fonda un gruppo con il solo proposito di non smettere di suonare la chitarra. Fortunatamente andrà ben oltre.

Le vicissitudini patite a causa della strenua decisione di insistere nel progetto “Dopesmoker” nonostante il suo scarso appeal commerciale (si tratta di un unico brano della durata di circa un’ora evidentemente non rispondente alle esigenze della major London che li aveva messi sotto contratto) aveva, dopo lunghi tira-e-molla, comprensibilmente portato allo scioglimento del gruppo che vedeva tra le sue file anche Al Cisneros e Chris Hakius. Dopo un periodo di scoramento però le due parti si rimettono al lavoro: Matt Pike recluta una nuova sezione ritmica con l’adrenalinico Des Kensel alla batteria e George Rice al basso, gli altri due, come noto, daranno vita agli OM.
Il suono cambia radicalmente, dalla fascinazione tutta anni ’70 degli Sleep, devoti al credo sabbathiano e valvolare, ad una proposta egualmente interessante ma dai connotati decisamente più contemporanei in termini di suono. Alla enorme grevità del suono aggiungono una componente metal decisamente più marcata riscoprendo influenze come Celtic Frost e Mötorhead, prima piuttosto estranee alla proposta del chitarrista originario di Denver, Colorado. Il suo leggendario suono di chitarra rimane decisamente roboante sebbene meno old-fashioned che in passato, nel contempo però l’energia sprigionata dal terzetto aumenta esponenzialmente, come se gli Sleep avessero compiuto un balzo in avanti di vent’anni e, giunti nella nuova dimensione temporale, avessero ricevuto un’iniezione robusta di adrenalina in regalo.

Il gatto della Man’s Ruin

Il disco, dopo essere stato pubblicato in prima battuta dalla misconosciuta 12th records, viene ristampato, praticamente subito, dalla leggendaria Man’s Ruin di Frank Kozik nell’anno 2000. E’ inevitabile che i fan si ritrovino a contatto con una nuova creatura difficilmente gestibile, una sorta di isterico mostro dalla voce tonante. Tuttavia nonostante l’inevitabile malinconia dei vecchi fan, tutti sembrano accorgersi fin da subito della portata del nuovo gruppo di Matt.

La registrazione, con il fido Billy Anderson che era già stato al lavoro con gli Sleep, oltre alle collaborazioni con Neurosis, Fantômas, Altamont e Acid King tra gli altri, fa risaltare appieno l’aggressione continua del gruppo, relegando in un angolo la voce di Pike, per far risaltare appieno la pienezza ed il corpo di un suono che rompe decisamente con il passato, per far affiorare una rinnovata attitudine  estremamente determinata a reggersi in piedi da sola.

Versione Tee Pee records

L’abbonamento alle traversie tuttavia non si esaurisce qui: ben presto l’etichetta dell’artista americano che, con le sue copertine, era giunto alle porte del mainstream (ricordate la copertina di “Americana” degli Offspring?) collassa su se stessa ed il disco esce fatalmente dal catalogo. Subisce una prima ristampa (con bonus tracks, tra cui la cover di “The Usurper” dei Celtic Frost) tramite la volenterosa Tee Pee records (che tra l’altro ripropone anche “Dopesmoker”, ultimo lavoro degli Sleep, dopo una prima pubblicazione non autorizzata su Rise Above/ The Music Cartel) che, prontamente, provvede a rendere nuovamente disponibile il disco.

Il resto è storia recente: il progetto prosegue per la sua strada, raggiungendo un ragguardevole status nel movimento metal, cambiando spesso bassista (ci sarà posto anche per Joe Preston, già con Melvins e Sunn 0))), in “Blessed Black Wings”, il loro terzo lavoro) fino all’arrivo di Jeff Matz, Matt passa dalla leggendaria Les Paul degli esordi ad una First Act a 9 corde progettata appositamente su sue speicifiche, mantiene sempre altissima la propria ispirazione fino a giungere al loro capolavoro defininitivo quest’anno con  “De Vermis Mysteriis”, per chi scrive, finora, disco metal dell’anno.

Versione Southern Lord (Arik Roper)

Sempre durante l’anno in corso, la Southern Lord decide di ristampare definitivamente  sia  “Dopesmoker” che a “The Art Of Self Defense” con due sontuose edizioni che rendono del tutto giustizia ai due lavori e che, soprattutto nelle versioni viniliche, saranno presto oggetto di pingui speculazioni su ebay. Va detto che sono oltremodo curate: la versione del classico degli High On Fire presenta infatti sia un ricco libretto con fotografie dell’epoca che un nutrito numero di tracce aggiuntive tra cui il 7″ con “The Usurper”/”Steel Shoe”, già presente nella versione Tee Pee, oltre a tre tracce in versione demo interessanti per valutare l’evoluzione del loro suono rimasterizzato a dovere per l’occasione da Brad Boatright.