Stefano “Edda” Rampoldi

Ludwig Van Eddohven

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Edda Live allo Spazio 211 10/02/2018

 

Sono quasi quasi tentato di rimangiarmi tutto quello che ho scritto su san remo, solo per far partecipare Edda e vedere le facce di pubblico e critici mentre canta uno dei suo testi: onestamente non avrebbe prezzo. Ma questo è un pensiero che scaccio via subito.

Dopo il suo disco capolavoro ovvero “Graziosa utopia” adesso è tempo di “Fru fru” e non  è stato amore a prima vista. Anche perché il precedente più che mai aveva creato un mare di aspettative, almeno per il sottoscritto. Ma quello che ha di bello Stefano  Rampoldi è che è imprevedibile e senza filtri (vedasi il suo delirante profilo facebook, una roba che vale la pena di iscriversi solo per seguirlo). Io, comune mortale, avevo avuto l’assurda arroganza di pensare di averlo capito, ingabbiandolo nelle mie aspettative. I due anni passati evidentemente mi avevano fatto scordare la sua personalità unica.

Durante il primo ascolto mi è partito un malevolo “ma che cazzo è ‘sta roba!”

E per un altro paio di volte la reazione non  è stata molto diversa. Perché il nuovo parto dell’ex- Ritmo Tribale è una tremenda accozzaglia pop-synth-funk. Proprio tremenda, con dei testi ancora più strampalati del solito, tanto che ipotizzare che sia tornato a farsi non sembra un’idea campata per aria (anche se non glielo auguro). Poi uno realizza che è pur sempre lui e che, al pensiero che stai schifando il suo nuovo lavoro, la sua reazione sarebbe una grossa risata.

Ed il senso ultimo di “Fru fru” è proprio questo: una grossa risata. Dopo l’autoritratto sofferto di “Semper Biot”, la radiografia al negativo di “Odio i vivi”, le coltellate da schivare di “Stavolta come mi ammazzerai” e la sublimazione lirico-musicale di “Graziosa utopia” ci aspetta una grossa risata. Forse l’evento tragico della morte della madre ha portato a questo: ad una disconnessione dalla serietà, dai temi pesanti come macigni che pure è stato in grado di trattare nei dischi precedenti (detto per inciso “Edda”, la canzone dedicata alla madre è l’eccezione che conferma la regola in questo lavoro). Forse semplicemente era tempo di mettersi in discussione e sfornare un’opera che spiazzasse tutti (o almeno me) nel suo comico nonsense dei testi e nelle scelte sonore spesso dancerecce ma mai scontate o volutamente ruffiane.

Per apprezzarlo devi lasciarti andare, dimenticare i dischi passati e realizzare che, ad un certo punto, ci sia bisogno di farsi una risata, di vedere che faccia fa la gente quando la spiazzi con dei testi pieni di bestialità (incesti, droga pesante ai minorenni, scene da film pornografico etc…) e tenuti insieme da una logica stralunata e che a malapena intuisci. A un certo punto è possibile che servano degli arrangiamenti fatti per essere ballati, con troppa elettronica rispetto a quanto sei solito fare. Quando realizzi tutto questo, ti ritrovi ad ancheggiare come uno scemo mentre sei in giro a passeggiare con il disco in cuffia e scusate se è poco.

Edda rimane comunque uno degli artisti più sinceri e veri del panorama italiano, il suo nuovo lavoro alla fine non ti si scolla dalla testa, anche se il modo con cui ci si appiccica assomiglia molto al modo con cui la carta igienica si attacca alla suola delle scarpe e se sapesse che sto scrivendo una cosa del genere probabilmente ne andrebbe fiero. Non si può non rendergli il dovuto omaggio. Grazie Edda.

saḿsāra-dāvānala-līḍha-loka!!!

Musica indipendente italiana

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La domenica pomeriggio Rai tre decide di dedicare uno speciale alla musica indipendente italiana. Quando me ne accorgo mi chiedo cosa aspettarmi dal servizio pubblico nazionale, non faccio in tempo a formulare un’ipotesi quando si concretizza davanti agli occhi l’ineluttabile.

Una lunga parata di bellimbusti dall’aspetto tutto sommato conformato ad uno standard, una serie di suoni, parole, musica… forse. Non salvo nessuno se non gli Zen Circus, i meno peggio, loro che, comunque, hanno un’ idea di che prezzo abbia realmente essere indipendenti, gente che si trova nel mucchio per caso, che non si arrende dal ’94. Inoltre un loro album ha un titolo altamente esplicativo del mio pensiero su quello che sto vedendo: andate tutti affanculo.

Scusate la brutalità. La musica indipendente italiana ha una spocchia, una puzza sotto al naso, una supponenza insopportabile. E, infatti, io non la sopporto: non sopporto gli Afterhours, i Marlene Kuntz, il Teatro degli orrori e nemmeno tutti gli altri messi in fila. Ricollegandomi al mio post precedente gli ultimi esponenti degni di attenzione ed adorazione sono rimasti i CSI, il punto più alto, poi il vuoto. O quasi.

Il “quasi” di cui sopra si chiama Stefano Rampoldi.

Edda. E’appena uscito il suo nuovo album “Graziosa utopia” ma ovviamente il tg3 non se ne avvede. Edda è scomodo, incostante, esplicito, incontrollabile, delirante e dolcissimo. Decisamente troppo per loro, per essere inquadrato, per essere pubblicizzato. Edda non ha paura. O forse ne ha troppa.

E’ uno che ha vissuto e non a parole. E’ uno che ha sbagliato e non per moda. E’ uno che si è esposto e non per esibizionismo. Soprattutto ha affrontato il suo inferno personale e si vede, si sente e si percepisce in ogni cosa che fa. Forse sono io ma mi sembra l’unico nel marasma ad essere sincero fino ad essere scomodo, come dovrebbe essere un vero indipendente.

Edda riesce a destabilizzare, a far pensare e a commuovere. Ve lo vedete un Agnelli (nome non citato a caso) che riesce a fare altrettanto? Davvero potreste sostenere che sia credibile? Siate seri…

Quando parte il brano d’esordio del suo ultimo disco, mi sento partire la pelle d’oca e nemmeno so perché.

Mi spezza in due l’anima in pochi minuti. E non posso farci nulla. “Spaziale” è un pugno allo stomaco che lascia senza fiato e senza parole, che non fa male ma mi rivolta come un calzino. Edda riesce a usare parole banali (“Tu finalmente tu/ E’ arrivato il nostro momento/ per fortuna che ci sei”)  e a contestualizzarle senza renderle odiose come fanno mille altri, in questo è un maestro (si veda anche “Tu e le rose” del disco precedente) e non è una cosa da tutti.

Ha un’anima grande e fulgida, costruita sulla vita. Il resto del disco scopritelo da solo o non fatelo affatto. Io me lo tengo stretto, ne ho bisogno. Ho bisogno di addentrarmi nella notte con le sue parole, ho bisogno di confrontarmi con le sue immagini, di rispecchiarmi nei suoi stati d’animo. Artista e pubblico: finalmente un rapporto autentico.

E anche se scrivo questo per non pensare ad altro, non lo rende meno vero.

Grazie Edda, davvero.

 

Coltellate

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Una volta esistevano i Ritmo Tribale, ammetto che non li ho mai ascoltati, perché avevano un cantante con il nome da femmina. E adesso faccio outing ve lo racconto: istintivamente la cosa mi disturbava, forse perché il mio nome ha la stessa ambivalenza, soprattutto dovuta a una cantante fatale che ormai ci ha lasciato da anni. Non avevo mai visto in questo modo nemmeno il mio di nome. Eppure, a volte ciò che cerchi di schivare torna indietro come un boomerang e ti colpisce in piena faccia.

Succede che un amico, fan del suddetto cantante in modo viscerale, mette una canzone on line e finalmente mi decido a dargli una chance, molti molti anni dopo. Mi disorienta, vi dico anche questo. La voce sembra avere su di se’ il peso ed il fascino delle esperienze sbagliate, di quelle che fanno comparire le rughe. Sono lì ogni volta che trema sommessamente, ogni volta che un refolo di raucedine fa capolino nei vocalizzi di Stefano Rampoldi.

Poi mi accorgo di una cosa: ascoltare la musica di Edda è come tentare di parare le coltellate a mani nude. Forse eviti i colpi più profondi, quelli ai centri vitali, ma le tue mani sono tutte un taglio, ed il sangue ti scorre caldo sulle braccia. Sembrava quasi di avercela fatta, poi non hai scampo. Quella voce ti inchioda, quel basso ti stringe nelle sue spire e non ti lascia scappare. Sulle braccia, scosse elettriche. Edda ha vinto: certe cose, non puoi sempre dirle per metafore. A volte non si può fare a meno della crudezza, come della schiettezza.

Questo disco mette a nudo l’animo con una semplicità disarmante. E’ coraggioso come oramai nessuno ha il coraggio di esserlo, sono convinto che Edda sia tornato per questo: per prendere fiato e gettarsi nella vita con coraggio e determinazione, incuranti delle coltellate.