Steuso

Musica come estasi

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Defilatomi da cotanto matrimonio (vedasi post precedente) in evidente stato di nausea spirituale e in compagnia di una buona dose di acidità di stomaco e di spirito che non smetterà di seguirmi ancora per qualche ora, torno a casa e, con una velocità superiore al normale, mi preparo per Mr. Cisneros e le sue valvole incandescenti. La connessione ad internet fa ovviamente le bizze e mi ci vuole una mezz’ora buona a connettermi e a prendere informazioni sul luogo del reato, il teatro colosseo a Torino. C’eravamo già stati per la verità (per il trentennale degli Einstürzende Neubauten), però essendo io assalito puntualmente da mille paranoie, devo sempre ricontrollare tutto mille volte, comunque alla fine ci riesco.

Raggiungo il mio partner in crime (che continuerò qui a chiamare Oltranzista come facevo sullo xerosignal n°1) che non ha tutta questa voglia di sbattersi fino a Torino, lo rincuoro dicendogli che siamo “a secco” ormai da mesi e che il sig. Cisneros vale la pena. Saltiamo sulla Panda 4×4 oramai fida compagna di avventure campestri e metropolitane e via verso nuove esplorazioni. Come concordato parcheggiamo nei pressi del Valentino dove, oltre al parchetto curatissimo, c’è anche una qualche disco-stunz frequentata dalla Torino bene. Infatti in capo a pochi minuti si presenta una di quelle limousine lunghissime di un disgraziato color rosa (!!!) dalla quale scendono allegre e festanti donzelle massimo ventenni vestite di tutto punto e pronte a rendere gloria ad una di loro che, evidentemente, compiva gli anni. La scena mi sembra surreale e alquanto grottesca ma, dopotutto, mi ricordo che sono un provinciale sfigato e accorro verso la meta.

Qui, dopo aver visto Mr. Cisneros consumare d’un fiato un caffè americano (per me è una bestemmia il caffè americano, se può interessare) appena corretto con il latte, vengo avvicinato dal tour manager (e dal batterista Emile Amos) che, sinceratosi che sapessi un minimo di inglese, mi chiede di dargli una mano perché nessuno si è ancora premurato di fargli pervenire i pass. Mi  verrebbe da rispondergli “Organization is what we do best, here!” ma mi astengo, parlo (sempre in inglese!) con una delle maschere finché il suddetto tour manager mi fa notare che avrei dovuto parlarle nella mia lingua madre 😀 e poi, classicamente, la cosa si risolve in una bolla di sapone perché i pass nessuno li ha (!!!) e comunque le maschere assicurano di aver memorizzato le loro facce (sì ma tutti gli altri??). Mah.

Sugli altri due “gruppi” ammetto di saper dire decisamente poco: Lichens mi esaspera da morire con i suoi suoni a bassa frequenza con sottofondo di colori psichedelici in movimento… dopo 2 minuti (massima resistenza possibile) ho già le orecchie che mi ululano “Uuuuuuuu” e vado al bar. Quindi con Demdike Stare me la prendo comoda ed entro dopo un bel pezzo dall’inizio della loro esibizione… il risultato non cambia molto: le immagini proiettate sembrano provenire dall’immaginario degli Electric Wizard piene come sono di satanassi e donzelle nude molto anni’70. Per questo mi strappano un minimo di simpatia in più, però la musica mette a dura prova la mia sopportazione con tutti quegli alinenanti campionamenti in loop e nessuno che si prenda la briga di imbracciare un maledetto strumento. Sarà anche bello ma decisamente non fa per me.

Chiaro che con gli OM è un’altra storia e, posso anche dirlo, finalmente!

La (Sempre più invidiata) strumentazione di Al Cisneros

Innanzitutto vorrei porre l’attenzione sulla strumentazione del bassista americano: rastrelliera di bassi Rickenbacker e conseguente amplificazione ampeg. Solo a vedere tutto quel ben di dio mi spunta un sorriso chilometrico. Poi il concerto… effettivamente il suono di Al è bellissimo, direi estremamente vicino all’idealità per quanto mi riguarda: tutto vibra attorno, ma non si tratta di una vibrazione molesta ed invasiva come potrebbe essere quella dei Sunn 0))), tutt’altro: è incredibilmente morbida e si armonizza perfettamente con l’ambiente circostante, personalmente mi comunica uno strano senso di armonia che perdurerà anche nelle parti maggiormente distorte del concerto.

Locandina di Steuso per “Musica come estasi”

Ammetto tranquillamente che io e l’Oltranzista siamo dei nostalgici riguardo agli OM, che vorremmo vedere ancora Chris Hakius seduto dietro il kit, con il suo stile sbracciato e potente, però occorre che rendiamo onore anche ad Emile Amos (Grails) probabilmente molto più professionale ma meno affascinante ai nostri occhi, che comunque sostiene i mantra bassistici del mastermind con una percussività nervosa e precisa, decisamente incastrata nel contesto. Le altre velleità strumentali vengono affidate ad un polistrumentista a noi ignoto che interviene con tastiere, chitarre e brani probabilmente campionati, nulla più che un mero figurante. Il concerto si svolge splendidamente, con un repertorio interessante: come detto i suoni soddisfano soprattutto a una certa distanza dal palco, e l’atmosfera si fa avvolgente e anche in qualche modo meditativa, secondo anche la filosofia adottata da Cisneros, molto addentro al settore spirituale delle cose ed anche alla meditazione propriamente detta. Se posso fare un appunto riguarda la durata piuttosto risicata dell’esibizione, avrei volentieri fatto a meno delle due esibizioni precedenti per uno o due brani in più… pur rimanendo comunque soddisfatto.

All’uscita ci accaparriamo il poster di Steuso di rito, stavolta un po’ sottotono nell’eccesso di autocitazioni: l’idea degli occhi sembra presa dal poster degli Electric Wizard, mentre quella della valvola da quello dei Neurosis, comunque è sempre una rappresentazione di un evento cui si è partecipato che è bello appendere al muro. Speriamo solo di non dover nuovamente digiunare così a lungo in futuro!

OM e ospite
OM: Al Cisneros e Emile Amos
OM: Al Cisneros e Emile Amos
Al Cisneros

Mi scuso per la pessima qualità delle foto, stavolta anche peggio del solito: la sala era praticamente buia ed il palco piuttosto distante anche alla prima fila!

La musica illustrata

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La grafica ha da sempre accompagnato la musica, fin da quando i singoli finivano per essere raccolti in Lps e questi necessitavano di una copertina, ma sicuramente anche prima, musica e immagini hanno camminato assieme nel percorso affascinate dell’evocazione, delle sensazioni.

Ultimamente la tendenza è andata anche oltre, grazie ad artisti assolutamente dotati come i nostri malleus o steuso che hanno prestato il loro talento ed i loro inchiostri alle locandine dei vari concerti, cui, in alcuni casi, mi sono onorato di partecipare e acquistare, riempiendo le pareti della mia stanza con la loro bravura e vena artistica.

Tuttavia oggi è soprattuto egli americani che voglio trattare, in particolar modo di Jacob Bannon e John Blaizley.

Il cantante dei Converge, da Salem Massachussets, oltre a fornire elegantissimi artwork per le copertine (ed il merchandising) degli albums della band madre, lavora assiduamente anche per altri gruppi, con uno stile in grado di far confluire tecniche come la fotografia e l’uso dell’aerografo con risultati assolutamente epressivi e vibranti, perfettamente in linea con l’espressività di un gruppo sicuramente intenso e, per certi versi, sorprendente come i Converge. Attivo su svariati fronti, con molti progetti collarterali, l’etichetta deathwish e l’attività grafica, Mr. Bannon sembra, magicamente, trovare il tempo per tutto.

In attesa di dare continuità allo splendido “Axe To Fall” del 2009, con un disco probabilmente in uscita nell’anno in corso dal titolo non ancora sicuro di “All we love we leave behind” il nostro continua la sua attività nei campi più disparati, mantenendo un livello qualitativo francamente alla portata di pochi.
Mi permetto di proporre un brano tratto dal loro ultimo (capo) lavoro.

Own these dire nights
Own their seething lies
Own my damage, own my sears
They paint a broken life’s shattered art

And time won’t turn
My wretched world

John Baizley invece proviene da Savannah, Georgia e già il nome di questa città dovrebbe evocare qualcosa in voi, visto che ultimamente è la patria dello sludge avendo dato i natali a gruppi come Mastodon e Kylesa, per i quali, tra l’altro, ha curato l’artwork di “Static Tensions”. Il suo stile, rispetto a quello di Jacob Bannon, è decisamente più classico usando mezzi più tradizionali come chine, inchiostri, tempere e avendo come evidente punto di riferimento l’art noveau e, in particolare, Alphonse Mucha.

Da sempre piuttosto refrattario a fornire spiegazioni circa i testi del suo gruppo, come a proposito del significato delle sue illustrazioni, Baizley risulta essere una specie di mosca bianca (chissà perchè mi vengono in mente i Tool) in un mondo dove probabilmente ormai tutti sanno tutto di tutto anche grazie a quella macchina da informazione che è internet… il suo gruppo ha da poco fatto uscire un interessante doppio CD che, nella migliore tradizione cromoterapica (i dischi dei Baroness si intitolano con il nome dei colori), si intitola “Yellow and Green” e rapprensenta una energica sterzata verso territori di più facile ascolto rispetto al passato, senza snaturarne troppo l’attitudine. Da buon lemming, sono giorni che questa canzone non mi esce dalla testa…

…And what you did next
Was second to none
You really let us down…