Steve Von Till

Boredom has come to town

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Ad una certa età non saper ciò che si vuole è grave, se non proprio pericoloso. A volte sembra di essersi rammolliti. La città dove vivo l’ho odiata profondamente quando ero un adolescente, adesso mi ci sento a casa, vorrà pur dire qualcosa. Di preciso non saprei. Il punto è che quando sei adolescente necessiti di informazioni ed internet non c’è sempre stato, anche se sembrebbe di sì.

Vivere in un bastardo posto è dura quando ancora non sai bene chi sei. Quando hai fame di conosenza e di esperienza, quando vuoi metterti continuamente alla prova, per capire chi sei e come ti rapporti con l’esterno. Sembra che manchi l’aria ed anche la possibilità di esprimersi, sembra che non ci sia spazio per le tue idee soprattutto se rifiuti di accettare il fatto che la maggiorparte della gente non la pensa come te. E’ un maledetto labirinto. E ti senti asfissiare.

La nostra mi appariva come la città della noia. La città dei vicoli senza uscita. Nonostante tutto c’è sempre stato un calamitone sulle nostre teste che ci ha impedito di andarcene. Personalmente ho sempre pensato che Morrisey cantasse anche di noialtri in “Everyday is like sunday” e poi sognato di fughe fantastiche a Camden Town, Gamla Stan, Staré Město… e chissà dove altro.

Eppure sono rimasto a stringere i denti, disperarmi e provare cose a me stesso. Non è stata proprio vigliaccheria, ma nemmeno si può dire che io abbia fatto poi così tanto per andarmene. Per un qualche motivo, a un certo punto, ha smesso di pesarmi, ho smesso di andare dritto contro un muro. Non ci avrei scommesso un centesimo e ce ne è voluto di tempo. Ma è successo.

Inconsciamente ho mandato tutto al diavolo. Ha smesso di importarmi. Ho deciso di fare altro.

E quel che faccio adesso è semplicemente provare a vivere. Ebbene ho la presunzione di credere di sapere in parte chi sono e quel che voglio. Dopo di che molte delle cose che mi facevano struggere e soffrire hanno smesso di farlo (o lo fanno molto meno), dopo di che ho smesso di dover provare qualcosa a me stesso ogni due secondi. Respiro profondamente, cerco il coraggio e bramo l’esperienza.

Prendi ogni decisione nel giro di sette respiri. Tratta le questioni importanti con leggerezza, dà importanza alle questioni leggere.

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Rituali

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Recarsi ad un qualsiasi concerto, per quel che mi riguarda, significa seguire precisi rituali, anche scaramantici. I biglietti rigorosamente in mano, gli anfibi d’ordinanza (i pestoni fanno un male cane), la maglietta da indossare, salvo inusuali eccezioni, di un gruppo diverso da quello che sto andando a vedere (e possibilmente con poca attinenza al medesimo), il viaggio pianificato (mappe, GPS, serbatoio pieno, info sulle condizioni della strada etc…), macchina fotografica, tappi auricolari, cappello anti-scottatura se il concerto è all’aperto: insomma ci siamo capiti.

Non mi curo delle proteste di chi non capisce l’utilità dei tappi, posso solo consigliare un concerto dei Sunn 0))) senza e fare tanti auguri! Personalmente non mancano mai da quando, dopo il mio primo concerto, rimasi tre (3) giorni con un fastidiosissimo fischio continuo nelle orecchie… quindi, sì sì fate pure i fighi e non indossateli, ma niente udito, niente rock’n’roll. Vi rimangono il sesso e la droga: peccato che, per il primo, vi necessiti un’altra persona (e non lo darei per scontato), per la seconda, la vostra salute possa risentirne. Io rimango per il libero arbitrio ma tengo in considerazione anche il fatto che, se divento sordo, mi tocca disfarmi dei miei gioielli sonori e questa è una eventualità che non deve assolutamente presentarsi. Poi assistere al concerto con la maglietta del gruppo che suona è una cosa troooppo scontata quindi niente da fare, non mi piace confondermi nella folla e mi è anche capitato di attaccare dei bottoni interessanti grazie alle magliette fuori luogo.

Un’altra cosa fondamentale è organizzare gli spazi: le tasche devono assolutamente bastare per tutto. Ricordo bruttissimi momenti legati ad aver introdotto uno zaino ad un concerto, se iniziano le ondate di folla, la gente tende ad appendersi e a tirarti verso il baratro nella speranza che tu sia solido. Io, di mio, mi reputo abbastanza solido ma, una volta, mi sono ritrovato con una pletora di energumeni attaccati alla schiena e son finito sotto. A parte lo spettacolo grottesco di centinaia di arti inferiori che ti sovrastano, diciamo che tendi ad asfissiare ed hai la terribile sensazione di inalare aria ma non ossigeno! Inoltre non riesci a trovare la forza di tirarti nuovamente in piedi. Non ti resta che sperare in una qualche anima pia che allarghi la folla e ti allunghi la mano per tirati in piedi. Io la mia l’ho trovata: era ad un concerto dei Cure.

Neurosis
Neurosis

Tutto questo per dire che giovedì prossimo suoneranno questi signori vicino a Linate ed io non ho in mano i biglietti, non so chi venga e non mi sono organizzato per nulla. Sarà una cosa dell’ultimo momento, sperando che il fido compare, o magari qualche altra strana creatura, non disdegni di accompagnarmi. Visto il calibro del gruppo in oggetto direi che potrei anche fare l’insano gesto ed andarci da solo, ma sicuramente non sarebbe la stessa cosa… in certi casi (e con certi gruppi) il bassistico duo non dovrebbe dividersi… l’ultima volta siamo andati assieme ed è andata così:

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=L8-dVY9EIaI]

direi che non è il caso di rompere ulteriormente le tradizioni!

Neurosis: “Honor Found In Decay”

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Neurosis 2012

Ai suma da bun! Ci siamo davvero! Recensire il nuovo disco di uno dei gruppi che maggiormente stimi, è davvero un’impresa simile ad attraversare un campo minato, è sicuramente qualcosa che ti mette a dura prova. Soprattutto se hai fatto di tutto per restare impermeabile alle altre recensioni che hai letto, se ti ci sei messo di impegno per cancellare dalla mente l’affetto che provi per i personaggi coinvolti, se ti sforzi di non tener conto delle emozioni incredibili che sono stati in grado di regalarti su disco e, a maggior ragione, dal vivo.

Dopo cinque anni, l’attesa era palpabile, l’ansia giustificabile. In seguito ad aver letto recensioni non sempre positive, approcciarsi al disco incuteva un certo timore perché essere delusi da un gruppo è come venire traditi da un amico, dopo riconquistarsi la fiducia è dura. Invece “Honor Found In Decay” è un disco che, seppure ascoltato ancora poche volte, mi convince e mi soddisfa. I detrattori siano avvertiti, non è poco, perché da un gruppo come i Neurosis ci si aspetta che mantengano gli standard ad un livello adeguato e così hanno fatto. Quando uscì “Given To The Rising” pensai che si stessero adagiando sugli allori, che ormai fossero soddisfatti del loro sound, che non avessero più nulla da dimostrare: era il classico disco dei Neurosis bello, in certi momenti (“The Water Is Not Enough” per dirne una) sublime, ma con qualche dubbio di fondo, circa il fatto che il percorso evolutivo straordinario che li aveva contraddistinti fin dagli anni ’90 avesse raggiunto la sua meta finale, rivelando una band eccelsa ma probabilmente un tantino statica.

Intendiamoci: stravolgimenti assoluti non ce ne sono ed è proprio stato questo uno dei fattori che mi ha fatto innamorare del gruppo: hanno una profonda coscienza della loro identità musicale e la mantengono ferma, muovendosi attorno ad essa. Ed è esattamente ciò che il nuovo disco fa e che era un po’ venuto a mancare nel precedente. Se siete fan soprattutto dei lavori come “Through Silver In Blood” o “Times Of Grace”, per non parlare dei precedenti, e pretendete un ritorno a quella formula roboante e fantastica resterete delusi e ben vi sta. Questo è forse il disco più accessibile dei Neurosis, è forse il loro lavoro che più di ogni altro ti permette di addentrarti maggiormente al suo interno, quello che oppone meno resistenza, senza dimenticarsi però che una volta dentro al loro immaginario sei in loro potere. Un po’ come fecero i russi con Napoleone, lo fecero entrare facendo terra bruciata dietro alla loro ritirata e lo lasciarono in balia del “generale inverno”. Adesso tanti auguri, scambiatela per debolezza e saranno problemi vostri.

Se da una parte ricorrono alla psichedelia, ai momenti acustici anche figli delle carriere solistiche del duo Kelly/Von Till e concedono più spazio alle tastiere di Noah Landis dall’altra il loro immaginario greve ed apocalittico non accenna a far filtrare il sole, non concede nulla alla speranza di un orizzonte meno plumbeo ed oppressivo, non arretrano di un millimetro. Le chitarre si prestano alla tattica ed aspettano nell’ombra che si presenti l’occasione giusta per assaltare l’ascoltatore, ci sono imboscate ovunque nello svolgersi dell’oretta nella quale sarete in loro balia. Non intendo aggiungere altro, se volete testarne la consistenza l’intero disco è in streaming nel sito del Roadburn Festival, un altro evento al quale sogno di partecipare, praticamente da quando esiste… peccato che non sia affatto semplice!

30 Ottobre 2012

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Un nuovo disco dei Neurosis viene, a prescindere, salutato dalla monoredazione di xerosignal come un evento che, nella fattispecie, si materializzerà nella data sovraindicata. Registrato agli Elelctrical Audio Studios di Chicago dal divin prodttore Steve Albini… personalmente sono in ferventissima attesa….

Neurosis: Honor Found In Decay

Nel frattempo mi ripasso le immagini del loro concerto-capolavoro a cui ho avuto occasione di assistere l’anno passato allo spaziale festival a Torino il 20 Luglio:

B-R-I-V-I-D-I !!!

Steve Von Till: “Looking For Dry Land”

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A lonely man on the mountain looks down at what he sees
All those who lie beneath him and the station of his peak
He cannot bear the weight of being so high
An island unto himself clouds obscure the sky

Looking for dry
Looking for dry land
Waiting for
His ship to come in

A worried man at the river stares across to the other side
To the risks he won’t afford and the failures he can’t hide
The levee can’t hold back the flood, the banks start to breach
He surrenders himself to the flow while the crossing lies just out of reach

Looking for dry
Looking for dry land
Waiting for
His ship to come in

A broken man in the ocean, drawn in by its sound
Clinging to the shallows afraid of going down
Sings a shanty of his life in a dialect now gone
His compass points away from himself the constellations move on

Looking for dry
Looking for dry land
Waiting for
His ship to come in

Però non ho mai detto che a canzoni, si fan rivoluzioni, si possa far poesia…

(Non l’hai mai detto, ma di sicuro l’hai pensato)

Ancora cinque canzoni su di me

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Nel passaggio da splinder, sono andati persi anche i testi delle canzoni che tenevo a lato del template… di “You Can’t Kill Rock ‘n’Roll” di Ozzy Osbourne e Randy Rhoads ho già parlato ma, oltre a questa c’erano 4 canzoni più una che, tra le altre, avevo scelto per parlare di me:

1. Negazione “Niente”: Inno adolescenziale, di un ragazzo che si sente diverso, furente e poco incline a riconoscersi nei modelli esterni proposti da quanto lo circonda, anzi li odia proprio… “Per tutto questo solo ed unicamente odio”! Da qualche parte ho ancora tutta quella rabbia…

2. Sepultura “Inner Self”: Canzone leggermente più matura, si affaccia la consapevolezza del sé “Non conformity in my inner self, only I rule my innerself”!

3. Alice In Chains “Nutshell”: La consapevolezza aumenta e comincia a far male “If I can’t be my own I’d feel better dead”.

4. Nine Inch Nails “Hurt”: La consapevolezza si fa autodistruttiva “I focus on the pain, the only thing that’s real”, solitaria “everyone I know, goes away in the end” , ineludibile “try to kill it all away, but I remember everything” e intransigente “You are someone else, I am still right here”.

5. Steve Von Till “Breathe”: Il brano aggiunto. Questa canzone è legata all’estate disastrosamente calda del 2003 e ad una delle poche sincere dimostrazioni di amicizia che io abbia mai avuto in anni, un’ ancora di salvezza anche da me stesso. Grazie Steve e grazie a chi era con me. “A lifetime is too long to sleep” cercherò di ricordarmene…