Swans

La maledizione dei dischi dell’anno continua!

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Abracadabra
Abracadabra

Analizziamo i fatti con calma: un altro anno sta per essere lasciato alle spalle… ed è stato un anno personalmente iniziato male, ma nel quale il finale potrebbe riservare delle sorprese. Ciò che non dovrebbe sorprendere è che sono le 17 e 24 minuti di un martedì freddo e sono chiuso in una camera a guardare il soffitto senza lo straccio di un’idea su cosa scrivere per riempire lo spazio vuoto di una pagina digitale su questo blog. Non dovrebbe sorprendere nemmeno che, alla fine, ricada nell’errore di proporre la classica lista dei dischi di fine anno, praticamente una tradizione di ogni musicofilo che si rispetti.

A cosa serve? Non so… a me a ricordarmi dei dischi che ho amato durante l’ultimo anno e anche a disperarmi cinque minuti dopo averla postata per aver dimenticato questo o quel gruppo, una sorta di esercizio mentale, quasi masochistico. A voi a confrontarvi con le scelte del sottoscritto se trovate un senso nel farlo, altrimenti a riempire i commenti di pernacchie ed insulti dei quali vi sono grato fin d’ora.

Esordio dell’anno: Black Moth: “The Killing Jar”– Mi sono affezionato a questi ragazzi albionici prodotti da Jim Sclavunos… mi piace il loro rock nato dagli Stooges e dai Black Sabbath, pieno di buone premesse per il futuro. We hail you… Black Moth!!

…appena fuori dalla top ten: Enslaved:”Riitiir”– Decisamente un gruppo dal quale non si può prescindere questi norvegesi di Bergen, sia nel loro retaggio vichingo e blackmetallaro degli esordi che nel loro attuale viaggio introspettivo e progressivo con destinazione le nebulose e lo spazio interstellare ma senza dimenticare la madrepatria. La formula si consolida!

10. Unsane: “Wreck”– Io sono uno di quelli che si portano il gruppo newyorkese nel cuore, che si farebbe tatuare da Vinnie Signorelli, guidare per la città da Chris Spencer e che prenderebbe lezioni di basso da Dave Curran. Il loro ritorno non può che essere salutato ossequiosamente su queste pagine. Urbani, disturbati e con i nervi a pezzi: questi sono gli Unsane!

9. Melvins Lite: “Freak Puke”– Un’altra leggenda per il sottoscritto che ritorna in una veste inedita e “Lite” con Trevor Dunn (John Zorn, Mr. Bungle e Fantômas) al (contrab)basso. Giocano con il jazz ed i suoni vintage, con le spazzole e le batterie d’annata… possono legittimamente ostentare un menefreghismo senza limiti e rimanere fedeli a loro stessi, un gruppo al di sopra del bene e del male, un matrimonio artistico Dale/Buzz che supera agevolmente i 25 anni… Hats off, Mr. Rip-off!

8. Godspeed You! Black Emperor: “Allelujah! Don’t Bend! Ascend!”– Sovversivi dalla progressione facile, colmano rapidamente anni di silenzio con due canzoni maratona e due umanamente più corte. Personalmente mi sono mancati. La magia attraversa il tempo e si rinnova, fino al prossimo posto di blocco…

7. Deftones: “Koi No Yokan”– Un altro ritorno, anche se non avevano mai abbandonato le scene, però un disco di questa portata mancava almeno dal disco omonimo se non proprio da “White Pony”… un ritorno alla forma di un tempo che scalda il cuore e lascia spazio ai sogni. Intensi ed emozionanti, così ce li ricordavamo e così sono tornati…

6. Baroness: “Yellow And Green”– Con un sentitissimo augurio per una pronta ripresa dell’attività spezzata da uno sciagurato incidente stradale lo scorso agosto, accogliamo nella top ten il gruppo georgiano. Un doppio CD, che in parte tiene conto del retaggio sludge, ma che sviluppa maggiormente la parte prog e sperimentale soprattutto nell’episodio giallo…

5. Pallbearer: “Sorrow And Extinction”– Un esordio in classifica è cosa rara, ma onore al merito: il doom non ha mai avuto così bisogno di forze fresche e di dischi come questo. Se è difficile innovare in questo contesto è altrettanto vero che la tradizione, se trattata con personalità ed intelligenza, continua ad avere il suo fascino!

4. Swans: “The Seer”– In tema di ritorni fruttuosi un posto d’onore lo meritano senz’altro gli Swans di mr. Michael Gira, che qui si avvale addirittura della vecchia compagna Jarboe. “The Seer” è il disco della compiutezza degli Swans, dove tutte le anime del gruppo trovano spazio e convivono in armonia, dalle inquietudini industriali alle incursioni acustiche. Un lavoro mastodontico e impegnativo per chi l’ha concepito e per chi ne dovrà fruire… ma con un fascino enorme.

3. High On Fire: “De Vermis Mysteriis”– Matt Pike e soci sono probabilmente fra i gruppi fieramente heavy metal quelli più sottovalutati. Questo disco ha guidato ha lungo la classifica per quest’anno prima che i due nomi che seguono mettessero a segno due dischi superlativi. Tuttavia ciò non deve distrarre dal considerare il lavoro di Matt e soci: nonostante l’età di servizio elevata se l’heavy metal ha un futuro lo si deve a loro.

2. Converge: “All We Love We Leave Behind”– Ancora una volta sul podio, con i Converge è inevitabile. Sono un gruppo decisamente troppo avanti per personalità e coesione, in grado di modellare l’hardcore come nessun altro può anche solo ambire a poter fare. Dietro la furia, la passione e la perizia rendono questo gruppo inarrivabile.

1. Neurosis: “Honor Found In Decay”– Direte che sono di parte e io scrollerò semplicemente le spalle. Questo è IL disco dell’ anno. Dopo che la loro evoluzione sembrava essere giunta ad un punto morto, hanno ripreso in mano la loro carriera con una maestria incredibile e se ho parlato forse in toni un po’ tiepidi al tempo di questo disco era solo perché bisognava farlo crescere con gli ascolti. Recuperano venature sonore dalle carriere solistiche del duo Von Till/Kelly, si aprono solo all’apparenza ad una maggiore accessibilità e ribadiscono la loro ispirazione… adesso non resta che augurarsi il loro imminente ritorno dal vivo, con la curiosità del dopo Josh Graham…


Swans: “The Seer”

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Swans Live

Una notte sfregiata dall’insonnia e trascorsa a districarsi tra un incubo e l’altro sembra il prologo perfetto per mettersi ad ascoltare gli Swans, mi va di correre il rischio di passare una giornata le braccia dell’angoscia più nera.

Ma tale possibilità non si verifica. la sera prima, passata in involontaria solitudine, svogliatamente davanti al video tra serial killers e regno di Francia, deve aver fatto scattare qualche oscuro meccanismo, innescato qualche malsana bomba che poi è esplosa a dovere durante la notte. Pazienza, tanto vale completare il viaggio all’inferno.

I cigni sono maestosi, sono bellissime creature con un cattivo temperamento

Credo che Michael Gira non avrebbe potuto trovare parole migliori per descrivere il suo gruppo, il cui ritorno sulle scene tre anni or sono è sicuramente uno di quelli in grado di far ritrovare ai sostenitori l’entusiasmo di un tempo. Soprattutto, dovendo trovare una parola per descrivere l’approccio alla formazione, gli Swans sono una cosa: impegnativi. Nel verso senso del termine: l’ascolto di un loro disco può risultare meraviglioso (“The Daughter Brings The Water”) eppure estenuante al tempo stesso (“The Seer”), ti costringe a resistere alle loro bordate post-industriali come a commuoverti alle loro ballate pregne di un sinistro lirismo, fulgido e abbagliante. Ficcano il naso nei tuoi incubi più disturbanti come nell’amore più dolce che tu sia mai stato in grado di provare, accarezzano e devastano. In pochi, oggi come oggi, si sognerebbero di presentarsi sul mercato con un doppio CD con, al suo interno, ben tre canzoni che sfondano (è proprio il caso di dirlo) il tetto dei 15 minuti, eppure loro sono dell’avviso che l’arte non debba essere limitata in alcun modo… e lo sono anche io.

E’ una creatura ambiziosa questo veggente, un disco che difficilmente possa essere accolto in malo modo da chiunque si sia avventurato in quella selva oscura che è la mente di Michael Gira. Perché è più che evidente che in questo eterogeneo rimescolare lungo e affascinante come un tunnel senza fine ci siano anima e corpo di persone in grado di lanciare oltre le porte della percezione il loro spirito artistico. Un concentrato di anime, un’ amalgama di spiriti, una matassa di sensazioni che ambisce ad essere dipanata con pazienza e perizia, quasi che questa operazione serva da mantra mentre si scoperchiano zone oscure e luminose del nostro io. Sia esso avvolto in un incubo guerrafondaio come in “The Apostate” dove inquietanti sirene fanno da sottofondo alle percussioni delle mitraglie, oppure occupato a soffocare un amore privato di un destinatario come nella precedente “A Piece Of The Sky” o magari strida di sofferenza come in “Ave. B Blues”.

Questo disco, col suo turbinare di inferno e paradiso, sembra una sorta di Divina Commedia musicale e, sebbene con le dovute proporzioni, necessita di un severo lavoro di studio e interpretazione per poterne suggere il nettare per l’anima. Un’ imponente cerimonia degli opposti che genera visioni che non tutti sono ancora preparati per ricevere.

Blut Aus Nord: “777-Cosmosophy”

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Blut aus Nord, Vindsval

Premessa: I prossimi posts si muoveranno in un ambito decisamente estremo, visto che dopo il nuovo lavoro di Blut Aus Nord, ho intenzione di parlare di Converge e Serpentine Path. Nell’ordine: Post black metal avanguardistico e di stampo pseudo industriale, post Hardcore senza compromessi e Doom metal marcio e sulfureo… roba per palati robusti, insomma.

Post black metal avanguardistico e di stampo pseudo industriale… sì sì non temete, so essermi reso ridicolo, con questa definizione! del resto sfido chiunque a caratterizzare con le parole la proposta del mastermind francese Vindsval, da sempre a capo (se non l’unico membro, all’inizio) dell’inclassificabile ensable francese…

La Francia non è mai stata particolarmente conosciuta per la sua inclinazione metallica, eppure ha dato talora vita a progetti interessanti come i Blut Aus Nord o i futuristici Gojira. Partiti come gruppo black metal, i nostri si sono accorti, come altre compagini (Ulver, Virus, Ephel Duath), di quanto il genere sia diventato la parodia di se stesso e si dono mossi verso altri lidi, ampliando anche notevolmente i loro orizzonti. “777- Cosmosophy” è la terza parte (e la più riuscita, secondo me) di una trilogia nella quale il gruppo d’oltralpe sembra aver investito tantissimo. E se nei due capitoli precedenti, l’ispirazione non sempre li aveva supportati a dovere, con questo terzo capitolo si può dire che abbiano centrato il bersaglio.

Di black metal qui è onestamente difficile scorgerne, il disco si muove su coordinate dilatate che contemplano l’influenza di gruppi come Jesu, Swans o, in un angolo, i nostrani Vanessa Van Basten. Sembrano la colonna sonora di un film fatto di immagini algide, spoglie di colori e di calore che si susseguono atone eppure inquietanti, stranianti eppure seducenti. Rumori, percussioni asettiche, voci distanti eppure imponenti, chitarre taglienti e rotonde al tempo stesso. Il disco ideale nel quale perdersi e smarrire la cognizione di se stessi, superato il timore iniziale.