Torino

Pugno

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Pugno sost. m. s.: Giocando a nascondino o a qualsiasi altro gioco giovanile, dicesi pugno la richiesta di una pausa per forza di causa maggiore, madre che richiama il figlio, ferite accidentali, arrivo di un’automobile, scorrettezze varie palesate.

Non so quanti, ai giorni nostri siano ancora a conoscenza di questa vecchia definizione dello status di “pugno” ma questa volta devo chiedere pugno. Perché venerdì sera allo spazio 211 mi sono accorto di aver preso una cantonata. Il concerto in questione è quello dei romani Zu.

Se pensate che la componente nostalgica abbia avuto il sopravvento, posso rispondere con un laconico forse. il punto è che è stato un concerto di un’intensità rara ed io avrei dovuto saperlo che loro sono essenzialmente una live band, uno di quei gruppi che, dal vivo, rendono infinitamente di più che su disco, in fondo era solo la settima volta che li vedevo. Infatti li si aspettava al varco, loro e ovviamente il nuovo arrivato Gabe Serbian alla batteria. Lo so che non sono stato esattamente entusiastico nell’accogliere la sua venuta, dopo averlo visto suonare devo fare mea culpa, ed uno piuttosto grosso.

Forse non avrà l’estro e l’eclettismo di Mr. Battaglia, ma è selvaggio e dannatamente intenso. Di più: ha personalità da vendere. Non che l’avessi giudicato male in senso assoluto, piuttosto mi domandavo se fosse quello giusto, in realtà non è giusto o sbagliato è… diverso. Lo so che detto così suona come quando si cambia partner e si vuol fare i diplomatici. Non c’è diplomazia stavolta. Il loro suono si è trasformato e, se prima era obliquo, asimmetrico e difficile da far quadrare, in qualche modo, adesso è una mazzata in faccia.

Se, parlando del disco, mi sono permesso di rilevare che sembra molto più dilatato rispetto a predecessori, ora, parlando del concerto, non posso che dire che sono intensi al limiti dell’asfissia. Tolgono il fiato, hanno azzerato i fronzoli, forse sono meno ricercati e strutturati, ma sono una vera macchina, un assedio, una stretta al collo.

Tanto per essere ironici a un certo punto il nuovo arrivato perde una bacchetta in direzione del sottoscritto, il quale torna a casa con un souvenir di colui del quale aveva dubitato… come dire: hai ancora qualcosa da obbiettare, scettico? No no, per carità… PUGNO!!!

Gabe Serbian, Con mille scuse!
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Siamo ancora qui!

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Se consideriamo che l’anno si è aperto assistendo a due concerti in due giorni,non possiamo lamentarci. Il bassistico duo è passato attraverso l’apatia per due sere e poi è tornato a nascondersi nell’ombra di lavori quotidiani, malattie da raffreddamento e routine impossibili da eludere se non per lo spazio di due recipienti colmi di malto fermentato e luppolo.

Siamo arrivati al 2015, qualsiasi cosa sia successa altrettanti anni or siamo. Non fa alcuna differenza in realtà, potrebbe essere un numero qualsiasi ma siamo qui e sebbene sfiniti dal quotidiano, siamo ancora in grado di ritagliare qualche attimo al di fuori dalla consuetudine dei nostri giorni feriali.

Ironico che per farlo si debba guardare al passato. L’Hiroshima mon amour è un locale storico di Torino, che oggi ospita  un altrettanto storico ospite. Mauro Guazzotti, in arte MGZ. Per me è rimasto per un bel pezzo una sorta di giullare indefinito che seguiva i Negazione in tour… fin quando arrivai ad ascoltare un suo brano… e allora capii che era molto di più.

Era un pazzo! Subito le basi simil-techno mi misero a disagio, il problema è che ovviamente mi prendevo troppo sul serio. Anche perché quando ascoltai il testo mi fu tutto chiaro, ovvero che dovevo lasciar perdere i pregiudizi e farmi una risata. E la risata mi avrebbe seppellito, non mi avrebbe più lasciato. Grande MGZ, fa piacere sapere che sei ancora qui anche tu (e che ai tuoi concerti ci si diverte come matti…).

MGZ @ Hroshima Mon Amour 23/01/2014
MGZ @ Hroshima Mon Amour 23/01/2014

Il giorno dopo, senza soluzione di continuità, tocca agli Obituary: più di un anno fa ho finanziato il loro rientro discografico e direi che, a questo punto, fosse il caso di controllare l’investimento. Su disco finalmente sembrano aver ritrovato la vena, dopo un paio di lavori un po’ sotto tono. Cambiano bassista e chitarra solista e ritornano in grande spolvero. Sono invecchiati decisamente poco dall’ultima volta: John Tardy ha messo su pancia, ha la barba che imbianca eppure rimane una delle voci che indiscutibilmente hanno segnato il mondo della musica pesante. Per Donald Tardy non c’è vecchiaia che tenga, quando si siede sul suo sgabello a petto nudo e cappellino da redneck fa lo stesso effetto del terremoto. Poi c’è il nostro idolo Trevor Peres… dalla carnagione chiara e le occhiaie scure, non ha ancora perso uno dei suoi capelli (lunghissimi) e tantomeno ha preso ad imbiancare. Macina i suoi riffs accordato più basso di un abisso in totale adorazione dei primi Celtic Frost più catacombali. Il piatto è servito.

Ci perdiamo i gruppi di supporto in favore di una rinfrescante dose di cervogia, ma poi individuo l’amplificatore di Trevor e mi ci metto davanti. E oggi come ieri sembrano ancora gli anni ’90. Nostalgici certo, ma anche dannatamente concreti, dopo tutti questi anni. E’ impossibile accontentare tutti i fan, come non cedere alla blasfemia al microfono… eppure perché non cedere alla tentazione di pensare che il tempo non sia mai passato, nonostante Frank Watkins si sia perso nel nulla e Allen West nell’alcool. Lunga vita ai redneck, prima o poi mi farò un giro in Florida e sui vostri simpatici ventoloni che scivolano sull’acqua!

Obituary @ Rock'n'roll arena Romagnano Sesia (NO)
Obituary @ Rock’n’roll arena Romagnano Sesia (NO)

American Nightmare

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The Misfits, quelli veri!

“American Nightmare” calza molto meglio di “Halloween”, lo so che giorno è oggi però credo che descriva meglio ciò che la festa di Ognissanti sia diventata da qualche anno a questa parte. I Misfits invece direi che sono una scelta obbligata per la giornata odierna e a ben pensarci anche per loro l’idea dell’incubo americano si adatta piuttosto bene, visto che ormai sono diventati una sorta di incubo farsesco ad opera del bassista-culturista Jerry Only. Sul vinile invece non si discute, anche se il picture disc sa un po’ troppo di moderno… non si può avere tutto.

I Misfits, quanta nostalgia. Ovviamente un tempo non era come adesso con tutto a disposizione via internet. Se avevi fortuna li conoscevi, come il sottoscritto, grazie alle versioni degli odiati metallica (sempre e più che mai m minuscola) di “Last Caress” e “Green Hell”, poi tanto i dischi non saresti mai e poi mai riuscito a procurarteli in provincia e restavi lì con una cocente curiosità insoddisfatta. Fortunatamente si cresce e si va al Poli a Torino e, invece di studiare, si va in esplorazione nei vari negozi di dischi a cercarne l’effige ed il Crimson Ghost che  finirà tragicamente per apparire in mille accessori da lì a pochi anni, molto fashion, devo dire… trattenendo a stento il profondo disgusto.

Ma viva i Misfits ora e sempre!!! Prima te li duplica un compagno metallaro (su c-90 marca scotch-3m) che non smetterai mai di ringraziare abbastanza, incurante del fatto che presto si volatilizzerà col tuo CD live dei No Means No (gran nome e gran gruppo, converrete!), poi saccheggi i suddetti negozi del capoluogo regionale spendendo in dischi ottici ciò che sarebbe servito a mantenerti un mese, finendo per dire addio non solo alle serate ai murazzi, ma anche ad un’alimentazione decente: se non è essere un fervente

Freddy Krueger

sostenitore questo! I Misfits e la loro musica fieramente ignorante, registrata in cantina e devota all’horror da quattro soldi eppure maledettamente efficaci ed impossibili da non prendere in simpatia: probabilmente sono i signori assoluti dei motivetti diabolici di cui si discuteva qualche post or sono… mi sono ritrovato a canticchiare le varie “Some Kinda Hate”, “London Dungeon”, “Skulls” e tutte le altre nelle situazioni più assurde!  A loro la mia devozione e la mia stima: siete stati veramente unici!

Per completezza, prima di andare, mi corre l’obbligo di confessare che la scelta di “American Nightmare” ha anche a che fare con la mia sfera personale visto che sono diverse notti che mi sveglio in preda al disagio ed all’angoscia causa sogni tristi e tetri. Sto iniziando seriamente ad aver paura a prendere sonno, esattamente come quei giovincelli che temevano da morire di addormentarsi per incontrare questo signore qui… se non è “American Nightmare” questo…

Bergen-Torino, solo andata.

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Bergen, Norway

Il cielo sopra Bergen è mutevole, soffre il respiro rabbioso dell’oceano, si anima di un’instabilità isterica, inquieta ed ispirata nel mutare scenario rapidamente. Il cielo sopra Bergen non offre sicurezze né punti di riferimento, tanto meno appigli, eppure si illumina come un viso ai raggi di luce. Occorre plaudere alla pioggia, resistere al sole, lasciarsi stravolgere dal vento. Non offrire resistenze ai mutamenti che irrompono senza riguardo alcuno. Bergen non conosce pace, non reclama stabilità: si snoda in mille stradine uncinate, si aggrappa alla montagna ed alla foresta e si abbandona all’oceano, alla sua imponente presenza che permea ogni angolo.

Da questa cittadina, in passato patria di Edvard Grieg, provengono gli Enslaved, anche loro in procinto di fare uscire un disco nell’anno di grazia 2012, perché, a questo punto, di anno di grazia trattasi, senza dubbio.

Confesso di non aver mai avuto una particolare simpatia per il Black Metal, non amo particolarmente il cantato in screaming, le chitarre stridule e soprattutto i riferimenti satanici che ormai fanno pena più che infondere terrore.

Dio, e Satana di riflesso, sono argomenti sfruttati fino all’osso e soprattutto tendenzialmente sterili, visto che nessuno è mai riuscito, né probabilmente riuscirà, a dimostrarne l’esistenza e considerato che rifuggo dalla dottrina cristiana ben più che millenaria e radicata nella mia cultura, non vedo come possano uno o più gruppi musicali indurmi ad abbracciare un nuovo credo, per altro anch’esso dogmatico e costrittivo.

Fatta questa precisazione, apprezzo moltissimo gli Enslaved. Similmente al clima della loro città sono riusciti a non fossilizzarsi in un unico stile, in una sola tonalità di colore più o meno tendente al nero. Se all’inizio si potevano accodare al carrozzone black metal, seppur con forti influenze e richiami alla cultura vichinga e norvegese, sono andati via via avvicinandosi ad una dimensione più personale e meno definita e definibile, rivendicando la loro personalità ed arrivando a creare un suono inimitabile. Ormai solo le parti vocali fungono da forte richiamo al passato, adesso ogni loro composizione si anima  e muta piacevolmente forma, con una trasformazione assolutamente armonica, mutuata dal progressive.

Quando uscì il loro disco “Axioma ethica odini”, nel 2010, camminavo per il parco del Valentino a Torino, con l’autunno come orizzonte e una pioggia lieve a rispecchiare il mio stato d’animo. In quel momento il cielo era grigio ed immoto, presto sarebbe scesa l’oscurità su di me… avrei dovuto essere pronto, eppure l’ oscurità che ancora non mi abbandona. Le loro parole risuonavano in me, aiutandomi a trovare la forza per non essere vulnerabile e farmi sovrastare dagli eventi, possibilmente pronto ad accorrere, pronto a sacrificarmi, pronto a reagire…

Hold on, don’t fade away
Don’t be afraid to bleed, afraid to dream
Let the elders enlighten the path
They have cried for you, died for you

Autunno al parco del Valentino

Il nuovo “RIITIIR” esce dopodomani:

Tempo di concerti

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Incrociando tutto l’incrociabile, sabato si romperà un lungo digiuno da concerti che perdura fin dalla data primaverile dei Corrosion Of Conformity a Romagnano Sesia lo scorso 13 aprile. Era tempo: l’estate è trascorsa tra occasioni perdute e promesse non mantenute, su tutte l’ex-MiOdi organizzato su settimana in un locale noto per il suo menefreghismo nei confronti di chi deve tornare a casa presto come il circolo Magnolia di Milano-Linate (hanno molti altri meriti, comunque) e lo Spaziale Festival organizzato da un locale un tempo assolutamente lodevole come lo Spazio 211 di Torno. Ebbene, secondo il sindacabilissimo parere di chi scrive,  il locale sta precipitando paurosamente in termini di concerti: se l’anno scorso c’era un signor concerto come main event (Neurosis, Ufomammut, Rosetta) quest’anno era una tristezza infinita nonostante I Tre Allegri Ragazzi Morti e i Linea 77 (io li davo per sciolti!).

Steuso – Electric Wizard – Torino – 2011 (oggi nella mia camera)

Eppure il posto meritava… e parecchio! Lì ho avuto  la possibilità di vedere Thrones, Ovo, Suffocation, Unsane e Scott Kelly come solista tra gli altri ma, soprattutto, i fantastici Electric Wizard! Mancati più e più volte a causa delle distanze insormontabili (Padova!?) delle loro precedenti date. Alfieri inossidabili del doom metal imparentato con lo stoner più estremo, con gli horror movies degli anni ’70, dotati di una sorta di simpatia per il diavolo dettata forse più dalla loro passione per l’immaginario esoterico- fumettistico- cinematografico che per una reale fede, per tacere di un singolo come “Legalize drugs and murder” che credo la dica lunga anche sulle altre attività didattiche del gruppo tenuto a battesimo da Lee Dorrian e dalla sua Rise Above Records.
Brutti ceffi, senza dubbio, se non fosse per l’angelica presenza della chitarrista Liz Buckingham che rappresenta da sola un’ inaspettata ventata di bellezza in un tal contesto, nonostante abbia avuto la sventurata (per noialtri, ovvio) idea di sposare Jus Osborne cantante e chitarrista del suddetto complesso di energumeni.

Ebbene siamo al 10 marzo dello scorso anno, piove che dio la manda ma, grazie alla prevendita, saltiamo di slancio la coda imprecante di gente all’esterno… forse il locale è un tantino poco capiente per l’evento, il gruppo britannico si vede costretto a rinunciare alle proiezioni che avevano accompagnato le loro precedenti esibizioni, ci sono le colonne che limitano la visibilità e quando il locale si riempie stiamo stretti. Oltretutto nelle prime file, a un certo punto, qualcuno da in escandescenze e si accende qualche tafferuglio… ok, ne abbiamo passate di peggio in condizioni simili.

Le valvole cantano che è una bellezza! Nonostante il vecchio, glorioso, repertorio sia messo un po’ troppo in ombra (ovviamente noi vecchi fan, ci aspettavamo una sorta di compendio di “Come my fanatics” e “Dopethrone” alla faccia della venuta di Liz e delle nuove canzoni!), il mantra valvolare procede con la viscosità di un magma incandescente e letale al di fuori di coni sovraccarichi e valvole roventi, per tacere della strumentazione che farebbe innamorare chiunque abbia a cuore certe sonorità. E’ appena uscito il nuovo “Black Masses” -che, ovviamente, io ed il mio compare ci siamo accaparrati in versione vinilica ultralimitata con poster, toppa e quant’altro-  e quindi è più che normale che il concerto rifletta questo momento storico, e noi, alla fine, ce ne facciamo una ragione. Lasciamo che le canzoni scorrano inesorabili e sature, che la folla ondeggi cullata dalla distorsione e che il gruppo dia il meglio di sé nonostante il “carburante”, sul palco almeno, si limiti a delle squallide moretti in lattina, probabilmente disgustose. Magari il concerto dura un po’ troppo poco, forse hanno fatto di meglio, però la sezione ritmica tiene alla grande e i due coniugi risultano senz’altro un’accoppiata vincente!

Adesso dita incrociate fino a sabato!

Jus Osborne e Tas Danazoglou, 10/03/2011 Spazio 211, Torino
Liz Buckingham, 10/03/2011 Spazio 211, Torino
Shaun Rutter, 10/03/2011 Spazio 211, Torino
I coniugi Osborne, 10/03/2011 Spazio 211, Torino

Pensavate di fare a meno delle mie foto, vero??

La fonte di ispirazione

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Ad un certo punto ho sentito la mancanza. La mancanza di una vibrazione sulla pelle, di un muro del suono che si abbatte su di me con un tremore inaudito ed inesorabile, l’odore dolciastro del ghiaccio secco, la conseguente nebbia impenetrabile accostata al buio, le figure incappucciate che, a tratti, emergono dalla coltre violentata dalle note.

I Sunn 0))) sono un’esperienza incredibile la cui testimonianza dal vivo sicuramente non può lasciare indifferenti, li si ami o li si odi. Personalmente propendo per la prima ipotesi, anzi la verità è che sono stati assunti a icona dal bassistico duo che in tre occasioni ha potuto testimoniarne il devastante lirismo.

La prima occasione al Lokomotiv a Bologna (primo giugno 2009), una trasferta come non ne affrontiamo da tempo ci porta al cospetto di Stephen O’Malley e Greg Anderson: fu un’esperienza indimenticabile. All’esterno banchetti chiedono la firma per lo scarico delle responsabilità per l’udito (!) e uno di noi, non dirò chi ma non sono io, scrisse sconcerie al posto della firma… all’interno, per celebrare l’anniversario, dei grimrobe demos, un muro di amplificatori ci da il saluto… e più tardi l’onda d’urto!!! E che onda! A nessun concerto ho più sentito i peli su braccio vibrare, né i vestiti tremare, tanto meno osservato gente premersi le mani sui padiglioni auricolari in preda al terrore! Inutile adesso negarne il fascino… le sinistre figure dei due (assolutamente nessun ospite in questa esibizione) emergono solo per brevi tratti dalla nebbia al ghiaccio secco, trovandomi a due passi dal palco ammetto di aver tentato di disattivarne una, sul più bello, quando stavi pensando di vedere qualcosa fsssss… e la nebbia copriva tutto un’altra volta! Un’esperienza davvero difficile da rendere a parole ma sufficiente per capire che dal vivo la proposta acquista tutto un altro significato, solo lontanamente intuibile su CD. E’ una cerimonia che si perpetua ed evoca una sorta di trance valvolare, quasi una porta che si apre su nuovi mondi, che ti fa essere ad un passo dal ritenere che la realtà esterna possa essere annullata per l’intera durata del concerto. Una celebrazione assoluta del momento estetico creativo, hic et nunc!

Completamente conquistati dal duo decidiamo che merita una seconda trasferta questa volta addirittura all’estero, si scollina a Losanna (CH), precisamente al Luff underground film & music festival dopo più di quattro mesi. Questa volta gli svizzeri ci forniscono gentilmente i tappi auricolari all’esterno senza farci firmare niente. L’ambiente all’esterno è quanto mai variegato tra mimi che ti danno volantini, sale cinematografiche e librerie finiamo per chiederci dove diavolo si tenga il “concerto”, avendo quasi la tentazione di rivolgere tale domanda ad Attila Csihar che si aggira furtivo in mezzo a quella baraonda. Il concerto si tiene nel seminterrato e, stavolta, è meno intransigente avendo come fulcro il nuovo disco Monoliths & Dimensions. Come detto c’è Attila Csihar ed anche Steve Moore oltre al duo che decide di inondare decisamente di meno il pubblico di fumo. Ci sono due enormi armadi a catturare la nostra attenzione, al lato del palco con dei ventoloni che girano al loro interno, abbiamo passato qualche mezz’ora in seguito a chiederci che diavolo potessero essere (un impianto per la refrigerazione valvolare, sembrava la cosa più accreditata…) per poi scoprire che si trattava di due Leslie, una sorta di hammond giganteschi. Chiaramente la cascata di watt non si fa attendere, nonostante sia in misura minore rispetto alla devastante data di Bologna, Attila -verso la fine- si presenta sul palco con dei costumi improbabili e Steve fa una grande fatica a farsi sentire, ancora una volta siamo assolutamente conquistati, nonostante ci tocchi una nottata a dormire al gelo di una modesta auto parcheggiata in un non meglio identificato paesino elvetico. La mattina comunque ci ripaga dell’assiederamento con una splendida alba sul Gran San Bernardo.

L’ultima volta, dopo aver suonato nei posti più assurdi (la famosa dømkirke di Bergen che ho anche avuto la fortuna di visitare, tra gli altri), tocca alle ex-carceri di Torino. La cornice è suggestiva: il concerto si svolge in una sala nella quale sono convogliati i vari bracci della struttura, anche questa volta ghiaccio secco e vibrazioni la fanno da padrone ed il concerto fa assumere al posto un’aura assolutamente unica e speciale. Adesso sarebbe decisamente ora di un nuovo lavoro e di nuovi, susseguenti concerti, dopo Neurosis e Converge, l’appetito vien mangiando!!!

Ed ecco le mie modestissime fotografie (notare, ove possibile, l’amplificazione):

Sunn 0))) Lokomotiv Bologna 2009
Sunn 0))) Lokomotiv Bologna 2009
Greg Anderson, Luff Underground Film & Music Festival, Losanna 2009
Stephen O’Malley, Luff Underground Film & Music Festival, Losanna 2009
Attila Csihar (!!!) Luff Underground Film & Music Festival, Losanna 2009
Sunn 0))) ex carceri le nuove, Torino 2011: Il pubblico sulle balaustre.
Stephen O’ Malley, ex carceri le nuove, Torino 2011
Greg Anderson rende omaggio al vino italiano, ex carceri le nuove, Torino 2011