Torino

Indipendenza dichiarata

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Se la parola “indipendente” ha mai assunto un qualche significato quando si tratta del mondo della musica, questo significato si deve, in massima parte, a tutte le persone che fieramente si sono costruite da sole la propria etichetta discografica al di fuori delle logiche corporative e di affari.

Sia sempre lode e gloria a voi etichette indipendenti, solo voi sapete quanta fatica sta dietro al vostro lavoro, quanto impegno e quanta dedizione siano necessari a portare avanti un progetto senza contare su uffici stampa e promoter prezzolati, infischiandosene (o quasi, pure loro devono restare in vita!) delle logiche di mecato massive, delle mode e delle tendenze commerciali.

La madre di tutte voi, mi sento di dirlo, è la Dischord Records, l’etichetta dei mai troppo celebrati Fugazi, di Ian MacKaye e tutti gli amici suoi. Proprio in questi giorni è circolata la notizia del grande rifiuto dei nostri di riunirsi dietro compenso. Ian si è limitato a dire che gli sembrava più un’ attestazione di stima che una reale offerta, quindi ringrazia per le belle parole ma non ritiene che ci sia nulla da prendere in considerazione. Ciao ciao Ted Leonsis, il quale dal canto suo, dichiarò che avrebbe offerto dei soldi a nome della band alle principali associazioni di carità locali ma poi non ha nemmeno insistito troppo: forse non ci credeva fino in fondo.

Di quando in quando, è risaputo, i nostri si incontrano ancora per suonare. Lo fanno per loro stessi. In anni e anni il loro telefono ha squillato tantissime volte: dall’altra parte del filo etichette maggiori, impresari, agenzie di promozione di vario tipo… tutte le loro proposte sono sempre state rispedite al mittente, sia per riformare il gruppo, sia per assorbire l’etichetta.

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Joe Lally e Brendan Canty

Questi ragazzi iniziarono presentandosi di tipografi con copertine di LP “smontate” e gli chiesero se potevano farne di similari, poi se le incollarono da soli, cominciando a prendere contatti per far stampare i vinili.  Iniziarono in questo modo e finirono per vendere circa 4 milioni di dischi in tutto il mondo. La loro esperienza è stata fonte di ispirazione per tantissime altre realtà nella musica indipendente, la dimostrazione che l’impegno e la passione pagano. E, alla fine, anche l’integrità morale.

Dalla fine dei Fugazi hanno avuto origine alcune altre compagini e, tra queste, The Massthetics che ereditano dalla band madre la sezione ritmica ovvero Joe Lally e Brendan Canty. Si tratta di un trio, completato alla chitarra da un nerdissimo Anthony Pirog, dedito a composizioni musicali che si muovono da qualche parte tra il rock ed il jazz, senza una parola cantata. Ad un primo ascolto si rimane un po’ interdetti, ma lentamente le loro canzoni si insinuano nell’apparato uditivo come un accompagnamento cangiante nei toni e nell’umore, ed alla fine entrano. E sono un bel sentire.

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Anthony Pirog

Personalmente quest’ anno ricorre l’anniversario della prima (ed unica) volta che vidi il gruppo di Washington D.C., nel 1999 appunto al Leoncavallo. Inutile dire che fu un evento storico che aprì le porte ad una serie di concerti che perdura ancora oggi. Per 5000 lire avevi l’opportunità di assistere ad un concerto indimenticabile, due ore e più di musica (chi diavolo è che, ad oggi, suona ancora per due ore!?) suonata con un’intensità incredibile pescando da quasi tutto il repertorio dei quattro. Una roba da libidinosi sonori. Ne uscii con una cassettina registrata clandestinamente e le costellazioni di stelle negli occhi. Più tardi, una volta scoperto che molti loro concerti erano disponibili in rete, mi scaricai l’intero concerto che, a mia insaputa, era stato a sua volta catturato.

E così il capitolo si chiuse. Fino all’altra sera quando, dopo 25 anni, ho rivisto Joe e Brendan allo Spazio 211 di Torino. In realtà Joe l’avevo già visto qualche anno fa alla gloriosa associazione “Perché no?” di Verbania (un posto che rimane consegnato alla storia) dove suonò assieme agli Zu… però era decisamente un contesto diverso.

Credo che tutti quelli dell’ambiente Dischord siano persone che, per i loro meriti artistici e non, potrebbero tranquillamente peccare di superbia con chiunque. Invece sono umili, semplici e con i piedi per terra: Joe e Brendan sono esattamente così, tranquilli ed alla mano… li vedi da come si mischiano alla gente, da come ti sorridono, da come salgono sul palco. E, a parte la musica, quest’attitudine ti colpisce: fanno sembrare tutto naturale e semplice… hanno un’aura da belle persone, anche se non li conosco, non so come dirlo altrimenti, quindi non uso giri di parole.

Il concerto fila via liscio, concreto e coinvolgente. Come dicevo, loro a parte, il chirarrista è un prototipo di secchione dello strumento, suona circondato da effetti sui quali mette le mani in continuazione e a tratti pare pure una versione dimagrita di Verdone. Però nulla da dire su come suona:  il suo compito è ricamare su quello che gli altri due costruiscono e, probabilmente, gli elementi jazz sono un suo retaggio. Non c’è traccia di nostalgia o elementi che possano eccessivamente rimandare alla band madre, vivono di vita propria con una personalità ben definita pur essendo, in parte, le stesse persone.  Era la prima esibizione in terra italiana ed è stato un privilegio assistervi e dimenticare la quotidianità per tutta la durata del concerto.

La Dischord (ed i Fugazi) appartengono alla storia, ma la fiamma è accesa, arde e freme e spero che non smetta mai.

10 anni dopo Carboniferous: la vera eccellenza italiana!

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Vista la pochezza dell’offerta musicale attuale, spesso si è costretti a guardare indietro per trovare dei lavori che veramente abbiano rappresentato un significativo apporto alla causa della musica. Su “Carboniferous” degli Zu mi auguro non ci siano dubbi. Dopo dieci anni i romani tornano a riproporre quello che, probabilmente, risulta essere il loro lavoro più popolare dal vivo e l’occasione è clamorosa perché alla batteria torna a sedere, dopo anni di defezione, il Signor Jacopo Battaglia. Un mostro di bravura, stile, potenza e tecnica. Ho visto gli Zu con almeno tre batteristi diversi e, per quanto tutti bravi, Jacopo è IL loro batterista e non si discute.

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Personalmente non ho mai avuto ben chiare le motivazioni della scissione, tuttavia solo rivederlo dietro ai tamburi mi rincuora, vederlo agitarsi con le bacchette in mano, mi rimette in pace con il mondo. Quanto ci sei mancato Jacopo. Alla fine gli avrei anche fregato le bacchette, ma  mi son trovato davanti la batteria e mi sembrava di profanarla. Ci ha comunque pensato una ragazza, senza troppe remore reverenziali.

Tutto questo, forse, andava scritto alla fine. Questo è stato un concerto voluto, bramato, inseguito fin dall’annuncio, dato con mesi di anticipo. Lo Spazio 211 (locale cui siamo affezionati da anni dopo averci visto Suffocation, Unsane, Electric wizard, Neurosis, Isis et cetera) finalmente si risolleva da un torpore atarassico e propone una serata degna di questo nome (magari poi vedremo se presenziare anche per The Messthetics di fugaziana sezione ritmica).

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Gli Zu, come i Sunn 0))) o gli Einstürzende Neubauten, sono un gruppo che VA VISTO DAL VIVO. I dischi vanno bene, ben fatti anche dal punto di vista estetico, ma la fisicità di un loro live è un’altra cosa. Sono di un’intensità senza pari o quasi. Suonano per circa un’ ora e non fai nemmeno in tempo ad accorgerti di quanto siano bravi talmente ti lasciano senza fiato. Seguirli mentre suonano ipnotizza e la musica diventa una scheggia impazzita che rimbalza da ogni parte mentre tu tenti di seguirne invano la traiettoria come farebbe un gatto con un puntatore laser. Ed il bello è che, come nel caso del felino, ti sembra la cosa più emozionante del mondo. Come per gli altri due gruppi citati in precedenza, la mia sensazione, quando si assiste ad una loro esibizione, è quella di essere trasportato in un altrove fantastico dove, per la durata del concerto, esistono solo la musica, lo stupore e la meraviglia. Qualcosa di molto vicino al concetto di felicità. Se non proprio ad uno stato di grazia.

Basterebbe questo per parlare del concerto di ieri sera. Esibizioni come le loro ti ricordano perché ami così tanto la musica, cosa di essa ti smuove così tanto l’anima. E’ qualcosa che, se non lo provi, non lo puoi spiegare. Ma è dannatamente reale.

Stasera Jacopo è loquace: presenta i brani come se fossimo a sanremo e l’ospite Stefano Pilia risulta, senz’altro, un gradito inserimento… poi ad un certo punto dichiara “questa è l’ultima volta che sentite Carboniferous a Torino” gettando tutti nello sconforto. Finché un valoroso lo prende in contropiede “Vi aspettiamo a Grugliasco!!!!”. Anche a Biella, quando volete!

Postilla: Questo post era nato come un immenso pippone sul fatto che i concerti di grandi dimensioni sono pessimi: costano un sacco di soldi, sono male organizzati, spesso con suoni indecorosi e gruppi bolliti da seguire magari solo su megaschermo, asfissiati da troppa gente che se va bene poga, se va male ti prende a pestoni o a spintoni senza conoscere il passato glorioso del gruppo. Il tutto adesso viene reso ulteriormente inaccettabile con biglietti vip il cui prezzo rasenta la follia, per non parlare del bagarinaggio legalizzato del secondary ticket. Dopo aver assistito ai Sabbath sull’ asfalto nel ’98 ho chiuso con festival e megaconcerti… in giro c’è di molto meglio e alla fine se la gente non lo capisce, peggio per loro. Del resto quando continui a seguire un gruppo nonostante abbia usufruito dell’illegalità per poi scagliarsi contro di essa e nonostante 25/30 anni di dischi pessimi, te li meriti i metallica a 90€ (o anche dippiù).

Pugno

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Pugno sost. m. s.: Giocando a nascondino o a qualsiasi altro gioco giovanile, dicesi pugno la richiesta di una pausa per forza di causa maggiore, madre che richiama il figlio, ferite accidentali, arrivo di un’automobile, scorrettezze varie palesate.

Non so quanti, ai giorni nostri siano ancora a conoscenza di questa vecchia definizione dello status di “pugno” ma questa volta devo chiedere pugno. Perché venerdì sera allo spazio 211 mi sono accorto di aver preso una cantonata. Il concerto in questione è quello dei romani Zu.

Se pensate che la componente nostalgica abbia avuto il sopravvento, posso rispondere con un laconico forse. il punto è che è stato un concerto di un’intensità rara ed io avrei dovuto saperlo che loro sono essenzialmente una live band, uno di quei gruppi che, dal vivo, rendono infinitamente di più che su disco, in fondo era solo la settima volta che li vedevo. Infatti li si aspettava al varco, loro e ovviamente il nuovo arrivato Gabe Serbian alla batteria. Lo so che non sono stato esattamente entusiastico nell’accogliere la sua venuta, dopo averlo visto suonare devo fare mea culpa, ed uno piuttosto grosso.

Forse non avrà l’estro e l’eclettismo di Mr. Battaglia, ma è selvaggio e dannatamente intenso. Di più: ha personalità da vendere. Non che l’avessi giudicato male in senso assoluto, piuttosto mi domandavo se fosse quello giusto, in realtà non è giusto o sbagliato è… diverso. Lo so che detto così suona come quando si cambia partner e si vuol fare i diplomatici. Non c’è diplomazia stavolta. Il loro suono si è trasformato e, se prima era obliquo, asimmetrico e difficile da far quadrare, in qualche modo, adesso è una mazzata in faccia.

Se, parlando del disco, mi sono permesso di rilevare che sembra molto più dilatato rispetto a predecessori, ora, parlando del concerto, non posso che dire che sono intensi al limiti dell’asfissia. Tolgono il fiato, hanno azzerato i fronzoli, forse sono meno ricercati e strutturati, ma sono una vera macchina, un assedio, una stretta al collo.

Tanto per essere ironici a un certo punto il nuovo arrivato perde una bacchetta in direzione del sottoscritto, il quale torna a casa con un souvenir di colui del quale aveva dubitato… come dire: hai ancora qualcosa da obbiettare, scettico? No no, per carità… PUGNO!!!

Gabe Serbian, Con mille scuse!

Siamo ancora qui!

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Se consideriamo che l’anno si è aperto assistendo a due concerti in due giorni,non possiamo lamentarci. Il bassistico duo è passato attraverso l’apatia per due sere e poi è tornato a nascondersi nell’ombra di lavori quotidiani, malattie da raffreddamento e routine impossibili da eludere se non per lo spazio di due recipienti colmi di malto fermentato e luppolo.

Siamo arrivati al 2015, qualsiasi cosa sia successa altrettanti anni or siamo. Non fa alcuna differenza in realtà, potrebbe essere un numero qualsiasi ma siamo qui e sebbene sfiniti dal quotidiano, siamo ancora in grado di ritagliare qualche attimo al di fuori dalla consuetudine dei nostri giorni feriali.

Ironico che per farlo si debba guardare al passato. L’Hiroshima mon amour è un locale storico di Torino, che oggi ospita  un altrettanto storico ospite. Mauro Guazzotti, in arte MGZ. Per me è rimasto per un bel pezzo una sorta di giullare indefinito che seguiva i Negazione in tour… fin quando arrivai ad ascoltare un suo brano… e allora capii che era molto di più.

Era un pazzo! Subito le basi simil-techno mi misero a disagio, il problema è che ovviamente mi prendevo troppo sul serio. Anche perché quando ascoltai il testo mi fu tutto chiaro, ovvero che dovevo lasciar perdere i pregiudizi e farmi una risata. E la risata mi avrebbe seppellito, non mi avrebbe più lasciato. Grande MGZ, fa piacere sapere che sei ancora qui anche tu (e che ai tuoi concerti ci si diverte come matti…).

MGZ @ Hroshima Mon Amour 23/01/2014
MGZ @ Hroshima Mon Amour 23/01/2014

Il giorno dopo, senza soluzione di continuità, tocca agli Obituary: più di un anno fa ho finanziato il loro rientro discografico e direi che, a questo punto, fosse il caso di controllare l’investimento. Su disco finalmente sembrano aver ritrovato la vena, dopo un paio di lavori un po’ sotto tono. Cambiano bassista e chitarra solista e ritornano in grande spolvero. Sono invecchiati decisamente poco dall’ultima volta: John Tardy ha messo su pancia, ha la barba che imbianca eppure rimane una delle voci che indiscutibilmente hanno segnato il mondo della musica pesante. Per Donald Tardy non c’è vecchiaia che tenga, quando si siede sul suo sgabello a petto nudo e cappellino da redneck fa lo stesso effetto del terremoto. Poi c’è il nostro idolo Trevor Peres… dalla carnagione chiara e le occhiaie scure, non ha ancora perso uno dei suoi capelli (lunghissimi) e tantomeno ha preso ad imbiancare. Macina i suoi riffs accordato più basso di un abisso in totale adorazione dei primi Celtic Frost più catacombali. Il piatto è servito.

Ci perdiamo i gruppi di supporto in favore di una rinfrescante dose di cervogia, ma poi individuo l’amplificatore di Trevor e mi ci metto davanti. E oggi come ieri sembrano ancora gli anni ’90. Nostalgici certo, ma anche dannatamente concreti, dopo tutti questi anni. E’ impossibile accontentare tutti i fan, come non cedere alla blasfemia al microfono… eppure perché non cedere alla tentazione di pensare che il tempo non sia mai passato, nonostante Frank Watkins si sia perso nel nulla e Allen West nell’alcool. Lunga vita ai redneck, prima o poi mi farò un giro in Florida e sui vostri simpatici ventoloni che scivolano sull’acqua!

Obituary @ Rock'n'roll arena Romagnano Sesia (NO)
Obituary @ Rock’n’roll arena Romagnano Sesia (NO)

American Nightmare

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The Misfits, quelli veri!

“American Nightmare” calza molto meglio di “Halloween”, lo so che giorno è oggi però credo che descriva meglio ciò che la festa di Ognissanti sia diventata da qualche anno a questa parte. I Misfits invece direi che sono una scelta obbligata per la giornata odierna e a ben pensarci anche per loro l’idea dell’incubo americano si adatta piuttosto bene, visto che ormai sono diventati una sorta di incubo farsesco ad opera del bassista-culturista Jerry Only. Sul vinile invece non si discute, anche se il picture disc sa un po’ troppo di moderno… non si può avere tutto.

I Misfits, quanta nostalgia. Ovviamente un tempo non era come adesso con tutto a disposizione via internet. Se avevi fortuna li conoscevi, come il sottoscritto, grazie alle versioni degli odiati metallica (sempre e più che mai m minuscola) di “Last Caress” e “Green Hell”, poi tanto i dischi non saresti mai e poi mai riuscito a procurarteli in provincia e restavi lì con una cocente curiosità insoddisfatta. Fortunatamente si cresce e si va al Poli a Torino e, invece di studiare, si va in esplorazione nei vari negozi di dischi a cercarne l’effige ed il Crimson Ghost che  finirà tragicamente per apparire in mille accessori da lì a pochi anni, molto fashion, devo dire… trattenendo a stento il profondo disgusto.

Ma viva i Misfits ora e sempre!!! Prima te li duplica un compagno metallaro (su c-90 marca scotch-3m) che non smetterai mai di ringraziare abbastanza, incurante del fatto che presto si volatilizzerà col tuo CD live dei No Means No (gran nome e gran gruppo, converrete!), poi saccheggi i suddetti negozi del capoluogo regionale spendendo in dischi ottici ciò che sarebbe servito a mantenerti un mese, finendo per dire addio non solo alle serate ai murazzi, ma anche ad un’alimentazione decente: se non è essere un fervente

Freddy Krueger

sostenitore questo! I Misfits e la loro musica fieramente ignorante, registrata in cantina e devota all’horror da quattro soldi eppure maledettamente efficaci ed impossibili da non prendere in simpatia: probabilmente sono i signori assoluti dei motivetti diabolici di cui si discuteva qualche post or sono… mi sono ritrovato a canticchiare le varie “Some Kinda Hate”, “London Dungeon”, “Skulls” e tutte le altre nelle situazioni più assurde!  A loro la mia devozione e la mia stima: siete stati veramente unici!

Per completezza, prima di andare, mi corre l’obbligo di confessare che la scelta di “American Nightmare” ha anche a che fare con la mia sfera personale visto che sono diverse notti che mi sveglio in preda al disagio ed all’angoscia causa sogni tristi e tetri. Sto iniziando seriamente ad aver paura a prendere sonno, esattamente come quei giovincelli che temevano da morire di addormentarsi per incontrare questo signore qui… se non è “American Nightmare” questo…

Bergen-Torino, solo andata.

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Bergen, Norway

Il cielo sopra Bergen è mutevole, soffre il respiro rabbioso dell’oceano, si anima di un’instabilità isterica, inquieta ed ispirata nel mutare scenario rapidamente. Il cielo sopra Bergen non offre sicurezze né punti di riferimento, tanto meno appigli, eppure si illumina come un viso ai raggi di luce. Occorre plaudere alla pioggia, resistere al sole, lasciarsi stravolgere dal vento. Non offrire resistenze ai mutamenti che irrompono senza riguardo alcuno. Bergen non conosce pace, non reclama stabilità: si snoda in mille stradine uncinate, si aggrappa alla montagna ed alla foresta e si abbandona all’oceano, alla sua imponente presenza che permea ogni angolo.

Da questa cittadina, in passato patria di Edvard Grieg, provengono gli Enslaved, anche loro in procinto di fare uscire un disco nell’anno di grazia 2012, perché, a questo punto, di anno di grazia trattasi, senza dubbio.

Confesso di non aver mai avuto una particolare simpatia per il Black Metal, non amo particolarmente il cantato in screaming, le chitarre stridule e soprattutto i riferimenti satanici che ormai fanno pena più che infondere terrore.

Dio, e Satana di riflesso, sono argomenti sfruttati fino all’osso e soprattutto tendenzialmente sterili, visto che nessuno è mai riuscito, né probabilmente riuscirà, a dimostrarne l’esistenza e considerato che rifuggo dalla dottrina cristiana ben più che millenaria e radicata nella mia cultura, non vedo come possano uno o più gruppi musicali indurmi ad abbracciare un nuovo credo, per altro anch’esso dogmatico e costrittivo.

Fatta questa precisazione, apprezzo moltissimo gli Enslaved. Similmente al clima della loro città sono riusciti a non fossilizzarsi in un unico stile, in una sola tonalità di colore più o meno tendente al nero. Se all’inizio si potevano accodare al carrozzone black metal, seppur con forti influenze e richiami alla cultura vichinga e norvegese, sono andati via via avvicinandosi ad una dimensione più personale e meno definita e definibile, rivendicando la loro personalità ed arrivando a creare un suono inimitabile. Ormai solo le parti vocali fungono da forte richiamo al passato, adesso ogni loro composizione si anima  e muta piacevolmente forma, con una trasformazione assolutamente armonica, mutuata dal progressive.

Quando uscì il loro disco “Axioma ethica odini”, nel 2010, camminavo per il parco del Valentino a Torino, con l’autunno come orizzonte e una pioggia lieve a rispecchiare il mio stato d’animo. In quel momento il cielo era grigio ed immoto, presto sarebbe scesa l’oscurità su di me… avrei dovuto essere pronto, eppure l’ oscurità che ancora non mi abbandona. Le loro parole risuonavano in me, aiutandomi a trovare la forza per non essere vulnerabile e farmi sovrastare dagli eventi, possibilmente pronto ad accorrere, pronto a sacrificarmi, pronto a reagire…

Hold on, don’t fade away
Don’t be afraid to bleed, afraid to dream
Let the elders enlighten the path
They have cried for you, died for you

Autunno al parco del Valentino

Il nuovo “RIITIIR” esce dopodomani:

Tempo di concerti

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Incrociando tutto l’incrociabile, sabato si romperà un lungo digiuno da concerti che perdura fin dalla data primaverile dei Corrosion Of Conformity a Romagnano Sesia lo scorso 13 aprile. Era tempo: l’estate è trascorsa tra occasioni perdute e promesse non mantenute, su tutte l’ex-MiOdi organizzato su settimana in un locale noto per il suo menefreghismo nei confronti di chi deve tornare a casa presto come il circolo Magnolia di Milano-Linate (hanno molti altri meriti, comunque) e lo Spaziale Festival organizzato da un locale un tempo assolutamente lodevole come lo Spazio 211 di Torno. Ebbene, secondo il sindacabilissimo parere di chi scrive,  il locale sta precipitando paurosamente in termini di concerti: se l’anno scorso c’era un signor concerto come main event (Neurosis, Ufomammut, Rosetta) quest’anno era una tristezza infinita nonostante I Tre Allegri Ragazzi Morti e i Linea 77 (io li davo per sciolti!).

Steuso – Electric Wizard – Torino – 2011 (oggi nella mia camera)

Eppure il posto meritava… e parecchio! Lì ho avuto  la possibilità di vedere Thrones, Ovo, Suffocation, Unsane e Scott Kelly come solista tra gli altri ma, soprattutto, i fantastici Electric Wizard! Mancati più e più volte a causa delle distanze insormontabili (Padova!?) delle loro precedenti date. Alfieri inossidabili del doom metal imparentato con lo stoner più estremo, con gli horror movies degli anni ’70, dotati di una sorta di simpatia per il diavolo dettata forse più dalla loro passione per l’immaginario esoterico- fumettistico- cinematografico che per una reale fede, per tacere di un singolo come “Legalize drugs and murder” che credo la dica lunga anche sulle altre attività didattiche del gruppo tenuto a battesimo da Lee Dorrian e dalla sua Rise Above Records.
Brutti ceffi, senza dubbio, se non fosse per l’angelica presenza della chitarrista Liz Buckingham che rappresenta da sola un’ inaspettata ventata di bellezza in un tal contesto, nonostante abbia avuto la sventurata (per noialtri, ovvio) idea di sposare Jus Osborne cantante e chitarrista del suddetto complesso di energumeni.

Ebbene siamo al 10 marzo dello scorso anno, piove che dio la manda ma, grazie alla prevendita, saltiamo di slancio la coda imprecante di gente all’esterno… forse il locale è un tantino poco capiente per l’evento, il gruppo britannico si vede costretto a rinunciare alle proiezioni che avevano accompagnato le loro precedenti esibizioni, ci sono le colonne che limitano la visibilità e quando il locale si riempie stiamo stretti. Oltretutto nelle prime file, a un certo punto, qualcuno da in escandescenze e si accende qualche tafferuglio… ok, ne abbiamo passate di peggio in condizioni simili.

Le valvole cantano che è una bellezza! Nonostante il vecchio, glorioso, repertorio sia messo un po’ troppo in ombra (ovviamente noi vecchi fan, ci aspettavamo una sorta di compendio di “Come my fanatics” e “Dopethrone” alla faccia della venuta di Liz e delle nuove canzoni!), il mantra valvolare procede con la viscosità di un magma incandescente e letale al di fuori di coni sovraccarichi e valvole roventi, per tacere della strumentazione che farebbe innamorare chiunque abbia a cuore certe sonorità. E’ appena uscito il nuovo “Black Masses” -che, ovviamente, io ed il mio compare ci siamo accaparrati in versione vinilica ultralimitata con poster, toppa e quant’altro-  e quindi è più che normale che il concerto rifletta questo momento storico, e noi, alla fine, ce ne facciamo una ragione. Lasciamo che le canzoni scorrano inesorabili e sature, che la folla ondeggi cullata dalla distorsione e che il gruppo dia il meglio di sé nonostante il “carburante”, sul palco almeno, si limiti a delle squallide moretti in lattina, probabilmente disgustose. Magari il concerto dura un po’ troppo poco, forse hanno fatto di meglio, però la sezione ritmica tiene alla grande e i due coniugi risultano senz’altro un’accoppiata vincente!

Adesso dita incrociate fino a sabato!

Jus Osborne e Tas Danazoglou, 10/03/2011 Spazio 211, Torino
Liz Buckingham, 10/03/2011 Spazio 211, Torino
Shaun Rutter, 10/03/2011 Spazio 211, Torino
I coniugi Osborne, 10/03/2011 Spazio 211, Torino

Pensavate di fare a meno delle mie foto, vero??