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Brina celtica sul trono oscuro della contessa Bathory.

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E’ il 1984, in una zona non meglio specificata di Zurigo qualcuno si sta armando. Quel qualcuno ha appena chiuso una delle parentesi, musicalmente parlando, più grezze e violente degli anni ’80, tuttavia sente stretto per le proprie ambizioni quel nome, Hellhammer, che pure tanto ha seminato senza vedere praticamente germogliare nulla, almeno nell’immediato. In quel bunker si stanno gettando le basi della musica estrema che verrà, lì ed in qualche parte di Stoccolma, stanno prendendo forma delle minacciose entità musicali che porteranno quelle abbozzate da Venom e Motorhead ad un altro livello. Un’ ondata malefica si sta per abbattere prima in Europa e poi nel resto del mondo… i responsabili si chiamano Martin Eric Ain, Tom Gabriel Fisher e Quorthon.

Stiamo palando di Celtic Frost e Bathory. Detto questo tutti i metallari che vogliano fregiarsi dell’appellativo “estremi” dovrebbero già essersi tolti il cappello, se non proprio fatti lo scalpo in loro onore. Tutto parte da qui. Niente sarà più come prima.

A questi combattenti del metal va tributato ogni onore e gloria, come fece il gestore di un negozio di dischi di musica estrema sulla St. Erik Gatan a Stoccolma, che teneva regolarmente il “santino” di Quorthon vicino al registratore di cassa. Che ci proteggano  dalla musica melensa e senza spina dorsale, che salvaguardino il mondo dalle produzioni plastificate di etichette come la Nuclear Blast, che sorreggano  lo spirito autentico dietro ogni genere di nicchia e che salvaguardino anche il sacrosanto desiderio di evolvere nella musica. Possibilmente in eterno. Sì perché non ripeterono sempre e solo gli schemi che li portarono al successo (sia pure ben lontano dalla scena principale). Sono uomini che hanno portato avanti un’idea, che hanno fatto progredire un certo tipo di concetto musicale che ancora resiste. Almeno fin quando ci saranno Fenriz e Nocturno Culto.

In questi giorni esce il nuovo lavoro dei Dark Throne. E a qualche disattento potranno sembrare dei reazionari del metal. Invece partono con il Death, approdano al Black e finiscono con i Celtic Frost ahahah. Soprattutto Fenriz è un vero malato di musica: vive, respira e trasuda musica e passione da tutti i pori. Zero chiacchiere, zero pose, attitudine pura e fiera devozione alle onde sonore. Se qualcuno di voi ha visto “Until the light take us” (invece del romanzato “Gods of chaos”) si sarà reso conto che tra tutti gli intervistati uno solo parla sempre e solo di musica (si esalta davanti ad una copia di “The Ritual” dei Testament… il che forse è anche troppo). Gli altri blaterano delle loro imprese TRVE: dagli omicidi alle chiese bruciate oppure danno vita a gratuite performances dal retrogusto autolesionista. Ora, con tutto il rispetto per salme e chiese bruciate del caso, queste sono pose di gente con l’aria compressa nel cervello che può anche aver tirato fuori qualcosa di significativo a livello musicale, ma poi ha spento il cervello e si è abbandonata a questi atti inutili (anche dai risvolti tragici) che nulla hanno a che fare con la musica. Tutte le scemenze su satana, sul dover apparire malvagi a tutti i costi, sulle tradizioni e la purezza della razza, per non parlare degli alieni (avete letto bene: il libro “Gods of chaos” è intriso pure di tali castronerie) non servono a nulla: sono un atteggiamento da ragazzini deficienti portato all’estremo. La musica era l’unica cosa che doveva contare.

Magari in ritardo (e facendo qualche errore) ma Fenriz l’ha capito. E adesso va avanti per la sua strada, con Ted (Nocturno Culto) ha stretto una fratellanza senza eguali, nella quale addirittura non conta confrontarsi col pubblico. Loro bastano a loro stessi. Su le corna per i Dark Throne: ora e sempre, evviva la musica.

Fenriz

Il genio è un’altra cosa!

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Non ci sarebbe nemmeno bisogno di scrivere contro i cosiddetti talent show: chi ha un minimo di sensibilità artistica non ha nemmeno bisogno di guardarne uno per capire che si tratta di masturbazione interpretativa senza sostanza.

Innanzitutto va fatta una precisazione, ovvero che detti programmi premiano il talento (ovvero le capacità) indotto o innato e questo di per sè è già motivo di disappunto. Non viene stimolata, se non marginalmente, la vena creativa del singolo, tutto viene studiato a tavolino nessuno scrive nulla di originale ed anche le interpretazioni in se stesse non vanno oltre il classico compitino. Del genio, dell’impeto creativo ed espressivo pare non importare ormai più a nessuno, per non parlare dell’estetica del momento assoluto legato al creare. Dovrebbero essere cose fondamentali, a mio modesto avviso.

Il genio è colui che va oltre la mera tecnica, è colui che esprime se stesso con l’arte la quale non può sussistere senza una persona vera e reale dietro di sè. Avete presente Pasolini e la sua concezione di artista che vive in prima persona e fino in fondo ciò di cui sta trattando? Certamente è un’iperbole ma risulta utile per mostrare la vacuità estrema di una reinterpretazione largamente studiata ad effetto. Ed il fatto che poi gli stessi reinterpreti abbiano successo anche al di fuori del rassicurante recinto nel quale sono cresciuti è senz’ altro un sitomo preoccupante di quanto finisca per essere manipolabile ed inconsistente l’ascoltatore medio, non solo italiano. Per non parlare dell’assenza di quell’entità che dovrebbe essere nota a tutti sotto il nome di cultura musicale che non permetterebbe a certi fenomeni di infestare l’etere.

Detto questo almeno nelle filippine c’è chi ripropone dei brani decenti 🙂