Umeå

Cult of Luna: The raging river

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Non è sempre necessario avere un’opinione su tutto, in periodi come questo, non avere un’opinione può essere una forma di difesa. Non è necessariamente indifferenza, quanto piuttosto un bisogno intrinseco di silenzio dal bombardamento mediatico, superficiale, monotematico e spesso inconcludente. Per avere un’opinione bisogna innanzitutto conoscere, documentarsi, partecipare. Sempre più spesso diventa impossibile seguire il filo conduttore di un discorso, le idee si confondono in un mare di discordia mediatica densa come fumo negli occhi. Per questo quando si alza il velo di Maya bisogna accogliere quel barlume di luce che ci permette di esprimere un’opinione su qualcosa. Diventa sempre più raro che succeda.

Cult Of Luna (fonte: Bandcamp)

Dopo anni sono riuscito a farmi un’opinione sui Cult of luna, ed è un’opinione positiva. All’epoca dell’uscita di “The Beyond”, oramai millenni or sono sembravano promettere bene anche se ancora troppo legati ai progenitori Neurosis, stesso discorso con “Somewhere along the highway” nel quale invece sembravano tendere maggiormente dalla parte degli Isis. Due ottimi punti di partenza certo, ma il loro, fino a quel punto rimaneva comunque un discorso ancora troppo acerbo e derivativo. Fortunatamente sono riusciti a non mollare la presa, a venire fuori alla distanza ad evolvere uscita dopo uscita fino a diventare un gruppo solido e veramente in grado di dire la loro in un panorama sempre più arido di idee e personalità. Oggi come oggi non è una cosa da poco, se consideriamo che ormai il mondo della musica sta evolvendo verso una preoccupante attitudine usa-e-getta che inquina l’etere segna inderogabilmente la via al declino.

Con “Vertikal” hanno cominciato a fare sul serio, a nuotare contro corrente, a raddrizzare la spina dorsale, a guardare i loro maestri dritti negli occhi con sguardo fermo e sicuro. E disco dopo disco non si sono più fermati, fino a raggiungere uno stato di grazia invidiabile a molti, nell’anno di disgrazia 2021.

Ed ancora una volta la loro è una proposta che richiede impegno e dedizione per poter essere assimilata. Non siamo davanti ad un lavoro facile, immediato e superficiale. Occorre dedicargli tempo e lasciarsi andare ad un ascolto inteso come esperienza e non come mera fruizione, merce rara al giorno d’oggi. Al punto di convincere i nostri a autoprodursi usufruendo di una propria etichetta di registrazione per questa uscita, scommettendo su loro stessi e sul pubblico che deciderà di seguirli in questa avventura.

Personalmente la scommessa è vinta con quest’ album, che conferma quanto di buono già si sapeva sul gruppo, ampliando ulteriormente il discorso già intrapreso con il suo predecessore ed includendo ancora elementi di novità come la collaborazione di Mark Lanegan che fornisce il suo baritonale contributo alla canzone più rilassata e malinconica del disco. Un lavoro intenso e solido, che non abbandona le radici post-HC (Umeå ha solide tradizioni in campo HC) dei maestri ma che è in grado di dare alle medesime una nuova linfa vitale.

Le composizioni sono tutte egualmente valide e di spessore, se devo sceglierne una scelgo “Wave after wave” una canzone che sembra essere l’invito perfetto a lasciarsi alle spalle le proprie miserie e ad alzare lo guardo verso un immenso cielo notturno.

“What frequency are you getting?

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Refused
Refused

…Is it noise or sweet sweet music?”

Ho bellamente ignorato i Refused fino al 2004, nonostante il loro capolavoro “The shape of punk to come” (titolo che omaggia Ornette Coleman) fosse già uscito da 6 anni e fosse riconosciuto da più parti come un lavoro di assoluto valore. A volte capita che tralasci volutamente, o quasi, un disco o un gruppo -mi ricordo che successe anche con “Killers” degli Iron Maiden o con “The Ultimate Sin di Ozzy- con il risultato che, quando poi ti si accende la lampadina, o hai dei soldi da investire in supporti ottici o vinilici, il disco in questione ti investe con una veemenza ancora più incontrollabile.

Ed è questo il caso: il disco mi si para davanti in un negozio, abbastanza megastore, di Chester in Inghilterra e ricordo distintamente che pensai: ecco adesso è il caso di ascoltarlo. Una folgorazione. Il disco sembrava esattamente la ventata d’aria fresca della quale un genere come l’HC, ma anche il punk in generale, avevano assolutamente bisogno. Personali, ispirati e dannatamente concreti nella loro lucida ribellione… e sembra assurdo che siano degli Svedesi di Umeå, una cittadina che sembra lontana da tutto, a mostrare una simile rabbia canalizzata perfettamente nell’etica inviolabile che li caratterizza e anche nella loro proposta musicale.

La Svezia sembra uno dei posti più civili del mondo ma, magari, proprio vivendo in mezzo a tale e tanta socialdemocrazia funzionante magari ci si rende conto di quanta strada ci sia ancora da fare, piuttosto che di quella già percorsa sul sentiero dell’integrazione e della giustizia sociale. Perché anche dal punto di vista dell’impegno, non si tirano certo indietro, riprendendo tutta una serie di temi già proprie di gruppi come Crass, Discharge, Minor Threat o Black Flag, resi naturalmente alla loro maniera e anche con una buona dose di autoironia, come quando scimmiottano la deriva italiana della musica house facendo introdurre un loro brano ad uno stralunato dj di un’ ipotetica radio sole energia. Oltre a questo, nel disco, si notano diverse aperture inconsuete quanto riuscite nei confronti di inserti elettronici o di strumenti non proprio convenzionali come contrabbasso e violoncello.

Con il senno di poi, va detto che passato l’entusiasmo del primo momento, le influenze hanno finito per palesarsi, ma sono comunque assolutamente nobili se pensiamo che il gruppo di riferimento è la creatura di Ian McKaye e Guy Picciotto, ovvero una delle più convincenti compagini del post-HC di Washington DC: i Fugazi, f***ked up situation. Poco dopo l’incisione del loro disco, nella migliore tradizione, il gruppo si scioglie, senza che i membri restino inattivi: Dennis Lyxzén da vita ai The (International) Noise Conspiracy e gli altri ai TEXT. Ed io, con sei anni di ritardo, mi aggiravo sullo storico selciato della capitale del Cheshire urlando “Can I Scream!?” e, probabilmente, facendomi prendere per pazzo dai passanti… tuttora mi esalta fare cose del genere!

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