Vinili

L’Europa gira a 33 e 1/3

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Dopo Biella, Torino e Milano, adesso siamo alla volta dell’ Europa, alla scoperta dei negozi di dischi che mi sono rimasti maggiormente nel cuore. Si tratta di Europa del nord, ovvero di quella parte di continente che sento maggiormente affine a me. Scandinavia e isole britanniche soprattutto, posti che, in qualche modo, mi porto nel cuore. Ma bando ai sentimentalismi e partiamo subito.

Cardiff- Spillers.

Vi siete mai chiesti quale sia il più vecchio negozio di dischi del mondo? Potrei essere smentito ma sono abbastanza sicuro che sia Spillers. Più che un negozio, una leggenda che ha rischiato di sparire ma che tutt’ora resiste nel cuore della capitale Gallese. E dire che ci sono capitato per caso, durante un tirocinio in terra d’Albione, mai più mi sarei aspettato di imbattermi nella storia dei negozi di dischi. Invece in Regno Unito c’è una grandissima passione per la musica, del resto, ragionandoci tutte (o quasi) le più grandi band della storia arrivano da lì e ci sarà pure un motivo. Tutti hanno una vasta cultura musicale molto meno settaria e chiusa che da noi ed è bellissimo, sia che trovi l’appassionato di musica classica che il sessantenne che conosce i Neurosis.

Cardiff è una città molto sveglia culturalmente parlando, ha un centro che la sera diventa quasi un centro svaghi per ubriachi e se ci capiti nel momento giusto non è raro che si trasformi in una festa gigante (io ci sono finito per halloween!). Al contrario di altre città decisamente molto meno rassicuranti (su tutte Liverpool: al sabato sera c’era quasi guerriglia per le strade!) è accogliente e a misura d’uomo. Spillers era un negozio quasi dimesso, se ne stava nel suo angolo ad aspettare quasi che io passassi di lì, da fuori sembra un negozio comune, dentro respiri la storia. Specializzato quasi solo in musica alternativa (e meno male) ti fa respirare l’aria dei veri negozi di dischi. Scaffali di legno, riviste, musica di sottofondo, qualcosa di un po’ polveroso qua e là, c’è tutto.

Non ebbi la possibilità di fare la radiografia al posto, però sono lieto di sapere che, con qualche traversia e boicottaggio a Morrisey perle sue ultime derive estremiste, il posto resiste. Anche solo averci agguantato “Abbattoir blues/ The lyre of orpheus” di Nick Cave and the Bad Seeds è sufficiente a tenere vivo il ricordo (tra l’altro è un disco bellissimo).

Borderline – Dublino

Uno almeno un sabato sera nella vita dovrebbe passarlo a Temple Bar, tanto per capire perché gli irlandesi hanno la fama che hanno. Anni fa (oggi purtroppo il negozio è chiuso) durante una scorribanda in quel posto magico dove i fiumi sono fatti di Guinness, la pioggia sa di luppolo e la terra raccoglie bicchieri rotti, mi imbattei nel negozio di cui sopra, meglio: nella saracinesca del negozio decorata con un murale. Alzando lo sguardo vidi l’insegna che prometteva decisamente bene e feci il possibile di ricordarmi dove fosse il matt… ehm il pomeriggio dopo. Tra la statua di Phil Lynott, la strato di Rory Gallagher, il vago sentore di U2 che aleggiano sulla città alla fine lo ritrovai e fui ripagato dello sforzo mnemonico post serata ululante.

Un piccolo negozio di dischi ma strapieno di roba… alcuna anche mai vista prima. Una vera delizia. Peccato che dopo giornate di gozzoviglie i fondi da investire scarseggiassero e dovetti fare una cernita dolorosissima portando a casa, tra l’altro, una edizione in vinile verde di Sons of Kyuss… niente meno!

Tiger – Oslo

Dalle mie parti Norvegia fa rima con Black Metal. Ed è vero, se fate un giro ad Oslo è d’obbligo che vi mettiate a cercare il posto dove sorgeva l’Helvete e vi facciate accompagnare nei sotterranei alla ricerca della famosa scritta “Black Metal”, ma resta poco più di questo. Avrebbe molto più senso aspettare Fenriz fuori dalle poste per stringergli la mano. Detto questo quel mondo si è abbastanza disgregato ma questo non significa che non ci siano altri negozi di dischi meritevoli in città. Tiger è uno di questi, forse il migliore. E non c’è da confondersi con l’omonimo negozio di cianfrusaglie danesi, questo è un signor negozio vecchio stile con scaffali e tutto in regola.

Specializzato soprattutto in musica indipendente è piccolo e accogliente, con un’atmosfera che ti fa sentire a casa e dei prezzi ragionevoli, soprattutto se considerate che siete nella terra dove tutto costa quasi il triplo rispetto all’Italia. Scovai una copia in vinile di “Steady diet of nothing” dei Fugazi, potevo abbandonarla lì?

Music Hunter – Helsinki

Ecco uno dei negozi più forniti che io abbia mai visto, l’unico, tra l’altro che mi abbia permesso di vedere una copia in vinile del White Album autografato dai fantastici quattro di Liverpool (ed era pure in vendita a trattativa privata). Music Hunter rappresenta la Mecca di ogni collezionista, praticamente un paese dei balocchi per chi ami la musica. Dischi stipati ovunque, un posto dove veramente se ti metti a scartabellare puoi passarci le ore senza accorgerti che il tempo ti sfugge di mano. Ne esci quasi stordito con la testa ciondolante e qualcosa tra le mani. All’epoca della mia visita ero in fissa con i Reverend Bizarre, quindi nella loro terra mi aspettavo di trovare delle chicche mai viste in patria, visti anche i loro trascorsi in classifica. Non ci trovai nulla e il gestore mi guardò anche con un grosso punto interrogativo stampato in faccia quando glielo chiesi. Dovetti ripiegare su “Quietus” degli Evoken, Doom Over The World!

Postilla: Helsinki è veramente un posto magico per musica e dischi, spero che sia ancora così ma all’epoca c’erano veramente negozi ovunque. Music Hunter rappresenta un po’ la punta di diamante ma anche altri erano veramente interessanti (se non mi ricordo male ce ne era uno molto bello chiamato Combat Rock incentrato soprattutto sul punk). E poi sentire le auto che sfrecciano con i Black Sabbath appalla non ha prezzo.

Sex Beat Records – Copenhagen

Nella città che contiene un luogo fuori dalla legge e dall’ Europa (Cristiania), la musica di un certo livello viene veicolata da questo negozio che si trova giusto sopra un parrucchiere alternativo. All’inizio non capivo dove si trovasse di preciso, l’insegna c’è ma l’entrata non mi era chiarissima. Poi una volta dentro ci trovo Michael Poulsen dei Volbeat con consorte e cane: mi è subito chiaro che è il posto giusto. Sembra all’improvviso che siamo tornati nei fantastici anni ’60, pavimenti di legno, vinili e devozione per Elvis (il cantante ha tatuato fieramente “Elvis Aaron Presley” sull’avanbraccio con caratteri vagamente in odore di film western. Della Danimarca io mi ricordo soprattutto i DAD (“No fuel left for the pilgrims” e “Riskin’ it all” per me erano più fondamentali dei Guns ‘n’ roses o dei Motley Crue, per dire), Von Trier (e per le imprecazioni dal tetto del Regno del medico svedese!) e la Carlsberg (la birra è molto nella media ma lo stabilimento è un posto da vedere!), però anche quest’esperienza mi lasciò il segno. Ne esco con un disco (vecchio) dei Volbeat e il commesso che mi dice di correre dietro a Michael per farmelo autografare, ha una voce che ammiro sinceramente ma stavolta passo…

I tetti di Copenhagen

Sound pollution – Stoccolma

Stoccolma è un luogo del cuore, Gamla Stan è il cuore del luogo del cuore. In questo scenario fantastico di stradine, vicoli, medioevo e turismo si incastra Sound Pollution, altro storico negozio che ha visto nascere la scena svedese, partendo dal Death metal per arrivare allo Scan rock, il luogo di riferimento per acquistare dischi nella capitale. Due stanze, una tonnellata di dischi, libri e tutto il necessario a farsi una cultura musicale sulla musica pesante. Entro la prima volta con indosso una maglietta degli Unearthly Trance e la prima cosa che mi dicono sono dei complimenti, non puoi sbagliare: quando si parte in questo modo, sei nel posto giusto. Esco un’ora e mezza dopo con in mano una copia di “Swedish death metal” di Daniel Ekeroth che mi servirà da guida turistica nei successivi 15 giorni di magia.

Appena fuori scovo il ristorante vegetariano Hermitage, gestito da due signore hippy con i rispettivi figlioli e ho anche trovato di che sfamarmi il corpo oltre che la mente. Direi che sono a posto. Da lì in poi i pellegrinaggi sono continui e ripetuti, impossibile ricordare tutti i dischi acquistati, a parte uno dei Thergothon che cercavo da tempo immemore: divertente pensare che hanno pure inciso per una etichetta italiana.

Finisco il viaggio in allegria con un bel brano di Funeral Doom Metal… non male eh?

Formati della musica

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In un tempo di pandemia mettersi a discutere di musica potrebbe apparire superfluo, superficiale e fuori luogo. Ebbene non lo è. Perchè senza la musica la vita sarebbe un errore e non l’ho detto io, per tanto finché c’è vita c’è musica e, per quanto mi riguarda, spero che ce ne sia anche dopo. Ogni giorno siamo bombardati da tutti i lati da notizie sulla pandemia, da catastrofiche visioni e immagini tragiche. Senza voler mancare di rispetto a nessuno, per un momento, può anche valere la pena distendersi un attimo con della buona musica, ma in quale formato? Visto che la maggior parte di noi si ritrova in casa mi verrebbe da dire che non esiste migliore condizione per riprendere in mano la vecchia collezioni di vinili e cominciare con gli ascolti mentre il vicinato spara robaccia a caso come dragostea din tei o altre immonde porcherie sonore, possibilmente sovrastando di gran lunga in volume una siffata immondizia sonora.

Del resto, volendo evitare qualsiasi tipo di commistione con altri esseri umani, l’ideale rimane scaricare musica da siti che, si spera, supportino a dovere gli artisti come bandcamp. Lo streaming, mi scuserete, ma non lo prendo nemmeno in considerazione. Una discografia degna di questo nome già stona in un HD o un SSD figuriamoci in uno spazio virtuale a pagamento. Con buona pace di tutti gli appartenenti a questo nuovo filone di pensiero cosiddetto minimalista che considera il supporto fisico uno spreco di spazio, io non permetterò mai che si venga meno alla copertina, ai testi e anche alla gioia di tenere in mano un disco nuovo. Al diavolo lo spazio, la tristezza che mi fa una casa senza dischi (senza stereo!) ma anche senza libri non posso spiegarla a parole. E mi spiace se è antiecologico, io sono già vegetariano (quasi vegano ormai) dal ’94: la mia parte l’ho fatta e continuo a farla, lasciatemi con i miei amati dischi.

Ma veniamo a noi, ecco una personalissima disamina dei vari formati di musica.

Vinile: Mi verrebbe da dire la definitiva esperienza sonora che potete fare a casa vostra. Il vero feticcio voodoo di ogni musicofilo che si rispetti: una copertina di un formato nel quale non è impossibile cogliere particolari invisibili altrove, una busta interna spesso non scevra da bellissime sorprese (e non sto parlando solo di Lies dei Guns’n’ Roses!) e poi il pezzo di vinile sempre meno nero. Nulla batterà mai il vinile per quanto mi riguarda. I Difetti sono che è estremamente fragile e tende a usurarsi man mano che viene utilizzato, ma se ne avete cura non vi tradirà troppo velocemente e vi garantirà una resa che un supporto digitale fatica ad offrire anche se, per essere apprezzata appieno, necessita di un impianto come si deve. Attualmente è un formato caro, impegnativo ma elegante e prezioso, io cerco di riservarlo solo a quei dischi che reputo veramente meritevoli… chessò avere il vinile di un disco mediocre non sarebbe comunque questa gran cosa.

Primo vinile preso: “Every Breath You Take” 7″ dei The Police

CD: Anche i CD sono una parte importante di me. Sono cresciuto con i CD in un’epoca in cui il vinile era pressoché scomparso per poi rientrare prepotentemente solo in seguito. Chiunque fosse stato adolescente o post- adolescente negli anni ’90 sicuramente ha avuto nei CD il supporto più popolare. Il vero pregio è che, se correttamente manutenuto, è pressoché eterno e non peggiora con gli ascolti, il difetto è che ha un suono “freddo” decisamente poco avvolgente, un po’ come la luce fredda delle lampade a LED: brilla senz’anima. La copertina ha un formato decisamente risicato anche se era bella l’idea del libretto interno piuttosto della busta dei vinili.

Nota: attenzione a comprare ristampe in vinile di dischi usciti originariamente in CD, mi è capitato con i Kyuss e devo dire che, in quel caso, i CD suonano molto meglio. Probabilmente il master della registrazione non era settato per le caratteristiche del vinile… Difficile a dirsi.

Primo CD : “Nevermind the bollocks” dei Sex Pistols

 

MC: Ultimamente c’è stato un ritorno a questo formato che, onestamente, tra tutti quelli fisici è quello che mi esalta meno, benché ci sia stato un periodo, all’inizio, dove non avendo un piatto, compravo praticamente solo cassette. La copertina è ridicolmente piccola (in certe cassette della EMI è ancora più piccola), la resa sonora scarsa e, al giorno d’oggi, non ha nemmeno più senso come supporto versatile per le registrazioni, quindi, nonostante il revival tendo a non considerarlo molto. Inoltre ha la sinistra caratteristica di smagnetizzarsi e le testine parimenti sono tutt’altro che eterne. Obsolete.

Prima cassetta presa: “Back In Black” degli Ac/Dc

MP3: Questa è storia recente… tutti conoscono gli mp3, si tratta di files compressi che tagliano certe frequenze per risultare meno “pesanti” in termini informatici. Sicuramente comodi per un utilizzo versatile per evitare di rovinare, portandoli in giro, i supporti fisici. In tempi di pandemia anche piuttosto antisettici visto che uno se li scarica direttamente sul PC, senza contatti fisici con i rivenditori. Tutto questo a discapito del fascino che è assolutamente assente. Personalmente mi servo, se possibile, da Bandcamp che mi sembra il mezzo anche più rispettoso nei confronti degli artisti. Se avete notizie diverse fatemelo sapere.

Primo MP3: Qualcosa di scaricato da Napster alla faccia dei metallica

PS: è stata rinviata l’uscita dell’esordio di questo affascinante progetto ma sono giorni che ho in testa questa canzone… dannato virus.