Volbeat

Agosto, il punto della situazione

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Tutti sanno che questo non è esattamente il mio mese preferito, quest’anno, per ovviare al problema, ho deciso di fare un po’ il punto della situazione discograficamente parlando, per mettere, per quanto possibile, un po’ d’ordine tra le uscite discografiche che si sono susseguite in questi primi 7 mesi dell’ anno. Rispetto all’anno passato che, con i dischi di Neurosis, Converge e High On Fire aveva fatto segnare un picco di qualità, quest’anno era inevitabile il riflusso, teniamone conto.

Ho scoperto in ritardo, ma con mio immenso gaudio, che il disco di Mark Lanegan  “Blues Funeral” avrebbe dovuto assolutamente entrare di diritto nei dischi dell’anno del 2012, magari proprio dietro al terzetto citato in precedenza. Che abbia una delle voci più belle mai sentite credo che sia piuttosto indubbio, almeno per me, però questo disco restituisce l’ex cantante di Screaming Trees e QOTSA in una forma smagliante. E non tragga in inganno l’inserimento di una strumentazione elettronica prima piuttosto assente nella sua produzione, incredibile a dirsi, è integrata alla perfezione e, a mio parere, finisce per mostrare un lato di Lanegan finora rimasto abbastanza nell’ombra… complimenti, veramente un gran disco.

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Un altro artista in grado di rimettersi in gioco, dopo un periodo non proprio felice compositivamente parlando (“Dig Lazarus Dig” non era nemmeno brutto, semplicemente non ha lasciato il segno come un disco del re inchiostro dovrebbe fare), è Nick Cave. Nonostante il vecchio impianto dei Bad Seeds abbia perso pezzi che potevano a tutti gli effetti essere considerati importanti, il nuovo disco (“Push The Sky Away”) è una boccata d’aria fresca e ce n’era bisogno, nonostante i Grinderman. Come suggerisce la copertina, la musica possiede ora un corpo molto più etereo che fisico, dopo tutto (fate le corna se credete!) è una direzione nella quale ci evolviamo tutti.

Di “13” dei Black Sabbath credo di aver detto tutto, e non solo io… è stato il disco che ho ascoltato di più quest’anno e non solo per questioni affettive: a me continua a piacere e continuo ad ascoltarlo, piano piano tutte le vocine contrarie si sono zittite. Non che non abbia i suoi limiti, ma per una volta posso anche soprassedere e godermi la vita (ed il mio gruppo preferito). Anzi, mi sono rilassato al punto che ho anche già ordinato “Surgical Steel” dei Carcass in edizione limitata con tanto di kit per la sutura (altri bla bla bla) mi ha convinto il nuovo singolo (e, vabbeh, anche la nostalgia). Ho deciso che circa le possibili (?) reunion, d’ora in poi, il mio atteggiamento sarà: ascoltare e decidere in piena autonomia se mi piacciono o meno, escludendo qualunque vociare non inerente alla musica… se ti piace, ascoltalo! Altrimenti intristisciti con le recensioni… io sono abbastanza saturo di parole, ma continuo a scriverne 😛 .

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Avendo saltato il disco del ritorno, ho deciso di dare una possibilità anche agli Autopsy, storici pionieri del death metal meno tecnico, ma decisamente molto più oscuro e maligno. Beh è un lavoro dignitoso, ma sai abbastanza in anticipo cosa aspettarti, che, nel loro caso, va anche bene. Mi ha stupito solo la produzione decisamente più pulita che in passato. Per il resto testa bassa e smembrare!

Chi invece convince pienamente sono i Clutch. Il loro “Earth Rocker” rappresenta senza dubbio una delle cose più belle ascoltate quest’anno. Compatti, senza fronzoli e dannatamente concreti, assemblano un disco che avrebbe tantissimo da insegnare a molti in termini di “etica del rock’n’roll”, non un calo di tono, non una caduta di stile. I Clutch da anni si muovono nel loro territorio musicale, rischiando di essere inglobati in questa o quella categoria, finendo per schivarle tutte. Forse anche per questo sono rimasti sempre un po’ nell’ombra. Al diavolo, se avessero il successo che meritano potremmo quasi credere nella giustizia terrena. Viva la barba di Neil Fallon!

Veniamo ai progetti alternativi: CT dei Rwake ha dato vita agli interessanti Iron Tongue, nei quali dimostra di poter cantare anche in canzoni meno estenuanti (nella loro bellezza) di quelle del gruppo madre. Un buon esordio: nulla che faccia impazzire ma una rinfrescante e alleggerita miscela di sludge e sentimenti sudisti, questo sì. Buoni per una scampagnata in palude! Dati gli addendi dei Palms, tre Isis e un Chino Moreno (deftones), la somma che ne risulta non è male: se all’inizio rimane in sordina, dopo un po’ diventa buona, alla fine volge al tedio, non sono in grado di essere più esaustivo. Come non so molto del nuovo All Pigs Must Die, del batterista dei Converge Ben Koller, ho avuto poco tempo per dedicarmici, ma ad un ascolto sommario mi ha scartavetrato la faccia a dovere. Ottimo.

Senza infamia e senza lode (che è già un passo avanti) il nuovo dei Queens Of The Stone Age e mi dispiace, sono legato al lavoro di Josh Homme e non solo coi Kyuss, ma questo disco non mi prende proprio. Se poi mi sbaglio a far suonare il loro esordio è la fine. Sembravano i salvatori della patria del rock: per carità, ci hanno provato. I Kvelertak sembravano parimenti una ventata d’aria fresca nella musica pesante, in realtà la ventata si è trasformata un refolo di aria tiepidina già alla seconda uscita. “Meir” non è un brutto disco, solo che non convince come aveva fatto il loro esordio, ecco tutto, il classico fuoco di paglia? Chi è un po’ in caduta libera sono i Volbeat, dalla Danimarca senza furore, il nuovo disco a me sembra un po’ la pallidissima copia edulcorata del gruppo incendiario che furono!!! Il nuovo chitarrista non so onestamente quanto c’entri e la loro formula (tipo Elvis appesantito e distorto) mi pareva azzeccata, però adesso passano i loro singoli in tele ed alla radio di mezzo mondo (mi risulta che in patria ormai siano al limite del tormentone) e quindi hanno pensato bene di smussare gli angoli, nonostante in una canzone ci sia addirittura ospite King Diamond, gloria locale. Davvero una pessima mossa. Sa di passo falso anche l’ultimo dei bostoniani Morne, il cui “Asylum”  del 2011, mi aveva molto colpito col suo giocare a palla con My Dying Bride (assolutamente dispersi) e sludge. Ebbene il nuovo “Shadows” mi ha tediato a morte e non so se gli concederò un secondo passaggio nello stereo, eccellente suicidio. Il resto, probabilmente, non l’ho ascoltato.

Poi, qualche giorno fa, mi è apparso tra le mani “Into The Pandemonium” dei Celtic Frost, con tanto di copertina di Bosch, e da allora non hanno smesso di perseguitarmi…

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Escape to Copenaghen

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Visto che i dischi da recensire non sono ancora stati assimilati a dovere vi rifilo la storia di quella volta che scappai in Danimarca nel 2009.

E’ inverno e fa dannatamente freddo a Copenaghen, alla sera viene buio verso le quattro di pomeriggio, per strada è tutto un tirare su col naso, facilmente arrossato. C’ è un venticello gelido che si incunea tra cappuccio e guance, il parco di divertimenti Tivoli, praticamente una città nella città, sembra essere l’unico posto luminoso e fra i tetti spuntano guglie attorcigliate di verderame. E’ la vacanza più solitaria che io abbia mai fatto, alla mattina quando scendo a fare colazione ci sono solo giapponesi e persone anziane, non parlo con nessuno, non ho voglia di mischiarmi con i locali, solo di stare in pace e da solo. Ovviamente ci riesco alla perfezione, non fosse che la mia passione per la musica mi porta a consultare il glorioso metal travel guide prima di partire e a scoprire il sex beat records, un posto straordinario.

Sex Beat Records, Copenaghen

Si trova in una palazzina che vede il piano seminterrato occupato da un parrucchiere “alternativo” e da un altrettanto alternativo negozio di vestiti, al piano superiore si trova il negozio di dischi con un bellissimo pavimento di legno rustico… mi guardo attorno e dopo un po’ che sono lì (tendo a mettere le radici in posti come questo) vedo entrare

Michael Poulsen, Volbeat

Micheal Poulsen dei Volbeat! Con tanto di fidanzata e cane al seguito… la mia vena antisociale del momento mi impedisce di andare a disturbarlo riempiendolo di complimenti per la sua voce da urlo e per il suo gruppo che apprezzo ormai da qualche tempo. Però mi ricordo che mi mancava un loro disco e lo acquisto, il momento mi sembrava propizio… al che il gestore -simpaticissimo- mi costringe al dialogo! “Volbeat! Grande!!! Ma lo sai chi è appena uscito???” ed io: “Certo che lo so!!!” al che tenta di costringermi ad inseguirlo per strada per farmi autografare il disco, quando vede che non faccio una piega, mi inizia a dire che sono appena tornati dal tour americano coi metallica (la lettera minuscola non è un caso) mi regala un loro poster, mi dice di fargli pubblicità quando torno a casa, mi invita ad un party per capodanno, cose così! Al momento di andarmene poi mi esorta a cercare Michael in giro per la città ed io sogghigno…

Siccome c’è del marcio in Danimarca, non mi faccio mancare un giro a Christiania, ci finisco in una mattina grigia e mi sembra una cittadella fantasma visto che alle undici se la dormono ancora tutti quanti! Il posto è assai strano e comprensibilmente trasandato e transennato, ci ricavo un piacevole giretto e nulla più. Non manca nemmeno un saluto ad Amleto nel suo castello e, lungo il tragitto, una sosta al museo d’arte contemporanea Lousiana che mi ammaglia con una mini collezione di opere di arte moderna e delle curiose installazioni, me ne ricordo una in particolare fatta di ghiaccio ed un’altra che sfrutta le onde radio, un posto curioso che, all’esterno sembra una costruzione uscita da un film di Lynch con la sua scritta “The World Is Yours”. Nel viaggio in treno apprendo dell’esistenza delle cosiddette “quiet zone” nei treni danesi allorché viene gentilmente allontanata una signora con bambino frignante dal vagone!!! Incredibile per un italiano!

Il mio lato vichingo viene soddisfatto con il museo della città ed il viaggio si conclude con me stesso che, in piena esaltazione nordica, canto a squarciagola “Walk All Over You” degli Ac/Dc nel tratto di mare antistante la opera house, con tanto di pugni al cielo. Arrivederci, Danimarca!

Castello di Amleto, Danimarca
Christiania, Copenaghen, Danimarca
Lousiana Museum, Danimarca

La copertina del disco da cui è tratta “A better believer” è sbagliata ah ah ah 😉