Tornarsene “In Utero”

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Torso alato della copertina esposto a Seattle.

Avevo deciso che non avrei aderito alla riedizione di “In Utero”, anche se Steve Albini (magari assieme a Billy Anderson, Kurt Ballou o Tomas Skorsberg) è probabilmente il mio produttore preferito. Voglio dire che fa suonare i gruppi come nessun altro e riesce a far trasparire la sua personalità quasi in ogni occasione. “Rid of me” suona meravigliosamente indigesto, il suono di batteria di “A sun that never sets” è probabilmente il migliore che io abbia mai sentito, i suoi metodi di registrazione sono unici e raffinati. Sicuramente la musica che produce non sembra uscita da un estrusore come della volgare plastica non vinilica.

Forse questa ristampa arriva nel momento sbagliato. Una parte di me non ha più voluto ascoltare i Nirvana dopo la morte di Cobain. Fu un duro colpo, senza voler essere sentimentale. Non mi andava anche se poi qualche volta l’ho fatto. Era una parte della prima mia maggiore età che si spezzava letteralmente. Da una parte dopo “Nevermind” (e “Appetite for destruction” devo ammetterlo anche se mi rode) finalmente trovai dei dischi migliori sugli scaffali, dall’altra tutta quella attenzione sui miei gusti musicali non so, non era un granché. E nemmeno il putiferio mediale che seguì la sua morte. Tutti quelli che poi si appropriarono della sua figura e la idolatrarono, tutto quel falso alone di leggenda. Quello fu il peggio.

Slash disse: “Se fossi sposato a Courtney Love mi sarei ucciso anche io”, non male, ma anche se avessi avuto un cantante come il suo ci avrei fatto un pensierino. Un sacco di parole su parole. No beh noioso. Non mi andava di rivivere tutto. Non mi andava di risollevare tutta la polvere che si era posata su questi fatti. Nemmeno di ricordare quanto ero felice nel 1994 o come andò tutto per aria. Anche se non stai leggendo sappi che non ti ho perdonato, non lo farò mai.

Buzzo disse che durante uno dei primi tour dei Melvins, li attaccarono degli skinheads e che poi, quattro anni dopo, portavano capelli lunghi, camicie scozzesi e t-shirt della Sub Pop. La gente continua a non capire un cazzo. A valere ancora meno. I Nirvana vennero fagocitati dalle sovrastrutture. Tre ragazzi che non esistono più, uno è un fantasma gli altri due sono qualcun’altro. Non riesci nemmeno più ad immaginarli. Eppure ero bravo a cantare “Pennyroyal tea” ed ho comprato “With the lights out”: è dura liberarti di una cosa che ti è piaciuta. Soprattutto se si è interrotta bruscamente, nonostante gli sciacalli, nonostante i modaioli o i ragazzini scemi. Perché avevano ucciso gli anni ’80, tutta la patina traslucida e sintetica, quella mentalità tutta apparenza gonfiata, quella musica con quei suoni pessimi. Mi fecero tirare il fiato.

Per questo alla fine ho preso la versione in 3Lp: mi domando se l’ascolterò mai. Sarà interessante scoprirlo.

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