Chelsea Wolfe

…a proposito di Baronesse

Postato il Aggiornato il

L’altra sera, mentre fuori c’era la tempesta, ho finito di leggere l’autobiografia per recensioni di Lester Bangs ascoltando il nuovo dei Baroness. Un modo come un altro per passare la serata invece di smadonnare davanti a canali che perdono il segnale quando mancano 10 minuti alla fine del film, cosa che, in realtà, è successa la sera prima. Ci ho messo una vita a leggere il libro di Bangs (sarebbe utopico avere le tempistiche di una volta) eppure, quando ho finito, mi sono reso conto che molti dei pensieri che ho formulato in vita mia li aveva già elaborati lui prima e con molti anni di anticipo. Probabilmente lui avrà pensato la stessa cosa di qualcun’altro: è una ruota che gira.

Più probabilmente a girare è un cerchio nero con un forellino in mezzo, oppure un dischetto iridescente con un buco più grande sempre nel mezzo. Gli mp3 non girano, forse è per questo che, pur essendo comodi e tutto, non mi convincono, come del resto non lo riescono a fare gli ebook. Il fatto che qualcun’altro abbia già elaborato i tuoi stessi pensieri non significa che tu non debba sforzarti di formularne di nuovi. Anzi. Significa esattamente quello. E comunque il percorso intrapreso per formulare determinate riflessioni ha il suo peso, come pure hanno il loro peso il contesto e le piccole differenze che comunque non possono non esserci.

Da più parti sento dire che la musica pesante ha perso stimoli, la furia che denotava certe proposte musicali ha perso il suo impeto di ribellione se anche nelle catene di vestiti da centro commerciale si vendono magliette metal. E ripenso al me stesso che quasi nascondeva le toppe degli Iron Maiden nel gubbotto di jeans delle superiori. La risposta che mi sono dato e che, alla fine, non mi interessa. Non amo questa musica perché è sinonimo di ribellione. Amo questa musica perché fa parte di me. Apprezzo altri stili misicali ho sempre considerato il goth la mia seconda casa, ho sempre apprezzato il jazz e, anche se per un numero ristretto di artisti, rispetto anche (e perfino) il rap senza nessuna “t” davanti (sia chiaro!) e tanti altri “amori musicali episodici” dei quali non importa a nessuno se non a me stesso. Tuttavia questo non cambia il fatto che un bel suono di chitarra distorta, una batteria menata a sangue e un basso che ti smuove le viscere rimangono il mio territorio e fin quando ci sarà qualcuno a suonare cose di questo tipo io sarò qui ad ascoltarli.

Il declino è evidente. Soprattutto dal punto di vista creativo credo che sia sotto gli occhi di chiunque abbia ben presente le proposte musicali in abito pesante dalla seconda metà degli anni ’60 alla fine dei ’90: non raccontiamoci balle, certi dischi non torneranno mai più. Ma da qui a dire che è tutto finito ce ne corre, e parecchio. L’entropia è un processo irreversibile, le cose peggioreranno sempre e comunque, non si sfugge: se addirittura le grosse case produttrici di strumenti musicali (Gibson e Fender su tutti) sono in crisi perché ci sono molti meno ragazzi che smaniano per tenere in mano uno strumento credo che il fenomeno sia assolutamente tangibile. Pazienza. Ho fatto una buona scorta di bordate sonore, potrebbe anche bastarmi per una vita, rischierei di annoiarmi forse, ma potrebbe bastare.

Tuttavia sarebbe un accontentarsi triste, un immobilismo sterile, perché che lo neghiate a voi stessi o meno, siamo tutti in costante e continua evoluzione. Possiamo anche rallentarla allo fino allo sfinimento, tentare di controllarla o lasciarla correre senza freno, ma non possiamo fermarla. Dobbiamo tendere a qualcosa, almeno provarci. La musica pesante non è morta. Molti la danno per spacciata ma non è morta, sta a noi trovare nuovi stimoli. E ogni qualvolta un disco ci piace o almeno ci lascia perplessi abbiamo il dovere di esultare. Se ci piace è ovvio il perché, ma se ci lascia perplessi dovremmo esultare ancora di più perché dovremo fare un’ulteriore sforzo per entrare nelle sue dinamiche, per capire se le emozioni che ci genera sono noia o estasi, dobbiamo adoperarci per capire se ci appartiene o meno. Se tocca le corde delle nostre emozioni. In una parola dovremo rimetterci in gioco. Esattamente ciò che dovrebbe fare ogni artista quando si approccia ad un nuovo lavoro, a delle nuove composizioni.

Per il momento il disco dei Baroness, che continuano ad intitolare i loro lavori come dei colori (“Gold & grey”, nel caso), sta esattamente in quel limbo. Intuisco della grandezza in esso, percepisco lo sforzo evolutivo rispetto al passato (“Purple”, di qualche anno fa sembrava alla lunga fin troppo statico e quasi manieristico) ma ancora mi sfugge se può ergersi a grande lavoro o finirà sugli scaffali a prendere polvere. E questa sospensione, che non resterà tale in eterno, mi piace, perchè mi da modo di confrontarmi e crescere, anche solo ascoltando un disco. E’ un ottimo punto di partenza.

Aggiornamenti:

  • Sono stato raggirato da Chelsea Wolfe: Il nuovo disco esce a settembre! Il singolo on-line non mi dice un granché ma sono comunque fiducioso.
  • I Crushed curcuma hanno messo on-line un disco disponibile per download gratuito o formato fisico: cosa aspettate?

Hai sentito le bombe che cadono?

Postato il Aggiornato il

 

Ecco, io amo profondamente “Crazy love” perché ha in se stessa il suono delle bombe che cadono. Un precipitare cupo e disperato. Anche se si tratta di un sentimento positivo, eppure forse pericoloso, forse irrealizzabile, forse eccessivo. Ti mette in allarme perché ti sta per cadere addosso qualcosa che ti travolgerà, che accelererà il tuo battito cardiaco, che ti sconvolgerà fino a farti impazzire, fino a farti desiderare di non vivere più senza di esso. Sono concetti già trattati, parole già spese e forse ridondanti eppure mi ipnotizzano, mi scavano dentro e mi lasciano esposti i nervi, le sensazioni, mi lasciano piacevolmente vulnerabile, pronto ad essere sconvolto ancora una volta.

Dopo verrà la paura, dopo verranno i pensieri, dopo verranno le conseguenze. Verranno ma, per una volta, verranno dopo. Verranno quando la canzone finisce, quando l’idillio si spezzerà, quando riaprirai gli occhi e ridiventerai il te stesso quotidiano, quello forzato ad affrontare la vita di ogni giorno. Tuttavia per quei pochi istanti, in quella successione di note, a causa di quella flebile voce hai sognato di essere travolto ed è stato estasiante come staccarsi dalla realtà, come distruggere le sterili abitudini ed essere al di sopra di tutto. Volteggiare eterei, come la musica e perdersi in essa come in un sentimento meraviglioso. Crazy Love.

cw

Era nel bellissimo”Abyss” e, dopo il parimenti meritevole “Hiss Spun” del 2017, secondo la sua pagina Facebook, la settimana prossima esce il nuovo disco di Chelsea Wolfe. Un’altra bomba che sta per cadermi addosso… e sono felice.

Non escludo il ritorno

Postato il

Califano

Non mi piace Califano, ma quando ho saputo che sulla sua tomba c’era scritto “non escludo il ritorno” ho pensato che la citazione fosse perfetta per tornare dopo mesi di silenzio… che questo significhi qualcosa non lo so. Amo il blog e mi piace scriverci, ma sono terribilmente a corto di: tempo, ispirazione, vista, energia, pazienza e altro.

Quindi i mesi se ne sono scivolati via dall’ultimo post su Marco Mathieu, per quello che ne so io le sue condizioni non sono migliorate. Io non mollo la speranza: ora e sempre tieni duro Marco!

Detto questo sono tornato su queste pagine solo per lasciare la classica classifica di fine anno, ammesso che qualcuno la voglia leggere e che a qualcuno interessi.

10. ALL PIGS MUST DIE: “Hostage animal”

Una sana dose di violenza messa in musica. Io ne ho sempre bisogno, un canale per la rabbia, per la tensione che si accumula, finalmente senza che ogni riff sia telefonato e prevedibile. E Ben Koller, un batterista enorme.

9. IRON MONKEY “9-13”

Un altro gruppo che non scherza. Vent’anni cancellati, un cantante di meno con tutti i dubbi che possono venire e che si allontanano via via con l’ascolto di un disco marcio e roccioso al tempo stesso. Ritornare sulla scena senza tradire il proprio passato non è cosa da tutti.

8. Telekinetic Yeti “Abominable”

Grande esordio per questi americani dagli amplificatori fumanti, una piacevolissima sorpresa e nebbia aromatica che si alza da ovest.

7.Crystal Fairy “Crystal fairy”

Dopo aver amato le Butcherettes di “A raw youth”, potevo perdermi il supergruppo con i Melvins, il tipo degli At the drive in e Teri Gender Bender? No. Il disco è grande, cresce con gli ascolti e surclassa alla grande l’ultimo Melvins fin troppo influenzato dal risibile nuovo bassista che si spera venga issofatto licenziato dal duo. Forse un progetto nato morto, chissenefrega.

Se vi fosse venuto il dubbio ascoltando “A walk with love and death” no non si sono rincoglioniti e sì ritorneranno alla grandissima!

6. Godspeed You! Black Emperor “Luciferian towers”

Il Canada dovrebbe essere fiero di questi suoi figli sovversivi e traboccanti di lirismo e magia (dal vivo poi sono da lacrime a scena aperta). Una conferma incontestabile.

5. Electric Wizard “Wizard bloody wizard”

Dorset will rise again. Dopo innumerevoli cambi di formazione, tour svogliati e quasi casuali nelle tempistiche e nei luoghi, dischi quasi sporadici e quant’ altro, alla fine ce la fanno sempre a tornare. Io ne ho bisogno di Jus Oborn e anche di Liz Buckingham, del loro immaginario satanico settantiano da fumetto porno di infima qualità, delle loro fumate bianche, delle loro SG vintage e degli amplificatori in fiamme. Al diavolo ogni remora, ci vediamo all’inferno: portate le birre, farà caldo!

4. Converge “The dusk in us”

Altro giro altro ritorno. I Converge sono dei grandissimi e quando, tra mille impegni, trovano il tempo di far uscire un disco nuovo è sempre una festa per le orecchie di chi scrive. Assolutamente brutali, certamente intensi, incredibilmente mai banali. La perfezione del concetto di “evoluzione sonora” assieme ai mai troppo lodati Neurosis. E Ben Koller, assieme a Nate Newton, Jacob Bannon e Kurt Ballou. Non serve altro.

3. Edda “Graziosa utopia”

Volevo metterlo come menzione speciale per il disco più ascoltato dell’anno. Invece no, ho deciso di trovargli una posizione nella classifica e basta. Questo è il disco italiano dell’anno, almeno per quanto mi concerne. E non mi importa se non c’entra nulla con gli altri. Le canzoni sono geniali e sorprendenti, i testi irriverenti e a doppio fondo. Lui rimane una spanna sopra la melma e una persona assolutamente grandiosa. Come si fa a non volergli bene?

2. Unsane “Sterilize”

NYC. Il suono dei nervi tesi: urbano, opprimente, denso e viscoso. Se Chris Spencer, Dave Curran e Vincent Signorelli avessero deciso di smettere dopo il pestaggio di Chris non avremmo mai avuto “Visqueen” e “Sterilize”, non avremmo avuto concerti intensi e devastanti come quello del Magnolia lo scorso ottobre. Una telecaster nera dal manico violentato fino a spremerne sangue. Enormi.

1. Chelsea Wolfe “Hiss spun”

La sacerdotessa dell’ inquietudine rilascia il suo disco più intenso. Rimpinzata ad oscurità e tenebre, avanza strisciando verso l’ascoltatore ammutolito dai suoni grevi nell’aria. Non lascia respiro, stringe le spire, smuove la tela, corre in contro al baratro. E lo fa con una grazia inaudita. Io l’adoro.

In calce un ringraziamento a chi passa di qui dopo tutto questo tempo.

Vi regalo due chicche forse mezzo sconosciute:

Di una vi ho già parlato ( e lo ha fatto anche Neuroni): LOMAX

Una incontrata dal vivo al concerto di un gruppo di amici: TOTEM

Avessi un’etichetta li farei firmare io…