Sleep

2018

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Immancabile appuntamento con  la playlist di fine anno e quest’anno me la risolvo così:

10. Einstürzende Neubauten:  Grundstück (ok è una riedizione ma è comunque un evento!)

9. Melvins: Pinkus abortion technician

8.  Cani Sciorrì: Parte I

7. Storm(o): Ere

6. Fluxus: Non si sa dove mettersi

5. Voivod: The wake

4. High On Fire: Electric messiah

3. Messa: Feast for water

2. Clutch: Book of bad decisions

1. Sleep: The sciences

Concerto dell’anno: Sleep a Milano

Ciofeca dell’anno: Corrosion of Conformity (giuro che non riesco ad ascoltarlo!)

The interview

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Unimog
Unimog

Quello che potete leggere qui sotto è un’intervista che ho recuperato in una oscurissima webzine che, non si sa come, è riuscita ad intervistare un oscuro rappresentante del bassistico duo. Non è chiaro molto alto al riguardo e mi scuso con i lettori non in grado di leggere la lingua inglese, ma tradurre tutto sarebbe laborioso e, ammettiamolo, non ne ho poi molta voglia: probabilmente ci sono anche degli errori dentro ma quelli non dipendono da me… onestamente non so nemmeno bene chi possa essere interessato ma tant’è…

Unimog is an italian band. We don’t really know much more than that… two people playing “music”. The word is quoted because you can’t really call it that way and even try to describe what they play gets difficult, what we heard was basicly a distorted bass-line and the kind of vocals you can expect to came out of a cave. Low distorted tunes, primordial growls but fascinating in some way. Don’t even ask how we get in touch with them, they aren’t exactly familiar with what you can call interviews and stuff like webzines, just enjoy the chat and hope not to hear them play. Ever.

Q: Would you like to introduce the band? A: Well we have known each other since more or less a lifetime ad at a certain point we just grab our basses and raised the volume. I don’t know if this could be called a proper “band” we just do what we feel like and obviously we don’t care. Most of the time it’s just us jamming for an endless time. And don’t think about complicated stuff, because one starts playing a riff and the other one follows adding what he feels like to the main theme, so our so-called “jams” are nothing serious, we have respect for those who jam the right way (laughs).

Q: What about the band’s name? A: It is a off-road vehicle made by Mercedes-benz. We prefer the 70’s vehicles to be honest, the ones without all that electronic shit, they were so great. Nowadays there’s too much electronic stuff everywhere, even in music, and we’d like to react going the other way with what we play, I don’t really think we will ever sound like much modern bands do. To hell with pro-tools! (laughs) We decided to call ourselves like that because we like to go outdoors where noone usually go, and that vehicle can bring you there, pretty much like when Kyuss used to play in the Death Valley, what we dreamt about was playing in a rather inaccessible place.

Q: And where do you usually play? A: It depends on how high the volume can be! Usually we play in one of our places at a low volume, but when it becomes necessary to make some serious noise we just rush in a workshop. In a workshop? Yeah, we know the right people to do that.

Q: Before you were talking about Kyuss, what artists have influenced you? A: Kyuss were absolutely among those who had a leading role in influence what we do. It’s always a matter of attitude and, of course, of the way they sound. I could say that Sunn 0))) are perhaps the biggest influence, great people and deep, slow and low-tuned  sound. Dark Throne are another if not for the music, for sure for the attitude and for doing what they want and what they feel. Then I can’t forget the Melvins, perhaps the biggest example of indipendence in today’s music… and tons of other bands like Neurosis, Converge, Electric Wizard, Sleep, Winter and, what the hell, the first six Sabbath albums!!! (laughs)

Q: But you don’t sound like any of them, do you? A: No. (laughs) Maybe a bit like Sunn 0))), but it’s a bold statement, man.

Q: What do you think Unimog is all about, then? A: Damned if I knew! (laughs) We are just a couple of friends doing what we like. If I wanted to be pompous I’d say we are about freedom of experssion, darkness, heavy music, but that’s bullshit and I don’t believe it at all. We are just free and we can’t really take any kind of label on what we do. We don’t like to discuss about it, we don’t like to give explanations or anything, that’s it. This is not something made to get a contract or to please people, like it or not. If it is so… why are you answering now? Because you were so kind to ask for an interview and because I felt like it!!! You know, usual things (inclucing people and music) are so damn boring, and I haven’t answered an interview yet!!!

Q: Will you ever record anything? Will you ever play live? A: Uhm… I don’t know, how did you get to hear us? I won’t say that… that’s right, you get the point. As I said before we do what we feel like, we live the moment, you know? If we will be able to record anything satisfying and the moment is right, then it could happen (there might be some bootleg recordings, I don’t really know). And we even played live once. It was a kind of a festival and a friend of ours asked if we’d like to join in. He had to ask several times, really (smiles)… but finally we played and had a good feeling out of it, it was just bass and vocals but i guess we scared the shit out of someone! There was no plan, we just dropped in and play, we preferred the version with “vocals” so there was a bass only. Some said we sounded like an elephant, others, linstening to our rehearsals, said like a dinosaur, we appreciated that! Horns up!

Un sogno lungo un disco

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La durata standard di un cd fu fissata a 74 minuti, in modo che potesse contenere tutta la nona sinfonia di Beethoven. Ci sono brani unici che durano un disco intero: è una scelta sicuramente dissennata e che, da subito, pone dei limiti alla fruibilità del disco in questione. Occorre dedicargli tempo ed attenzione, occorre non avere fretta e lasciare che il disco prosegua per la sua strada e si svolga, come un gomitolo di note, lungo tutta la sua durata. Stare fermi e lasciarsi trasportare.

E’ una sfida, è un atto quasi sconsiderato. Anche per chi lo incide necessita di coraggio e fiducia in se stessi. Fiducia nel fatto che chi ti ascolta avrà la concentrazione necessaria per andare fino in fondo e lasciarsi permeare dalle tue note. Fiducia nel fatto che quanto hai da dire sarà talmente importante da rendere difficile interrompere l’ascolto. Fiducia nel fatto che la tua casa discografica possa seguirti nella tua ambiziosa idea. Eppure, come tutte le cose fortemente ideali, ha un fascino che non si può raccontare a parole.

La casa discografica demolì gli Sleep quando vollero incidere un unico brano lungo quanto un disco intero e solo recentemente hanno avuto un giusto riconoscimento. I Boris fecero la medesima operazione con il bellissimo “Flood” che, comunque, riuscì perfettamente nell’intento di descrivere in note l’ incessante rifluire dei moti marini. Eppure non è di musica pesante che voglio parlare oggi, poiché il disco più toccante composto da un unica traccia è, senza dubbio, “Jesus’ Blood Never Failed Me Yet” di Gavin Bryars. L’autore della suite stava lavorando per un amico ad un documentario sulla vita dei senzatetto in determinate zone di Londra. Molti di loro, a testimonianza che il canto e la musica sollevino lo spirito anche in momenti difficili della vita, cantavano canzoni di ogni sorta, ma uno di essi cantò un brano religioso, la cui semplicità ed immediatezza però non impedì di penetrare nel cuore dell’autore delle musiche quando, una volta tornato a casa, si mise a riascoltare le registrazioni ed a improvvisarci sopra.

Ulteriori conferme della spiritualità del canto del senzatetto e della sua incredibile capacità intrinseca di generare commozione arrivarono quando, dimenticata la registrazione a suonare nello studio di registrazione mentre si era allontanato per un caffè, al ritorno trovò l’atmosfera dello studio molto cambiata: tutti si muovevano lentamente ed in silenzio e alcune delle persone stavano addirittura singhiozzando piano.

Decise di sfruttare le registrazioni creando un opportuno sottofondo al cantato. Questo fece giungere alla realizzazione di due registrazioni: la prima di 25 minuti uscita nel 1975 per l’etichetta di Brian Eno mentre la seconda di 74, uscita nel 1993 (per la point records), nella quale Tom Waits si offrì di unirsi idealmente al cantato del senzatetto essendo questo, secondo le sue dichiarazioni, uno dei suoi brani preferiti in senso assoluto. Il “cantante” non ebbe mai la possibilità di sapere cosa avesse prodotto il suo canto di poche e semplici parole, tuttavia ora la testimonianza del suo spirito rimane. Eccone un frammento:

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=2CiukuHhJ4A]

Advaitic songs

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OM fotografia di Aaron Farley

…Ed alla fine le corde vibrarono. E c’è poco da fare i nostalgici, c’è poco da rimpiangere il periodo in cui Om significava essenzialmente la sezione ritmica degli Sleep. Chris Hakius, il mago G della batteria come lo soprannominò un amico, se ne è andato (a fare il monaco?) e Al Cisneros ha proseguito nell’evoluzione della sua creatura. Inizialmente non è stato facile da digerire (come non amare il caldo minimalismo di un disco come “Conference Of The Birds” con quella gemma di “At Giza” che a mio giudizio rimane la loro composizione migliore) e la nostalgia per quell’allegro folletto dietro la batteria e per il loro passato ha pesato non poco. Tuttavia non si può essere nostalgici e rimpiangere il passato per sempre…

Il cataclisma è avvenuto, siamo tra le rovine, cominciamo a ricostruire nuovi piccoli habitat, ad avere nuove piccole speranze. E’ un lavoro piuttosto duro: ora come ora non c’è nessuna strada agevole che porti verso il futuro, ma noi ci aggiriamo o scavalchiamo gli ostacoli. Per quanti cieli ci siano caduti addosso dobbiamo vivere.

Troppo altisonante citare Lawrence? Sicuramente ma mi andava… quindi, dicevamo, Cisneros va avanti e rinuncia al minimalismo, spalancando le porte a nuovi strumenti (chitarre, archi, percussioni) a nuove suggestioni, ad un nuovo batterista (Emile Amos) e alla collaborazione con Steve Albini. Il nuovo disco può benissimo essere inteso come la continuazione di questo nuovo corso inaugurato da “God is good” ormai tre anni fa. E se inizialmente lo scetticismo si era impadronito di me, all’indomani della pubblicazione di “Advaitic songs”, posso dirmi conquistato anche da questo nuovo corso. Con questo nuovo lavoro le atmosfere si consolidano ed anche le innovazioni nel suono riescono a risultare coinvolgenti riuscendo, ora come in passato, ad avvolgere l’ascoltatore in una coltre mistico-sensoriale senza tempo. Sono sempre presenti elementi di contatto col passato come l’icona in copertina, il suono del basso di Cisneros (non più onnipresente, però), la predilezione per certi luoghi intrisi di spiritualità (Se in passato era Giza, poi fu Tebe ed ora il Sinai) per altri verti viene spalancata la porta a nuovi strumenti, il canto-mantra viene in parte abbandonato, la voce si fa maggiormente greve (forse effettata?) e la proposta dei due lascia intravedere sfumature raramente incontrate in passato.

Il cordone ombelicale non ancora reciso è avvertibile in “State of non-return” , ma altre tracce come “Gethsemane” e “Haqq al-Yaquin” presentano più chiaramente l’evoluzione nel suono degli OM da sempre, ed oggi più che mai, legata a doppio filo con la spiritualità, la coscienza di se stessi e la consapevolezza di un universo che pulsa e si illumina come un’aura in fiamme. Il viaggio non si è ancora estinto, la ricerca non è stata soddisfatta, il cammino si presenta, ancora una volta, solitario e crudele… eppure l’attenzione va a fissarsi sulle gambe che ritmicamente si animano, un passo dopo l’altro. Terribile ed affascinante se ci si sforza di ammetterlo, se ci si sforza di non sovraccaricarlo di zavorre inutili.

I nostri parteciperanno al Mi-To festival il 22 settembre al teatro colosseo a Torino (ed io conto di esserci!).

Advaitic Al

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Al Cisneros e la sua invidiatissima strumentazione

Stavolta ci siamo, se i precedenti ascolti sono stati oltremodo soddisfacenti, adesso si fa sul serio: ieri mi è stato recapitato il nuovo doppio vinile degli OM, “Advaitic Songs”. Non sono ancora riuscito ad assimilarlo appieno però posso tranquillamente affermare che nutro da sempre una sorta di ammirazione per il bassista Al Cisneros, già al lavoro con i fondamentali Sleep, riesumati di recente. Al non è un virtuoso, ha degli evidenti punti di riferimento di Sabbathiana memoria eppure le sue note, che decontestualizzate potrebbero anche apparire piuttosto banali, trasmettono una passione ed una genuinità, per me quasi commovente.

Da appassionato irriducibile del quartetto di Birmingham posso tranquillamente affermare di aver ascoltato, nel tempo, quanti più gruppi ispirati al quartetto capitanato da Tony Iommi, ma in pochi mi sono sembrati sinceramente ispirati come gli Sleep, benchè abbiano esasperato per molti versi il verbo sabbathiano, scendendo ulteriormente di tono ed alzando anche il volume e la tensione delle proprie valvole incandescenti. Del triste destino del gruppo si è parlato e riparlato, però nessuno dei tra componenti si è dato per vinto: Matt Pike con gli High On Fire da una parte (autori del disco metal dell’anno, fino a questo momento) e Al Cisneros e Chris Hakius dall’altra.  Ed anche se quando Hakius era ancora della partita (ora voci di corridoio riportano che si sia ritirato a vita monastica, confermando che il trascendente ha sempre avuto voce in capitolo nella storia degli OM) il suono del suo gruppo risultava meravigliosamente più minimale e ipnotico, oggi continuano a produrre lavori assolutamente affascinanti, con l’aiuto del nuovo batterista Emile Amos e del (mai abbastanza elogiato) produttore Steve Albini, presente anche sull’ultimo lavoro in qualità di ingegnere del suono.

Il suono si è arricchito di sfaccettature strumentali aliene agli inizi, quando il potere evocativo del duo basso/batteria era risplendente, conglobando nuovi strumenti e sensazioni già dal precedente “God is good”, tuttavia la costante precipua del suono è l’ipnosi, la trance, la meditazione che ne deriva, con un Cisneros che mette in risalto esattamente l’aspetto altamente spirituale e mesmerico della sua proposta. Adesso l’attesa è finita, tra poco il vinile sarà sul piatto e quelle quattro corde vibreranno ancora…