2020

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10. Jesu- Terminus.

Avevo lasciato un po’ perdere di seguire quello che a tutti gli effetti si può ben considerare uno dei massimi padri della musica estrema, Mr. Justin Broadrick dopo l’ ultima uscita di questo stesso progetto denominato Jesu. Premesso che i primi due capitoli erano di una qualità indiscutibile per quanto mi riguarda, successivamente hanno cominciato a venirmi a noia, a sembrarmi meno ispirati e, per quanto concerne l’ultimo capitolo, a svoltare pericolosamente verso un addolcimento sonoro tale da farli diventare stucchevoli. Onestamente dopo 8 anni non sapevo cosa aspettarmi. L’ho comprato un po’ per supportare il notevolissimo negozio di dischi di Ivrea discoccasione e un po’ per nostalgia. Da principio mi sono detto subito che era una palla, fino a sentirmi davvero infastidito dall’uso di certi effetti vocali (“Consciousness”). L’effetto è durato un altro paio di ascolti, poi piano piano il disco ha cominciato ad insinuarsi e adesso mi ritorna in mente a spezzoni e sono arrivato ad assimilarlo. Se volete farvi un’idea di come suona guardate la copertina: abeti, nebbia, neve. Un inno al silenzio, al morbido sprofondare dei passi tra le cotri candide: lento, leggero eppure intenso con scariche elettriche ad appuntare il maestoso paesaggio. Sono quasi arrivato a sopportare anche la molestissima effttistica di cui sopra, credo che meriti dunque una certa attenzione: bentornati.

9. Scorched Oak -Withering Earth.

Non so voi ma io sento il bisogno di omaggiare i Black Sabbath con un disco di loro adepti almeno una volta all’anno. Fortunatamente qualcosa di decente su questa falsariga di solito si palesa: l’anno scorso i Monolord (sempre corna al cielo per loro!), quest’ anno gli Scorched Oak. Tedeschi, alternano voce maschile e femminile in brani che non indugiano molto sulla lentezza o sulla pesantezza del suono considerato il genere. Si muovono in un’atmosfera decisamente grassa musicalmente parlando ma mantengono un sound dinamico e ricercato (grande merito al batterista che sorregge la struttura alla grande) che li porta a comporre brani dalla lunghezza medio-alta ma non giocata su effetti ipnotici, quanto sulla costruzione del brano a partire dai riff. Decisamente una buona prova, se potete soprassedere ( in questo caso lo si fa volentieri) sull’ originalità a tutti i costi.

8. Mr. Bungle- The Raging Wrath Of The Eastern Bunny.

Altro caso in cui occorre non aspettarsi chissà quale innovazione, anche se da un gruppo come i Mr. Bungle sembra assurdo non aspettarsela. In realtà questo disco è senz’altro la loro uscita più canonica: hanno ripreso un vecchio demo e lo hanno risunato ad anni di distanza con l’aiuto di Scott Ian degli Anthrax e Dave Lombardo degli Slayer. Quello che ne esce è un disco di thrash metal con le palle fumanti, come si diceva una volta. Un superlativo esempio di come i vari Municipal waste, Toxic holocaust e compagnia siano davvero poca cosa rispetto a chi con il thrash c’è nato. Semplicemente questo. Chi si accontenta gode e tanto!

7. Kvelertak-Spid.

Un gruppo che, per molti, ha rappresentato una sana ventata di aria fresca nell’asfittico panorama del metal post 2000, uno dei pochi a uscirsene con qualcosa di personale e ben architettato, una diretta evoluzione di quello che c’era prima ma con un valore aggiunto importante che rendesse loro il merito di aver codificato un nuovo stile. Purtroppo, dopo il botto del primo disco (assolutamente ottimo), la conferma del secondo, comunque non all’altezza del primo, il terzo disco suonava decisamente sottotono e diversi punti interrogativi si palesavano all’orizzonte per il proseguio della loro carriera. Dopo aver cambiato formazione si ripresentano invece in una forma più che buona, rilasciando un disco fresco, in continuità con i primi due, ma soprattutto in grado di restare in mente e di esaltare in diversi passaggi da headbanging e corna al cielo. Una rimonta come se ne vedono poche.

6. Zolle-Macello.

Unico gruppo italiano della lista (forse), unico duo e unico disco (quasi) strumentale. Di loro ho già detto tanto, mi hanno anche fatto l’onore di concedermi un’intervista. Sono ruspanti, genuini e combattono dalla bassa lombarda a colpi di riff, disegni (animati), salami e vino. Dall’alto dei loro trattori nonostante i ritardi in sala prove… avete bisogno di altro?

5. Deftones-Ohms.

Ennesima prova per il gruppo di Chino Moreno e Stephen Carpenter. Ennesimo bel lavoro, anche loro in rimonta vista la prova un po’ sottotono (per i loro standard, sia chiaro) del disco precedente. Da un disco dei Deftones chiunque dovrebbe ormai sapere cosa aspettarsi, più che altro la domanda da porsi è quale forrma daranno questa volta alla loro proposta, come saranno in grado di miscelare i vari elementi che contraddistinguono la loro musica e quanto sapranno essere coinvolgenti nel farlo. Bene, in questo caso, tutto riesce alla grande, sono tornati a dei livelli più che buoni con un disco che a pieno titolo entra in molti listoni di fine anno. Grazie: la musica ha bisogno di un gruppo come voi.

4. Nothing-The Great Dismail.

Questa è storia recente, come potete leggere dal post precedente a questo. Un disco ispirato e avvolgente, a tratti intriso di inquietutine e sogni. Sanno far viaggiare l’immaginazione per poi abbatterla con bordate ad un volume smodato. Un lavoro che cresce con gli ascolti e si perde nel cielo notturno, affascinante e assordante, chilometri al di sopra delle strade deserte.

3. Celestial Season- The Secret Teachings.

Qui gioco in casa, “Solar Lovers” è uno dei miei dischi preferiti di sempre, anche se giocare in casa a volte è più difficile che in trasferta. La pressione è molto maggiore e qui era alle stelle: era questione di rimettere in gioco i propri sentimenti, di confrontarsi con un passato impossibile da eludere. Missione compiuta, se parliamo di essere all’altezza del proprio passato, il resto lo dirà il tempo e gli ascolti accumulati. Ovviamente ho preso tutto il cofanetto “The Doom Era”, non c’era nemmeno da chiederlo.

2. Human Impact- S/T.

Altra vecchia conoscenza: Chris Spencer, che posso farci se ben pochi giovani sono in grado di smuovere le mie emozioni? Messi in soffitta gli Unsane, ecco gli Human Impact esordire praticamente assieme alla pandemia. Il disco pesca a piene mani nel sound degli Unsane ma riesce a rivisitarlo e a mettere in evidenza diverse sfaccettature interessanti che nella band madre non emergevano vista la natura monolitica della loro proposta. Come già i Celan, anche gli Human Impact riescono quindi a ritagliarsi una fetta di personalità distinta, soprattutto grazie ai tocchi elettronici di Jim Coleman che inseriscono una sfumatura greve e delineano le nuove coordinate stilistiche del gruppo, già dotato di una coesione e comunione di intenti ammirabile e solida.

1 .Coriky-S/T.

Disco dell’anno. Finalmente Ian MacKaye rompe la quiete dei suoi progetti post Fugazi (gli Evens, soprattutto) e torna a scrivere una musica con un grado di intensità finalmente elevato. Non che mancasse la qualità, ma era proprio il trasporto a mancare: gli Evens erano soprattutto la parte calma e riflessiva di MacKaye e della sua compagna, a volte però lo erano fin troppo, al punto che, pur riconoscendone i meriti si correva il rischio di annoiarsi (anche a morte). Nulla di tutto questo qui. Un disco che riprende il discorso dei Fugazi e gli dona nuova linfa e nuove voci, dimostrando che la fiamma non è spenta, il cammino non è finito, l’integrità paga e il cielo non è più il limite.

Alla fine dell’anno giunge la notizia dello scioglimento del gruppo biellese Electric Ballroom. Sinceramente una bruttissima notizia, visto che erano senz’altro uno dei gruppi più promettenti della nostra zona. Lascia l’amaro in bocca che l’annuncio venga dato in concomitanza con la pubblicazione on line delle loro ultime registrazioni. Lasciano con un solo EP all’attivo oltre al disco postumo di cui sopra, con una miriade di potenzialità inespresse, come se questi 366 giorni non fossero già stati pesanti abbastanza. Andate sul loro Bandcamp e abbracciateli idealmente, il disco è gratis.

Now I’m nothing

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Negli anni ’90 questa scritta appariva allegramente su molte delle magliette dei Nine inch nails. Ho sempre pensato che fosse una figata e, se non fosse che è finita in modo tragico, ho sempre pensato anche che “I hate myself and I want to die” fosse un titolo magnifico da dare a una canzone. Chiamare un gruppo Nothing sembra un po’ una di quelle cose da quadretto nero di Malevic, una cosa facile ma alla quale nessuno pensa. Magari poi ci sono migliaia di gruppi che si chiamano Nothing in giro per il pianeta; quello di cui ho sentito parlare io è quello di Dominic Palermo che ha da poco fatto uscire “The great dismail”, per la mai troppo lodata Relapse relapse records che evidentemente ha ampliato non poco i propri orizzonti.

Non sono un grande fan conoscitore dello shoegaze, del nu-gaze del queldiavolochevipare-gaze, questo va detto subito, ma apprezzo in genere la gente che alza gli amplificatori come se l’udito non fosse un bene prezioso (però a conti fatti per me lo è!).

Sono arrivato ai Nothing per vie traverse dunque, un intervista su Rumore e qualche blog che ne parlava. Ci sono arrivato e mi sono fermato perché il loro ultimo lavoro è un disco che merita. Nelle foto promozionali appaiono in tuta anti-gas (non si limitano alla maschera, per dire) il che rende perfettamente l’idea del periodo storico nel quale il disco esce: alla fine della pausa estiva che sembrava essersi presa la pandemia. Il brano che ci introduce il disco “A fabricated life” è già un ottimo biglietto da visita: sommesso inno fragile concepito senza batteria, una partenza lieve ma una solida dichiarazione di intenti. Già dalla successiva “Say less” il gruppo mette le carte in tavola, introdotti da un jingle pubblicitario, liberano le sonorità gonfiandole a dismisura. Le origini del gruppo sono chiare: anni ’90. Dentro alle loro canzoni ci ho sentito distintamente i Dinosaur Jr., i Jane’s addicition e gli Smashing pumpkins, potrebbero tanquillamente aprire un concerto per ognuna di queste tre band e fare comunque felici i loro fan. La differenza la fanno la loro attitudine a divagare e a rendere maledettamente carico il suono imprimendogli a forza le distorsioni proprie del genere che si ritrovano in tutti i capostipiti (Slowdive, per dire, ma anche i nostrani Klimt 1918 dell’ultimo disco). Un suono dinamico e fluido, nonostante incline a trattare di sentimenti malinconici e riflessivi, se non proprio depressivi. Sembra che in questo ultimo capitolo si sia trovata la messa a fuoco definitiva per il loro sound: gli inserimenti effettuati rispetto al passato hanno apportato una maggiore lucidità in fase compositiva rispetto al passato portando il gruppo a rilasciare forse il più completo tra i loro lavori.

La metamorfosi appare completa a questo punto, lasciati alle spalle i retaggi hardcore che sono anche costati cari al loro componente fondatore, i Nothing hanno davanti uno spazio del quale non si intravvede la fine e diverse direzioni verso le quali fare rotta da qui in avanti. Sicuramente una delle proposte migliori di quest’anno disgraziato.

Gente con ancora qualcosa da dire? Parte 2: Deftones.

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Ohms è gia uscito da più di un mese, ho avuto tempo per pensare se acquistarlo o meno. Alla fine ho deciso per il sì. Alla fine anche perché ho tutte le altre uscite del gruppo di Sacramento (che sembra una esclamazione folkloristica che era solito utilizzare mio nonno, con diversi punti esclamativi successivi), sono un loro fan dall’uscita di “Around the fur” e credo che siano uno dei pochi gruppi longevi e con scarsi cambiamenti di formazione rimasti. Già questo di per sé non è poco, nel loro caso poi il cambio del bassista è anche dovuto ad un evento tragico, quindi la sorte nel loro caso ha avuto un corso beffardo: si narra infatti che Stephen Carpenter abbia avuto la possibilità di imparare a suonare la chitarra a causa di un incidente in skateboard (che con i dovuti rimborsi servì anche a comprare l’attrezzatura) e sempre per lo stesso motivo persero il loro bassista storico Chi Cheng.

Nonostante questo hanno tirato avanti dagli anni ’90 ai giorni nostri. Ingiustamente, fino a quando il fenomeno è durato, accostati al movimento del cosiddetto nu-metal un po’ per il periodo storico, un po’ per certe assonanze stilistiche (chitarroni ribassati, uso della voce e groove ritmici) hanno saputo guardare oltre e rinnovarsi, con alterne fortune fino ai giorni nostri. Solo per questo mi verrebbe da dire: avercene.

Ovviamente non è tutto così perfetto, almeno un paio di episodi debolucci nella loro carriera sono indubitabili: “Saturday night wrist” e il disco precedente a questo “Gore” suonano un po’ sottotono nonostante alcuni picchi notevoli a livello di singoli episodi siano innegabili (io continuo ad avere un debole per “Phantom Bride” per esempio), anche “Diamond eyes” girava un po’ su regimi bassi per i loro standard. Quindi il dubbio se fosse la pena di acquistare il nuovo “Ohms” lo ritenevo legittimo.

C’è da dire subito che i loro punti più alti in carriera: “Around the fur”, “White pony” e “Koi no yokan” rimangono lontani all’orizzonte, non aspettatevi un rientro su tali livelli. Se sapete ascoltare però alcuni punti a suo favore il nuovo disco li ha. Carpenter continua ad aggiungere corde alla sua chitarra (siamo a nove tipo Matt Pike? il prossimo traguardo forse è lo stickman di Tony Levin con 10 corde) chissà se poi servono oppure no, rimane il fatto che l’ispirazione, pur con qualche calo sembra non esaurirsi e, se a un primo ascolto sembra non esserci un guizzo particolare in questo disco, man mano che si continua ad ascoltarlo, le melodie ti si piazzano in testa e riemergono di quando in quando nei momenti più inaspettati. ho sempre pensato che la capacità di un disco di rimanerti in testa viaggi di pari passo con la sua qualità.

Almeno per decidere se acquistarlo o meno, per decretare il capolavoro è poi necessario andare oltre… spingere avanti il suono, cercare il lampo di originalità, fare emergere la propria personalità e ispirazione. Sulla personalità dei nostri mi auguro non ci siano dubbi, mentre forse quello che manca a questo disco è una spinta innovativa spiccata. Mi viene anche da pensare però che in questo loro hanno già dato in passato: non voglio ripetere le considerazioni fatte per i Tool, ma anche nel loro caso forse non è più il loro ruolo quello di cercare nuove strade, quanto piuttosto quello di ribadire quelle che loro stessi hanno tracciato rendendole grandi ancora una volta: in questo si può dire che siano riusciti. A più di vent’anni dall’ esordio è sempre meglio che vivacchiare all’ombra del loro stesso nome con dischi scialbi e troppo ripetitivi.

Deftones (Fonte Wikipedia)

Quindi riecco l’elettronica, l’amore mai sopito per gli anni ’80 (“Pompeij” sembra uscito dalla colonna sonora di Twin peaks), i chitarroni ribassati, la voce capace di passare attraverso vari registri con scioltezza le ritmiche serrate e sfaccettate, in poche parole i Deftones, uguali a loro stessi ma senza annoiare, senza restare troppo a corto di argomenti. Scusate se è poco.

Postilla personale: il mio attaccamento ai Deftones arriva direttamente da una delle loro canzoni più famose “Be quiet and drive (far away)” , quando uscì arrivai ad ascoltarla quasi prima che il mondo stesso si accorgesse della loro esistenza. Mi colpì come un diretto alla bocca dello stomaco, mi fece quasi male: era esattamente la summa dei miei sentimenti di inadeguatezza, della mia sensibilità instancabile che mi costringeva a ridurre ogni cosa ad un’estenuante riflessione, che mi teneva ingabbiato al tetro me stesso che ero allora. Sentirmi sussurrare “Now drive me far… don’t care where but far” era esattamente ciò di cui avevo bisogno: che qualcuno mi allontanasse dal mio stesso mare dei sargassi perché da solo non avevo abbastanza forza per farlo e sarebbe stato così ancora per tanto tantissimo tempo. Non importava dove ma lontano, da me e da tutto.

Gente con ancora qualcosa da dire? Mr. Bungle!

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Mr. Bungle

Ormai dal Sig. Patton ci si aspetta di tutto: dopo aver collaborato con chiunque, formato i Fantômas, prestato la voce a Bjork, essere ritornato ai Faith No More, aver cantato delle canzoni italiane degli anni ’60, mancavano i Mr. Bungle. Detto, fatto. Rieccoli qua. In realtà solo tre di loro: Patton, Dunn, Spruance.

Dopo un passato fatto di crossover e schizofrenia musicale, senza pubblicare nulla da più di vent’anni (una volta per tutte: il loro esordio rappresenta IL disco crossover per eccellenza) ritornano con la brillante (?) idea di ripubblicare il loro primo demo. Essendo californiani ed avendo esordito negli anni ’80 cosa vi aspettate che suonassero agli esordi? Esatto. I tre superstiti uniscono le forze con -Attenzione!- Dave Lombardo e Scott Ian e ri-registrano un demo di Thrash metal!!!

Mr. Bungle 2020 (fonte: Ipecac Records)

Mi spiace per tutti ri revivalisti del genere ma, visti i risultati, prendete pure tutti vostri bei dischetti di Toxic Holocaust, Municipal Waste e compagnia (compresi anche gli ultimi dei quattro grandi del thrash e dei Testament) e buttateli nel cesso perché questo disco, nella sua desueta e folle intenzione, incenerisce qualsiasi concorrente istantaneamente. Per di più con una dose di autoironia (vedi Bio, proclami pubblicitari vari e la cucaracha) che gli altri militanti severi si sognano solamente e che è sicuramente un valore aggiunto.

In conclusione: che senso ha ri-suonare adesso un vecchio demo di thrash metal del 1986? Non lo so, ma il fatto è che mi ha dato una gran gioia sentirlo. Ha finalmente(!!!) dei suoni decenti e nient’affatto plastificati e poi ci suonano dei veri maestri del genere e della musica in generale (Trevor Dunn è un genio del suo strumento, per dire). Molta nostalgia? Certo! Stanno raschiando il fondo del barile? Forse! Hanno ancora qualcosa da dire con un’operazione del genere? Secondo me sì, nonostante tutto… Dunque, per una volta, alziamo il volume e chissenefrega!!!

Don’t act bad Mr. Bungle!

L’eterno ritorno

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Gli anni novanta marcarono un territorio, forgiarono diversi generi di musica pesante, furono insomma l’ultimo periodo realmente florido per il proliferare di un certo tipo di musica. Le cose si sono via via diluite dopo l’anno 1999, fino ad essere pesantemente annaquate e quasi sterili ai giorni nostri. Non che tutto sia perduto, ma tanto, forse troppo, è stato già detto e fatto, manca il gusto per la scoperta e l’esplorazione. Manca l’estro. Attenzione non manca del tutto, ma è diventato sempre più difficile sapere dove cercare.

Molti gruppi rinascono dalle proprie ceneri, e non sempre è un male, non sempre si tratta di minestra riscaldata, spesso può trattarsi di ribollita che, a chi piace, è in grado di dare notevoli soddisfazioni: basta saperla gustare e non pretendere che sia qualcosa di diverso da quello che è.

Il fatto che i Celestial Season tornassero tra noi con un disco doom mi ha messo l’ansia. Chi non li conosce colmi immediatamente questa gravissima lacuna:

Gli Olandesi non sono mai stati un gruppo dalla solida identità definita, partirono da un doom malinconico e sognante con archi e aperture melodiche a contorno di un’atmosfera quantomai greve e plumbea, per evolvere verso direzioni stoner anche piuttosto prevedibili vista la loro patria. Scherzi a parte però furono in grado di far uscire un disco rimasto ineguagliato per aver saputo essere un meraviglioso punto di incontro tra le loro due anime. “Solar lovers” è semplicemente sublime in questo, penso che nessuno, all’epoca ed anche adesso, sia in grado di ipotizzare una sorta di “stoner con gli archi” in grado di funzionare così bene come in questo caso. Rimane un disco unico nel suo genere, una vetta rimasta solitaria ed ineguagliata, con buona pace di chi un’impresa del genere nemmeno l’ha mai concepita.

Dopo quel disco c’è stata una progressiva svolta stoner, dapprima lieve (l’E.P. “Sonic Orb”) e poi definitiva con “Orange” ed i dischi successivi, che pur non sfigurando, non si distinguevano certo per originalità. In seguito il silenzio, fino ad essere riemersi nel 2012 al glorioso Roadburn festival in madrepatria.

Oggi si ripropongono al pubblico con un nuovo disco ed io, che ho venerato per decenni il loro nome in relazione al loro capolavoro, sono rimasto spiazzato ed ho atteso parecchio prima di mettermi all’ascolto. Da questi ritorni non sai mai bene cosa aspettarti, potrebbero rovinare tutto, fare uscire un bel lavoro che sposta ancora in alto i loro standard oppure semplicemente uno dignitoso che comunque finisci per volere nella tua collezione e al quale sei comunque affezionato.

Terrore puro fu per “13” dei Black Sabbath: lì veramente si è rischiato grosso ma, alla fine fu un lavoro, al netto dell’assenza di Bill Ward, che non aggiungeva nulla al loro gloriosissimo passato, ma rappresentò comunque qualcosa in più di una mera operazione nostalgica, avendo delle buone canzoni al suo interno; io lo ricordo e lo riascolto con piacere.

Nel loro caso però un ritorno alle radici doom dava adito a qualche perplessità, un po’ per il tempo trascorso, un po’ perché non suonano quel genere da moltissimo tempo, se consideriamo che hanno finito per diventare un gruppo stoner eliminando gli archi. L’ultimo forte legame col doom forse fu proprio “Solar lovers” che però aveva già mutato forma ed è di ben 25 anni fa.

Ebbene “The secret teachings” scarta in toto (o quasi) la componente stoner. Questo è un disco di death/doom duro e puro come si faceva negli anni ’90. Se non amate la strada intrapresa dai My Dying Bride dalla dipartita di Martin Powell in poi (detto per inciso molta critica continua a osannarli ma a me non dicono più nulla e il loro ultimo dico ha dei suoni che sanno veramente di plastica rancida), se amate i Saturnus ma, ecco, con “Martyre” sono mutati anche troppo, se patite per la fine ignomignosa fatta dagli Anathema e i Paradise lost vi aggradano solo da quando sono tornati sui loro passi, questo è il disco che fa per voi.

Nessuno (o quasi) suona più in questo modo negli anni 20. Il nuovo dei Celestial season parla soprattutto a chi sentiva la mancanza di dischi che necessitino di uno sforzo per essere ascoltati ma che poi ripaghino con delle belle soddisfazioni. Lascia spiazzati il fatto che sembra uscito 30 anni fa eppure non risulta superato e nemmeno nostalgico: quando le note partono ci si ritrova immediatamente catapultati indietro nel tempo e l’atmosfera eterea e sognante del primo brano, peraltro ombreggiata a tratti con un’oscurità familiare, funziona alla perfezione per introdurre l’intero lavoro.

È un lavoro, non è un capolavoro, questo sia chiaro. Forse in alcuni brani si sente della prolissità eccessiva, in altri frangenti le orchestrazioni non sono così necessarie o ben focalizzate ma questi, a ben pensarci, erano tutti difetti propri del genere già all’epoca e che sono stati risolti brillantemente solo da loro e dai My Dying Bride di “The angel and the dark river”.

Sul fatto che sia fuori dal tempo non ci sono dubbi tuttavia che sia fuori tempo massimo io non credo. Il Doom è, per definizione, un genere in grado di dilatare la percezione temporale e mi piace pensare che questo disco sia una bolla a sé nello spazio e nel tempo. Questo è il suo limite e il suo pregio al tempo stesso. Sembra che ci siamo dimenticati troppe cose su come certa musica debba suonare e questo disco è qui per farcele ricordare tutte. A trent’anni quasi di distanza può lasciare attoniti, soprattutto perchè fa male accorgersi, tutto in un colpo, di quanti passi indietro abbiamo fatto.

3 vs 1

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L’ estate è trascorsa veloce, nascosti in una città abbandonata eppure viva. Come la brace sotto la cenere. Il senso di vuoto degli alberghi abbandonati e di un luogo che, un tempo, era in grado di ospitare le persone bisognose di cure. La decadenza degli edifici e la tenacia di chi ancora abita quei luoghi. Come sempre le vacanze estive sono quel non-luogo dove vorresti fare tutto quello che, nel trascorrere dell’anno, non ti è riuscito. Leggere un libro o ascoltare musica con calma. Ovviamente non ti riesce. Ti togli qualche fugace soddisfazione, fai appena in tempo ad accorgerti di avere del tempo libero che subito ti viene negato. A pensarci tutte le volte sembra l’ora d’aria dei carcerati. In quest’ ora ho ascoltato quattro nuovi dischi e me ne è piaciuto veramente solo uno, che terrò per ultimo.

Mrs. Piss “Self surgery”: Mi imbatto in questo disco solo perchè vede coinvolta la signora Wolfe. Tutto mi direbbe di non farlo: il nome e l’artwork sono già di per sé squalificanti, per non dire pessimi. Fortunatamente il disco non è peggio (bisognava effettivamente impegnarsi) ma decisamente non brilla. La registrazione è molto piatta, quasi malfatta e questo non giova: non stiamo parlando di musica che trae giovamento da una registrazione ai limiti del low-fi, soprattutto non con la voce di Chelsea di mezzo. Poi poche idee e sviluppate male, a tratti la classe della cantante emerge, ma più spesso appare ficcata a forza in un contesto davvero povero in termini di idee e soluzioni. Non mi è venuta voglia di andare oltre il primo ascolto. Se proprio volete godervi qualcosa di nuovo che coinvolga l’autrice di “Birth of violence”, allora ascoltate questa: è una cover, ma almeno non è niente male.

King Buzzo (with Trevor Dunn) “Gift of sacrifice”: Seconda puntata acustica e (quasi solistica) per il leader dei Melvins. In questo caso sono arrivato almeno al secondo ascolto. Se il primo episodio aveva convinto, il secondo non centra l’obbiettivo. Magari mi ricrederò quando mi verrà voglia di riascoltarlo, per ora purtroppo è triste constatare che anche con il coinvolgimento di un musicista sopraffino come Mr. Dunn, la situazione non migliora e c’è poco da fare. Poco più di mezz’ora di brani acustici per archi e chitarra che non coinvolgono pur non essendo oggettivamente brutti, il problema è che lasciano indifferenti. Che i Melvins siano uno dei gruppi che lavorano più duramente nel panorama della musica pesante penso sia indubitabile, solo che sono diventati… logorroici, adattando il termine alla produzione musicale: buttano fuori roba a ripetizione, senza tregua e quasi senza riflettere. Un album almeno all’anno, più gli album solisti del buon Buzzo e di Dale Crover usciti di recente; obbiettivamente è quasi impossibile mantenere gli standard qualitativi elevati del in passato a questi ritmi e con anni di carriera alle spalle. Danno l’idea di non scartare mai nulla, nessuna idea, nessuna collaborazione, nessun progetto collaterale: è chiaro che il talento si diluice e si finisce per annoiarsi all’ascolto. Qui King sembra riciclare riff (e lui è una vera riff-machine forse la più prolifica dopo Tony Iommi) e avere idee confuse. Spiace dirlo anche perchè l’ EP “Six Pack” uscito in anteprima a questo su Amphetamine reptile records, era decisamente molto più coinvolgente e ben fatto anche al netto della divertente cover dei Black Flag. Se i Melvins si decidessero a far uscire meno dischi (che siano al verde?) e a licenziare quell’inutile buffone dei Redd Kross al basso, forse riavremmo il nostro grande gruppo indietro, per ora sono abbastanza vittime della loro stessa iperproduttività.

Mark Lanegan “Straight songs of sorrow”: Accanto all’uscita del discusso memoir “Sing backwards and weep” arriva questo nuovo lavoro del (un tempo?) fulvocrinito cantante americano. Fermo restando che “Blues funeral” era un capolavoro di stile e “Gargoyle” gli andava appena sotto, con un 1-2 micidiale (“Goodbye to beauty”/”Drunk on destruction”), da lì in poi l’ispirazione è andata scemando anche per lui. Lasciando perdere “Imitations” che è un disco di cover e lo zoppicante “Phantom radio”, l’ondata elettronica che ha invaso i suoi lavori si è fatta quasi opprimente e sbilanciata nell’economia dei brani che via via stanno perdendo quell’opacità fumosa e distruttiva che li rendeva tanto affscinanti. Probabilmente sono anche io il problema, essendo legato alla sua produzione più datata e acustica, per cui soprattutto “Somebody’s knocking” ma anche questo “Straight songs of sorrow” mi risultano un tantino indigesti. Non sono brutti, ma hanno perso il magnetismo e almeno una fetta di magia dei precendenti e anche qui non mi hanno catturato al punto di entrare in un ciclo ripetuto e piacevole di ascolti. Dev’essere una costante del periodo, ma già la canzone di apertura mi sfianca dopo pochi minuti… Fate voi.

Steve Von Till “No wilderness deep enough”: Dopo tre ascolti colpevoli di avermi tolto parte della fiducia nei rispettivi autori, arriva la certezza, solida come una roccia. Il cantante/ chitarrista dei Neurosis rilascia un altro disco solista e nemmeno questa volta è possibile muovergli una critica. L’unico limite di questo disco, se vogliamo chiamarlo così, è che risulta difficile essere dello stato d’animo adatto per ascoltarlo, perché è un disco che letteralmente ti scava dentro, ti svuota e ti lascia nudo di fronte a te stesso. Una visione che non tutti (io per primo) riescono a sopportare per tempi troppo lunghi. Steve è un autore autentico, profondo e sensibile, nonstante il suo gruppo madre abbia messo a dura prova l’udito di più di un fan con sperimentazioni pesantissime e a volte indigeste (confesso candidamente di non riuscire ad arrivare in forndo a “The world as law”, per esempio), quando si tratta dei sui dischi solisti il discorso cambia.

Partito da splendide suggestioni acustiche (il meraviglioso “As the crow flies”), album dopo album, il suono votato al minimalismo si è via via arricchito di sfumature sicuramente apprezzabili in termini di inserti elettronici e archi che completano lo spettro sonoro rendendo il suono ricco ed avvolgente, tutto corredato dai testi sempre ispirati che recentemente hanno anche trovato una dimensione grafica affascinante in un libro corredato da suggestive immagini. Il cerchio si chiude intorno alla sua magistrale interpretazione vocale sempre intensa ed emozionante. Finalmente, ne avevo bisogno.

10 domande agli Zolle!

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Fai qualcosa di nuovo, rompi gli schemi, esci dal seminato. Fare interviste è una cosa che avevo già sperimentato, nel mio passato fanzinaro, ma che poi non avevo più ripreso. Ci voleva l’ispirazione, che è arrivata ascoltando “Macello” l’ultimo lavoro degli Zolle. Non saprei come spiegarlo diversamente, in qualche modo ho sentito che dovevo intervistarli, ho percepito che mi avrebbero risposto e che mi sarei molto divertito nel farlo. Stefano e Marcello si sono mostrati molto disponibili e gentili nel rispondere a queste dieci domande, nonostante questo sia un piccolo blog con un piccolo seguito, per questo non posso fare altro che ringraziarli e invitare tutti a entrare in contatto con la loro musica dal vivo e su disco, perché hanno molto da dire e, nonostante il sorriso che mi hanno strappato, si percepisce il loro impegno e la loro passione per quello che fanno, quindi su il volume e in alto i boccali!

Volutamente non mi sono preso molto sul serio, loro mi sono venuti dietro e questo è quello che risulta della nostra conversazione epistolare:

1. Quando sento il vostro nome mi torna in mente qualcosa di profondamente legato alla terra, oltre che San Siro negli anni ’90. Da cosa prendono spunto gli Zolle, partendo da nome per arrivare alla musica?

M: Se ti dicessimo come ci chiamavamo poco prima dell’uscita del nostro primo album, credo che non saresti qui a farci delle domande! Ahah! Su suggerimento dei baldi giovani di Supernatural Cat, che produssero il nostro esordio, abbiamo optato per un nome più consono al nostro immaginario, anzi, più che immaginario, rappresentativo della realtà in cui ci troviamo quasi ogni sera per fare le prov(ol)e.

S: Beh! Sveliamo il nome iniziale allora: Uilli Uolli. Chissà che karma avremmo avuto … Rispetto alla musica, ci sentiamo in viaggio. Oggi è molto più complesso ed affascinante comporre rispetto al passato. Abbiamo descritto il processo compositivo di Zolle del primo disco con l’immagine di un bovino disinvolto nel defecare. Oggi siamo più due nonne col setaccio in mano. Uguali sono rimaste la libertà, il piacere e quel connubio di impegno e leggerezza.

2. Un’altra domanda che nasce spontanea è quella legata al tema di fondo legato ai maiali… Mi sono sempre chiesto come vi fosse venuta in mente una tematica del genere, poi mi sono ricordato che da Casalpusterlengo in giù la presenza suina è assolutamente avvertibile a livello olfattivo. Credete che sia una formula che è possibile rinnovare all’infinito?

S: Non so se sia una formula rinnovabile all’infinito, per ora lo è stata. Come la mafia. Si ripete, contemporaneamente si rinnova. A livello estetico il maiale ci accompagna, ma in ogni album cambia di significato. Nel primo album, “Zolle”, maiale come divinità (tra il resto, dalle nostre parti e non solo, il porco ha rappresentato veramente una divinità sino agli anni ‘50, perché la sussistenza delle famiglie era in buona parte legata a lui…). Nel secondo, “Porkestra”, maiali in orchestra, a grappolo… perché è noto che maiali e vino vadano a nozze. Nel terzo, “Infesta”, Marcio ed Io, in sembianze suine, a festeggiare. Nell’ultimo, “Macello”, la faccenda si complica … il suino è l’abitante del mattatoio … ed il mattatoio simboleggia il luogo dell’ambivalenza e del paradosso: perdita e nascita. Il porco muore per dare vita ad altro da sé.

M: quella che senti, non credo sia profumo di maiali, ma odore di merda (nella migliore delle ipotesi) e di concime (spesso) chimico. Il maiale è comunque imprescindibile, è la canapa degli animali (cit.).

3. L’ immaginario fumettistico è un’altra costante della vostra produzione, seguite qualche fumetto in particolare o avete preso spunto da qualcuno per sviluppare il concetto grafico?

M: i disegni delle nostre copertine (a parte quella del primo album, che è un capolavoro di Malleus), partono da mei disegni e sono colorate da Eeviac. Sono rappresentate in quel modo (fumettistico?!? Non ci avevo mai pensato!) perché mi viene più naturale disegnare così (sono autodidatta, non riuscirei a fare una Gioconda, ahah!). Le influenze sono nomi enormi (nulla di nicchia), che mi vergogno di citare, potrebbero rivoltarsi nella tomba o denunciarci.

S: Io mi occupo del convivio mentre lui lascia segni grafici.

Ed ecco la mia copia di “Macello” che fa fiera mostra di sé

4. Passando alla musica: nel 2020 è difficile trovare un gruppo dal suono riconoscibile e senza troppe scopiazzature o ispirazioni palesi, voi come ce la fate?

M: Noi ce la facciamo? (Certo! molto più di tanti altri che se la tirano il triplo! nda)

S: Come vedi, nonostante l’età, la capacità di stupirci non molla! Mah …tutto nasce nel nostro incontro, un incontro che sta in piedi sull’anima e non su altre finalità. Forse questo modo di essere e di vivere l’esperienza compositiva fa arrivare all’orecchio dell’ascoltatore un qualcosa di “genuino”.

5. Immagino sia piuttosto semplice suonare dal vivo (ed in studio) essendo in due: la coesione tra di voi dev’essere veramente forte… alla fine però, ammettiamolo, è bello non avere troppi musicisti tra i piedi: quali sono i vantaggi di essere un duo? Percepite qualche limite?

S: In sintesi: vita di coppia. Zolle nasce nel 2013 come entità, Considera però che suoniamo insieme da 25 anni.

M: La semplicità dell’essere in due dipende dai problemi che crea l’altro (in genere solo lui). A parte questi milioni di problemi, devo dire che la dimensione duo, non è poi così male. Noi siamo (s)fortunati perché siamo molto amici e suoniamo insieme da 25 anni, riusciamo a mandarci affanculo in amicizia. Suonare con persone con cui non si è amici non è certo la stessa cosa. Ecco, poi c’è questa cosa degli arrangiamenti a causa della quale spesso tocca stare in equilibrio sui pedali o sulla sedia. A parte anche tutti questi altri problemi, direi che sono più i pro(blemi) che i contro.

6. Nell’ultimo lavoro c’è un accenno di uso della voce. Innanzitutto complimenti per il testo di “S’offre” che mi pare una cosa che forse potete capire a fondo solo voi (ma che ci sta benissimo) e poi quanto intendete sviluppare questo aspetto nel futuro?

S: Beh! Sveliamo il testo iniziale, che ha dato vita alla “melodia” attuale. Pronti? Hey Stefano, mi fai proprio schifo. Hey Stefano. Hey Marcello, mi fai proprio schifo. Hey Marcello. Giuro! Poi dalla risata, come spesso accade, siamo passati al concetto: “Morte non più morte, forte è forte”. Sofferenza è offerta.

M: L’uso della voce fa parte della lista dei problemi della risposta precedente. L’abbiamo usata un po’ per scherzo (dovresti sentire il testo originale di S’offre!, ahahah!), ma poi ci abbiamo preso gusto.

7. Un altro aspetto che mi piace molto del vostro progetto è il fatto di essere piuttosto legati ad avere un suono “live” per quanto curato anche nelle produzioni in studio. Francamente non se può più di suoni iperprodotti ed iperpompati. Com’è andata la registrazione di “Macello” con Giulio Ragno Favero?

M: Ti prego, non chiamarci “progetto” altrimenti non ti rispondiamo più! 😀 (azz… se n’è accorto! nda) Beh, Macello è abbastanza iperpompato, ahahah! Anche se l’approccio in studio è stato decisamente Live, abbiamo suonato insieme, poche sovraincisioni, registrato su nastro. Giulio è la persona giusta quanto c’è bisogno di alzare il volume, speriamo abbia la pazienza di registrare anche i nostri prossimi 100 dischi.

S: Chiamaci matrimonio! Eheheheh!

8. La chitarra ha un suono decisamente eclettico: Wah-wah, bottleneck, effetti e via discorrendo, tutto perfettamente amalgamato nell’economia generale del suono. Quanto è importante diversificare i suoni essendo l’unico strumento (batteria a parte)?

M: (Wow, grazie!) In linea di massima ho cercato di diversificare i suoni (non sono poi così tanti), in base all’esigenza della canzone, abbiamo cercato di fare un disco musicale, ci piacciono i riff, l a canzone così viene più arzilla e non scadiamo nei soliti accordi e scale in minore (che non ne posso più) 😀

9. Visto tutto quello che è successo negli ultimi mesi “Macello” è stato un titolo purtroppo profetico… come sono andate le cose dalle vostre parti? Quanto vi manca suonare dal vivo?

S: Guarda, stavamo iniziando a lavorare allo spettacolo di Macello…Poi quarantena … Ora per i live se ne parlerà forse ad ottobre all’estero … Abbiamo ripreso in sala prove a Maggio e sai cosa? Stiamo già pensando al prossimo disco. Abbiamo molti spunti, anzi, qualcosa in più di spunti. Chissà! Magari l’estate prossima registreremo l’erede di Macello. Cerchiamo di cogliere gli aspetti positivi …

M: Dalle nostre parti è successo che la cosa sia nata proprio dalle nostre parti. Viviamo nella prima zona rossa, siamo dei precursori noi! Eheheh! Detto questo, a noi personalmente, non è andata poi così male (PER ORA), ma c’è un sacco di gente che si è vista la morte in faccia. I concerti ci mancano, certo, ci pare di capire che la nostra forza sia dal vivo (e in Macello, ahah!), per noi non è un lavoro, ma è una grossa valvola di sfogo, a partire dalle note fino alle gite. Oh, poi guarda che noi dal vivo siamo bravi, eh! Ahahaha! (Mai avuto nessun dubbio su questo! E spero di venire a sentirvi presto… o appena si può! nda)

10. Un’ ultima domanda: Prossimamente vedremo mai i maiali volare o è una cosa che succede solo ai concerti black metal o nelle copertine dei Pink Floyd?

M: i Black Floyd?

S: Speriamo

Poteva esserci una conclusione migliore? In attesa dei porci con le ali… Grazie ancora e a risentirci presto!

Sing Backwards and weep

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Mark Lanegan: Sing backwards and weep [Fonte: Amazon]

Iniziare a leggere un libro senza sapere bene cosa aspettarsi.

Si sono sentite voci su voci riguardo a questa autobiografia di Mark Lanegan e visto che, a mio parere, ha une delle voce più belle ed intense del pianeta ho dovuto recuperarla e leggerla in lingua originale. Operazione forse un po’ faticosa ma ogni tanto utile e, nel caso, anche coinvolgente. Elimino subito il dubbio: il cantante di Ellensburg qui ha buttato fuori l’immondizia. Questo è un libro che nonostante il celestino della copertina è nero come la pece.

I pochi spiragli di luce che emergono sembrano quasi buchi fatti con un ago ipodermico su un foglio scuro, la luce filtra ma è rada e puntiforme. Se pensate di scoprire qui il fervore che induce un giovane a cantare, se ritenete che si tratti dell’arte come forza catartica, se credete che parli dell’adrenalina che ti sale in gola in quei 5 minuti che precedono l’ascesa sul palco o della gioia che ti scoppia in petto quando senti il pubblico che applaude o canta un tuo brano, qui troverete ben poco. I pochi spiragli sono dati dalla prima serata passata dal nostro con Lee Conner quando nacquero gli Screaming Trees, l’amicizia con Dylan Carlson, Kurt Cobain, Layne Staley e Josh Homme, lo scazzo duro con Noel Gallagher e le poche pagine finali dedicate alla timida risalita dopo aver toccato il fondo. Poco altro.

Il resto è il fondo del pozzo, il resto è l’ondulare del pendolo. Il pessimo rapporto con la madre, gli amici che ti muoiono attorno come fili d’erba recisi dalla vita, un gruppo musicale che prima di tutto è un modo per scappare di casa, l’impossibilità di un rapporto solido con una ragazza e poi, ovviamente, l’eroina. La vita assurda del tossico in tour, i salti mortali per continuare a farsi, i rapporti con la malavita, la discesa negli inferi e l’annichilimento di qualsiasi legame, vendersi tutto per mantenere la propria abitudine alla droga pesante. Questi sono i reali protagonisti di questo libro, anche se ha un lieto fine e Mark (fortunatamente) è ancora qui, ringraziando la signora Love ed il suo programma di riabilitazione per artisti.

Per chiunque dubiti del reale interesse di questi argomenti risponderei, per citare lo stesso cantante, It’s time to grew the fuck up. Non si può amare l’arte del cantante e ignorarne la vita ed il percorso. Certo ogni cosa si può fare ma, visto che ha scelto di condividere con il pubblico le sue vicende, ignorarle sarebbe quantomeno superficiale.

Non ne esce un bel quadro per Mark. Scontroso, cinico, ombroso e scostante, per fagli dei complimenti, sicuramente instabile e a tratti impazzito. Il libro è schietto e crudo, una rasoiata di scabra realtà tumefatta e a tratti svuotata di calore. Un’immersione negli inferi senza abbellimenti o concessioni. Non so perché spesso mi ha fatto pensare a Pasolini, al fatto che la sua scuola fosse quella di coloro che dovevano provare ad ogni costo lo squallore sulla loro pelle per poter esprimere la propria arte. Magari solo io posso venirmene fuori con un’ associazione del genere. Eppure spesso leggere questo libro equivale a conficcarsi a forza la realtà negli occhi, una realtà dolorosa e degradante.

Non fatevi illusioni dunque, leggete a vostro rischio e pericolo, consapevoli però del fatto che, se amate la voce e le canzoni dell’autore di Blues Funeral, questo libro vi prenderà e vi costringerà ad essere letto, anche con una certa avidità.

Hey sgorbia trita

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Ci sono alcune cose che mi mettono a disagio, tra queste: i gruppi musicali con solo batteria e chitarra, gli album con una unica e lunga traccia (bello eh “Flood” dei Boris, ma quando mai ti puoi prendere il tempo si ascoltarlo tutto di fila?), gli album strumentali e qualsiasi cosa richiami la violenza sugli animali. Fatta salva la seconda, ma in futuro non si sa mai, gli Zolle centrano le altre tre in pieno. No prorio in pieno no, visto che nel loro ultimo lavoro un accenno di cantato si insinua nelle composizioni.

Quindi parto ad ascoltare “Macello” che sono già in tensione. Parto ad ascoltarlo che già vorrei trovare qualcosa di estremamente fastidioso che non me lo faccia piacere. Poi parte la prima traccia (“S’Offre”) e mi rilasso un attimo, mi libero dai preconcetti e lascio andare il disco. E mi colpisce positivamente nonostante tutti i miei pregiudizi da chiuso di mente.

Sarò io ma questo disco ha financo qualcosa di solare al suo interno che alla fine distoglie i pensieri dei maiali al macello, dall’assenza di basso e di cantato. E funziona. Prendere spunti da gruppi che di convenzionale hanno poco (mi vengono in mente Melvins e Kraftwerk, per dire) è già un grosso vantaggio, nel senso che apparendo strani, si corrono molti meno rischi di risultare già sentiti e stanchi. Da queste premesse si snoda il suono degli Zolle, intelligentemente ripartito in una mezz’ora di musica (di più forse avrebbe stancato) e divertente come il video del loro primo estratto. Anche l’idea dell’immaginario disegnato e fumettistico funziona: sembra di vedere i vecchi fumetti di Jacovitti con i salami che spuntavano dal terreno e nessuno che si spiegasse da dove saltassero fuori. Però facevano sorridere, nella loro assenza di senso. Tanto che anche gli accenni alla violenza sugli animali, secondo una citazione del fumettista, assumono una sfumatura meno truce:

«Qualcuno brontolò perché, per esempio nelle storie western, c’era qualche ammazzamento. Ma sarà violenza quella in cui il morto fa un paio di capriole, entra nella cassa e cammina per il cimitero con mani e piedi che gli escono dai legni?» (Jacovitti)

E allora ben vengano gli Zolle ed il loro immaginario, ben venga la loro musica obliqua e stralunata, ben venga il divertimento che ne deriva e le stramberie che emergono ascolto dopo ascolto. Credo che, in qualche modo, il futuro passi anche da qui, da un gruppo solido che si diverte facendo musica e producendo un disco assolutamente sfaccettato e godibile, con pochi punti di rierimento e qualche citazione (solo io ad un certo punto sento i Queen di “One Vision” in “L’aura”?), un disco massiccio e concreto che riesce nella mirabie impresa di essere assolutamente godibile da chi è avvezzo a certe sonorità benché prive di cantato e di basso. Un risultato tutt’altro che scontato.

Ora e sempre ringrazio tutti quegli artisti che mi hanno costretto ad uscire dai miei schemi e dai miei preconcetti da pigro bastardo.

Coriky

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Ian Mackaye, Amy Farina, Joe Lally. Questo scritto potrebbe benissimo finire qui. Non sarebbe nemmeno il caso di parlare di chi sono, la musica che fanno è una cosa che ognuno dovrebbe prendersi il piacere di scoprire da solo. Soprattutto se ha nel cuore uno spazio vacante fatto a forma di Fugazi.

A frugare nei ricordi c’è sicuramente uno dei più bei concerti cui io abbia mai assistito: quello dei quattro al Leoncavallo nel 1999, quando, con 5000 miserrime lire, potevi assistere a uno di quegli eventi davvero in grado di cambiarti la vita. Suonare per un’ora e mezza allora era ancora poco (ora si contano sulle dita di una mano quelli che superano questo limite), loro suonarono due ore, forse due ore e mezza. Entravi con un walkman tentando di registrare tutto, ma l’atmosfera che si respirava veniva riportata su nastro in maniera assolutamente troppo riduttiva. Poi più tardi furono loro stessi a rendere scaricabile quello storico concerto come molti altri della loro carriera infinita.

Un passato ingombrante dunque, con il quale i due superstiti e la compagna del chitarrista devono forzatamente fare i conti, ma sapete cosa? Lo fanno con una naturalezza disarmante, senza ansie e senza arroganza. Quando nel loro spazio bandcamp ho visto scritto “They hope to play live” mi sono chiesto: ma davvero esiste qualcuno, nei circuiti underground, che non gli stenderebbe un tappeto rosso davanti? Io li farei suonare a casa mia se potessi e comunque è bellissimo che qualcuno con una siffatta carriera alle spalle scriva una cosa del genere, senza falsa modestia.

Quello che mi colpisce sempre dei personaggi legati ai Fugazi e alla Dischord in generale è la loro semplicità ed umiltà: potrebbero tirarsela a non finire invece sono come li vedi, persone normali, anche se hanno fatto la storia della musica, ridefinendo la parola indipendenza e, allo stesso tempo, vendendo delle buone quantità di dischi senza rinunciare all’integrità che li contraddistingue da sempre. Se sentite il Sig. MacKaye parlare nel documentario “Sonic Highways” di David Grohl (che prima di essere nei Nivana e nei Foo Fioghters era il batterista degli Scream, storica band HC di Washington) sembra di sentir parlare il tuo vicino di casa, se non fosse per gli argomenti.

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Coriky (fonte Bandcamp)

I Coriky sono senza abbelimenti, come la figura su Bandcamp che ritrae tre cerchi uno tale e quale, uno col cappello e l’altro coi capelli lunghi, eppure quando li ascolti, sembra che la magia di quel mondo sia tornata come un fiume in piena. Non possono prescindere dal passato dei due superstiti e sicuramente non guardano tutti dall’alto al basso. Alcune variazioni risultano sufficienti a dare un’identità di spessore a questa nuova creatura. Ovviamente per la maggior parte sono opera di Amy Farina che introduce la sua visione dello strumento percussivo, maggiormente aperto e meno quadrato se volete di quello di Mr. Canty e soprattutto la sua voce che si accosta a quella di Ian e Joe, fa quasi strano sentire una voce femminile ma si incastra alla perfezione. E poi composizioni che funzionano e rimangono in testa, senza essere invasive, dei suoni  scevri da iperproduzioni e postproduzioni, di una naturalezza quasi disarmante che però risultano pieni e corposi fino a riempire l’aria.

Finalmente un disco che punta sulla musica, che pone in primo piano gli strumenti e chi li suona, le composizioni e l’amalgama che unisce tutto questo. Non ne trovate molti altri in giro ed è di diritto una delle cose più belle sentite negli ultimi anni. Per molto tempo è stata disponibile solo “Clean Kill” e l’ho ascoltata a ripetizione vedendo la data di rilascio allontanarsi man mano che la pandemia avanzava, ma ora finalmente il momento è giunto, abbandonate gli indugi e questa pagina, una bella avventura sonora vi aspetta qui.