Live on the slaughter beach

Postato il

Questo verrà ufficialmente ricordato come il live finito prima nella storia. Al Fabrique non si scherza e alle 22:30 tutti a casa o, più verosimilmente, parte la seconda serata tipo discoteca? Non lo sapremo mai. L’occasione era clamorosa: vedere all’opera Green Lung e Clutch in una sola serata, tra dubbi ed incertezze legate ad eventuali rimandi e cancellazioni siamo arrivati al fatidico 26 novembre. Tutto inizia prestissimo, addirittura pre-aperitivo, alle 19 il primo gruppo sta già lasciando il palco, faccio appena in tempo a vederne le facce e a non ricordarne il nome. Per la prima (forse) volta assisto ad un concerto dove tutte le tempistiche sono assolutamente rispettate, i cambi palco veloci e efficienti quasi come un pit stop di formula 1, se non si considera la volta in cui persero la gomma di Irvine.

Avevo quasi perso la speranza di vedere una cosa del genere e adesso paradossalmente mi rende il concerto quasi troppo asettico, anche se il fatto di essere a casa a mezzanotte ha un valore aggiunto innegabile per chi viene da fuori. Detto questo: i Green lung si fanno da soli un velocissimo check ai suoni e da subito da nell’ occhio il loro chitarrista che sembra la versione ringiovanita e vigorosa di Dave Chandler dei Saint Vitus, poi dei roadie montano veloci due bandierone coi caproni e si comincia.

L’attesa era tanta, visti i loro due pregevoli dischi e mezzo all’attivo, e non è stata vana. Musicalmente inappuntabili sono rodatissimi ed esaltati come la loro età relativamente giovane impone: sparano fuori le loro cannonate come “Ritual Tree”, “Old Gods” e l’esaltante “Reaper’s Scythe” con decisione e sicurezza da band conscia dei suoi mezzi e con dei suoni finalmente all’altezza anche trattandosi di un gruppo spalla. Nulla da dire, alla fine paiono anche troppo forzati nel cercare l’attenzione del pubblico ancora poco numeroso e in parte disattento, ma per un gruppo che vuole farsi strada ci sta. Il futuro per loro appare radioso a patto che non si facciano stritolare da quel tritagruppi che risponde al nome di Nuclear Blast.

Per i Clutch, la recensione potrebbe scriversi da sola. Tutta l’attenzione è focalizzata su Neil Fallon che da vero istrione trascina il pubblico con le sue occhiatacce, il suo gesticolare plateale, il suo indice accusatore e, ovviamente, il suo vocione inconfondibile. Gli altri si limitano a suonare, ma lo fanno veramente da manuale. Instancabili macinatori musicali miscelano blues, funk, hard rock tritando tutto come una schiacciasassi e poi fondendo tutto in una forgia dalle colate incandescenti. Un’ora e mezza di concerto, una carriera ormai più che trentennale alle spalle e sono ancora lì solidi e fieri nel loro credo che si chiama rock’n’roll.

Fanno capolino anche un theremin, un campanaccio, un’armonica a bocca a colorire il suono, ma la sostanza rimane fermamente quella di un gruppo del Maryland che dagli anni ’90 non si è mai fermato e raramente ha dato segni di cedimento, nonostante qualche disco un po’ sottotono e i guai fisici partiti da Fallon ad un certo punto della sua carriera. Sciorinano brani vecchi (una lontanissima “Rats”) e nuovi con naturalezza e convinzione che coinvolge appieno il pubblico che vive momenti di vera e propria esaltazione come quando si esibiscono in “Earth Rocker” vero e proprio manifesto programmatico del gruppo.

Recentemente alla dipartita di Jerry Lee Lewis si è parlato di last man standing: per quanto concerne la sua generazione è sicuramente vero, per quelle successive ci sono ancora gruppi che, come i Clutch, dimostrano di non voler mollare ancora il colpo: non possiamo che ringraziarli per questo e auguarargli lunga vita e prosperità, con le corna alzate chiaramente.

Un post e una canzone

Postato il Aggiornato il

Un post solo per una canzone? Certo. In realtà sarebbero due, ma procediamo con ordine. La scorsa estate, rincorrendo il ramo materno delle mie radici, sono tornato a Feltre e l’ho fatto indossando una maglietta degli STORM{O}. Mi sono fatto fare una foto sotto il cartello della cittadina in provincia di Belluno (ma, se se la prendono come i miei parenti, guai a dirgli che sono bellunesi) e gliel’ho mandata. Sono dei bei tipi e l’hanno presa bene, anzi si sono esaltati.

Stessa cosa che è successa a me lo scorso fine settimana quando hanno fatto uscire il loro brano in anteprima per il nuovo disco che uscirà a febbraio con tanto di nuova etichetta discografica al seguito. Perché gli STORMO (che nel frattempo han perso per strada le parentesi), come il paese originario di mia bisnonna, sono veramente qualcosa che mi è molto caro. Come molti arrivo a conoscerli con il loro secondo lavoro “Ere” e poi da lì hanno saputo ritagliarsi un posto speciale nei miei sentimenti, e non temo di apparire troppo sdolcinato nel dirlo. Forse saranno le origini, ma alla fine sono soprattutto la loro musica, i loro testi, la loro attitudine a far si che questo sia successo. E mi ritengo un ascoltatore indurito da tutto quello che l’industria musicale è diventata, dalla sfiducia crescente negli artisti, dalla secolarizzazione della musica a me cara che non riesce a trovare vie esperssive che risultino credibili e personali.

Tuttavia, detto tutto questo, il gruppo di Feltre rappresenta per me un’isola felice, una delle poche che tengo strette a me assieme ai Messa, che guarda a caso,  provengono anch’essi dalla mia regione d’origine. Perché sono due gruppi veri, ragazzi che ci provano a dare il loro contributo artistico, a mettere in gioco la loro bravura per arrivare a proporre qualcosa che, nonostante i riferimenti che tutti i gruppi hanno, suoni come profondamente loro. Quindi la premiere del loro nuovo disco per me è un evento che voglio celebrare con un post fatto apposta. E poi la canzone è una bomba. Ascoltatela, riascoltatela e ascoltatela ancora fino a febbraio. Cogliete le differenze col passato, proiettate speranze per il futuro. Non l’avrete fatto invano.

P.s.: Visto che parliamo di affetto, segnalo che è anche uscita la canzone apriprista per gli Obituary, ovvero il gruppo che mi ha fatto amare il death metal. Al di là di tutto, voglio bene anche a loro e vedere il loro logo su un disco nuovo mi fa felice.

Cose ascoltate di recente…

Postato il

Miscreance: Convergence

Death metal tecnico da Venezia: un disco che dona gloria a un genere poco frequentato, un impeto notevole di orgoglio, proprio dal nostro paese. Avendo ben presente la lezione magistrale impartita da gruppi come Death, Pestilence ed anche, in misura minore, Atheist, i Miscreance tirano fuori un lavoro che coinvolge dall’inizio alla fine. Merito dell’abilità in fase compositiva e della freschezza che riescono a esprimere, mantenendo alta l’attenzione, alle volte anche con passaggi e soluzioni inaspettati. Normalmente  direi che non è proprio il mio genere ma il gruppo veneziano mi ha proprio conquistato. Bravi bravi, da supportare assolutamente…

Russian Circles: Gnosis

Altro gruppo con uno scoglio da superare per il sottoscritto: l’assenza del cantato. Faccio sempre molta fatica con i gruppi strumentali, i Russian Circles non fanno eccezione. Però il disco nuovo mi ha conquistato, sarà per le atmosfere che riportano alla mente quasi subito il substrato dal quale sono nati (il post-tutto di fine anni ’90 inizio duemila che ha avuto in Neurosis e Isis i massimi esponenti), sarà che effettivamente mi sono trovato davanti un buon disco, particolarmente adatto a passeggiare sotto la fine pioggia di ottobre con la nebbia bassa e le foglie che cadono. In mezzo ai suoni attutiti un po’ di fragore ci sta.

Dark Throne: Astral Fortress

Qui provo la stessa di difficoltà che avrei parlando di un gruppo di amici. Non vorrei mai e poi mai vorrei avere nulla da ridire su Fenriz e Nocturno Culto. Hanno fatto della guerra ai suoni plastificati e finti una bandiera, hanno saputo costruire su un passato leggendario e distaccarsene, sono un esempio fulgido di coerenza e attitudine. Il nuovo disco però dice poco di nuovo, dopo diverse evoluzioni, si sono definitivamente standardizzati su musica che sembra uscire direttamente da un bunker svizzero della prima metà degli anni ’80. Veri e genuini fino al midollo, però riscrivere per l’ennesima volta “Morbid Tales”, con tutto il bene che gli voglio, comincia a mettere a dura prova l’ascoltatore.

Mountains: Tides End

Un ottimo disco questo, ce ne era bisogno. I Mountains, trio da Londra, propongono la loro formula: semplice ma non scontata. Immaginate un doom dinamico e melodico, per quanto possibile loro lo incarnano perfettamente… Un piccolo prodigio: la batteria è l’elemento che lascia maggiormente incuriositi: estremamente presente, crea uno scenario inaspettato e perfettamente contestualizzato (mi vengono in mente i Mastodon meno arzigogolati), i passaggi acustici e voce riportano la barra al centro della melodia e le chitarre ruggiscono dal profondo. Un risultato niente affatto facile da ottenere. Per me sono da applausi, oltretutto con una copertina spettacolare.  

Duocane: Teppisti in azione nella notte

Da Bari con furore. Già il nome potrebbe dare adito a fraintendimenti di sorta (nessuno si azzardi a cambiare una vocale), poi la proposta si muove tra il serio, la musica, con delle soluzioni molto interessanti con un’ amalgama di stili ed influenze molto personale e il faceto, i testi, con una vena ironica delicatissima. A me sono venuti in mente i mai troppo lodati Zu, soprattutto in “Old man yells at clouds”, ma lo spettro sonoro è veramente ampio, considerate anche le ospitate di altri musicisti che completano l’opera.

Noise, sludge, math, hardcore… Basso e batteria: che spettacolo!

Musica scoperta anche grazie a Il raglio del mulo e Blogthrower lì troverete due gustose interviste…

El Cielo vent’anni dopo

Postato il Aggiornato il

L’ 8 ottobre compie 20 anni uno dei dischi definitivi del rock anni 2000. Si intitola “El Cielo” e il gruppo californiano Dredg ne è l’autore. All’epoca fu una vera rivelazione, nei forum ne parlavano tutti come di un piccolo capolavoro, ed in effetti lo è. Molto leggero e sognante, sembra una ventata d’aria fresca in una stanza che sia stata chiusa per anni. La cosa bella è che era totalmente fuori da qualsiasi scena e corrente musicale dell’epoca. Niente nu metal, niente post hardcore, semplicemente Dredg. Stavano da soli, erano personali, con un loro cammino che partiva da basi decisamente più rocciose: “Leitmotif”, il disco precedente, ere ancora imparentato con una sorta di alt-metal che troverà ben poco spazio nel successore.

In effetti il disco suona leggero, ma non stucchevole; aggraziato ma non facile. Le liriche nascono direttamente dal quadro di Salvador dalì “Sogno causato dal volo di un’ape attorno ad una melagrana un attimo prima del risveglio” che fa diretto riferimento alla sindrome di paralisi del sonno della quale pare soffrissero lo stesso pittore e sua moglie. Molti brani si intitolano infatti Brushstroke (“Pennellata”) con diverse identificazioni specificate, inoltre alcune lettere ricevute dal gruppo da parte di persone affette da paralisi del sonno vengono utilizzate nella stesura dei testi. Il gruppo sceglie di riportarne alcune nel booklet che esce in due formati, uno con un letto su sfondo marrone, l’altro con una finestra aperta sul cielo con le nuvole di sfondo, tuttavia sembra che ne esistano molte diverse versioni sia in digipak che in jewel case, anche nel formato superaudio CD e con bonus disc (dettaglio: ovviamente io beccai quella marrone che mi piaceva meno).

La particolarità di questo disco sta nel suo essere al di fuori dei generi: per qualcuno suona rock, per altri progressive, per altri ancora pop. È un insieme di tutte queste cose e nessuna di esse, quello che è certo è che in questo disco gli autori dimostrano di essere in grado di far convivere diversi stili in modo assolutamente armonico e con un gusto quasi insuperabile per la melodia. Visto il periodo in cui esce è un mezzo miracolo, uno di quei dischi in cui non c’è una nota fuori posto, una sbavatura, qualcosa che palesemente non funziona. Fluisce come se l’attrito non esistesse e a tratti ti trasporta lontano, personalmente mi ha sempre predisposto positivamente facendomi osservare particolari che, nel quotidiano, passavano sistematicamente inosservati. Il suo pregio principale è proprio di essere in grado di creare un mondo a sé. Fin dalle prime note di “Same ol’ road” è impossibile restare indifferenti a quello che i Dredg sono in grado di mettere sul piatto.

La voce di Gavin Hayes, si erge suprema sulle miserie del mondo, forte di una base ritmica solidissima, per poi esplodere come se fosse un fuoco d’artificio il quattro luglio. Il termine corretto per questa musica è emozionale, non me ne vengono altri. Un’ altra menzione la merita senza dubbio “Scissorlock” dove i nostri semplicemente compongono uno dei ritornelli più belli mai sentiti in un inno notturno e luminoso come se la luna piena, i lampioni e le stelle formassero un’unica costellazione.

Se con queste due canzoni non vi ho convinto, mi spiace, però continuerò a portarmi questo disco nel cuore e ne sarò geloso tanto gli sono affezionato. Per i suoi vent’anni gli autori ne faranno uscire una versione de luxe che promette faville, peccato che, pur mantenendo sempre un livello qualitativo altissimo, non toccheranno mai più queste vette, spostandosi progressivamente verso il pop e nonostante il successo commerciale del singolo “Bug eyes” del disco successivo, arriveranno a “mettersi in pausa” nel 2014, per annunciare poi un ritorno nel 2018 che non si è ancora concretizzato.

Nonostante tutto il loro nome è stato scritto a caratteri cubitali nella storia del rock, con un disco formidabile, e non è un’impresa da tutti.

It’s never ending and never surrendering

Postato il

A un certo punto l’estate scorsa mi è quasi mancato il fiato, scorredo selvaggiamente le notizie sul mio telefono mi salta fuori un nome ed una data: Unida a Torino, il 4 ottobre. Lo rileggo un paio di volte ed è vero, in qualche modo gli Unida si sono riformati e vengono in Italia. Li avevo visti almeno vent’anni fa al Babylonia, e adesso ho nuovamente l’occasione di farlo senza che abbiano inciso nulla, come se fossero rimasti sospesi nel vuoto tutto questo tempo. Poi quasi quasi me lo dimentico.

A pochi giorni dalla data scopro che John Garcia non è più della partita (anche se ha cantato nei primi shows dopo che si erano riuniti, pare non potesse cantare in questo tour) e che praticamente il chitarrista Arthur Seay e il batterista Miguel Cancino sono gli unici membri originali superstiti. Doveva esserci la fregatura! Ma dopo tre anni di assenza da sotto al palco (tra sfortune varie non sono riuscito a vedere nemmeno mezzo concerto quest’estate e i miei amati Messa credo che non li vedrò per un pezzo, visto l’incidente stradale disastroso che li ha coinvolti…) decido che chi se ne frega e li vado a vedere lo stesso. Il rischio era quello di trovarsi davanti poco più di una cover band di uno dei gruppi più sfortunati sulla terra.

Credo che ormai sia inutile stare ancora a disquisire sul loro secondo album (detto per inciso: ne ho una versione bootleg su vinile ed era una bomba) e sulle vicissitudini che hanno fatto sì che non uscisse mai o sul fatto che siano autori forse della più bella canzone stoner di sempre che è questa:

Loro fanno a tutti gli effetti parte dei gruppi degni di venerazione, quindi buttare tutto nel cesso è un rischio grossissimo ritornando sulle scene vent’anni dopo, senza nuove pubblicazioni, con una formazione rimaneggiata ed un repertorio abbastanza scarno (ma non scarso).

Scacciato questo pensiero si parte alla volta di Torino,  la serata ha un clima mite e il capoluogo piemontese è quasi esattamente la stessa città del febbraio del 2019 quando andammo a vedere i Mondo Generator. Anche il posto è lo stesso, il Blah Blah in via Po, all’inizio sembrava suonassero allo Spazio 211 e onestamente avrei preferito: è decisamente più decentrato e spazioso, oltre che più comodo per chi arriva da fuori. Probabilmente anche l’acustica è migliore… però bando alle perplessità.

Aprono i locali Flying Disk, da Fossano. Niente male il loro repertorio, molto anni ’90 anche se lontano dallo stoner che invece contraddistingue gli headliner della serata, i loro punti di rifermento sembrano essere gruppi mai troppo allineati a correnti musicali come gli Helmet o i Fugazi. Riescono comunque a offrire una buona prova, da power trio duro e puro, senza fronzoli o cali di tensione, con una buona scaletta, sufficientemente personale nonostante i chiari numi tutelari. Hanno un disco che sta per uscire: dategli un ascolto, non ve ne pentirete.

E adesso passiamo agli Unida. Viste le premesse sarebbe dura per chiunque, il concerto riesce a non gettare fango su un nome storico e consegnato alla storia, quindi il pericolo più grosso è stato scongiurato. Ci sono però alcune perplessità abbastanza palesi che si sono addensate sul gruppo durante l’esibizione. Dal punto di vista strumentale sono tutti estremamente validi: Seay è un autentico mattatore appare in forma smagliante: sciorina riffoni, assoli e linguacce a tutto spiano, Cancino coordina la sezione ritmica con precisione e potenza, ma l’autentica rivelazione della serata è Collyn McCoy al basso: a vederlo sembra un pacioso signore di mezza età tranquillo, ti aspetti che faccia il suo senza strafare. Invece è un vero virtuoso del suo strumento, sciorina delle linee di basso assolutamente azzeccate ed eclettiche, riesce a mettersi in evidenza più volte senza far rimpiangere quell’altro maestro che si chiama Scott Reeder. Complimenti a lui, in un paio di occasioni mi ha fatto staccare la mandibola dalla sorpresa, bravissimo.

Sì, direte voi, ma il sostituto di Garcia, tale Mark Sunshine (se poi è il suo vero nome)? Se fosse una pagella di un quotidiano sportivo, un commento adatto sarebbe: non pervenuto. La sua voce si sente poco e male (problemi di soundcheck o oscurantismo volontario?) e per quel poco che si sente sembra che voglia tenere dietro a Garcia riuscendoci solo a sprazzi, infilandoci qualche acuto che sa di gallinaccio spennato (avete presente il buon W. Axl Rose che pena faceva dal vivo?) e non lasciando una buona impressione di sé. A questo aggiungete un look da capello lungo e unto da far invidia a “er monnezza” di miliana memoria e delle movenze goffe che ricordano da vicino quello zuzzurellone di bassista che sta rovinando i Melvins che si chiama Steven Mac Donald (licenziatelo!). Insomma un altro commento beffardo e azzeccato sul soggetto è stato “è bello da vedere”… ma sarebbe meglio non rivederlo in questa veste.

Altri dubbi riguardano il repertorio proposto, ok le vecchie canzoni, ben fatte, ma poco di nuovo all’ orizzonte, assoli a tratti prolissi, una sorta di medley di brani di altri che pare piazzato lì per guadagnare tempo a metà esibizione e, soprattutto, la cri-mi-na-le esclusione di “You Wish” richiesta a gran voce dal pubblico (e dai Flying Disk in particolare) ma lasciata da parte dal gruppo che, alla richiesta, risponde con sguardi persi nel vuoto di non averla preparata. Per me, che venero quel brano, è la nota più negativa della serata.

Luci ed ombre dunque di un progetto rinato e con delle potenzialità ma che deve svilupparsi e decidere che direzione intraprendere, possibilmente non dimenticandosi del passato (soprattutto di “You Wish”!) e trovando un sostituto migliore per Garcia, se non proprio Garcia stesso che comunque non viene considerato ancora fuori dal gruppo.

Postilla: a vedere il video la voce si sente e non è nemmeno male, magari sono stato anche troppo severo con il buon Sunshine… però dal vivo si sentiva veramente poco e quel poco non era un granché, lo garantisco. E comunque guardate le mossette che fa…

Illusioni e tremori.

Postato il

Stefano Rampoldi è sempre in grado di sorprendere, ogni volta. L’ultimo disco aveva quell’aria sbarazzina e leggera, quell’ironia stramba, quell’aria quasi di disimpegno scanzonato da contrapporre alla perdita della madre, cui era dedicata l’unica traccia composta e intima del disco. Per quelli che erano rimasti nell’ aura di “Graziosa utopia”, come il sottoscritto, fu spiazzante. Uno strappo. Per intenderci: un brano come il bellissimo “Spaziale” non avrebbe mai trovato posto in “Fru fru”, sarebbe stato semplicemente fuori luogo: erano due mondi troppo diversi, uno che scava e l’altro che balla sulla superficie. Adesso arriva “Illusion”, scritto con i caratteri fonetici, nato dal proseguire della collaborazione con Gianni Maroccolo, iniziata durante il periodo più isolato dettato dalla pandemia e sfociato in un disco quasi ironico almeno dalla copertina e dal titolo. I contenuti lo erano meno. Prima di questo disco, in via precauzionale, avevo azzerato le aspettative: averne si era dimostrato deleterio e fuorviante.

Ancora una volta il disco nuovo è qualcosa di diverso. Ci sono dei tratti riconoscibili: l’incredibile voce di Edda, i suoi testi in bilico fra l’assurdo, l’ironico ed il poetico e la sua chitarra. Il contesto però è completamente diverso. Essenziale. Non una nota in più, uno strumento aggiunto, un arrangiamento sontuoso. Sembra riprendere “Semper biot” ma attraverso un lungo percorso evolutivo che lo arricchisce di accenti e sfumature che prima erano solo intuite. Canzoni che non superano mai i quattro minuti, riverberi, note accennate ed altre marcate, mai eccessive. Mi è venuto in mente che è un processo non dissimile a quello operato da Nick Cave su “Skeleton tree”, nel quale il cantante australiano ha completamente spogliato la propria musica riducendola all’osso, qui è quasi la stessa cosa, anche se quest’esigenza non nasce da una tragedia (la morte del figlio nel caso di Cave), bensì da una precisa necessità artistica.

Tutto quel silenzio nascosto tra le note, ha lo stesso suono di un’ illusione che deve essere metabolizzata. E Stefano non ti rende affatto semplice il compito. Sono dischi i suoi che necessitano di partecipazione, di interiorizzazione, occorre prestargli attenzione e volergli bene, piantarli e coltivarli, lasciare loro il tempo di fiorire.

Da subito mi colpisce “Trema”, nella quale spicca un bel suono di chitarra che mi fa tornare in mente Jeff Buckley e gli amplificatori Fender, con un testo lacerante, ma è quasi sicuro che se me lo chiedete tra 15 giorni avrò un altro brano in testa. Ed ancora non l’ho inquadrato completamente questo disco, ma so che mi piacerà sempre ascoltare quello che canta e quello che suona, il suo essere senza filtri e strampalato come lo si legge nei social. Edda rimane un unico nel panorama della musica popolare italiana: ispirato, passionale e vero. Uno che ha vissuto sul serio, senza mai atteggiarsi (e ne avrebbe ben il diritto) e risultare artefatto o pieno di sé, inimitabile e personale. Ad ogni sua prova discografica non posso fare altro che ringraziare, stavolta anche Maroccolo.

Nessuna differenza

Postato il Aggiornato il

Vista la tematica di questo post, dovevo mettere qualcosa di bellissimo in apertura, perché da qui in poi la tematica si fa pesante per usare un eufemismo. Avrei voluto tornare a scrivere trattando qualcosa di bello ma la realtà ha di gran lunga tarpato le ali a ciò che speravo per il rientro su queste pagine.

Dicevamo: prima la bella notizia e la bella notizia è il video che potete vedere qui sopra i Botch, in occasione della ristampa del fondamentale “We are the romans”, hanno fatto uscire un brano nuovo. Un. Brano. Nuovo. Dei. Botch! Ed è pure un discreto calcio in faccia! Non significa nulla, non pare che vogliano tornare dopo più di vent’anni, ma era una cosa che non speravo più di vedere in vita mia. Una cosa per la quale posso solo ringraziare i suddetti, che in 2’13” letteralmente spazzano via tutti gli epigoni, tutte le parole, le congetture. Che bellezza.

Però adesso il vero argomento.

Non nascondo lo sgomento. Non nascondo il disgusto. Non nascondo il terrore.

Scott Kelly ha commesso degli abusi nei confronti della sua famiglia, per sua stessa ammissione. Dovrei fermarmi qui, non avendo degli elementi concreti per continuare a scriverne. Non mi interessa buttarmi come un avvoltoio sulla notizia. Non mi interessa fare congetture e nemmeno giudicare la persona. Non mi compete e ci sono già fin troppi personaggi che si sono scagliati con forza sul cantante/ chitarrista americano dopo la sua recente ammissione su facebook. Sarebbe quasi superfluo dirlo ma è fuori discussione che certi atti vadano condannati senza se e senza ma. Mi permetto solo di fare qualche considerazione a margine di questo che, per me, è un punto fisso ed imprescindibile.

La notizia mi arriva assolutamente inaspettata. Mi ero perso le precedenti uscite di Kelly, nelle quali parlava di “malattie mentali” che avevano finito per coinvolgere la moglie e la famiglia. Kelly abbandona il mondo della musica in via definitiva, si chiama fuori, non essendo in grado di gestire la situazione, visto anche che molti fan sono arrivati a difenderlo cercando di addossare la colpa alla moglie. Mentre ciò che lascia ha un innegabile valore artistico (e, permettetemelo, umano) ciò che è si porta dietro una scia di insopprimibile angoscia ed orrore. La bibliografia è piena di artisti che da un lato producono cose assolutamente mirabili e poi risultano essere umanamente deprecabili a dir poco. Rimane indistricabile la dicotomia tra arte e tragedia. Può una prescindere dall’altra? Onestamente non lo so. Si potranno ancora ascoltare i suoi dischi senza pensare al dolore che ha causato? Francamente sarà difficile.

Mi ricordo di lui in una fredda serata, 25 febbraio del 2011, quando tenne un concerto acustico allo spazio 211 di Torino in solitaria. Spazzò via per un’ ora e mezza tutti i miei pensieri più orribili. Francamente non riesco ancora a concepire che, invece, sia stato lui stesso ora a generarne per altre persone. Non me ne capacito. Non ce la faccio. Mi riempie di tristezza e di sfiducia. Ho ancora il poster dell’evento  nella mia stanza da letto, mi ci è caduto l’occhio sopra ieri sera, non ho ancora avuto il coraggio di pensare se io debba toglierlo o meno. Non fa nessuna differenza. Forse la fa solo per me. Poco lontano anche il poster dell’estate prima quando venne con i Neurosis: in dieci minuti di concerto spazzarono via la concorrenza senza appello. Ora loro sono stati azzerati dagli eventi. Ma tutto questo continua a non essere importante, a non fare nessuna differenza.

Aggiornamento: Il gruppo ha ufficialmente preso le distanze dal proprio cantante/ chitarrista. Con un comunicato di ieri via facebook, comunicano di essersi separati già dal 2019, dopo tre anni in cui Kelly si era reso irreperibile non rispondendo ai diversi tentativi di mettersi in contatto effettuati dagli altri membri del gruppo. Erano a conoscenza dei fatti, non hanno emesso alcun comunicato ufficiale nel rispetto della privacy della famiglia Kelly. Il loro comunicato parla di onore e fratellanza, non risparmiando nulla all’ ex-compagno e condannando fermamente sia il suo comportamento sia l’ ipocrisia dimostrata nel tempo da una persona con cui hanno collaborato per più di 35(!) anni. Una brutta vicenda che purtroppo è ben lungi dall’essere conclusa, ma che, a mio parere, dovrebbe concludersi privatamente.

Ovviamente non fa nessuna differenza ma, alla fine di tutto, il gruppo lascia intendere che ci saranno ulteriori sviluppi, dal punto di vista musicale, ma che, ovviamente, non è questo il momento.

Notturno Californiano

Postato il

Avete mai suonato in una jam session? Io non sono un musicista tuttavia mi diletto a suonare completamente a caxxo con un amico e, anche se ultimamente non siamo riusciti quasi più a farlo, lasciando andare gli strumenti si provano certe sensazioni che è difficile descrivere. E se siamo riusciti a farlo noi che non siamo capaci, riesco a malapena ad immaginare cosa può succedere con gente che, invece, è sul serio in grado di tenere uno strumento in mano.

Ci ha letto qualche recensione qui sopra sa che di solito non amo i dischi strumentali e monotraccia (o quasi). Mi tocca fare un’eccezione questa volta.  Sarà che qui si percepisce veramente il feeling tra i musicisti, una cosa che, generalmente, è molto difficile da riscontrare in dischi del genere che finiscono per essere (almeno per me) oltremodo prolissi e noiosi. Mi sovvengono solo pochi (grandissimi) dischi in grado di reggere il peso di un’unica traccia lunga quanto tutto il disco magari “Flood” dei Boris, “Dopesmoker” degli Sleep e “Jesus blood never failed me yet” di Gavin Bryars, già il disco “postumo” dei Pink Floyd “The endless river”, con tutto il suo carico emotivo, fa molta fatica. Se poi si tratta di un disco puramente strumentale diventa ancora più difficile.

Eppure qualcosa si muove in california.

Sarà che è un po’ la patria di tutto questo, con il deserto sempre in prima fila a muovere le cose, sotto cieli assurdamente stellati e cieli tersi, in terre nelle quali letteralmente si può perdere qualsiasi orientamento.

Fino a ritrovarsi in Giappone, dall’altra parte della terra per assistere ad  una parata notturna di mille demoni. Dev’essere ciò che è successo agli Earthless, mentre suonavano questo ispiratissimo disco, in una sessione infinita, lunga forse più di una notte.

Un disco magico. Forse difficile da ascoltare visto il poco tempo che ognuno di noi ha ogni giorno ma, una sera, una volta ogni tanto, spegnete tutte le luci, snobbate netflix e tutti quanti, sedetevi comodi ed ascoltate questo disco scacciando ogni altro pensiero. Vi farà bene.

Come un disco del genere riesca ad uscire su nuclear blast è un mistero.

Tenebra: Moongazer

Postato il

Il 2022 potrebbe essere effettivamente l’anno del doom, almeno in Italia. Dopo lo stellare “Close” dei Messa, un altro grandissimo disco si palesa all’orizzonte ed è “Moongazer” dei Bolognesi Tenebra. Anticipato da un ep e, a quanto pare, rinviato a causa della pandemia valeva bene l’attesa.

Tenebra (fonte: Bandcamp)

Va detto che è un disco decisamente più canonico rispetto a quello dei veneti, gioca le sue carte con i piedi ben piantati negli anni ’70 e più precisamente nei primi tre album dei Black Sabbath, mai abbastanza glorificati e qui decisamente omaggiati con gusto e personalità. Questo riferimento in alcuni tratti assolutamente palese (chi di voi non coglie “War pigs” in “Space child” si ripassi la lezione dei maestri) alla fine però non risulta particolarmente fastidioso o citazionista: si coglie solo la passione sconfinata dei quattro per gli eroi di Aston, Birmingham ed io in questo li posso assolutamente capire.

Detto questo, c’è molto di più nella musica dei Tenebra. Rileggono la materia in modo magistrale, aiutati sicuramente molto dalla voce di Silvia che risulta come un tratto distintivo innegabile nella musica degli emiliani. Una sorta di Janis Joplin con un’ anima oscura, arrochita e selvaggia, che canta direttamente dal centro della terra, con un piglio vissuto e blues che non si risparmia mai. In generale tutto il gruppo, partendo da un punto di riferimento ben preciso lo infarcisce con influenze blues, pescando nel contempo a piene mani in tutti gli anni ’70. Dimostrano una notevole cultura e preparazione nel campo e nel disco si sente tutta.  Le canzoni sono dinamiche e scorrevoli pur nella pesantezza del suono quello che risalta è una notevole abilità negli arrangiamenti e nel feeling vigoroso che riescono ad imprimere alle loro composizioni.

In definitiva, “Moongazer” è di sicuro una delle uscite dell’anno nel genere, dopo un primo album sicuramente all’altezza, il secondo li vede compiere un decisivo salto in avanti, evolvendo verso una maturità artistica che, a questo punto, si palesa in tutta la sua maestria, considerati anche i contributi a contorno di Giorgio Trombino (sax e punto in comune coi Messa) e di Gary Lee Conner. Dal vivo saranno incendiari a dir poco, ed è auspicabile che adesso si espandano ancora esplorando nuovi territori terreni e musicali.

Absent In Body: Plague God

Postato il Aggiornato il

Absent in Body (Fonte Bandcamp)

Uno che cosa può mai pensare dei supergruppi? A volte cose egregie e a volte cose pessime. Quando è uscita fuori la notizia che per Relapse sarebbe uscito il primo lavoro degli Absent in body con dentro due Amenra, Scott Kelly e Iggor Cavalera (ma la seconda “g” c’è sempre stata?) la notizia è mi ha trovato impreparato. Tra Amenra e Scott Kelly le similitudini ci sono eccome, ma Cavalera? Come è arrivato a collaborare con gli altri tre? Dopo il bello ed estenuante “De Doorn” dello scorso anno non mi sarei aspettato che avessero qualcos’altro in programma, meno che mai cotanta collaborazione.

Che razza di disco ci si può aspettare? Qualcosa di profondo e livido, che tuttavia lascia intravvedere un tenue spiraglio di luce fioca. Le coordinate sono queste, c’è molto dell’oscurità sonora degli Amenra in questo disco, fortunatamente però non c’è solo quello. A colpire subito è l’uso della voce, quasi cavernosa ed intellegibile eppure perfettamente contestualizzata. Il resto è una orchestrazione mesta e greve, un viaggio in un tunnel imbrattato di caligine solo a tratti spazzata via dal vento che sveste la superficie. Prendete la magistrale “The acres/ the ache”, con quelle aperture nel finale che portano una luce iridescente un brano altrimenti impenetrabile. Sarò strano io ma questo disco a me emoziona e rende finalmente accessibile, sia pure a tratti, una musica che altrimenti può risultare affascinante ma corre continuamente il rischio di appesantire l’ascolto.

Il disco risulta essere dunque un esperimento riuscito: condensa in una durata ridotta una materia oscura sonora inquietante ed affascinate al tempo stesso, un suono che attrae e allontana al tempo stesso con il quale gli Absent In Body lanciano un macigno nello stagno e smuovono uno tsunami. Non è dato sapere se riusciranno a portare la loro musica dal vivo né se la collaborazione avrà mai un seguito, tuttavia un segnale è stato lanciato nell’ etere… e si sente bello forte.