Notturno Californiano

Postato il

Avete mai suonato in una jam session? Io non sono un musicista tuttavia mi diletto a suonare completamente a caxxo con un amico e, anche se ultimamente non siamo riusciti quasi più a farlo, lasciando andare gli strumenti si provano certe sensazioni che è difficile descrivere. E se siamo riusciti a farlo noi che non siamo capaci, riesco a malapena ad immaginare cosa può succedere con gente che, invece, è sul serio in grado di tenere uno strumento in mano.

Ci ha letto qualche recensione qui sopra sa che di solito non amo i dischi strumentali e monotraccia (o quasi). Mi tocca fare un’eccezione questa volta.  Sarà che qui si percepisce veramente il feeling tra i musicisti, una cosa che, generalmente, è molto difficile da riscontrare in dischi del genere che finiscono per essere (almeno per me) oltremodo prolissi e noiosi. Mi sovvengono solo pochi (grandissimi) dischi in grado di reggere il peso di un’unica traccia lunga quanto tutto il disco magari “Flood” dei Boris, “Dopesmoker” degli Sleep e “Jesus blood never failed me yet” di Gavin Bryars, già il disco “postumo” dei Pink Floyd “The endless river”, con tutto il suo carico emotivo, fa molta fatica. Se poi si tratta di un disco puramente strumentale diventa ancora più difficile.

Eppure qualcosa si muove in california.

Sarà che è un po’ la patria di tutto questo, con il deserto sempre in prima fila a muovere le cose, sotto cieli assurdamente stellati e cieli tersi, in terre nelle quali letteralmente si può perdere qualsiasi orientamento.

Fino a ritrovarsi in Giappone, dall’altra parte della terra per assistere ad  una parata notturna di mille demoni. Dev’essere ciò che è successo agli Earthless, mentre suonavano questo ispiratissimo disco, in una sessione infinita, lunga forse più di una notte.

Un disco magico. Forse difficile da ascoltare visto il poco tempo che ognuno di noi ha ogni giorno ma, una sera, una volta ogni tanto, spegnete tutte le luci, snobbate netflix e tutti quanti, sedetevi comodi ed ascoltate questo disco scacciando ogni altro pensiero. Vi farà bene.

Come un disco del genere riesca ad uscire su nuclear blast è un mistero.

Tenebra: Moongazer

Postato il

Il 2022 potrebbe essere effettivamente l’anno del doom, almeno in Italia. Dopo lo stellare “Close” dei Messa, un altro grandissimo disco si palesa all’orizzonte ed è “Moongazer” dei Bolognesi Tenebra. Anticipato da un ep e, a quanto pare, rinviato a causa della pandemia valeva bene l’attesa.

Tenebra (fonte: Bandcamp)

Va detto che è un disco decisamente più canonico rispetto a quello dei veneti, gioca le sue carte con i piedi ben piantati negli anni ’70 e più precisamente nei primi tre album dei Black Sabbath, mai abbastanza glorificati e qui decisamente omaggiati con gusto e personalità. Questo riferimento in alcuni tratti assolutamente palese (chi di voi non coglie “War pigs” in “Space child” si ripassi la lezione dei maestri) alla fine però non risulta particolarmente fastidioso o citazionista: si coglie solo la passione sconfinata dei quattro per gli eroi di Aston, Birmingham ed io in questo li posso assolutamente capire.

Detto questo, c’è molto di più nella musica dei Tenebra. Rileggono la materia in modo magistrale, aiutati sicuramente molto dalla voce di Silvia che risulta come un tratto distintivo innegabile nella musica degli emiliani. Una sorta di Janis Joplin con un’ anima oscura, arrochita e selvaggia, che canta direttamente dal centro della terra, con un piglio vissuto e blues che non si risparmia mai. In generale tutto il gruppo, partendo da un punto di riferimento ben preciso lo infarcisce con influenze blues, pescando nel contempo a piene mani in tutti gli anni ’70. Dimostrano una notevole cultura e preparazione nel campo e nel disco si sente tutta.  Le canzoni sono dinamiche e scorrevoli pur nella pesantezza del suono quello che risalta è una notevole abilità negli arrangiamenti e nel feeling vigoroso che riescono ad imprimere alle loro composizioni.

In definitiva, “Moongazer” è di sicuro una delle uscite dell’anno nel genere, dopo un primo album sicuramente all’altezza, il secondo li vede compiere un decisivo salto in avanti, evolvendo verso una maturità artistica che, a questo punto, si palesa in tutta la sua maestria, considerati anche i contributi a contorno di Giorgio Trombino (sax e punto in comune coi Messa) e di Gary Lee Conner. Dal vivo saranno incendiari a dir poco, ed è auspicabile che adesso si espandano ancora esplorando nuovi territori terreni e musicali.

Absent In Body: Plague God

Postato il Aggiornato il

Absent in Body (Fonte Bandcamp)

Uno che cosa può mai pensare dei supergruppi? A volte cose egregie e a volte cose pessime. Quando è uscita fuori la notizia che per Relapse sarebbe uscito il primo lavoro degli Absent in body con dentro due Amenra, Scott Kelly e Iggor Cavalera (ma la seconda “g” c’è sempre stata?) la notizia è mi ha trovato impreparato. Tra Amenra e Scott Kelly le similitudini ci sono eccome, ma Cavalera? Come è arrivato a collaborare con gli altri tre? Dopo il bello ed estenuante “De Doorn” dello scorso anno non mi sarei aspettato che avessero qualcos’altro in programma, meno che mai cotanta collaborazione.

Che razza di disco ci si può aspettare? Qualcosa di profondo e livido, che tuttavia lascia intravvedere un tenue spiraglio di luce fioca. Le coordinate sono queste, c’è molto dell’oscurità sonora degli Amenra in questo disco, fortunatamente però non c’è solo quello. A colpire subito è l’uso della voce, quasi cavernosa ed intellegibile eppure perfettamente contestualizzata. Il resto è una orchestrazione mesta e greve, un viaggio in un tunnel imbrattato di caligine solo a tratti spazzata via dal vento che sveste la superficie. Prendete la magistrale “The acres/ the ache”, con quelle aperture nel finale che portano una luce iridescente un brano altrimenti impenetrabile. Sarò strano io ma questo disco a me emoziona e rende finalmente accessibile, sia pure a tratti, una musica che altrimenti può risultare affascinante ma corre continuamente il rischio di appesantire l’ascolto.

Il disco risulta essere dunque un esperimento riuscito: condensa in una durata ridotta una materia oscura sonora inquietante ed affascinate al tempo stesso, un suono che attrae e allontana al tempo stesso con il quale gli Absent In Body lanciano un macigno nello stagno e smuovono uno tsunami. Non è dato sapere se riusciranno a portare la loro musica dal vivo né se la collaborazione avrà mai un seguito, tuttavia un segnale è stato lanciato nell’ etere… e si sente bello forte.

Muschio: Acufene al cubo

Postato il

Verbania, e con essa tutta la parte nord del piemonte nota come verbano-cusio-ossola, è un posto che ho sempre percepito come vicino, non solo per chilometri ma anche in spirito. Sembra uno di quei classici posti dimenticati dal tempo e dallo spazio, un luogo sospeso dove non ti fermi per caso: devi proprio volerci andare e per me, è il caso di dirlo, è un bene. Tempo fa un gruppo di amici, meglio noti come Adam 7, ci hanno fatto scoprire la zona anche come luogo di concerti con la storica associazione Perché No? Responsabile tra l’altro di aver fatto suonare gente non da poco come i Converge all’epoca di Jane Doe, tanto che poi, ogni volta che mi è ricapitato di vederli dal vivo ho sempre visto l’organizzatore spuntare, segno del legame che si era creato col gruppo.

Nel tempo non è mancata l’occasione per concerti memorabili tra cui una storica data degli Zu con Joe Lally dei Fugazi nella sede denominata Kantiere, dopo essersi spostati dallo storico scantinato in centro città. Da questa realtà, se vogliamo defilata ma vitale, nel panorama italico, nasce il gruppo di cui parlo oggi. Poco tempo fa ho avuto modo di elogiare i Totem prog-rockers di quelle parti, oggi è il momento dei Muschio.

Per qualche stana ragione entrambi i gruppi propongono musica tendenzialmente solo strumentale ed è una scelta difficile: demanda agli strumenti tutta l’espressività artistica del gruppo senza mai ricorrere alle parole. L’impianto che sorregge questa scelta deve dimostrarsi solido ed all’altezza del compito affidato, cosa che succede in entrambi i casi, sebbene sia per i Totem che per i Muschio, in qualche modo, si è affacciato anche uno sparuto tentativo di incursione vocale.

Rispetto ai conterranei i Muschio la buttano molto più sul concreto: le loro radici indie-rock sono stabili e solide. Un acufene o tinnito in medicina, è un disturbo uditivo costituito da rumori (come fischi, ronzii, fruscii, pulsazioni, ecc.) che l’orecchio percepisce come fastidiosi a tal punto da influire sulla qualità della vita del soggetto che ne è affetto.

Questo è il titolo che decidono di dare alla loro terza uscita discografica. Non solo: Acufene al cubo. Terzo disco dall’anno di formazione 2011, qualcosa che si muove all’interno delle orecchie, una distorsione percettiva. Solo che non è spiacevole, anzi. In alcuni momenti richiamano certe progressioni sonore, come se fossero dei GY!BE minimalisti, con solo tre strumenti (“Dave cocks”), in altri si palesano certi spettri da Washington DC (“Tramontana scura” nella seconda parte richiama i Fugazi), tentano perfino la via del cantato in quella che forse è la migliore traccia del disco “FFF” o l’assalto quasi stoner di “Sicario”. Sono assolutamente in grado di rimodellare secondo i loro canoni una materia sonora che è patrimonio comune di tutti gli amanti certe sonorità, arrivando a imbastire un disco riesce nell’intento di coinvolgere e farsi ricordare, cosa non proprio scontata per una prova quasi interamente strumentale. Inoltre la produzione ed il suono di questo disco portano ancora più in alto il risultato finale, facendo letteralmente saltare per aria le casse se lo suonate a un volume consono.

Adesso la speranza è che si presentino finalmente le possibilità di proporre questo materiale dal vivo, dove le senzazioni fisiche si ampliano e un gruppo come i Muschio può realmente dare il meglio. Forti di una invidiabile esperienza dal vivo su palchi di mezza Europa, non mancheranno di dar vita a dei concerti memorabili.

Close… enough

Postato il

Messa

I quattro anni passati dal precedente disco sono sfumati in un secondo. L’attesa sembrava infinita, poi è finita in un attimo. Non ho voluto ascoltare niente prima che il disco uscisse, pensavo che ascoltare due brani in anteprima non avesse nessun senso. E avevo ragione. Il disco, se possibile, andrebbe ascoltato tutto di fila. È un caleidoscopio di sensazioni, è suggestivo, cangiante ma al tempo stesso fluido, scorre in modo naturale, quasi senza spigoli.

Conoscendo i miei gusti sembra incredibile, visto che io sono quasi intollerante a cose tipo svolazzi prog e incursioni di tipo quasi etnico, che comunque sono presenti nel disco. Eppure i Messa riescono ad integrare tutto questo nell’intelaiatura del loro suono in modo assolutamente organico e del tutto naturale. E poi si percepisce la passione, il trasporto, l’ispirazione dietro ogni singola nota di questo disco. Ascoltatelo, non chiede altro.

Troverete la voce di Sara che svetta ancora di più su tutto, il tono della chitarra sembra aver raggiunto un marchio di fabbrica: non puoi confonderli con nessun altro gruppo, nonostante alcuni riferimenti siano comunque presenti. Loro sono una meravigliosa realtà musicale che aggiunge un altro prezioso segmento al proprio percorso: la personalità già emersa quattro anni fa con il pregevole “Feast for water” qui si amplia come bere dell’acqua fresca dopo un whisky torbato. Il loro è un percorso che, a questo punto, si ramifica in modo assolutamente affascinante.

Parlarne diffusamente sarebbe svelarne l’anima. Credo che la parte migliore sia proprio che ogni ascoltatore si insinui tra le loro note in modo personale senza saperne troppo prima. Non indugiate, questo è, fin da ora, un serio candidato a diventare disco dell’anno.

L’unica critica che potrei muovere a questo lavoro è che non so quanto sia fattibile presentarlo dal vivo, i brani sono talmente ricchi e complessi, gli strumenti sono tali e tanti che in quattro presone non so quanto sia fattibile, magari con un “gruppo allargato”?

Trent’anni di Rumore

Postato il Aggiornato il

La copertina del trentennale (fonte: rumoremag.com)

In questi giorni una delle poche riviste di musica sopravvissute celebra i propri trent’anni. Trent’anni: una di quelle cose che ti fanno riflettere per forza sul tempo trascorso. Non voglio scrivere uno di quei post vittimisti sul fatto che mi fa sentire vecchio, perché vecchio io non mi ci sento, però vale la pena ricordare. Ricordare che sentii per la prima volta nominare il giornale vicino alla stazione di Porta Nuova a Torino, da un ragazzo dal nome francese di Torre Pellice che faceva il politecnico come me. Io l’avevo notato perché aveva un’ amica bellissima della quale sapevo solo il nome ed il fatto che avesse i capelli rossi, di quelli in grado di brillare in mezzo ad un’aula di trecento persone. Ovviamente non ci scambiai mai nemmeno una parola e anche di quel ragazzo persi presto le tracce. Il giornale però lo presi, in più e più occasioni.

Mi ricordo anche che quel ragazzo, accennando a Rumore, mi nominò per la prima volta PJ Harvey, mi disse che suonava una “specie di Nirvana più indie e con la voce femminile”, fa sorridere a pensarci adesso, anche perché lo stesso Cobain disse in più di un’occasione di apprezzare molto “Dry”. In particolare una volta pubblicarono un’ illustrazione della sua canzone “Fountain” che mi perseguitò per tantissimo tempo, dando quasi forma ai miei pensieri più autodistruttivi, in un periodo veramente buio che non accennava a passare mai.  

Una canzone lacerante e bellissima che non smette di riaprire ferite

Spesso mi ci trovavo in disaccordo, non riuscivo a leggerlo nemmeno tutto (va detto che c’è sempre una gran quantità di contenuti), sapeva un po’ di critica a tutto tondo, era un po’ troppo generalista e saputello per i miei gusti. Però sicuramente era sempre fonte di riflessione, mi fece scoprire cose che non avrei mai sospettato di essere in grado di ascoltare (i Nine inch nails, per dirne una…) e la copertina dedicata a Kurt Cobain nel mese in cui morì la tagliai via e me la appesi in camera. Ci restò per degli anni. Leggere Rumore era un po’ come ampliare gli orizzonti, spesso troppo limitati da una sedicente fedeltà al proprio genere musicale preferito. Mi facevano anche arrabbiare parecchio, tipo quando glorificavano musica pessima tipo i fratelli chimici o quelli con punk nel nome ma che di punk non avevano proprio nulla, oppure quando si permettevano di criticare Electric Ladyland. Recensivano sempre dischi del mio genere musicale preferito, ma sono spesso gruppi che nessun altro tratta. Non ho mai capito perché ma era, a suo modo, affascinante come pure il fatto che ci scrivesse il bravissimo Claudio Sorge (e ancora lo fa…), che seguivo anche in radio nel suo spazio “Rumore 3: essi vivono” all’interno di Planet Rock, nientemeno che sulla rete nazionale.

Nella fase iniziale era coinvolto anche il mai troppo ricordato Marco Mathieu, che viene giustamente citato nel numero del trentennale, insieme con molte altre storie che sicuramente si possono accumulare seguendo il mondo della musica e le sue evoluzioni dal punto di vista editoriale. Interviste saltate, concerti in condizioni impossibili, litigi con i promoter, errori di ogni tipo, copertine uguali ad altre riviste, recensioni negative di dischi diventati poi epocali (mi ricordo una recensione di “Grace” di Jeff Buckley decisamente tiepidina per il gran disco che è o la stroncatura di “Ok Computer”), gruppi esaltati e poi rivelatisi fuochi di paglia… in trent’ anni ci sta tutto ed è giusto celebrarlo. Soprattutto è bello che ancora esista e resista.

Ultimamente acquisto una copia ogni tanto, quando vedo cose interessanti, ma stavo valutando l’idea di abbonarmi, tanto per andare controcorrente e per ricordare a me stesso che, oltre al formato fisico della musica, anche quello della rivista continua proprio ad avere tutt’un altro fascino.

Mark Lanegan, 57 anni

Postato il Aggiornato il

L’annuncio è laconico. Salta fuori in mezzo a mille altre insostenibili notizie sciatte da social, è morto Mark Lanegan. Devo rileggerlo, una, due, tre, dieci volte. Non è mai stato un salutista l’amico di Ellensburg, ma nulla lasciava presagire una sua dipartita a 57 anni appena, sembra incredibile pensando alle cose che avrebbe ancora potuto dire e che adesso non verranno dette mai più.

La sua autobiografia racconta di una vita difficile, di un carattere scontroso e respingente, di amici morti come mosche tutto intorno e adesso anche lui. Sembrava un sopravvissuto in mezzo a tutto quel silenzio che era rimasto dopo la fine degli anni novanta, uno dei pochi che speri non abbandoni mai le scene, che vada avanti, perché comunque ha qualcosa da dire: un’anima profonda come un abisso che ancora non è stato sondato fino in fondo, un’anima profonda come la sua voce.

Sono riuscito a vederlo all’ Alcatraz di Milano nel 2015, aggrappato all’asta del microfono e quasi immobile, ogni tanto inforcava gli occhiali, avvolto nelle scarse luci colorate. Forse non era più in forma come un tempo, ma il fascino non l’aveva comunque perso e fu un onore assistere a un suo concerto e vederlo sorridente abbracciare i fan alla fine.

Una mia amica mi ha scritto che resteranno solo pessimi musicisti, la mia risposta è stata che non è vero ma ieri sera abbiamo fatto un enorme passo in quella direzione. Oggi il mondo è un posto più vuoto e non c’è nulla da fare.

Odio gli epitaffi on line ma due parole dovevo dirle.

L’ultimo profeta!

Postato il

Dovendo scrivere un post su  Mauro Guazzotti, in arte MGZ, non so davvero da dove cominciare. La prima immagine che ho di lui è in un’improbabile costumino rosso attillato da pseudo lottatore che saltella ovunque durante il leggendario concerto dei Negazione al 2 di Cigliano lamentandosi di qualcuno che gli aveva staccato la coda e voleva tenersela come cimelio. Durante un concerto hardcore (il primo conecrto della tua vita scelto autonomamente, tra l’altro) vedi questo tizio peloso ma calvo, coi capelli laterali lunghi saltare fuori dal nulla, misurando a balzelli il palco e facendo delle smorfie improbabili. Sicuramente un’immagine che lasciò il segno… solo che non avevo la minima idea di chi fosse.

Occorrerà aspettare qualche anno perché torni a farsi viso sul palco del Babylonia anche se non collegai le cose e mancai l’appuntamento. E poi, a forza di frequentazioni, articoli su riviste, amici vari il Profeta mi apparve. Più o meno all’epoca dell’uscita di “Cambio vita”, imprescindibile primo capitolo discografico del nostro. Non assomigliava a nulla di quanto avessi visto fino a quel momento. La musica mi era resa sopportabile solo dalla chitarra di Roberto “Tax” Farano o di Dome La Muerte, per il resto era elettronica piuttosto tamarra e mi schifava abbastanza. Solo che aveva dei test geniali e, alla fine, riuscii a contestualizzare anche quella.

La sua proposta era teatro, cabaret, musica: punk, elettronica… solo apparentemente demenziale. Personale, sognante e visionario come solo un personaggio assolutamente fuori dal mondo può essere. Su di lui girano leggende e dicerie, oscuri esordi nell’ambiente punk fatti di performance sullo sfondo di diafane lastre a raggi x. Chissà cosa c’è di vero. Io Mi ricordo leggendari concerti, questo sì. Sempre seguito da gruppi di persone, all’epoca furono “Le Signore” in seguito le “Buru buru girls” e poi chissà che altro, sul palco è uno spettacolo multicolore con travestimenti, balli e saltimbanchi. Coriandoli, bolle di sapone, stelle filanti, trucco e bandiere sventolanti in quello che potrebbe sembrare un circo deviato o una festa per bambini cresciuti con qualche turba, ma non di quelle moleste.

Alcuni dei concerti di MGZ resteranno nella storia, purtroppo non ho grandi rifermenti temporali, le date si confondono nella memoria, eppure la prima volta dopo tantissimo tempo dopo che ne avevamo perso le tracce fu una storica serata al CSA “Il Gabrio” di Torino. Un vero e proprio evento che fece sì che ci muovessimo in quattro dalla provincia con due bottiglie di CocaCola truccata col rum del discount. Sapeva di acquaragia e ne bevetti mezzo sorso per poi lasciarlo ai compagni di viaggio. Ovviamente uno finì per disegnarmi una “fiamma delle hot wheels” di vomito sulla portiera mentre parcheggiavo una volta giunti a destinazione: aspettare di scendere no eh?! Il concerto fu divertentissimo e dissacrante… peccato che due settimane dopo chiusero il centro sociale a causa di un’infestazione da vibrione che si pensava estinto in Italia. Ad ogni modo sopravvivemmo.

Un’altra volta finimmo nel nulla cuneese a una specie di festa di paese alla quale il signore solo sa come mai decisero di farlo suonare. Avvicinato da un compare ebbe a commentare “Lascia stare… è un posto allucinante!”, comunque poi salì sul palco e fu anche una grande festa, credo che comunque in parecchi affrontarono la trasferta, del resto un profeta è pur sempre un profeta.

Ci fu poi la data, l’ultima volta che lo vedemmo, all’Hiroshima mon amour a pochi giorni di distanza da un altro storico concerto degli Einstürzende Neubauten all’ auditorium RAI (nientemeno) dove incontrammo Tax Farano. Roberto era presente anche a quella serata e ci salutammo, noi assolutamente increduli, due volte in un mese.

Ed eccolo, fotografato da me, all’ Hiroshima Mon Amour nel 2014

In ogni occasione fu una grande occasione di divertimento, anche nel suo caso una performance che va assolutamente vista e vissuta.

Il suo nuovo album “Vale tutto” è uscito da poco e porta una ventata di spensieratezza in questi tempi difficili. Sogniamo tutti in coro Burulandia dove tutti sono luminosi, telepatici, innamorati e immensamente liberi e felici!

Lotta giusta, motivi sbagliati.

Postato il Aggiornato il

Per quanto mi riguarda Spotshit è il male, è la peggior cosa che potesse mai capitare alla musica, la peggior cosa che potesse capitare a chi suona e, alla fine, anche a chi ascolta. Se siete di un’altra opinione contento per voi, però io non ho mai nemmeno pensato di avvicinarmi a quella app e non lo farò mai. Nei giorni scorsi Neil Young e poi Joni Mitchell hanno iniziato una campagna di boicottaggio nei confronti della piattaforma (purtroppo) svedese fino ad arrivare a far togliere la loro musica da Spotishit. Quando ho letto la notizia ho esultato: Neil, paladino di mille battaglie, finalmente si scagliava contro questo mostro che fagocita artisti e poi ne sputa fuori le ossa schifato. Evvai.

Quando ho letto i motivi ho gioito un po’ meno. Sostanzialmente ha fatto togliere le proprie canzoni per protestare contro un tale, del quale ignoro il nome (e continuerò a farlo) reo di aver immesso un podcast in particolare nel quale si diffondevano notizie, a dire del cantautore americano, false sulla pandemia. Ora i podcast non sono una cosa da poco come ero propenso a ritenere: Spotishit ci fa di soldoni belli grossi, a quanto pare e in particolare con questo tizio che mi dicono sia seguitissimo. Detto questo, mi permetto di esprimere la mia opinione, per quanto poco peso possa avere.

  1. Io detesto Spotishit, lo dico apertamente, ma credo che, in questo caso, Neil non abbia tutte le ragioni. Per quanto sia discutibile il diffondere informazioni senza verificarne appieno la veridicità scientifica, credo che non sia corretto nemmeno censurare qualcuno o fare pressioni perché venga messo a tacere. Il punto è sempre quello: la gente dovrebbe avere gli strumenti per discernere e non le vengono dati. L’informazione confonde le idee invece di chiarirle, le fonti sono troppe e la loro autorevolezza spesso discutibile. In molti cercano qualcuno da seguire per spegnere il cervello e non pensarci più (che cosa orribile) e spesso è la persona sbagliata. Ma è davvero colpa di chi gli fornisce un canale? Non sono convinto, ovviamente poi loro ci lucrano sopra ed è forse questo ad essere esecrabile più di tutto. Ma ognuno di noi ha il diritto ed il dovere di pensare con la propria testa prima di tutto. Ognuno di noi ha il diritto ed il dovere di avere uno spirito critico con il quale filtrare le informazioni. Se ci facciamo influenzare da fonti di dubbia competenza, è maggiormente colpa nostra, poi possiamo discutere del mezzo.
  2. Neil aveva già più volte espresso dubbi sulla necessità di diffondere la propria musica via Spotishit, ma più che altro per la qualità del suono. Neil. Il problema non è quello. Il problema è che Spotishit segue delle logiche (degli algoritmi?) che uccidono la musica, favoriscono i grossi nomi ed estinguono il sottobosco. Il problema è che non tratta eticamente gli artisti. Promuove il mero prodotto e lo priva dell’anima.
  3. Io NON sono contrario alla circolazione della musica in formato elettronico. Siamo tutti (mi auguro) d’accordo che non avrà mai e poi mai lo stesso fascino di quello fisico (confezione, copertina, testi, fotografie, note etc…) ma resta comunque un valido strumento per far circolare la musica, anche considerati i limiti sonori del formato compresso. Non avrà la stessa resa in termini di fedeltà, ma i cd saltano, i vinili idem (in più si impolverano, si caricano elettrostaticamente e da quanto tempo non cambiate la puntina?) e le cassette si magnetizzano. Ogni supporto ha i suoi benedetti limiti, motivo per il quale occorrerebbe anche andare ai concerti. Fatto salvo ciò, il supporto perfetto non esiste e, per quanto mi concerne, l’mp3 rappresenta un compromesso accettabile. È estremamente fruibile (sul serio volete girare ancora con un CD portatile o magari con un piatto da 33giri appeso al collo?), si risparmia spazio e consente di acquistare molti più dischi, visto il prezzo ridotto. Personalmente ormai prima compro l’mp3 e, se il disco merita, poi compro anche il supporto fisico. Il problema però è che va venduto e gestito in maniera etica: chi registra deve vedere i proventi degli sforzi sostenuti a comporre, suonare e registrare, altrimenti tutto è destinato all’estinzione. Tutto qua. Non usiamo più spotishit ADESSO!
  4. Postilla: Mi sono dimenticato di dire che la piattaforma ormai ha raggiunto un livello tale di influenza sul mondo della musica che un artista emergente è quasi costretto a metterci la propria musica se vuole un minimo di visibilità. Ed è triste sapendo che poi, a meno che non faccia un serio exploit in termini di ascolti, non vedrà un centesimo in cambio. È un fenomeno ignobile al pari del pay to play e di altre cose tremende che l’industria della musica ha visto via via adottare fino a farle assurgere a normalità. La vita senza la musica sarebbe un errore… ma a quale prezzo?

Ero un tasso prima di te

Postato il

Il tasso è un animale che chiunque abiti nella mia provincia consce bene. Sembra una nuvola grigio chiaro che cammina ed ha dei contorni indefiniti che assumono una forma compiuta solo quando lo si guarda in faccia. Da noi ha la fama di essere discretamente irascibile soprattutto se si entra nel suo raggio d’azione. Anni fa ho anche scoperto a mie spese che con il suo pelo si fanno pennelli da barba, l’avessi saputo non avrei mai comprato un pennello da barba. A me sta simpatico come animale, anche sulla copertina dei Del Norte da Pesaro.

Questo disco sembra uscito dalla produzione di Steve Albini, invece hanno fatto quasi tutto in casa (ad eccezione della batteria) con un suono finalmente sporco, grezzo e genuino come quasi non se ne sentono più. Sonorità come queste mi fanno pensare al me stesso 20enne alle prese con Nirvana e Dinosaur Jr. a quel periodo magico che furono gli anni ’90, ai CD, alle cassette ed ai vinili che allora erano pesantemente in declino. Non ho realizzato quanto ne avessi bisogno fino a quando è partita la prima nota, al che ho realizzato che avevo incosciamente abbandonato quel filone tempo fa ma senza una ragione precisa, forse anche perché nessuno lo suonava più. A un certo punto, morto Cobain, sciolti i Dinosaur jr., in crisi di identità un po’ tutti gli altri e con l’avvento dei suoni digitali, l’interesse era andato un po’ scemando, ma aveva continuato a covare sotto la cenere tanto che poi lo stesso J Mascis ha rianimato il dinosauro (anche se con meno ispirazione di prima…) e l’interesse si è ridestato in tutti coloro che hanno amato certe atmosfere .

Piazzate in un vecchio frullatore rumoroso i Dinosaur Jr., i Nirvana e molto noise-rock, con un retrogusto di fuzz e distorsioni assortite, aggiungete una voce stralunata ed a tratti eterea, una batteria possente e un suono sornione e ipnotico come un mantra elettrico. Frullate tutto nel cuore della notte fino a svegliare il quartiere intero. Questi sono i Del Norte, o almeno la descrizione migliore che riesco a farne, salvo che poi in qualche frangente tirino fuori anche un lato più intimista che completa il quadro.

Difficile descrivere le sensazioni che provocano, almeno a me fanno venire in mente il tempo che fu; ad ascoltatori più giovani non ho proprio idea di che effetto possano fare, ma proprio per questo sarebbe il caso di provare: la versione digitale del disco costa 3€ ma ne vale molti di più.

Ps.: Se ne parla anche qui e qui