Gli algoritmi non funzionano (almeno con me)

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Ormai è esperienza comune che vi siano siti che suggeriscono qualche prodotto in base a ciò che uno ha comprato in precedenza. I siti lo fanno con un algoritmo di profilazione che serve a farsi un’idea dei gusti e delle esigenze delle persone per, in qualche modo, indurre le persone al consumo di prodotti similari. A parte che è un detestabile tentativo di ridurre tutto a un modello matematico per cui se amo i Carcass o i Napam death non sarò mai un fan dei Sigur Ros, per dire, a mio parere è anche un’intollerabile intromissione nella mia sfera privata e nel mio portafoglio. Quindi ignorateli e basta. Un conto è la chiacchierata con il commesso di un negozio di dischi con il quale si scambiano opinioni circostanziate e competenti, un altro una macchina che fruga nelle tue tasche. Solo perché mi piace il metal si suppone che mi pacciano:

  1. I Judas Priest: Mai potuti sopportare pur riconoscendone i meriti, non è il genere di metal che fa per me con quelle voci acute e la tendenza all’epicità che poi è sfociata in un genere che detesto chiamato power metal. Non ci siamo, al massimo arrivo agli Iron Maiden dei primi sette dischi però: i primi due avevano addirittura un’irruenza post punk che i Priest non hanno mai avuto.
  2. I Manowar: Vedi sopra ma all’ennesima potenza, con un restrogusto tamarro e intransigente che me li rende ancora più invisi. N.C.S. come diceva il vecchio Zampetti.
  3. Il Power Metal: Per estensione di quanto tetto sopra, salvo che poi sono arrivate certe estremizzazioni risibili che non riesco a reggere, in particolare l’uso delle tastiere che sono uno strumento che riesco a reggere solo in pochi gruppi (Type O Negative, Skepticism e chi altro?) e che, in certi casi, arrivano a sovrastare tutto con un retrogusto di plastica anni ’80 (chi ha detto Rhapsody?)

Tanto per fare degli esempi, è poi bellissimo che vedendo la mia passione per il rock mi vogliano rifilare vasco e ligabue. Grazie, mi sembra di rivivere i vecchi tempi in cui tutti quelli che mi circondavano tentavano di rifilarmi le due glorie nazionali, solo che ricoprire di improperi uno schermo non dà la stessa soddisfazione.

La consapevolezza di non poter essere ridotto ad un modello o ad un algoritmo fornisce una dose di soddisfazione. Il fatto che mi vengano in mente letteralmente canzoni di qualsiasi tipo (anche che detesto) dagli inni sacri alla bieca musica commerciale degli anni ’90 mi riempie di orgoglio. Inquadratemi se ci riuscite. Una sera non riesco a levarmi dalla testa una tamarrissima “What is love” di Haddaway (ho duvuto guardare come si scriveva che non me lo ricordavo più accidenti a lui agli Snap! ed ai Technotronic), degna delle peggiori discoteche del biellese di un epoca lontana e giunta da chissà dove ad infestarmi la mente, la sera dopo sono qui che sbavo sull’ esordio dei W.A.S.P. del 1984 pensando che, vaffanculo, chi diavolo sono i Motley Crue? Una bomba rock del genere se la sognano solamente. Il batterista era un vero animale, Chris Holmes animale a sua volta (ma per altri motivi eh eh) e su tutti Blackie Lawless: che frontman e che voce ineguagliabile! Su il volume!!!

2021

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10. Melvins: working with god. Questo disco è un classico disco dei Melvins vecchia maniera. Per chi li conosce nulla di nuovo: ci sono i loro classici scherzi da prete (la proto-versione del classico dei Beach Boys e quella in cui mandano tutti affanculo), bei riffoni portanti a supporto delle composizioni. In questo disco è tutto apposto, i Melvins che, finalmente, tornano a fare i Melvins. Non finirà in nessuna lista di fine anno ma finisce nella mia perché, da loro ammiratore, avevo bisogno di un disco come questo. Salvo che poi si siano subito smentiti: certo che se c’è una cosa da dire sul gruppo del Washingston state è che non sono fatti per accontentare tutti.

9. Nick Cave, Warren Ellis: Carnage. Spero di non prendermi del nostalgico a tutti i costi ma pur trovando spunti interessanti nel nuovo corso di Nick Cave con il timoniere Warren Ellis, io continuo a preferire la vecchia produzione con i vecchi Bad Seeds. Per me non c’è partita. Eppure questo nuovo capitolo convince, è bello nel suo essere scarno come al solito. Però forse con l’età è venuto a mancare l’impeto emozionale dei vecchi tempi. Senza contare che restare senza due geni musicali come Herr Bargeld e Mr. Harvey, per un pur meritevole Ellis, sicuramente è un’operazione al ribasso. A me questi dischi piacciono ma mi risultano freddi, in molti li apprezzano, io faccio molta fatica pur riconoscendone il valore.

8. Carcass: Torn arteries. Sempre un piacere parlare di Jeff Walker e soci. Questa volta non fa eccezione, sono in forma e all’altezza del nome che portano. Se poi volete fare dei paragoni ingombranti col loro passato, continuare a lagnarvi che Ken Owen non è più della partita e via discorrendo, siete liberi di farlo. Io ho scelto di alzare il volume e godere della loro ultima fatica, non è un’impresa impossibile nemmeno nel 2022.

7. Mondaze: Late Bloom. Mentre molti indugiano in cosucce tipo la synth wave et similia, per il secondo anno di fila ospito nel listone di fine anno un gruppo che fa un genere con dentro la parolina gaze. Stavolta, dopo i Nothing l’anno scorso, tocca a i Mondaze da Faenza con furore. La cosa bella di questo genere è che potenzialmente a tutti gazer piace alzare il volume a dismisura facendo rimbombare tutto. Sembrerà una bestemmia ma la cosa funzione bene con i Carcass e anche con i Mondaze, ovviamente sono diverse le sensazioni ma questo disco ha comunque molto da offrire anche ad un appassionato di cose molto più brutali e trucide. Un bellissimo esordio.

6. Coverge: Bloomoon I. Di questo disco ho già parlato, mi sembra un lavoro meritevole ma un po’ discontinuo e che, alla lunga, non mi ha fatto venire troppo spesso voglia di essere riascoltato. Ancora un giudizio un po’ sospeso: magari poi a distanza di tempo potrebbe venire assimilato meglio almeno dal sottoscritto, le perplessità tuttavia non smorzano l’interesse per un possibile vol. 2.

5. Amenra: De Doorn. Poco da aggiungere anche qui, il solo limite degli Amenra è che fanno musica che è di difficile ascolto. Bisogna essere nella giusta predisposizione spirituale e allora se ne fruisce nel modo migliore e se ne traggono belle soddisfazioni. Il cantato in lingua fiamminga, a mio modo di vedere, aumenta di molto il fascino della loro proposta, anche se non ne capisco praticamente una parola.

4. Godspeed you! Black Emperor: G_d’s Pee AT STATE’S END! Bellissimo lavoro della band canadese, che questa volta, più che in passato, riesce ad essere quasi più fruibile, con passaggi di una bellezza assoluta che rimangono molto più in testa anche a distanza di tempo. Non vedo l’ora di sentire questi brani dal vivo, con il supporto della parte visiva: in tale caso sarebbero già da adesso da mettere al primo posto.

3. Jointhugger: Surrounded By Vultures. Buonissima seconda prova della band norvegese, che incorpora maggiore psichedelia nel proprio suono rinunciando a qualcosa in pesantezza: il risultato è comunque da applausi, un gruppo come ormai se ne sentono pochi. A partire da qui, le loro possibilità evolutive per il futuro hanno mille direzioni, tutte da esplorare.

2. Monolord: Your Time To Shine. Gli svedesi sono ormai un’istituzione e si confermano ancora alla grande con questo disco, molto più oscuro e dolente del precedente. Inizialmente mi aveva quasi respinto, poi mi ha definitivamente conquistato: è un vero e proprio gioiello.

1. Green Lung: Black Harvest. Vincono a mani basse. Hanno i riff, hanno il groove, soprattutto l’immediatezza ed il coinvolgimento che creano con le loro canzoni non hanno praticamente eguali nel panorama odierno. Per riassumere: hanno un gusto per la canzone invidiabile. Ogni brano è un inno da cantare a squarciagola, una marcia trionfale, un coro da stadio dell’occult rock. Forse poco impegnativi e un po’ facili ma in questi tempi difficili avevo proprio bisogno di un disco del genere.

Torino, 24 dicembre 2021

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Prima di parlare di qualsiasi altra cosa: Marco Mathieu non è più tra di noi dalla vigilia di Natale. Quando ho iniziato a vedere sue foto che apparivano su facebook ho iniziato a farmi salire il magone, subito non riuscivo a leggere e poi alla fine l’ho fatto. Purtroppo era una notizia che era lecito attendersi, non per questo risulta essere meno dolorosa o facile da leggere. Dopo quattro anni di coma in molti, alla fine, hanno pensato che fosse meglio così. In alcuni momenti io stesso, ma non riesco ad essere lucido, non riesco a essere razionale, non riesco a guardare le cose con distacco. Ogni volta che vedo una sua foto mi si bloccano i pensieri, mi scorrono davanti mille ricordi. Ho scritto più volte di quanto fondamentali siano stati i Negazione nel mio percorso di crescita personale, musicale, culturale: non ho voglia di ripetermi ancora.

Rimane la tristezza per una persona che lascia dietro di sé tanto e la cui vita è stata di ispirazione per molti, compreso il sottoscritto. Rimane una sensazione di impotenza e vuoto per come è finita e per tutto quello che resta inespresso, per tutto quello che avrebbe ancora potuto dire. Queste poche parole, del tutto insufficienti ad esprimere qualsiasi cosa, dovevo però scriverle, se non altro per ricordare a me stesso e a chi è in grado di sentirlo, che lo spirito continua, sempre!

Negazione (Fonte Wikipedia)

La questione principale

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Biella sta vivendo un momento di strana popolarità legata al fatto di essere stata inserita da Zerocalcare nella sua serie a disegni animati “strappare lungo i bordi”. Ogni tanto capita che la città finisca sotto dei riflettori dalla luce tenue: era successo anche con “I due Carabinieri” con Montesano e Verdone millenni or sono o quando Dario Argento si mise in testa di girarci alcune scene di un fantomatico Dracula con Rutger Hauer (l’attore poi sparì nella campagna e lo cercarono tutti…), cose così.  Adesso il disegnatore romano ambienta alcune scene della sua serie su netflix nella nostra città ed alcuni si risentono perché, a loro dire, non ne esce in modo propriamente lusinghiero.

Chissenefrega. Questo è un posto impermeabile a qualsiasi cosa, si farà scivolare addosso anche questo. Intanto il modo in cui il fumettista romano si attiene alla corrispondenza dei luoghi è quasi sbalorditivo e, comunque aldilà di tutto, la serie è ben fatta e tratta molti temi interessanti.

Zerocalcare è bravo ma è un po’ limitato. Soprattutto, per quello che può contare il mio umile parere, è decisamente troppo ancorato alla sua realtà quotidiana. Parla sempre e soltanto delle sue esperienze, di quello che gli capita e delle sue riflessioni in merito. Lo fa bene, le sue riflessioni offrono spunti interessanti e un punto di vista fresco sulla vita di ognuno di noi, una voce fuori dal coro, appartenente ad una di quelle controculture che raramente escono dal loro guscio inoltre ha una sensibilità fuori dal comune. Però, pur ammettendo di non essere un suo conoscitore ai massimi livelli, io non gli ho mai visto fare nulla di diverso da questo. Personalmente poi non ho mai amato le cose troppo ancorate al presente. Mi chiedo cosa potrebbe pensare qualcuno che legga i suoi fumetti tra vent’anni, probabilmente avranno un interesse storico di un qualche tipo, ma a parte questo? Gli va riconosciuto di parlare sempre a proposito: difficilmente blatera a vanvera di cose che non conosce o si lancia in giudizi affrettati, anzi, spesso da anche la parola a persone più competenti.

Esempio di quanto appena detto. Veramente ben fatto.

Benissimo. Temo però che prima o poi questo modo di raccontare la realtà mostri i suoi limiti… restando a Roma pensate a Moretti che in “Caro diario” parla di Beautiful (nell’episodio “Isole” di “Caro diario”) e ne fa una sorta di icona: uno che guardi oggi quell’ episodio difficilmente riuscirà a coglierlo fino in fondo. Per contro il bellissimo percorso fatto in vespa fino al luogo dell’assassino di Pasolini con The Köln Concert di Keith Jarrett in sottofondo: credo che possa colpire chiunque in qualsiasi epoca anche ammesso che nemmeno sappia chi sia l’intellettuale friulano.

Ogni volta che ne parlo non riesco a non rimetterlo, è uno dei momenti più alti della storia del cinema a mio parere.

Manca una cosa del genere nella narrazione del fumettista romano: la ricerca di qualcosa che trascenda il mero qui ed ora, una tensione che vada oltre la dimensione personale. Inoltre non si capisce bene perché uno che fa controcultura si appoggi a netflix o disegni anche i brand sulle scarpe. Tuttavia non siamo qui per disquisire di Zerocalcare bensì di Biella, Zerocalcare giustamente ci darà lo spunto.

Che poi ci ha anche descritto meglio di quello che siamo per certi versi. Non è mai arrivato un freccia rossa a Biella, e nemmeno c’è mai stato un treno che parta da Biella e arrivi a Roma Termini. Minimo sono tre coincidenze e nemmeno delle più agevoli. Un tempo c’era UN diretto per Torino al mattino in andata e UN diretto al Pomeriggio al ritorno. Fine. Ora, credo, nemmeno quello. Con Milano non abbiamo mai nemmeno avuto collegamenti diretti. Allargando il discorso, per dirla tutta, non arriva nemmeno l’autostrada. Siamo isolati, almeno per quello che riguarda le vie di comunicazione principali. Da adolescente mi pesava tantissimo. Adesso sono contento. Mi rendo conto che sia da egoisti, da misantropi, ma essere fuori dal giro grosso ha il suo perché e comunque non è che i collegamenti non ci siano, solo sono meno… diretti, il che spesso basta a scoraggiare la gente dal venirci a trovare. Non siamo un posto di passaggio, devi proprio voler venire a Biella. Anche il Covid c’è arrivato meno che da altre parti. Certo se stai a Roma, a Milano o a Torino hai molte più possibilità e strade aperte, puoi trovare più facilmente persone che ti somiglino, vedere mostre, andare a concerti ed è anche molto più facile trovare un lavoro. Tutte cose che mi interessavano di più quando avevo vent’ anni. Ma ho sempre molto apprezzato il fatto di poter chiudere la porta in faccia al mondo quando ne avevo bisogno e a Biella una cosa del genere ti riesce molto meglio. In piemontese si dice sü da doss. Probabilmente si apprezza con l’età e con la permanenza in loco, tutte cose che Zerocalcare non ha avuto modo di sperimentare anche se da misantropo quale si professa mi stupisce che non abbia considerato la cosa. Nelle grandi città ti stanno tutti col fiato sul collo, c’è sempre casino, la gente ti sommerge da ogni parte e io non lo reggo.

I love living in the city

Adesso se ho bisogno di andare in una grande città ci vado faccio quello che devo e scappo alla massima velocità, senza guardarmi indietro. Di Roma in particolare ho anche un pessimo ricordo, ma questa è un’altra storia.

L’assenza di possibilità ha anche dei risvolti interessanti: ti spinge a sbatterti per farti le cose da solo. Ho sempre avuto l’idea che chi vive nelle grandi città non coltivi mai veramente le cose: forse sono io, ma conosco persone che vivono nelle grandi città che si stupiscono quando gli racconto che ho amicizie che durano dall’ asilo. Il punto è che quando hai poco, di solito ti sbatti per far funzionare quel poco che hai e non abbandoni le persone alla prima divergenza. Ogni amico che ho perso, ogni ragazza andata sono sempre state tragedie per me… piccole o grandi. Significava in qualche modo aver fallito.

Inoltre Biella ha avuto dei suoi seri perché, molti di più di molte altre città. Forse proprio perché la mentalità biellese era testa bassa e lavorare ci sono state tantissime realtà che ci hanno allietato la vita da adolescenti a fare da contraltare. C’era una selva di gruppi musicali niente male, alcuni anche con delle idee grandiose (su tutti i Festina Lente, i Sentence To Blunder, i Keen o gli Yahozna che da poco si sono riformati), ovviamente c’era il Babylonia, il locale senza il quale la nostra vita sarebbe stata infinitamente più grigia, c’erano negozi di dischi (Valerio e Paper Moon su tutti), l’informagiovani funzionava davvero bene, c’erano molti locali che facevano suonare dal vivo e non solo coverband. Addirittura ci fu chi tentò la via dell’autogestione (il collettivo “Arsenio Lupin”) che ovviamente finì in malo modo: non ci potevamo spingere così oltre.

Grandissimi Festina!

Poi dai, siamo sinceri, Biella non ne esce male: nella serie è semplicemente un posto dove è successo qualcosa di terribile, avrebbe potuto essere benissimo qualsiasi altro posto di provincia in Italia, solo che il personaggio era di qui. E viveva male il fatto di esserci dovuta tornare dopo aver fatto la fuori sede a Roma. Ma, suvvia, l’autore mantiene un atteggiamento davvero neutro circa la città stessa.

Oggi mi appare molto meno attiva ma non è che non ci siano cose comunque meritevoli. Non è passato molto tempo da quando fa il Cervo -un fiume locale- si è portato via l’Hydro forse l’unico locale veramente alternativo della città e, certo, con la pandemia ogni cosa è diventata ancora più difficile. Ma non manca la gente che ha voglia di sbattersi.

Gente che organizza festival come il Reload che propone cose che non mi interessano, ma rimane una bella realtà che è riuscita a fermarsi il meno possibile, cosa che, di questi tempi, è tutt’altro che scontata. Gente che propone posti per suonare ai gruppi locali che non siano cover band come il Vecchio mulino o il Sekhmet e poi c’è il concertone del primo maggio all’ARCI di Lessona (son due anni che mancate ragazzi). Gente che promuove l’arte come la fondazione Pistoletto, il museo del territorio o la fondazione della cassa di risparmio di Biella. Basta saper cercare. Basta darsi da fare: non saremo Roma ma nemmeno ci tengo che lo diventiamo.

Resterebbero altre considerazioni da fare sul tema centrale della serie. Solo che son cose che è meglio lasciare alla coscienza del singolo. Bisogna dare atto a Zerocalcare di aver parlato in un modo partecipe e sincero di un tema delicatissimo nel quale la tristezza alla fine la fa da padrone da qualunque angolazione la si consideri. Biella, anche questa volta, non è la questione principale con buona pace di chi vorrebbe farla diventare tale.

Voi (non) siete qui. (fonte Wikipedia)

31/05/2009

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O’Malley e Andreson più un terzo figuro (fonte Bandcamp)

La data è un’altra di quelle impresse a fuoco nella memoria. Per i 10 anni di “Grimm robe demos” i Sunn 0))) fanno tappa a Bologna. Dopo averne sentito parlare in termini che oscillano tra l’incubo e la leggenda, si decide di affrontare la trasfertona fino al Locomotiv. Si tratterà di una due giorni dove al ritorno è prevista tappa a Maranello a visitare il museo della Ferrari, oltretutto il giorno dopo è il primo maggio, quindi tranquillissimi.

Arriviamo accaldati a Bologna nel primo pomeriggio e ci fiondiamo a immediatamente visitare il centro: tra negozi di dischi, portici e circoli arci a fine giro ho in mano un picture disc di “Reign in blood” e sto sorseggiando un amarone in un’ enoteca del centro (“Alto tasso” si chiamava: un nome una garanzia) con sullo sfondo un accenno di tramonto, davvero non male come scenario. La cena consta in una pizza da asporto trangugiata alla veloce con tavolini improvvisati e birra in lattina: l’amarone è diventato un pallido ricordo e siamo tornati ai nostri standard.

Dopo qualche altro bighellonare nelle vie del centro ci avviciniamo al luogo del misfatto: nulla e dico nulla può prepararci a quello che sta per succedere. Il Locomotiv si trova in una zona circondata da alberi, dove la solita mandria di personaggi singolari sta già bivaccando in attesa di entrare.

Piano piano si forma una coda per l’ingresso. Prima di poter entrare si deve firmare una liberatoria circa i possibili danni all’udito, una delle due firme non sarà propriamente un nome ed un cognome. Sembra quasi una trovata propagandistica, ci ridiamo sopra ed entriamo. Solo poco dopo capiamo che non si trattava affatto di un’esagerazione, anche se ad un concerto analogo in Svizzera non ci faranno firmare nulla, ma ci forniranno direttamente i tappi. Non divaghiamo in facile retorica, siamo comunque muniti di tappi, quindi no problem… forse.

E dico FORSE perché i Sunn 0))) dal vivo sono una cosa che va vista. Non si può tradurre in italiano correttamente, in inglese si direbbe “it has to be experienced”, più che visti vanno sperimentati sulla propria pelle. Forse pensate di avere un impianto stereo potente e fedele, pensate che mettendolo al massimo ci arriverete vicino: nemmeno per sogno. Al più farete vibrare i vetri, ma che succede quando tutto vibra, quando qualsiasi cosa, animata ed inanimata, ha un fremito all’unisono? Quando le teorie di Nikola Tesla secondo cui la terra stessa sarebbe un’enorme cassa di risonanza trovano conferma durante un “concerto”? Questo è quello che succede durante la loro esibizione. O per lo meno è la descrizione più accurata che le parole mi consentono.

Ma procediamo con ordine, dopo aver espletato le operazioni burocratiche imposte per l’entrata entriamo nel locale e veniamo subito accolti da una fila interminabile di amplificatori (di marca Sunn o))) appunto) che occupano tutto il parco nella dimensione della lunghezza. A volte è capitato di vederne così tanto ma spesso è tutta scena. Qui no. Nessuna scena, funzionano tutti e tra poco ne avremo la riprova. L’attesa si fa spasmodica: io mi piazzo davanti al palco, il mio compare lungo i muri perimetrali. Per sua sfortuna io avrò la meglio. Dopo un paio di mezz’ore salgono sul palco, non prima che tutto sia completamente inondato di fumo al ghiaccio secco.

Una Pallida impressione di quello che successe…

E poi partono con le note, mai avresti supposto che un suono del genere potesse uscire dalla Gibson Les Paul gold top di Greg Andreson o dalla chitarra di alluminio Electrical Company di Stephen O’Malley. È qualcosa di assolutamente travolgente che ti afferra alla bocca dello stomaco e ti fa vibrare tutto, dai peli sulle braccia alle parti basse. Niente risulta immune. Difficile dire se effettivamente poi i brani rispondano al contenuto dei Grimm robe demos, io francamente mi ci sono perso e va benissimo così: è stata un’esperienza mistica. Chi non crede che la musica (in questo caso sarebbe meglio dire “il suono”) sia qualcosa che eleva ad un’altra dimensione dovrebbe provare un concerto dei Sunn 0))). Tocca delle corde che nemmeno pensavi di avere ti avvolge azzerando qualsiasi altro senso: il fumo serve presumibilmente a questo a “fare lo zero” di olfatto e vista, in modo che rimanga solo il tatto (la vibrazione) ed il suono (l’udito). Poi non tutti sono pronti per questo: noi stessi non lo eravamo e ne siamo usciti estasiati e distrutti al tempo stesso, eppure consci della portata assoluta di tutto ciò a cui avevamo assistito. Da allora ogni loro concerto è un rito che si perpetra.

In molti mi guardano storto quando dico che la musica è la mia religione. Ma, sul serio, è così. E andare a quel concerto dei Sunn 0))) fu un passo in più nel rendersene conto. Le valvole incandescenti degli amplificatori accesi sono come delle candele votive, ascoltare un disco equivale a una preghiera, andare a un concerto è un rito, gli artisti degli sciamani e non temo di essere blasfemo nell’affermare questo, perché più passa il tempo più mi accorgo che questa è la mia verità sull’intera faccenda. Questo è il mio modo di smuovere energia, di partecipare ad una collettività che non mi impone nulla, che non mi dice come devo vivere e che al massimo (e non è poco) mi ha fatto riflettere ed evolvere come essere umano. In pratica ciò che dovrebbe fare una religione.

I Sunn 0))) sono ancora attivi, fanno uscire dischi a profusione ed il loro concerto è stato uno degli ultimi che io abbia visto prima di questa dannata pandemia. Li abbiamo visti molte altre volte, tra cui una particolarmente suggestiva nelle carceri di Torino e un’altra in un labirinto in Emilia.  Mancano come una boccata di fumo (da ghiaccio secco, beneinteso).

Del Locomotiv non ho più sentito parlare ma spero che sia ancora attivo, ha comunque retto strutturalmente all’evento e non è poco.

Noi manchiamo sempre dai concerti (che non siano locali) dal 19/02/2020. Sigh.

Luna di sangue

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Fonte: Bandcamp

Due nomi grossi che uniscono le loro forze fanno sempre un effetto di… inquietudine, almeno a me. Capita spesso che escano cose egregie, capita anche che la montagna partorisca un topolino oppure che ne esca una schifezza immonda. Gli esempi non mancano in tutti i sensi. Quando Converge, Wolfe e Brodsky annunciarono che avrebbero unito le loro forze per un progetto assieme, onestamente non sapevo cosa pensare. Non so cosa aspettarmi, mi resero impaziente e spaventato allo stesso tempo. I Converge sono un gruppo, forse uno degli ultimi, ad aver spalancato nuovi orizzonti alla musica pesante (il loro batterista Ben Koller è un vero animale) e la Wolfe una delle ultime, bellissime ed emozionanti, scoperte in campo musicale davvero in grado di farmi saltare sulla sedia. Date queste premesse, la loro collaborazione non la potevo proprio prendere alla leggera.

Tutto sarà nato quando Kurt Ballou ha prodotto “Hiss Spun” e nelle varie collaborazioni nello show a supporto degli artisti “Two minutes to late midnight”, vedi la cover di “Crazy train” che, tra l’altro, non è niente male.

I più potrebbero dire che questa collaborazione pende più dalla parte della cantautrice californiana, in realtà i più attenti sapranno senz’altro che esiste senz’altro un’anima più riflessiva in seno ai Converge: mi sono sempre chiesto che cosa sarebbe successo se avessero esplorato maggiormente la vena di brani come ispirati “Cruel Bloom/Wretched world”, da “Axe to fall”, per dirne una.

“Bloodmoon I” potrebbe essere un tentativo di risposta a questa domanda. Non che l’apporto di nostra signora dell’inquietudine non si faccia sentire, anzi, però sarebbe ingiusto non considerare che anche i Converge una certa propensione in tal senso ce l’avevano. Il disco risulta quindi lontano dai  Converge caustici e percussivi, lontano dalla rabbia e dall’assalto veemente cui siamo soliti associarli, esplora una dimensione diversa e la espande in larghezza sull’intera durata di un disco.

Funziona? Sì, con qualche riserva. Per esempio le tastiere invasive e plasticose della canzone apripista “Coil” che suonano stucchevoli e compromettono molto l’espressività del brano: una scelta quantomeno curiosa quella di farlo uscire in anteprima, visto che, a mio gusto personale, risulta la più scarsa del lotto.

Per contro i primi due brani sono un vero colpo al cuore, “Blood moon” e “Viscera of man”, ti afferrano al collo e ti fondano nel disco con una violenza emotiva che letteralmente ti esplode in petto. Non succede spesso, una simile presa ad impatto immediato. Per il resto questo disco va soprattutto ascoltato e metabolizzato, non lo si può affrontare come se fosse solo dei Converge o solo di Chelsea Wolfe o Stephen Brodsky… è qualcosa di nuovo, una avventura sonora da interiorizzare abbandonando ciò che sapevamo prima dei singoli artisti che la compongono. Richiede impegno ma promette tantissimo in potentia. Un disco da scoprire individualmente e intimamente, rimandando le considerazioni e mettendosi in gioco. L’occasione è buona per farlo, ancora una volta, se siete indecisi c’è sempre lo streaming di Bandcamp.

2/10/1999

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È una data che difficilmente riuscirò a scordare quella del 2 ottobre del 1999. Al Leoncavallo suonano i Fugazi, il CSA salito alla ribalta della cronaca pochi anni prima per la cacciata dalla sede storica ospita il gruppo che rappresenta il simbolo stesso della musica indipendente. È una delle prime trasferte in assoluto, una delle prime occasioni in cui io e l’Oltranzista ci muoviamo in coppia per assistere ad un concerto. Quale occasione migliore. Quale gruppo migliore se non un gruppo leggendario come i Fugazi. Ebbi addirittura l’ardire di immortalare l’evento su una musicassetta da 90minuti che tuttavia non furono sufficienti. All’inizio ci siamo noi due che scherziamo sull’insegna dei fratelli G., che avevano la propria impresa a due passi dal luogo del concerto.

Nessuno dei due c’era mai stato. Nessuno dei due era poi questo grande fan dei Fugazi in quel momento, più per ignoranza che per scetticismo: li conoscevamo ancora troppo poco. Uscimmo da lì che erano diventati uno dei nostri gruppi preferiti e lo saranno per sempre. Due ore e passa di concerto più di trenta canzoni suonate, un’atmosfera di festa senza forzature: partecipe, appassionata. Qualcosa di unico. Un capannone industriale stipato di persone in estasi. Per il modico prezzo di 5000 lire in barba alla SIAE, con l’unico rammarico di non avere tra le mani nemmeno il feticcio del biglietto, solo i ricordi. Solo una MC HF Sony da 90 minuti che poi sarebbe stata soppiantata dal download quando il gruppo di Washigton D.C. rese disponibile in concerto sul sito della loro etichetta, la dischord rec.

Riportare alla mente quei momenti è sempre molto bello, e non solo per la nostalgia, per il fatto che si era più giovani. Il punto è proprio lo stupore: trovarsi davanti un gruppo, fatto di persone semplici e fiere, sinceramente coinvolte in quello che stavano facendo. Ian Mac Kaye che prega tutti di non essere violenti nel pogo, di saltare anziché spingersi, che ricorda un concerto passato al vecchio Lenocavallo nel quale in tetto era andato. E poi un modo di suonare generoso e appagante, una vera e propria esperienza. Chi oggi affronta due ore e passa di concerto? Chi propone una scaletta con 34 brani (!!!), chi porta ancora sulle spalle la propria musica sbattendo fieramente le porte in faccia al music business? È rispondendo a queste domande che ti rendi conto di aver assistito ad un vero e proprio evento, ti rendi conto di essere diventato parte di qualcosa che trascende anche il concetto stesso di movimento musicale, è un vero e proprio modo di essere.

Come dicevano i Minor Threat: almeno loro ci hanno provato! E, per fortuna, ci sono riusciti: i circa 4 milioni di dischi (!!!) complessivi venduti dagli artisti della dischord stanno lì a dimostrarlo. E facendo tutto praticamente  da soli: quando, per esempio Dave Grohl (di Wasinghton D.C. anche lui, oltre ad aver militato negli Scream) intervista Ian nel documentario sonic highways e lui parla di tutte le proposte ricevute dalle major e rispedite al mittente, ti rendi conto della loro grandezza e, al tempo stesso, di quanto potrebbero guardare tutti dall’altro invece non lo fanno. Nel lungometraggio “Instrument” c’è quella lunga carrellata su tutti i volti dei ragazzi che assistevano alle loro esibizioni, quale altro gruppo si priva del ruolo di protagonisti a quel modo?

Quella sera i Fugazi furono stellari, non riesco ad usare un’altra parola per descriverli, semplicemente nel novero dei migliori artisti mai visti dal vivo, si percepiva un’intesa fuori dal comune, una coesione di intenti artistici che, a ben guardare, rappresenta un caso più unico che raro con 10 anni di carriera alle spalle. Vederli suonare fu come imprimere un’immagine indelebile nella memoria, quella di un gruppo che ha sfidato con successo le leggi del mercato, quelle scritte e quelle taciute, che è riuscita a togliersi ben più di una soddisfazione producendo Arte, esprimendosi ai massimi livelli.

Oggi resta sul web una pallida e sfuocata testimonianza in un video di pochi minuti.

Ma la memoria e l’anima ancora fremono per quello di cui sono state testimoni: uno dei più bei concerti di sempre.

I Fugazi non si sono mai ufficialmente sciolti, sono sospesi in un limbo temporale dal quale escono, si dice, a volte per suonare assieme, ma senza pubblico e senza pubblicare più nulla da “The argument” del 2001. I componenti sono comunque rimasti attivi in svariati progetti, di cui il più significativo appare Coriky dell’anno scorso.

Il Leoncavallo è rimasto al suo posto, ma non ci andiamo da secoli.

Io e l’oltranzista siamo orfani di concerti con trasferta dal 17 febbraio 2019. Per questo sto tentando di ricordarmi tutti i più belli ai quali ho assistito, non potevo che partire da questo.

Tripod

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David Lynch avrebbe potuto sognarla una cosa del genere.

Immagini sconnesse, sequenze senza soluzione di continuità, storie che si sovrappongono in una linea temporale non stabilita. Impossibile trovare un filo conduttore che non sia una sorta di delirio onirico. In preda al timor panico di un futuro impossibile da conoscere. Confuso e stordito da ricordi distorti che ritenevi dissolti.

L’invito.

Una sera scendi per le vie umide del tuo paese. L’asfalto riflette la luce dei lampioni, per qualche motivo riappaiono due giganteschi abeti abbattuti anni prima. Inali aria umida che dilata i bronchi, in un attimo tutto è ancora più buio. In lontananza di fari, si avvicina un’ automobile lunghissima con andatura calma, sa benissimo che non scapperai. Non puoi farlo. Scende una signora con occhiali da sole e un vestito di lustrini neri con un cappellino rosso. Accanto a lei quattro guardie del corpo con completo di pailettes rosse e casco cromato. Ti guarda, ti sorride e ti consegna un biglietto dorato. È un invito. Sai benissimo da chi proviene, è un passato che riappare, un fantasma che si materializza dopo essere sparito dietro le porte lucide di una metropolitana 24 anni prima. La musica da balera tratta dalle scene danzanti di Mulholland Drive sottolinea l’epicità del momento, una solennità fatta di polvere accumulata su tutto.

La scala mobile.

La scena cambia, sali su una scala mobile, le pareti sono fatte di cemento armato grezzo,  ci sono diversi pianerottoli che intervallano le rampe, ma oltre a questo non si vede nulla. I gradini sembrano insolitamente molto più alti del solito, finalmente incontri un altro essere umano.  È un signore in camicia e scozzese gliet di lana verde scuro fatto a mano, con pantaloni di velluto a coste larghe beige scuro. Ha i capelli brizzolati di media lunghezza e la faccia stanca, da dietro i suoi occhiali con la montatura dorata ti lancia uno sguardo sfuggente. All’improvviso ti volti e la sua testa tagliata giace sui gradini della scala mobile. È palesemente finta, come in un film dal basso budget, si muove a scatti e urla:

“Tu sei una leggenda!”

“Ognuno di noi è una leggenda!!”

“Ogni secondo vissuto veramente è una leggenda!!!”

Ogni interrogativo è lecito.

Il ritrovo.

Alla fine il momento arriva, bisogna rispondere all’invito. L’incontro si volge in una libreria. È un ambiente stretto ma accogliente, stipato di libri. Sul soppalco il fantasma autore dell’invito sta parlando con un ragazzo, probabilmente mulatto, in attesa che l’incontro cominci. Mi guarda e sorride con gli occhi, si gira verso il ragazzo e lo bacia abbracciandolo. Distolgo lo sguardo, alzo le spalle e mi sposto. Lo sapevo già, pensa di farmi male, non ci riesce più. Seguo con uno sguardo assente l’oratore. Non so di cosa sta farneticando. Forse nemmeno mi interessa. All’improvviso evado, senza scappare inforco la porta ed esco. Il sole avvolge tutto.

il 7 di novembre 1995 usciva l’album omonimo degli Alice in Chains, che qualcuno conosce col nomignolo “Tripod”, lo stesso giorno di quest’anno arrivo a leggerne su “In Catene” libro incredibilmente esaustivo di Giuseppe Ciotta. Da allora nelle mia mente risuona “Shame in you” e per oggi è tutto.

Un passo avanti e… due indietro

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Credo che ormai le uscite dei Melvins (e dei loro musicisti in versione solista) che si susseguono con un ritmo serratissimo da qualche anno abbiano lo stesso effetto disorientante di un dribbling di Garrincha, dalla dipartita della sezione ritmica dei Big Business si fa veramente fatica a stargli dietro. È come se fossero stati colpiti da una squassante logorroicità che gli fa immettere sul mercato qualsiasi, ma proprio qualsiasi, cosa gli possa venire in mente.  Così siamo al secondo disco in un anno, aveva aperto le danze il divertente, e rincuorante, “Working with God” nei primi mesi del 2021, adesso arriva “Five legged dog”, uscito da pochissimo sempre per l’etichetta Ipecac di Mike Patton.

Non che prima mancassero episodi al limite dell’ascoltabile, astrusi o mossi da logiche strane (vedi l’incompreso ed incomprendibile “Colossus of destiny”, una parte del ribelle “Prick”, o l’oscurissimo “Honky”) ma, come dire, facevano parte del pacchetto e te li aspettavi da loro scherzetti del genere e alcuni, tra cui il sottoscritto, li trovavano anche interessanti. Adesso lo scenario è molto diverso.

Il primo da destra è il colpevole! (fonte bandcamp)

Questo ultimo lavoro onestamente è inutile. È il primo lavoro di cui parlo senza essere arrivato in fondo e non mi vergogno a dirlo. Pensavo che fosse difficile fare peggio del pessimo “A walk with love and death”, ma qui sono riusciti ad andare oltre. Almeno in quel disco c’erano degli episodi che ti ricordavano che la classe non è acqua che, insomma, sempre dei Melvins stiamo parlando. Questo cane a cinque zampe (e non voglio sapere qual’ è la quinta…) tratta essenzialmente di un gruppo che ripropone se stesso, in chiave acustica e moscia. Qualcuno mi spieghi che senso può avere togliere gli amplificatori ai Melvins. Poteva trovare applicazione nel primo disco solista di King Buzzo (riuscito) ma già dal secondo la cosa aveva iniziato a perdere fascino. Se trattiamo della band madre, mi spiace, la cosa non quadra. Sembrano la versione musicale di Alex dopo la cura Ludovico, una fiera con senza denti e con gli artigli mutilati. Roger Osborne è, a mia sindacabile opinione, uno dei più grandi inventori di riff della storia, forse secondo solo all’eccelso Tony Iommi: perché abbia fatto un torto come questo alla sua opera è un mistero.

L’irruenza di “Honey Bucket” ridotta a uno straccio di canzone senza il minimo mordente è uno spettacolo al quale non voglio assistere. Quindi ogni volta ascolto cinque o sei brani e poi alzo mestamente bandiera bianca, sarò limitato o prevenuto io. Poi la noia, noia, noia, noia maledetta noia! Insopportabile, insopprimibile: tutto potevo aspettarmi nella vita ma vedere i Melvins ridotti ad una sterile controfigura di loro stessi, onestamente fa male alla musica. Oltretutto nessuno mi toglie dalla testa che il principale artefice di tutto questo sia il bassista Mc Donald incautamente prelevato dai Redd Kross e presente su tutti i loro peggiori dischi recenti, e che, per mia sfortuna, è ritornato dopo che Dale Crover aveva imbracciato il basso lasciando a Mike Dillard la batteria nel disco precedente. Ma licenziarlo e riprendere Jared Warren dopo che Coady Willis si è unito agli High On Fire? No eh? Continuiamo così… facciamoci del male. Molto male.

Doom On!

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Dove eravamo rimasti? Green Lung e Jointhugger. Alla fine i rispettivi lavori sono usciti, con qualche ascolto alle spalle posso parlarne come segue:

Green Lung: “Black harvest” è un serissimo candidato a finire nella playlist di fine anno in posizione decisamente alta. Si confermano sui livelli dei dischi precedenti con alcuni punti evolutivi in rilievo, in primis l’uso delle tastiere che qui si conquistano uno spazio maggiore entrando sicuramente a far parte dei tratti distintivi di questo lavoro, dove prima avevano un ruolo di contorno, in diversi punti arrivano quasi ad avere una posizione di rilievo rispetto agli altri strumenti. Le parti maggiormente aggressive dei dischi precedenti subiscono una lieve smussatina (niente di preoccupante) a favore della melodia che ora si palesa con maggiore forza rispetto al passato. Il risultato finale, seppure con una tensione che si allenta un poco nel finale del disco, è un ottimo hard rock di stampo occulto-settantiano in grado di far felice un po’ tutti i fan del genere e di catturare qualche occasionale ascoltatore che non disdegna. La speranza è che non perdano la verve di brani come “ Reaper’s schyte” (un vero e proprio inno, che diventerà presto un classico del gruppo) e che non inizino a vaneggiare in lidi più melodici o prog perdendo del tutto l’impeto come sembra essere di moda nei gruppi cosiddetti “maturi”. Personalmente la maturità è molto poco rock’n’roll, su le corna e via.

Jointuhugger: Usciti da pochissimo, quei pochi ascolti al nuovo “Surrounded by vultures” confermano quanto di positivo scritto in precedenza. I ragazzi hanno stoffa e personalità per diventare una realtà importante in campo stoner/doom. Non ravviso particolari variazioni sul tema e nel loro caso, trattandosi del secondo disco, che consolidino la propria attitudine musicale è un bene. Nel proseguio della loro carriera avranno modo di ampliare i loro orizzonti e di raggiungere altre forme espressive, per ora il nuovo lavoro è una solida conferma e, anche in questo caso, una sicura presenza negli ascolti a venire. Il prossimo 5/11 è di nuovo bandcamp Friday: volete farvi sfuggire l’occasione?

Oltre a questi due gruppi, recentissima è anche l’uscita dei neo-veterani Monolord, di cui tratterò di seguito. Il nuovo disco degli svedesi, ormai sulla scena da parecchio, consta di cinque brani che fanno seguito a quel “No Confort” che si palesa da subito come un lavoro dalla difficile eredità. In quel disco i nostri erano infatti riusciti a rendere un genere, in teoria piuttosto pesante per i non avvezzi, maggiormente fruibile e scorrevole, sottolineando la melodia attraverso un bel lavoro sulle parti vocali, il tutto senza rinunciare ad un’oncia in termini di pesantezza del suono. Considerati gli standard attuali, un disco riuscitissimo, in grado di insinuarsi nell’apparato uditivo innescando un sommesso ed ipnotico headbanging che però diventava difficile da eludere.

Monolord (fonte Bandcamp)

Il nuovo lavoro va maggiormente assimilato. Sicuramente quell’immediatezza palesata in precedenza è andata a scemare, “Your time to shine” appare fin da subito un lavoro dal sentore autunnale, malinconico e riflessivo, come se i numi tutelari del gruppo non fossero più degli Electric Wizard più melodici ed immediati, bensì dei Candlemass magniloquenti ma al tempo stesso dolenti. La stessa canzone che da il titolo al disco parte come una triste litania funerea che da ben poco spazio alla linearità del disco precedente, come se nel frattempo si fossero addensate chissà quali nubi sul capo dei tre svedesi. Probabilmente ci si è messa la pandemia di mezzo: sui social i tre paiono aver somatizzato male l’assenza dal palco e come dar loro torto.

Per tornare a noi, un disco sicuramente di difficile presa, un passo in una direzione che non mi sarei aspettato, che francamente mi ha un po’ spiazzato ma che comincia a far breccia con gli ascolti e che ha le potenzialità per entrare di diritto fra i classici del gruppo, superato lo scoglio iniziale dato da cotanta mestizia. Occorre avere pazienza e lasciare che questo disco si insinui con il tempo, dargli fiducia è sicuramente d’obbligo, la soddisfazione non mancherà.