Dal vivo

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Aver perso la recente data milanese dei Godspeed you! Black Emperor (o ovunque abbiano deciso di mettere il punto esclamativo) mi è dispiaciuto: purtroppo a volte dopo un lunedì lavorativo farsi, tra andata e ritorno, tre ore di auto con la prospettiva di un intera settimana ancora davanti non aiuta a decidere positivamente. Avevo già avuto due occasioni di vederli dal vivo e restare coinvolto dalla loro grandissima forza corale, dal loro strenuo continuum sonoro che dal vivo si esalta oltremisura. Mancata l’occasione ne colgo un’ altra per mettere su queste pagine qualche considerazione sui gruppi che vanno assolutamente visti dal vivo. In molti casi ben poco di quello che potete sentire su disco sarà in grado di rendere un’ idea di quello che vi aspetta in sede di concerto. Con questi gruppi infatti, ciò che hanno dato alle stampe lambisce appena le emozioni che sono in grado di suscitare nel momento in cui salgono sul palco.

Einstürzende Neubauten: Un bel giorno arriva il momento nel quale uno fa finta di suonare la batteria con  le pentole, l’abbiamo fatto tutti. Ma l’arte suprema del Signor Bargeld e soci sta nel portare tutto ad un livello sublime utilizzando letteralmente qualsiasi cosa come strumento a percussione, facendo suonare saldatori e molle, tubi di plastica ed aria compressa, inventandosi letteralmente gli strumenti in officina e creandogli attorno una proposta musicale che funziona con tanto di cantato in tedesco. Basta ed avanza a far crollare la mandibola… solo che poi si finisce per chiedersi come porteranno tutto questo dal vivo. Io sinceramente mi aspettavo di rimanere deluso: nemmeno per idea. E’ la loro dimensione congeniale, fanno tutto come e meglio che su disco, con una naturalezza disarmante. Su tutti svetta Blixa: quando urla ti fa rizzare peli che nemmeno sapevi di avere, ma il resto del gruppo segue a ruota con una resa sonora che ha dello stupefacente se consideriamo quello che suonano: il palco è una ferramenta ricoperta da microfoni in ogni dove. Forse su disco non si apprezzano altrettanto bene perché non si ha un’idea effettiva di cosa facciano mentre suonano, mentre dal vivo è tutto lì davanti ai tuoi occhi esterrefatti: incredibile. Catturano la tua attenzione come gli sarebbe impossibile fare su disco e suonano come degli dei.

Si vocifera di un nuovo disco nel 2020, speriamo ne segua un tour!

 

Zu: Anche su di loro mi sono già sperticato in lodi più volte, probabilmente (anche per questioni di comodità) sono il gruppo che ho visto più volte dal vivo in senso assoluto e quindi posso ben dirmi esperto delle loro esibizioni live. Già in studio hanno dato più volte prova della loro maestria, dal vivo risultano esplosivi, sia che si esibiscano da soli che in compagnia (negli anni li abbiamo visti con Mike Patton, Joe Lally ed altri) la loro proposta musicale diventa una scheggia impazzita che finisce per afferrarti i sensi e farti concentrare su quell’amalgama assoluta di suoni. Assolutamente da vedere, adesso che è tornato anche Jacopo Battaglia alla batteria e si è aggiunta una chitarra non ci sono scuse che tengano: Nell’ultimo concerto a Torino dissero, usando un francesismo, che non avrebbero più suonato “Carboniferous” perché si sono rotti il cazzo: speriamo che questo implichi nuovo materiale presto…

Godspeed you! Black emperor : L’ ensamble canadese rappresenta la supremazia assoluta della musica: minime concessioni ai singoli strumentisti e impatto corale debordante. Si muovono in sordina entrano sul palco trafelati e silenziosi come ombre e dal silenzio parte la loro progressione sonora senza eguali. Il termine “progressivo” è forse quello che li descrive meglio, ma nella sua definizione originale che poco ha a che fare con l’idea che ci si è fatti di questo termine per definire un genere  negli anni ’70. Pulite lo schermo da idee preconcette i GY!BE le trascendono con una naturalezza impressionante, la loro progressione significa proprio partire dal silenzio per arrivare ad un estasi sonora con pochi eguali nella scena attuale, tanto che vedendoli dal vivo (e azzardando un paragone) la cosa che mi sembra più vicina a loro potrebbe essere il “Bolero” di Ravel traslitterato secondo una decodificazione moderna, elettrica e appassionata:  un crescendo travolgente di emozioni.

Una componente aggiuntiva notevole è inoltre quella visiva: in particolare in una occasione si portarono dietro un proiezionista che mandava spezzoni di film in 8mm come farebbe un dj con la musica, avendo a disposizione diversi proiettori. A un certo punto cominciò ad aggiungere effetti (lenti), filtri, a far bruciare la pellicola creando un’atmosfera assolutamente unica.

 

Sunn O))): Qui siamo all’apoteosi, al punto che uno finisce per comprare i vinili per dare supporto al progetto, li ascolta anche, ma da quando li ha visti dal vivo, sa che nulla è in grado di eguagliare quell’esperienza unica, quel momento estetico di creazione di realtà parallele senza spazio e tempo. Le luci, il fumo, le vibrazioni, l’ aura di un concerto dei Sunn O))) non possono essere riportate su supporto fisico. Occorre esserci e perdersi. Visti nelle situazioni più incredibili (in carcere a Torino, nel labirinto in Emilia, in un cinema di Losanna) ogni volta è un viaggio, ogni volta una scoperta. La prima volta a Bologna c’era di che essere sconvolti, solo in due sul palco produssero una tale ventata sonora che occorreva aggrapparsi per stare fermi, con tutti gli organi interni in vibrazione… Potrei stare qui per ore a parlarne e comunque non riuscirei a rendere l’idea. Il prossimo gennaio saranno a Trezzo, un po’ di delusione per il locale, fin troppo convenzionale, però ho già i biglietti in tasca.

N.B.: Ho lasciato fuori gruppi assolutamente meritevoli come Neurosis, Tool, High On Fire, Melvins etc… non perché vederli dal vivo non sia intenso o emozionante, ma perché non mi ha spiazzato così tanto rispetto a sentirli su disco (a parte l’aspetto visivo degli show dei primi due che è assolutamente notevole), qui ci sono gruppi che dal vivo assumono una statura tale che è quasi inimmaginabile sentendoli su disco.

Sudditanza psicologica: vale la pena curarla

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Quando leggevo ancora le riviste su carta stampata riguardanti la musica metal e tutte quelle cose lì, soprattutto nel primo periodo, si parlava spesso del fatto che, in un mondo ideale, il seguace della musica metal era tale per la vita. Si parlava di fedeltà ai gruppi, allo stile di vita, alla scena. Tutto molto nobile e bello, anche abbastanza naïf, al punto che si arrivava anche ad ipotizzare di una cosa chiamata fratellanza all’interno del movimento, cosa che si concretizzava in molti casi. Fin qui tutti lati direi positivi della questione, in media l’ascoltatore medio di metal pre-Nirvana e Guns’n’roses (che poi sono quelli che più di tutti hanno sdoganato un certo tipo di sonorità pur non essendo metal in senso stretto) era una sorta di personaggio strano, da una parte un ribelle, ma dall’altra nemmeno troppo, non così tanto come avrebbero potuto esserlo gli autonomi o certe frangie estreme di punk-hardcore. Le due correnti di pensiero, all’inizio, erano ben lungi dal mischiarsi e, anzi, i punk vedevano i metallari quasi come dei reazionari a dirla tutta.

C’era dunque bisogno di unità, c’era bisogno di figure carismatiche intorno alle quali stringersi, fare gruppo e, in qualche modo, resistere dinnanzi agli sguardi quantomeno interdetti della “gente normale”. Adesso sembra fantascienza. Tutte queste cose hanno completamente perso il loro senso. La normalizzazione avanza.

Sbranano, sputtanano ogni cosa e la riducono ad un cliché.

Ce ne siamo accorti tutti: oggi chili di borchie, giubbotti di pelle, sguardo torvo e capelli lunghi (ad averceli ancora!) non spaventano più nessuno. Eppure a distanza di 35 anni c’è chi non vuole mollare i propri idoli. Credo che tutti i metallari, chi più chi meno, soffrano di questo atteggiamento e, a ben vedere, ogni fan di qualsiasi gruppo rimane deve rimanere decisamente deluso dai suoi beniamini per non volerne più sapere. Infatti c’è ancora gente capace di spendere fior di bigliettoni per vedere i merdallica (mai visto gruppo meno rispettoso dei propri fan), che nonostante tutto continua a ritenere fighi gli Iron Maiden, anche se non rilasciano più un disco significativo dai tempi di “Fear of the dark” (anche se l’ultimo veramente bello è “7th son”), che non ammette che gli Slayer sono finiti da tempo, che non può fare a meno dell’ultimo isostenibile lavoro degli Opeth, che ancora sopporta Manowar e Judas Priest che io, per altro, non ho mai potuto reggere.

Io stesso sono vittima di questo processo: cerco i Black Sabbath costantemente nei gruppi che ascolto, a volte provando anche un piacere sottile ma  intenso (tipo ascoltando l’ultimo dei Monolord: ragazzi vi voglio bene!). Anni fa (2010), in Norvegia, capitai a Bergen il giorno stesso di un concerto degli Iron Maiden e come potevo non fare di tutto per andarci? Poi ok, mi sono sorbito tutte quelle canzoni nuove che mi hanno tritato i maroni da morire (a parte “Blood brothers” perché sentirla cantare da 35000 vichinghi è una gran cosa) ma le mie lacrime si sono confuse con la pioggia durante “Hallowed be thy name”…nessuno è immune.

Solo che a un certo punto basta. Adesso si paventa addirittura una cosa ignobile tipo Iron Maiden 2.0. Putroppo le cose finiscono e per diventare leggende si muore giovani, facciamocene una ragione. Poi, anche chi dice che ormai certa musica è finita sbaglia. Si tratta solo di evolvere, di guardare altrove senza aver paura di ammettere che certe cose hanno inesorabilmente fatto il loro tempo.

Tra parentesi, Iggy Pop ha fatto un disco clamoroso superati i 70 anni. L’eccezione è possibile. Bisogna continuare a crederci.

 

 

Dove la terra finisce (ed inizia la musica)

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A chiunque sospetti che la musica di un certo tipo (estrema) sia finita e non abbia più nulla da dire farei ascoltare gli Storm{O} da Feltre. E’ appena uscito il loro nuovo “Finis Terrae” e quale occasione sarebbe migliore per cominciare a conoscere il gruppo? Dopo due dischi che li hanno messi all’attenzione generale, il terzo non tradisce le attese. Hardcore moderno, tirato, nervoso, teso come una lama e violento. Quasi sicuramente figlio imbastardito di uno di quei gruppi, i Converge, che molto tempo fa mi sembrava rappresentassero il futuro della musica. Dalla loro fondamentale lezione gli Storm{O} sono partiti, per rileggere la materia sonora in chiave estremamente personale, con il cantato in italiano e i testi sempre ispirati e mossi da una passione fiammeggiante ed autentica.

L’evoluzione continua, anche in questo lavoro. Sinceramente: vedere dei ragazzi (l’età media è comunque relativamente bassa) che se ne escono da una provincia della quale i più non hanno nemmeno mai sentito parlare (con Biella è lo stesso discorso) con una simile proposta ed un simile livello di ispirazione, passione e, diciamolo pure, preparazione tecnica è qualcosa che lascia intravedere delle possibilità di vita per il genere tutto.

Il disco è una mazzata in piena faccia. Il disco, però, non è solo una mazzata in piena faccia, si profilano all’orizzonte degli scenari evolutivi interessanti: basta sentire le aperture quasi industrial di “Niente” (il cui titolo ricorda una storica canzone dei Negazione, ma musicalmente mi ha riportato alla mente qualcosa dei Jesu/Godflesh più tesi) e negli episodi maggiormente ragionati come “Progresso”. Il resto è furioso, il resto sono schegge impazzite ed incontrollabili di rabbia, dissonanze, accelerazioni e rasoiate sonore: non ci si protegge dagli Storm{O}, li si lascia passare, si gode dello spettacolo della tempesta e alla fine si contano le ossa per vedere se è ancora tutto a posto. Impossibile restare indifferenti di fronte all’enorme lavoro compiuto dalla batteria (vero punto di forza del lavoro), di fronte alla coesione generale di un gruppo che rimane tra i fari illuminanti (ed illuminati) della scena italica.

Se proprio devo muovergli una critica riguarda la produzione, in quanto spesso il cantato nella lingua madre diventa, nell’aggressione generale, quasi intelleggibile sommerso com’è da tutto il resto. Non è una grave pecca perché sono sicuro che, testi alla mano, sia possibile capire ogni parola, tuttavia si perde un po’ di quella immediatezza nel messaggio che dovrebbe essere tra le caratteristiche base del genere. Altri appunti al disco non mi sento di muoverne: gli Storm{O} tornano a presentarsi come una delle più convincenti e belle realtà in ambito di musica estrema in Italia, consolidano la loro posizione e gettano un paio di idee sul piatto per il futuro. Dal prossimo lavoro sono auspicabili maggiori spinte evolutive nel suono, ma per ora il disco funziona alla perfezione e, al momento, non si può chiedere di più.

Ho ancora un rammarico personale: quando passarono da qui, in un concerto nell’unica vera (e meritevole) sala da concerto locale (l’ Hydro) , si esibirono assieme ai locali O (che colpevolmente non avevo citato nel post sulla scena locale) e furono massacrati da suoni pessimi che ne rovinarono irrimediabilmente la prestazione riducendola ad una poltiglia sonora dalla quale a mala pena si scorgevano le potenzialità della band. Spero di poterli rivedere presto in un contesto migliore: gruppi come questo necessitano assolutamente di avere fonici in grado di farli rendere al meglio per non vanificarne il talento.

Il futuro della musica II

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chelsea
Deranged for rock’n’roll

Se mi avessero chiesto una quindicina di anni fa quali gruppi avessero in mano il futuro della musica, avrei risposto senza esitazioni: Neurosis, Tool e Converge. Mi fa piacere che oggi quei gruppi siano ancora in relativa buona salute. Solo che, nel frattempo, Tool e Neurosis sono diventati gruppi dalle tempistiche mastodontiche, un po’ per narcisismo e un po’ per necessità e non si intravvedono in esse i margini di evoluzione del suono che sembravano esserci un tempo. Circa i Converge, godono di buona salute devo dire, “The dusk in us” è un disco che tiene altissimo lo standard qualitativo dei loro lavori. Con qualche momento di stanchezza relativa nella loro discografia (chi ha detto “No heroes”?) e qualche distrazione di troppo di Kurt Ballou, impegnatissimo sul fronte produzione, sono forse quelli che hanno retto meglio il passare degli anni.

Ma oggi, sinceramente, cosa tiene viva la musica? Si fa prima a dire cosa la ammazza: i maledetti talent show, la maledetta mania del tutto e subito di porcherie come spotify, i concerti faraonici dal prezzo impopolare ed ingiusto: cose come queste. Io mi sento braccato da queste cose, ma non mi hanno ancora preso. E resisterò fino alla morte.

Poi in un mese escono tre dischi come l’ultimo dei Tool, “Free” di Iggy Pop e “Birth of violence” di Chelsea Wolfe. Non può che essere un segno che non sono solo nella mia battaglia. Sul primo posso accettare obiezioni, e qualcuna è venuta in mente anche a me, sugli altri due no.

Lo sapevo che ascoltare un brano in anteprima su you tube sarebbe stata una mossa sbagliata, infatti con le altre anteprime ho resistito. Ma era talmente tale tanta l’attesa di lasciare entrare nelle orecchie qualcosa di nuovo firmato da CW che per liberarmi della tentazione ho dovuto cedere. Ero già consapevole dell’errore: “The mother road” non mi fece una bella impressione, invece ascoltata su disco mi ha ammaliato, per un attimo ho quasi pensato che Siouxsie si fosse appropriata del microfono, e da lì in poi è stata solo adorazione per questa fantastica artista californiana che ben difficilmente si fa cogliere in fallo con lavori che siano anche solo meno che coinvolgenti.

Un disco intimo ed intimistico. L’ho ascoltato per la prima volta nell’isolazione di un abitacolo, col sole che giocava a fare l’ effetto serra per farlo sbocciare meglio. In autostrada e stanco dopo una giornata di lavoro. Mi ha tenuto sveglio ed attento pur cullandomi. Perché, in questo lavoro, è questo che fa Chelsea: da una parte ti avvolge e ti riscalda con poche note acustiche e con la sua voce meravigliosa e, quando hai abbassato la guardia, inietta il ghiaccio nelle tue vene, l’inquetudine nell’anima, il buio nei pensieri.

Nonostante questo, ti fa sentire maledettamente vivo: allontana la solitudine con un soffio di grazia inaudita. Senza nascondere la realtà, getta un ponte in direzione dell’ascoltatore, offre una possibilità di salvezza nella condivisione. Almeno questa è la sensazione che ne ho ricavato fin’ora perchè mancano ancora svariati ascolti per cogliere quest’ opera in modo maggiormente compiuto. Mi manca di addentrarmi meglio nei testi, di scorgere i dettagli sonori sfuggiti e mi manca di far germogliare le canzoni con attenzione amorevole negli organi sensoriali.

Comunque appare assolutamente chiaro che chi riesce ad evocare tale sensazioni, chi riesce a dipingere scenari musicali di una tale intensità ha in mano il futuro della musica. E non si può fare a meno di volerle bene.

Curcuma frantumata in una serata di settembre

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Finalmente il caldo ha smesso. E’ una serata di inizio settembre, aria umida, pioggia a tratti, poche alternative in vista per passare la serata. Un concerto in un posto inusitato, un duo che suona in una chiesa, in un posto che, pur non lontano da casa, non avevo mai visitato. Chi siano i Crushed curcuma credo di averlo già detto in un post passato: Si tratta di un duo biellese che fonde elettronica, tastiere e sassofono in un’amalgama che si distingue per l’effetto ipnotico/psichedelico, quasi meditativo delle composizioni. Si parte presto, l’evento è raccolto e di breve durata ed il fatto che si svolga in una chiesa, fatto del quale vengo a conoscenza solo nel momento in cui raggiungo il luogo del concerto, aggiunge un fascino particolare all’ esibizione.

I filmati proiettati sullo sfondo offrono un elemento in più all’esibizione ed anche le  ombre di un crocifisso e di alcuni candelabri che risaltano sulla proiezione aiutano ad entrare nell’atmosfera metafisica (ma non troppo) dei due musicisti biellesi. Ne esce una serata che non ti aspetti, velata da una lieve ma palpabile sensazione di inquietudine (nel video compaiono Ronald McDonald e padre Amorth) , unita ad una piacevole estraneazione dalla realtà. A volte ci si rende conto della grandezza di una proposta sonora anche quando apre la porta a una dimensione affiancata alla realtà a al tempo stesso distante da essa.

 

Epitaffio digitale

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La morte di una persona è un evento tragico, una perdita, un distacco eterno e forzato. La dipartita di persone famose lascia un vuoto diverso nell’immaginario collettivo: si fa spesso riferimento a quanto prodotto in vita, all’apporto che un artista, uno scienziato,un attivista hanno fornito alla collettività e si fa correre il pensiaro al fatto che quell’apporto non potrà più essere elargito se non come memoria postuma, come lascito intellettuale. Ultimamente il ricordo delle persone che vengono a mancare è affidato ad epitaffi digitali: le bacheche, i blog, qualsiasi altra forma di comunicazione si riempie di messaggi di cordoglio: le facce delle persone riempiono i pixel degli schermi, le date diligentemente riportate come su una lapide digitale. Tutto questo stillicidio di messaggi  dapprima mi faceva pensare di essere parte di un diffuso sentimento di cordoglio e quindi più di una volta ho partecipato anche io.

Solo che poi da una palla di neve è diventata una valanga. Particolarmente nel 2016, anno di dipartita di numerose personalità importanti, la cosa ha assunto dimensioni abnormi e anche ora non accenna a diminuire. Un compianto funebre senza fine che ha finito per svilire la cosa riducendo le bacheche in immensi muri del pianto dozzinali che, tirando le somme, mi lasciano indifferente se non proprio annoiato, fermo restando il dispiacere per colui/cole che ci ha lasciati.

Alla seconda/terza epigrafe elettronica mi assale un senso di oppressione ed una domanda: ma non sarà che attraverso questo mecccanismo non si cerchi di “dare per primi la notizia”, di rendersi in qualche modo visibili in modo che poi ti sovvenga, oltre che il nome del defunto anche quello di chi ha diffuso la notizia? E non sto parlando delle persone che giustamente rendono omaggio al dipartito con un sentito post circostanziato, nel quale almeno spiegano le loro sensazioni, quanto l’opera del personaggio ha significato per loro e via discorrendo. Sto parlando di tutti gli altri.

Alla fine mi sembra una sorta di moda, come quelli che fotografano il cibo e poi lo postano o quelli che si fanno gli autoritratti con le persone famose. Non posso che giungere sempre alla conclusione che terrò per me stesso i miei sentimenti, lasciando trasparire solo poco all’esterno perchè le modalità con cui lo si fa al giorno d’oggi non mi appartengono e mi sembrano squallide e dozzinali. Fecebook et similia hanno dei lati positivi (per quanto mi riguarda segnlarmi i concerti e qualche uscita discografica che  potrebbe sfuggirmi e, magari, tenermi in contatto con persone alle quali tengo ma che non riesco a vedere spesso) ma mi appaiono totalmente inadeguati a contenere riflessioni e sentimenti profondi quali possono essere dei cordogli sentiti, nel caso. Sono un mezzo superficiale e come tali vanno utilizzati.

In questi termini, mi sovviene spesso una canzone di CSI:

Ho dato al mio dolore la forma di parole abusate
che mi prometto di non pronunciare mai più.

 

Il futuro della musica I

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Si può dire quello che si vuole della iconica figura dell’ Iguana di Detrot, James Osterberg, tranne che a 72 anni rappresenti il passato della musica. L’ ultimo disco uscito a suo nome è di pochi giorni fa e si intitola “Free”. Libero. Non esiste un altro artista dal percorso uguale al suo. Non esiste nessun altro cantante che possa dire di aver esporato così tanti aspetti del suo io. Dalla veemenza incontrollata ed incontrollabile degli esordi alla fuga creativa berlinese, dal rock’n’roll fisico e possente di dischi come “Instict” alla ricercatezza di “Avenue B”.

Senza menzionare aspetti non propriamente legati alla musica come le collaborazioni con Jim Jarmusch (esilarante il ruolo in “Dead man”, quasi surreale il dialogo con Tom Waits in “Coffee and cigarettes”: una cosa che avresti pagato parecchio per poter vedere dal vivo oppure nel recente “I morti non muoiono”), senza tralasciare “Restare vivi” una sorta di toccante esperimento cinematografico con lo scrittore Michel Houllenbecq circa il male di vivere.

L’Iguana è vivo, lunga vita all’Iguana, L’Iguana è libero, libertà per l’Iguana.

Il ricordo personale che ho legato a Iggy è senz’altro il concerto gratuito al parco della pellerina a Torino nel 2004. Un parco pieno a dismisura. Prima degli apriprista Dirty Americans, dei quali non credo qualcuno si ricordi ancora, parte la versione di Hurt di Johnny Cash e nonostante il marasma, rimango pietrificato ad ascoltarla in un misto di stupore e reverenza, visto che probabilmente ero l’unico a non sapere che l’avesse rifatta (credo che lo stesso Trent Reznor espresse sentimenti simili circa il rifacimento). Poi, giustamente introdotti da “Kick out the jams” (calciate fuori le inibizioni!), entrano Mike Watt (che ancora sembrava frastornato nel sostituire lo sfortunato Dave Alexander al basso), i due fratelli Asheton e Iggy. Un’ora circa di delirio ed estasi. Moltissimi estratti dall’omonimo primo album, da “Fun house”, nessuno da “Raw Power”(!!!) e qualcosa da “Skull ring”… ma al centro della scena un 57enne (allora) che salta, corre e finisce inesorabilmente per “scoparsi” una montagna di amplificatori, nonstante la convalescenza per un’operazione all’anca che lo rendeva ancora un po’ claudicante. Animale da palco, artista allo sbando, rocker per antonomasia. Molte altre cose che è difficile esprimere a parole. Iggy ha suonato e collaborato con chiunque e, tutto sommato, è rimasto sempre un artista vicino al suo pubblico e autentico.

“Post pop depression” doveva forse essere il suo ultimo disco, un lavoro misinterpretato dai più che si aspettavano fuoco e fiamme dalla collaborazione con Josh Homme: decisamente un artista, quest’ultimo, che sta vivendo una stagione poco felice dal punto di vista artistico, nonostante sia osannato da un certo pubblico alternativo ma massificato che probabilmente lo avrebbe fatto inorridire una ventina di anni fa. Eppure ne uscì un bell’album che invece di pescare nella furia grezza degli Stooges (cosa che i più si aspettavano), si rifaceva esplicitamente (un titolo come “German days” dovrebbe essere sufficientemente eloquente per tutti) al periodo della felice unione artistca con David Bowie riuscendo nel difficile compito di rianimarne lo spirito. “Free” è diverso: non pesca dal passato ma getta uno sguardo sereno e fresco sul presente, sul fatto che, dopo una vita dedita al rock, il nostro si è sgravato dai fantasmi e si libera nell’etere come un fiato di tromba, come un urlo o come un vibrare di corda… come qualcosa che spicca il volo. Per sua stessa ammissione è un disco non cercato: l’artista l’ha “lasciato succedere” grazie alla collaborazione con nuovi musicisti (Leron Thomas e Noveller) che hanno offerto un ulteriore cambio di prospettiva. Tutto in questo disco sembra molto disinibito e  leggero, anche quando il discorso si fa elevato declamando Dylan Thomas. Un’opera risucita e scevra da ancoraggi gravitazionali. Ancora un’ altra sfumatura iridescente della lucida pelle di rettile dell’Iguana.