Iron Maiden

Clive Burr

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Dave Murray, Clive Burr, Paul Di' Anno, Steve Harris, Adrian Smith e Eddie
Dave Murray, Clive Burr, Paul Di’ Anno, Steve Harris, Adrian Smith e Eddie

C’è chi pensa che il primo album dei Litfiba sia El Diablo, chi ritiene che China Girl sia unicamente una canzone di David Bowie e chi è sicuro che Nicko Mc Brain sia stato l’unico batterista degli Iron Maiden. Non è così: nei primi tre lavori del gruppo albionico sedeva Clive Burr dietro al drum-kit, ha dunque posto la sua firma anche su tre dischi che, in qualche modo, sono stati una tappa fondamentale non solo per i Maiden, ma un po’ per tutto il genere musicale, soprattutto se consideriamo quel coacervo di classici che è “The Number Of The Beast”, forse il loro disco più famoso in assoluto. A quel tempo (e siamo nei primi anni ’80) il punk era appena collassato su se stesso lasciando pericolosi strascichi sulla produzione musicale dell’epoca, non per niente il primo disco omonimo degli Iron risente ancora parecchio dell’irruenza di quel periodo, nel secondo riuscirono a rendere la loro proposta più articolata pur non perdendo in ruvidezza grazie all’ugola di Paul Di’Anno (ah no, non c’è sempre stato Dickinson alla voce), mentre nel terzo, con l’arrivo di un talentuoso cantante, spiccano definitivamente il volo raggiungendo una solida stabilità in termini di successo e di stile musicale. In mezzo a queste tre tappe si è ritagliato il suo spazio Clive, che martedì scorso è mancato alla prematura età di 56 anni, dopo una travagliata battaglia con la sclerosi multipla che da tempo lo affliggeva. Mi unisco alle condoglianze ed all’affetto che in questi giorni paiono aver avvolto la sua memoria sulla rete. Grazie di tutto Clive!

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=GD5gxt5G4w0]

Sentire quella ragazza che urla “Bravo!” durante il suo assolo mette i brividi!

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Super mario metal

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All hail Mario the king of metaaaal!!!

Confessatelo: avete perso ore davanti al magico tubista Mario e al suo parente stretto Luigi… quello che non sapevate è che dopo mille avventure, innumerevoli mondi, funghetti (!!!), tartarughe e quant’altro, il personaggio ideato dalla nintendo è anche autore di alcuni tra i più famosi cavalli di battaglia dell’heavy metal!!! Non ci credete? Rimanete scettici? Eppure, anche se non lo confesserebbero mai, i vari Iron Maiden, Judas Priest e compagnia gli devono tutto! Vi sento ancora increduli, con le vostre sopracciglia inarcate: eppure tutto ciò è ampiamente documentato su you tube!

Ecco solo alcuni esempi:

5. Cannibal Corpse: “Hammer smashed face” (3:28 Hurry up!!!)

4. Guns And Roses: “Welcome to the jungle” (1:02 Knees, kneeeeees!!!)

3. Judas Priest: “Painkiller” (2:08 Yeah! se possibile a 8 bit riescono anche a piacermi)

2. Iron Maiden: “Run to the hills” (0:42 Hurry up again!!!)

1. Slayer: “Angel of death” (3:33-!!!- The final rush!!! tutta, comunque, è un capolavoro!)

I dischi dal vivo

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I dischi dal vivo mi lasciano parecchio dubbioso. Quando ero un neofita mi sembravano semplicemente un sistema per accaparrarmi tutte le canzoni più famose di un gruppo senza scadere nel classico greatest hits. E già qui bisognerebbe aprire una parentesi, perchè anche i greatest hits sono discutibili… col passare del tempo ho realizzato che i dischi hanno un’anima, i greatest hits no. Per quanto magari ci siano dei riempitivi nei dischi originali, essi sono la vera espressione di un artista (o di un gruppo di artisti) in un determinato momento storico, inoltre la scelta che sta alla base della successione dei brani a mio parere ha un’importanza tutta sua. Chissà se “Black Sabbath” avrebbe avuto lo stesso impatto con un’altra canzone messa in apertura? Cosa avranno avuto in mente gli Zeppelin quando hanno posto un mattone epico (ma bellissimo: “Achilles Last Stand”!) in apertura a “Presence”, forse di mettere subito alla prova l’ascoltatore? Esiste un modo più poetico di chiudere un disco (“The Good Son” di Nick Cave and the Bad Seeds) che con una canzone come “Lucy” che con la sua coda sognante sembra insistentemente chiedere all’ascoltatore di alzare lo sguardo dall’umanità per fissare le stelle e la luna? Un greatest hits o un tasto “random” non risponderanno mai a queste domande!

Comunque, digressione a parte, ora invece guardo ai live come dischi a se stante ed è assai difficile che mi trasmettano certe emozioni perchè (oltre alle considerazioni di cui sopra, comuni ai greatest hits) se amo un gruppo ritengo fondamentale supportarlo come merita andando ai concerti e comprando i dischi (finanze e fattori contingenti permettendo) al punto tale che la registrazione di un concerto finisce per diventare una sorta di “vorrei ma non posso” anche troppo triste: un supporto musicale non può contenere le emozioni proprie di un momento artistico assoluto nel suo essere irripetibile, ne da spesso un’idea troppo vaga ed impersonale per chi abbia assistito ad un concerto sentendolo fino in fondo… senza contare che spesso certi artisti propongono versioni alternative non proprio all’altezza degli originali, solo raramente il giochetto riesce come dovrebbe. Ultimamente molti gruppi fanno date riproponendo dischi per intero: questo potrebbe essere un’interessante compromesso fra live e studio fra creatività e fisicità, tra teoria e pratica… sfortunatamente non ho ancora avuto la fortuna di assistere a nessuna performance del genere, quindi non mi posso esprimere in merito, quello che posso fare è un freddo elenco dei live che, personalmente, stanno una spanna sopra tutti gli altri…

*Ozzy Osbourne e Randy Rhoads “Tribute”: Non poteva mancare, conoscendomi già mi danno i brividi “Blizzard Of Ozz” e “Diary Of A Mad Man”, il live in tributo al giovane e sfortunato chitarrista non poteva fare a meno di toccarmi il cuore…

*Iron Maiden “Live After Death”: Il primo live ascoltato non si scorda mai, secondo la logica di cui sopra ascoltai prima questo disco che i lavori da cui le canzoni da cui provenivano, queste versioni finirono per essere considerate da me, per tanto tempo, quelle originali… registrato durante il faraonico “World Slavery Tour” e infarcito di sovraincisioni rimane comunque un disco più che storico per la band albionica.

*Portishead “Roseland NYC”: Un live assolutamente sorprendente: il freddo e quasi sintentico trip hop britannico prende vita e corpo attraverso orchestrazioni assolutamente contestualizzate, avvolgenti e, a tratti (“Sour Times”!!!), assolutamente commoventi… l’espressone “dal vivo” credo non sia mai stata più azzeccata, bellissimo!

*Alice In Chains “Live”: Disco piuttosto sconosciuto ai più, che però presenta una carica ed una passione che trasuda direttamente da ogni nota, oltre al malcelato rimpianto di non averli mai potuti vedere quando ancora il povero Layne era tra noi…

*Jane’s Addiction “Jane’s Addiction”: Esordire con un disco dal vivo è sicuramente uno strano destino ed una curiosa scelta (condivisa anche da altri, si vedano i Primus di “Suck On This”) ma non se si tratta di una delle più incendiarie compagini che abbiano mai calcato un palco a cavallo tra gli anni ’80 e ’90… il disco mette in luce una band assolutamente vivida ed ispirata che darà alle stampe dischi fondamentali prima del ritiro dalle scene. Il triste tentativo recente di riverdire certi fasti, a mio parere, è da considerarsi fallito miseramente come da me testimoniato in una loro data milanese qualche anno fa, non fosse stato per l’esecuzione di “Three Days” -un brano assolutamente superlativo- sarebbe stato uno dei concerti più deludenti cui io abbia mai assistito, sic transit gloria mundi!

*Enstürzende Neubauten “Live at Teatro Colosseo 03/06/2011”: Quando li vidi dal vivo per la prima volta dal vivo (all’ Alcatraz di Milano anni prima) compresi appieno quanto enorme fosse la portata del gruppo dell’ex Bad Seeds Blixa Bargeld! Una vera e propria rivelazione: uno si chiede come possa essere possibile riprodurre certe sonorità dal vivo: non vi rispondo… dico solo andateli a vedere e di corsa! Non solo ci riescono, ma ci mettono un tale trasporto ed un tale pathos da abbagliare ed affascinare la tempo stesso… li ho visti tre volte e continuo a considerarli imperdibili! Nella fattispecie non si tratta di un disco vero e proprio ma di una registrazione professionale che i nostri vendevano all’uscita del concerto su chiavetta usb. Normalmente non l’avrei mai presa, ma visto il gruppo e l’occasione (il concerto del trentennale…) alla fine me la sono sentita di compiere l’insano gesto… con somma soddisfazione postuma!

*C.S.I. “In Quiete”: Quando staccare i jack era diventata una moda, il gruppo italiano emerse dalla massa con un disco intenso, con degli arrangiamenti perfettamente contestualizzati e riusciti molto più di blasonati nomi esteri. Un impresa quasi irripetibile!

*Sepultura “Under A Red Blood Sky”: Anche qui il rimpianto per non averli potuti vedere con la formazione originale probabilmente la fa da padrone, però il disco merita per la scaletta, il momento storico livemente anteriore al famoso scisma dei Cavalera, e per l’energia primordiale che sprigiona…

*Jeff Buckley “The Mystery White Boy Tour”: I live postumi si portano dietro sempre uno strascico di sospetti per l’opportunismo economico ed il rispetto per l’artista passato a miglior vita. Lasciando ad ognuno le opportune considerazioni da farsi secondo coscienza (anche nel caso dello sfortunato Randy Rhoads o degli Alice In Chains), questa rimane una vibrante testimonianza.

I sogni son desideri

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Un post sul gruppo più sterotipato del metal? Gli Iron Maiden? Potrebbe essere una mossa pacchiana, facilissima o difficilissma, interessante oppure noiosa. Però…

Quando ancora trovavo interessante giocare al gioco della canzone preferita, ovviamente gli Iron erano tra i gruppi più gettonati e, a scegliere tra le loro canzoni, si poteva anche accendere un parapiglia. Non per niente gli inglesi son sempre stati popolarissimi qui in Italia, sì ma cosa scegliere… “Hallowed Be Thy Name”?, “The Trooper”?, “Running Free”?… i “superiori” dicevano “The Rhyme Of The Ancient Mariner”, vuoi mettere? 13 minuti di canzone, la letteratura inglese e S.T. Coleridge, in effetti fa figo citarla, quelli che dicevano “Run To The Hills” venivano guardati storto… troppo di facile ascolto! Altri si buttavano su “The Number Of The Beast”, alla larga son satanisti! A chi piaceva correre in auto con la patente appena presa non sfuggiva “Aces High”, i più punkettoni invece andavano su “Wrathchild”, quelli con interessi storici “Alexander The Great”.

E, naturalmente, c’era un ragazzo in una perfida provincia che timidamente portava una loro toppa di “Somewhere in time” sulla schena, solo perchè non ne aveva trovate altre, che avrebbe risposto quasi certamente, forse per fare il bastian contrario e forse no, “Still Life” da “Piece Of Mind”. Non è un classico, probabilmente non è nemmeno troppo considerata dai cultori del gruppo albionico, esiste giusto qualche timida testimonianza in rete.

Eppure parla di sentirsi diversi, attratti dai propri incubi, dell’accettare che non tutti i nostri pensieri siano lineari o sensati, del disperato desiderio di trattenere qualcosa per sempre, perchè non riesci a sopportare il mattino quando si porta via i tuoi sogni più belli, non riesci a sopportare che ogni cosa possa veramente finire, non riesci ad aggrapparti a qualcosa di accidentale, non riesci a cogliere il senso della caducità, anzi ti devasta. Ti piace anche sentirti pazzo, forse anche che gli altri ti cosiderino tale, anche se in realtà stai semplicemente tentando di essere te stesso, soprattutto di capire chi sei e, alla fine, vorresti anche condividere tutto questo con qualcuno. Molto adolescenziale.

Come pure cercare un angolo dove essere  in pace, soprattutto con se stessi. Dopo aver passato giornate intere faccia a faccia con i contrasti che l’adolescenza comporta.

A volte sembra passato un secolo ed a volte cinque minuti. Quei contrasti sembrano aver solo cambiato faccia e la solitudine è rimasta se non aumentata. Ed anche i sogni talvolta non mi fanno dormire, come ieri notte…

Però se ho mai imbracciato un basso magari Steve Harris, tra gli altri, qualche colpa ce l’ha…

Almeno qualcuno ride

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Almeno la luna sorride… ho sempre provato una grande attrazione per il nostro satellite, sono contento per lei perchè il venerdì 24 si metterà a ridere, assumendo una posizione assai strana alle nostre latitudini (potrete trovare altre informazioni qui) e visto che saranno tre mesi che ho il morale sotto le scarpe un sorriso in cielo è un modo per rompere questo muro del pianto che è diventato il blog. Se qualcuno mi conoscesse bene saprebbe anche che la prima tentazione è stata comunque quella si intitolare questo post “C*#@0 ti ridi?!?” ma non me la sento di essere sempre e irrimediabilmente caustico, lei non se lo merita. Del resto io sono un animale notturno e non posso che trovarla affascinante anche se se la ride quando io sono depresso, probabilmente ne ha facoltà, ed è molto meglio di quando lo fa un umano, comunque. Ecco alcuni dei suoi inni:

Billie Holiday “Blue moon”

Billie in qualche modo canta di me… almeno nella prima parte.

Jimi Hendrix Experience “Little wing”

Moonbeams and fairytales are all I need now.

Sting “Moon over bourbon street”

Strani scherzi che può fare la luna… stare sotto una finestra a lottare contro il proprio istinto nella pallida luce lunare. Eh…

Pink Floyd “Brain Damage/Eclipse”

“There’s someone in my head but it’s not me…”

Nick Cave and the Bad Seeds “Lucy”

La canzone d’amore che avrei sempre voluto scrivere a qualcuna, nella quale la luna gioca un ruolo fondamentale.

in ordine sparso:

ahahahah 😀