Concerti

10 domande agli Zolle!

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Fai qualcosa di nuovo, rompi gli schemi, esci dal seminato. Fare interviste è una cosa che avevo già sperimentato, nel mio passato fanzinaro, ma che poi non avevo più ripreso. Ci voleva l’ispirazione, che è arrivata ascoltando “Macello” l’ultimo lavoro degli Zolle. Non saprei come spiegarlo diversamente, in qualche modo ho sentito che dovevo intervistarli, ho percepito che mi avrebbero risposto e che mi sarei molto divertito nel farlo. Stefano e Marcello si sono mostrati molto disponibili e gentili nel rispondere a queste dieci domande, nonostante questo sia un piccolo blog con un piccolo seguito, per questo non posso fare altro che ringraziarli e invitare tutti a entrare in contatto con la loro musica dal vivo e su disco, perché hanno molto da dire e, nonostante il sorriso che mi hanno strappato, si percepisce il loro impegno e la loro passione per quello che fanno, quindi su il volume e in alto i boccali!

Volutamente non mi sono preso molto sul serio, loro mi sono venuti dietro e questo è quello che risulta della nostra conversazione epistolare:

1. Quando sento il vostro nome mi torna in mente qualcosa di profondamente legato alla terra, oltre che San Siro negli anni ’90. Da cosa prendono spunto gli Zolle, partendo da nome per arrivare alla musica?

M: Se ti dicessimo come ci chiamavamo poco prima dell’uscita del nostro primo album, credo che non saresti qui a farci delle domande! Ahah! Su suggerimento dei baldi giovani di Supernatural Cat, che produssero il nostro esordio, abbiamo optato per un nome più consono al nostro immaginario, anzi, più che immaginario, rappresentativo della realtà in cui ci troviamo quasi ogni sera per fare le prov(ol)e.

S: Beh! Sveliamo il nome iniziale allora: Uilli Uolli. Chissà che karma avremmo avuto … Rispetto alla musica, ci sentiamo in viaggio. Oggi è molto più complesso ed affascinante comporre rispetto al passato. Abbiamo descritto il processo compositivo di Zolle del primo disco con l’immagine di un bovino disinvolto nel defecare. Oggi siamo più due nonne col setaccio in mano. Uguali sono rimaste la libertà, il piacere e quel connubio di impegno e leggerezza.

2. Un’altra domanda che nasce spontanea è quella legata al tema di fondo legato ai maiali… Mi sono sempre chiesto come vi fosse venuta in mente una tematica del genere, poi mi sono ricordato che da Casalpusterlengo in giù la presenza suina è assolutamente avvertibile a livello olfattivo. Credete che sia una formula che è possibile rinnovare all’infinito?

S: Non so se sia una formula rinnovabile all’infinito, per ora lo è stata. Come la mafia. Si ripete, contemporaneamente si rinnova. A livello estetico il maiale ci accompagna, ma in ogni album cambia di significato. Nel primo album, “Zolle”, maiale come divinità (tra il resto, dalle nostre parti e non solo, il porco ha rappresentato veramente una divinità sino agli anni ‘50, perché la sussistenza delle famiglie era in buona parte legata a lui…). Nel secondo, “Porkestra”, maiali in orchestra, a grappolo… perché è noto che maiali e vino vadano a nozze. Nel terzo, “Infesta”, Marcio ed Io, in sembianze suine, a festeggiare. Nell’ultimo, “Macello”, la faccenda si complica … il suino è l’abitante del mattatoio … ed il mattatoio simboleggia il luogo dell’ambivalenza e del paradosso: perdita e nascita. Il porco muore per dare vita ad altro da sé.

M: quella che senti, non credo sia profumo di maiali, ma odore di merda (nella migliore delle ipotesi) e di concime (spesso) chimico. Il maiale è comunque imprescindibile, è la canapa degli animali (cit.).

3. L’ immaginario fumettistico è un’altra costante della vostra produzione, seguite qualche fumetto in particolare o avete preso spunto da qualcuno per sviluppare il concetto grafico?

M: i disegni delle nostre copertine (a parte quella del primo album, che è un capolavoro di Malleus), partono da mei disegni e sono colorate da Eeviac. Sono rappresentate in quel modo (fumettistico?!? Non ci avevo mai pensato!) perché mi viene più naturale disegnare così (sono autodidatta, non riuscirei a fare una Gioconda, ahah!). Le influenze sono nomi enormi (nulla di nicchia), che mi vergogno di citare, potrebbero rivoltarsi nella tomba o denunciarci.

S: Io mi occupo del convivio mentre lui lascia segni grafici.

Ed ecco la mia copia di “Macello” che fa fiera mostra di sé

4. Passando alla musica: nel 2020 è difficile trovare un gruppo dal suono riconoscibile e senza troppe scopiazzature o ispirazioni palesi, voi come ce la fate?

M: Noi ce la facciamo? (Certo! molto più di tanti altri che se la tirano il triplo! nda)

S: Come vedi, nonostante l’età, la capacità di stupirci non molla! Mah …tutto nasce nel nostro incontro, un incontro che sta in piedi sull’anima e non su altre finalità. Forse questo modo di essere e di vivere l’esperienza compositiva fa arrivare all’orecchio dell’ascoltatore un qualcosa di “genuino”.

5. Immagino sia piuttosto semplice suonare dal vivo (ed in studio) essendo in due: la coesione tra di voi dev’essere veramente forte… alla fine però, ammettiamolo, è bello non avere troppi musicisti tra i piedi: quali sono i vantaggi di essere un duo? Percepite qualche limite?

S: In sintesi: vita di coppia. Zolle nasce nel 2013 come entità, Considera però che suoniamo insieme da 25 anni.

M: La semplicità dell’essere in due dipende dai problemi che crea l’altro (in genere solo lui). A parte questi milioni di problemi, devo dire che la dimensione duo, non è poi così male. Noi siamo (s)fortunati perché siamo molto amici e suoniamo insieme da 25 anni, riusciamo a mandarci affanculo in amicizia. Suonare con persone con cui non si è amici non è certo la stessa cosa. Ecco, poi c’è questa cosa degli arrangiamenti a causa della quale spesso tocca stare in equilibrio sui pedali o sulla sedia. A parte anche tutti questi altri problemi, direi che sono più i pro(blemi) che i contro.

6. Nell’ultimo lavoro c’è un accenno di uso della voce. Innanzitutto complimenti per il testo di “S’offre” che mi pare una cosa che forse potete capire a fondo solo voi (ma che ci sta benissimo) e poi quanto intendete sviluppare questo aspetto nel futuro?

S: Beh! Sveliamo il testo iniziale, che ha dato vita alla “melodia” attuale. Pronti? Hey Stefano, mi fai proprio schifo. Hey Stefano. Hey Marcello, mi fai proprio schifo. Hey Marcello. Giuro! Poi dalla risata, come spesso accade, siamo passati al concetto: “Morte non più morte, forte è forte”. Sofferenza è offerta.

M: L’uso della voce fa parte della lista dei problemi della risposta precedente. L’abbiamo usata un po’ per scherzo (dovresti sentire il testo originale di S’offre!, ahahah!), ma poi ci abbiamo preso gusto.

7. Un altro aspetto che mi piace molto del vostro progetto è il fatto di essere piuttosto legati ad avere un suono “live” per quanto curato anche nelle produzioni in studio. Francamente non se può più di suoni iperprodotti ed iperpompati. Com’è andata la registrazione di “Macello” con Giulio Ragno Favero?

M: Ti prego, non chiamarci “progetto” altrimenti non ti rispondiamo più! 😀 (azz… se n’è accorto! nda) Beh, Macello è abbastanza iperpompato, ahahah! Anche se l’approccio in studio è stato decisamente Live, abbiamo suonato insieme, poche sovraincisioni, registrato su nastro. Giulio è la persona giusta quanto c’è bisogno di alzare il volume, speriamo abbia la pazienza di registrare anche i nostri prossimi 100 dischi.

S: Chiamaci matrimonio! Eheheheh!

8. La chitarra ha un suono decisamente eclettico: Wah-wah, bottleneck, effetti e via discorrendo, tutto perfettamente amalgamato nell’economia generale del suono. Quanto è importante diversificare i suoni essendo l’unico strumento (batteria a parte)?

M: (Wow, grazie!) In linea di massima ho cercato di diversificare i suoni (non sono poi così tanti), in base all’esigenza della canzone, abbiamo cercato di fare un disco musicale, ci piacciono i riff, l a canzone così viene più arzilla e non scadiamo nei soliti accordi e scale in minore (che non ne posso più) 😀

9. Visto tutto quello che è successo negli ultimi mesi “Macello” è stato un titolo purtroppo profetico… come sono andate le cose dalle vostre parti? Quanto vi manca suonare dal vivo?

S: Guarda, stavamo iniziando a lavorare allo spettacolo di Macello…Poi quarantena … Ora per i live se ne parlerà forse ad ottobre all’estero … Abbiamo ripreso in sala prove a Maggio e sai cosa? Stiamo già pensando al prossimo disco. Abbiamo molti spunti, anzi, qualcosa in più di spunti. Chissà! Magari l’estate prossima registreremo l’erede di Macello. Cerchiamo di cogliere gli aspetti positivi …

M: Dalle nostre parti è successo che la cosa sia nata proprio dalle nostre parti. Viviamo nella prima zona rossa, siamo dei precursori noi! Eheheh! Detto questo, a noi personalmente, non è andata poi così male (PER ORA), ma c’è un sacco di gente che si è vista la morte in faccia. I concerti ci mancano, certo, ci pare di capire che la nostra forza sia dal vivo (e in Macello, ahah!), per noi non è un lavoro, ma è una grossa valvola di sfogo, a partire dalle note fino alle gite. Oh, poi guarda che noi dal vivo siamo bravi, eh! Ahahaha! (Mai avuto nessun dubbio su questo! E spero di venire a sentirvi presto… o appena si può! nda)

10. Un’ ultima domanda: Prossimamente vedremo mai i maiali volare o è una cosa che succede solo ai concerti black metal o nelle copertine dei Pink Floyd?

M: i Black Floyd?

S: Speriamo

Poteva esserci una conclusione migliore? In attesa dei porci con le ali… Grazie ancora e a risentirci presto!

L’incarnazione del rock’n’roll!

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A chiunque si facesse ancora domande su cosa significhi suonare rock’n’roll consieglierei ad occhi chiusi di andarsi a vedere un concerto dei Mondo Generator. Stiamo parlando di un signore che, alla soglia dei 50 anni, dopo aver fatto parte di uno dei gruppi rock più influenti degli anni ’90 (e anche di uno dei migliori dei duemila anche se abbastanza decaduto dal suo abbandono in poi) si prende ancora il disturbo di attraversare l’atlantico con due musicisti molto più giovani per suonare in locali piccolissimi davanti a un centinaio di puzzoni che sbraitano, sudano e si menano.

Non solo fa questo: lo fa con una convinzione  che provoca un immediato distaccamento della mascella per lo stupore. Certe persone sono solamente da ammirare, non c’è altro.

Nick Olivieri sta lì a pochi centimetri e non ti sembra vero che sia ancora lì a schiacciare quelle corde spesse a sudare e sbraitare, dopo una vita on the road costellata di episodi dei più disparati, tra alti e bassi, tour mondiali e guai con la legge. Il suo è davvero uno spirito indomito. E, soprattutto, rock’n’roll al 100%, questo è indubitabile.

Siamo al blah blah di Torino per seguire il suo progetto solista  che, nonostante tutto, continua a portare avanti insieme mille altri impegni e collaborazioni (in questo lui e John Garcia si fanno concorrenza): un gruppo dalla classica formazione a tre dove Nick si occupa anche di cantare. Ci sono un paio di lavori nuovi al banchetto più quelli a col nome del nostro e la copertina di Luca Solomacello a titolo “No hits at all”. Proprio questo titolo mi fa riflettere, nel senso che Nick sta più in alto delle hit, dei successi facili, degli ammiccamenti alla scena principale come fa Josh Homme, che ha trasformato i Queens of the stone age in un gruppetto per hipster senza spina dorsale. Lui la spina dorsale ce l’ha ed è dritta e solida come una roccia della mesa.

Si può dire che i Mondo Generator siano un po’ la summa di tutto quello che è stato Nick musicalmente parlando: dal rock del deserto dei Kyuss al rock robotico dei QOTSA al punk dei Dwarves, il tutto reso con un un piglio adrenalinico, se non proprio amfetamnico. Salgono sul palco inaspettatamente presto, pescando dal repertorio del loro leader (tra le altre spiccano “Allen’s Wrench” e “Green Machine” dei Kyuss, “Millionaire” e “No One Knows” dei QOTSA) e da brani nuovi e vecchi dei dischi usciti a loro nome.

L’esibizione mi fa tornare in mente i vecchi tempi: niente fronzoli, niente gruppi spalla, poche luci, ogni tanto un po’ di fumo al ghiaccio secco e soprattutto tanta, tanta, tanta sostanza. È così che dovrebbe essere un concerto! Tre persone che suonano con un tiro che ti stende senza complimenti, il pubblico a tratti ammutolito ed a tratti selvaggio. Mike Amster spazza via tutto con un drumming potentissimo: non lo avevo mai visto suonare ma sembra Efesto che mena metallo incandescente nella sua fucina nelle viscere dell’Etna, l’altro Mike (Pygmie alla chitarra) si sente a suo agio a misurarsi con il fantasma di Homme (del resto anche lo stesso Homme è il fantasma di se stesso) nella sua maglietta dei Bongzilla. Nick alterna momenti forsennati ed altri da consumato frontman lanciando occhiate che fulminano tutti con lampi metallici. Funziona tutto dannatamente bene. Il coinvolgimento è massimo da parte di tutti e alla fine tutti respirano una gran ventata di soddisfazione. Salutare come l’aria fresca dopo mesi di aria condizionata.

C’è ancora un gran bisogno di tutto questo. C’è bisogno di autenticità e esaltazione, di adrenalina ed energia. In tempi di auto-tune e suoni preimpostati, di musica innaturale ed artefatta, nei locali raccolti ed intimi, al riparo dall’appiattimento generale, c’è gente che ancora resiste, che ancora non è doma, che ancora non si arrende alle tentazioni comode di omologazione e azzeramento. La risposta è negli amplificatori e che si senta forte e chiara, com’è successo l’altra sera.

Bello il Blah Blah… altro che certi locali da fighetti che ci sono a Milano che staccano la spina nel mezzo del concerto. Anche l’atmosfera naif e rustica del locale ha reso il concerto speciale! È stata una bella scoperta, anche se piccolissimo ha veramente lo spirto giusto, molto alla mano, pagando tributo all’arte di arrangiarsi. In generale a Torino ci sono dei bellissimi locali, peccato per i pochi concerti di mio interesse che ci arrivano… Sia gloria al Blah Blah, allo Spazio 211, all’ Hiroshima Mon Amour, allo United (esiste ancora?) all’ El Paso e così via, vi porto nel cuore!

Let there be more drone

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Parlare di un concerto è qualcosa di estremamente difficile. Limitarsi alla fredda cronaca, come direbbe un famoso anarchico foggiano, è tutto sommato sterile. Fare le pulci al gruppo per gli errori di esecuzione tutto sommato non dice molto di quello che è effettivamente successo sul palco. Cercare di descrivere le proprie emozioni e renderne partecipe chi legge forse è una chiave di lettura sensata, almeno per chi, come me, considera la musica soprattutto dal punto di vista emotivo. Non sarà maturo, non sarà obbiettivo, ma credo che ridurre la musica ad un algoritmo valutativo sia triste, oltre che ridicolo.

Mi viene sempre in mente Lester Bangs ed il suo amore incondizionato per “Metal music machine” un disco di Lou Reed che in molti non si sono mai spiegati, le schiere di sostenitori di “Earth 2” (con il quale i nostri sono strettamente imparentati) e così via. La musica è soprattutto soggettività, anche se diventa difficile non dire che certe proposte musicali attuali facciano oggettivamente ribrezzo. Per fortuna non sono qui per parlare di questo e, in generale, non vorrei parlarne mai.

Sono qui per parlare del concerto dei Sunn 0))) di domenica scorsa al live club di Trezzo sull’ Adda. Sono qui per dire che sono state due ore circa speciali, intense e dannatamente pesanti, musicalmente parlando. Ho assistito ormai in diverse occasioni alle esibizioni del duo (per la verità domenica sera erano in cinque sul palco) O’Malley/Anderson e questa è stata quasi una prova di resistenza. Si arriva al termine ed è quasi come svegliarsi da un sogno, in alcuni momenti opprimente, in altri liberatorio: una sorta di suggestione onirica, una trance indotta per via auditiva che trascende la dimensione strettamente reale. In altre occasioni hanno saputo essere, per quanto possibile, più leggeri allentando la tensione con gli interventi vocali Di Attila Csihar, con inserimenti di altri strumenti, allentando maggiormente la presa.

Il concerto di domenica è stato un megalite sonoro punteggiato da flebili inserti di tastiera e interrotto solo da un suggestivo intermezzo di trobone, durante il quale hanno fatto irruzione dei molestissimi fotografi che oggettivamente hanno rovinato abbastanza l’ atmosfera del momento. Per il resto è stato puro drone, senza troppi compromessi immerso nella solita, impenetrabile, coltre di fumo al ghiaccio secco. È mia ferma convinzione che non seguano nemmeno uno schema preciso, salgono sul palco con una vaga scaletta ma alla fine quello che suonano è totalmente improvvisato e sai che per due ore sarai meravogliosamente ottenebrato da quell’invasione greve ai condotti uditivi. Questa volta è stato anche introdotto un basso, del quale è francamente difficile valutare l’effettivo apporto, forse non ha nemmeno senso farlo. Non c’è molto altro da aggiungere. Occorreva semplicemente essere presenti.

Personalmente mi sono accorto di preferire nettamente la versione strumentale: con tutto l’affetto che provo per Attila Csihar, per me è meglio senza di lui: distoglie l’attenzione da quella che è la vera essenza dell’ evento: l’adorazione massima del dio-valvola. La prossima liturgia avrà luogo in un tempo ancora indefinito, nel frattempo ho ancora nelle orecchie le loro bordate e negli occhi, oltre alle loro ombre ed al fumo, anche il Sig. Anderson che passa la sua immancabile bottiglia di vino alla prima fila.

Ps: Non mi sono dimenticato dei The Secret in apertura, ottima eccellenza italiana che finisce sempre piuttosto in disparte sulla stampa specializzata. Purtroppo i suoni pessimi hanno penalizzato molto la loro esibizione. È un peccato avere nei patrii confini delle eccellenze e togliere loro valore in questo modo. Il fatto che nel nostro paese sia la norma, non solo a livello musicale, non rappresenta affatto una scusante.

 

Dal vivo

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Aver perso la recente data milanese dei Godspeed you! Black Emperor (o ovunque abbiano deciso di mettere il punto esclamativo) mi è dispiaciuto: purtroppo a volte dopo un lunedì lavorativo farsi, tra andata e ritorno, tre ore di auto con la prospettiva di un intera settimana ancora davanti non aiuta a decidere positivamente. Avevo già avuto due occasioni di vederli dal vivo e restare coinvolto dalla loro grandissima forza corale, dal loro strenuo continuum sonoro che dal vivo si esalta oltremisura. Mancata l’occasione ne colgo un’ altra per mettere su queste pagine qualche considerazione sui gruppi che vanno assolutamente visti dal vivo. In molti casi ben poco di quello che potete sentire su disco sarà in grado di rendere un’ idea di quello che vi aspetta in sede di concerto. Con questi gruppi infatti, ciò che hanno dato alle stampe lambisce appena le emozioni che sono in grado di suscitare nel momento in cui salgono sul palco.

Einstürzende Neubauten: Un bel giorno arriva il momento nel quale uno fa finta di suonare la batteria con  le pentole, l’abbiamo fatto tutti. Ma l’arte suprema del Signor Bargeld e soci sta nel portare tutto ad un livello sublime utilizzando letteralmente qualsiasi cosa come strumento a percussione, facendo suonare saldatori e molle, tubi di plastica ed aria compressa, inventandosi letteralmente gli strumenti in officina e creandogli attorno una proposta musicale che funziona con tanto di cantato in tedesco. Basta ed avanza a far crollare la mandibola… solo che poi si finisce per chiedersi come porteranno tutto questo dal vivo. Io sinceramente mi aspettavo di rimanere deluso: nemmeno per idea. E’ la loro dimensione congeniale, fanno tutto come e meglio che su disco, con una naturalezza disarmante. Su tutti svetta Blixa: quando urla ti fa rizzare peli che nemmeno sapevi di avere, ma il resto del gruppo segue a ruota con una resa sonora che ha dello stupefacente se consideriamo quello che suonano: il palco è una ferramenta ricoperta da microfoni in ogni dove. Forse su disco non si apprezzano altrettanto bene perché non si ha un’idea effettiva di cosa facciano mentre suonano, mentre dal vivo è tutto lì davanti ai tuoi occhi esterrefatti: incredibile. Catturano la tua attenzione come gli sarebbe impossibile fare su disco e suonano come degli dei.

Si vocifera di un nuovo disco nel 2020, speriamo ne segua un tour!

 

Zu: Anche su di loro mi sono già sperticato in lodi più volte, probabilmente (anche per questioni di comodità) sono il gruppo che ho visto più volte dal vivo in senso assoluto e quindi posso ben dirmi esperto delle loro esibizioni live. Già in studio hanno dato più volte prova della loro maestria, dal vivo risultano esplosivi, sia che si esibiscano da soli che in compagnia (negli anni li abbiamo visti con Mike Patton, Joe Lally ed altri) la loro proposta musicale diventa una scheggia impazzita che finisce per afferrarti i sensi e farti concentrare su quell’amalgama assoluta di suoni. Assolutamente da vedere, adesso che è tornato anche Jacopo Battaglia alla batteria e si è aggiunta una chitarra non ci sono scuse che tengano: Nell’ultimo concerto a Torino dissero, usando un francesismo, che non avrebbero più suonato “Carboniferous” perché si sono rotti il cazzo: speriamo che questo implichi nuovo materiale presto…

Godspeed you! Black emperor : L’ ensamble canadese rappresenta la supremazia assoluta della musica: minime concessioni ai singoli strumentisti e impatto corale debordante. Si muovono in sordina entrano sul palco trafelati e silenziosi come ombre e dal silenzio parte la loro progressione sonora senza eguali. Il termine “progressivo” è forse quello che li descrive meglio, ma nella sua definizione originale che poco ha a che fare con l’idea che ci si è fatti di questo termine per definire un genere  negli anni ’70. Pulite lo schermo da idee preconcette i GY!BE le trascendono con una naturalezza impressionante, la loro progressione significa proprio partire dal silenzio per arrivare ad un estasi sonora con pochi eguali nella scena attuale, tanto che vedendoli dal vivo (e azzardando un paragone) la cosa che mi sembra più vicina a loro potrebbe essere il “Bolero” di Ravel traslitterato secondo una decodificazione moderna, elettrica e appassionata:  un crescendo travolgente di emozioni.

Una componente aggiuntiva notevole è inoltre quella visiva: in particolare in una occasione si portarono dietro un proiezionista che mandava spezzoni di film in 8mm come farebbe un dj con la musica, avendo a disposizione diversi proiettori. A un certo punto cominciò ad aggiungere effetti (lenti), filtri, a far bruciare la pellicola creando un’atmosfera assolutamente unica.

 

Sunn O))): Qui siamo all’apoteosi, al punto che uno finisce per comprare i vinili per dare supporto al progetto, li ascolta anche, ma da quando li ha visti dal vivo, sa che nulla è in grado di eguagliare quell’esperienza unica, quel momento estetico di creazione di realtà parallele senza spazio e tempo. Le luci, il fumo, le vibrazioni, l’ aura di un concerto dei Sunn O))) non possono essere riportate su supporto fisico. Occorre esserci e perdersi. Visti nelle situazioni più incredibili (in carcere a Torino, nel labirinto in Emilia, in un cinema di Losanna) ogni volta è un viaggio, ogni volta una scoperta. La prima volta a Bologna c’era di che essere sconvolti, solo in due sul palco produssero una tale ventata sonora che occorreva aggrapparsi per stare fermi, con tutti gli organi interni in vibrazione… Potrei stare qui per ore a parlarne e comunque non riuscirei a rendere l’idea. Il prossimo gennaio saranno a Trezzo, un po’ di delusione per il locale, fin troppo convenzionale, però ho già i biglietti in tasca.

N.B.: Ho lasciato fuori gruppi assolutamente meritevoli come Neurosis, Tool, High On Fire, Melvins etc… non perché vederli dal vivo non sia intenso o emozionante, ma perché non mi ha spiazzato così tanto rispetto a sentirli su disco (a parte l’aspetto visivo degli show dei primi due che è assolutamente notevole), qui ci sono gruppi che dal vivo assumono una statura tale che è quasi inimmaginabile sentendoli su disco.

Dove la terra finisce (ed inizia la musica)

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A chiunque sospetti che la musica di un certo tipo (estrema) sia finita e non abbia più nulla da dire farei ascoltare gli Storm{O} da Feltre. E’ appena uscito il loro nuovo “Finis Terrae” e quale occasione sarebbe migliore per cominciare a conoscere il gruppo? Dopo due dischi che li hanno messi all’attenzione generale, il terzo non tradisce le attese. Hardcore moderno, tirato, nervoso, teso come una lama e violento. Quasi sicuramente figlio imbastardito di uno di quei gruppi, i Converge, che molto tempo fa mi sembrava rappresentassero il futuro della musica. Dalla loro fondamentale lezione gli Storm{O} sono partiti, per rileggere la materia sonora in chiave estremamente personale, con il cantato in italiano e i testi sempre ispirati e mossi da una passione fiammeggiante ed autentica.

L’evoluzione continua, anche in questo lavoro. Sinceramente: vedere dei ragazzi (l’età media è comunque relativamente bassa) che se ne escono da una provincia della quale i più non hanno nemmeno mai sentito parlare (con Biella è lo stesso discorso) con una simile proposta ed un simile livello di ispirazione, passione e, diciamolo pure, preparazione tecnica è qualcosa che lascia intravedere delle possibilità di vita per il genere tutto.

Il disco è una mazzata in piena faccia. Il disco, però, non è solo una mazzata in piena faccia, si profilano all’orizzonte degli scenari evolutivi interessanti: basta sentire le aperture quasi industrial di “Niente” (il cui titolo ricorda una storica canzone dei Negazione, ma musicalmente mi ha riportato alla mente qualcosa dei Jesu/Godflesh più tesi) e negli episodi maggiormente ragionati come “Progresso”. Il resto è furioso, il resto sono schegge impazzite ed incontrollabili di rabbia, dissonanze, accelerazioni e rasoiate sonore: non ci si protegge dagli Storm{O}, li si lascia passare, si gode dello spettacolo della tempesta e alla fine si contano le ossa per vedere se è ancora tutto a posto. Impossibile restare indifferenti di fronte all’enorme lavoro compiuto dalla batteria (vero punto di forza del lavoro), di fronte alla coesione generale di un gruppo che rimane tra i fari illuminanti (ed illuminati) della scena italica.

Se proprio devo muovergli una critica riguarda la produzione, in quanto spesso il cantato nella lingua madre diventa, nell’aggressione generale, quasi intelleggibile sommerso com’è da tutto il resto. Non è una grave pecca perché sono sicuro che, testi alla mano, sia possibile capire ogni parola, tuttavia si perde un po’ di quella immediatezza nel messaggio che dovrebbe essere tra le caratteristiche base del genere. Altri appunti al disco non mi sento di muoverne: gli Storm{O} tornano a presentarsi come una delle più convincenti e belle realtà in ambito di musica estrema in Italia, consolidano la loro posizione e gettano un paio di idee sul piatto per il futuro. Dal prossimo lavoro sono auspicabili maggiori spinte evolutive nel suono, ma per ora il disco funziona alla perfezione e, al momento, non si può chiedere di più.

Ho ancora un rammarico personale: quando passarono da qui, in un concerto nell’unica vera (e meritevole) sala da concerto locale (l’ Hydro) , si esibirono assieme ai locali O (che colpevolmente non avevo citato nel post sulla scena locale) e furono massacrati da suoni pessimi che ne rovinarono irrimediabilmente la prestazione riducendola ad una poltiglia sonora dalla quale a mala pena si scorgevano le potenzialità della band. Spero di poterli rivedere presto in un contesto migliore: gruppi come questo necessitano assolutamente di avere fonici in grado di farli rendere al meglio per non vanificarne il talento.

Curcuma frantumata in una serata di settembre

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Finalmente il caldo ha smesso. E’ una serata di inizio settembre, aria umida, pioggia a tratti, poche alternative in vista per passare la serata. Un concerto in un posto inusitato, un duo che suona in una chiesa, in un posto che, pur non lontano da casa, non avevo mai visitato. Chi siano i Crushed curcuma credo di averlo già detto in un post passato: Si tratta di un duo biellese che fonde elettronica, tastiere e sassofono in un’amalgama che si distingue per l’effetto ipnotico/psichedelico, quasi meditativo delle composizioni. Si parte presto, l’evento è raccolto e di breve durata ed il fatto che si svolga in una chiesa, fatto del quale vengo a conoscenza solo nel momento in cui raggiungo il luogo del concerto, aggiunge un fascino particolare all’ esibizione.

I filmati proiettati sullo sfondo offrono un elemento in più all’esibizione ed anche le  ombre di un crocifisso e di alcuni candelabri che risaltano sulla proiezione aiutano ad entrare nell’atmosfera metafisica (ma non troppo) dei due musicisti biellesi. Ne esce una serata che non ti aspetti, velata da una lieve ma palpabile sensazione di inquietudine (nel video compaiono Ronald McDonald e padre Amorth) , unita ad una piacevole estraneazione dalla realtà. A volte ci si rende conto della grandezza di una proposta sonora anche quando apre la porta a una dimensione affiancata alla realtà a al tempo stesso distante da essa.

 

Gruppi ai cui concerti non vorresti assistere e concerti che vedresti all’infinito

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Negli anni novanta esisteva una formazione milanese che si vantava, probabilmente essendo nel giusto, di essere tra i pionieri del thrash metal in Italia. Tale formazione aveva un chitarrista che era facile incontrare, nel ruolo di intortatore, in un altrimenti mitologico negozio di dischi sotto il Duomo a Milano. Il “Maryposa” era (ed è!) un posto fantastico (sono onorato di citarlo nelle mie umili pagine): i due commessi storici, che credo ci siano ancora, erano competenti e simpatici… perché volessero servirsi di un simile individuo mi è oscuro. Saccente ed insistente, ostenta il suo successo locale e cerca di propinarti i dischi che piacciono a lui, se non proprio quelli del suo gruppo. Non succede solo questo:

Evento n. 1: Concerto dei Metallica allo stadio delle alpi (To) nel ’92: un’occasione fantastica, gruppi enormi nel bill (Voivod, The Cult, Suicidal Tendencies e, incredibilmente Megadeth che paiono aver fatto pace con il gruppo di punta). Notizia spiacevole: I Voivod danno forfait… e a sostituirli il suddetto gruppo milanese. Dopo una mezz’oretta di scimmiottamenti ai Pantera la loro esibizione finisce e, più tardi, hanno pure l’ardire di pubblicare un EP con la registrazione del concerto e alcune foto che li ritraggiono immersi in un bagno di folla evidentemente non intervenuta per loro. Va bene.

Evento n.2: Negli anni ’90 al parco Acquatica di Milano si svolgeva un grosso festival chiamato Sonoria (sono sicuro di due edizioni, ma potrebbero anche essere state tre o quattro), di solito aveva lo sgradevole, almeno per il sottoscritto, vizio di mettere insieme gruppi che non c’entravano nulla ma un anno propone un programma di tutto rispetto: Pardise Lost, Rollins Band, Danzig, Primus, Faith no more. Se non che il giorno stesso (internet era un miraggio e l’organizzazione italiana di certi eventi ha sempre lasciato a desiderare) si apprende che Danzig e Primus danno forfait e… indovinate un po’ chi prende il loro posto? Ma certo! La suddetta band milanese e Paul Weller (PAUL WELLER?!?!?!?).

Innanzitutto su biglietti campeggiava la scritta: “in caso di rinuncia di uno dei gruppi, la sostituzione avverrà con un gruppo di pari livello”… che fate, prendete in giro la gente?! E poi chissà perché sempre lo stesso gruppo chiamato a tappare i buchi. Misteri sepolti nel tempo.

Misteri che continuano anche oggi, nel giro di pochi mesi mi sorbisco due volte un gruppo nei cui componenti milita qualcuno coinvolto con la grafica di taluni manifesti dei concerti, fortunatamente l’altra sera arrivo in ritardo e me li risparmio.

Scusate, sono un sonicopatico e divento di pessimo umore (tra l’imbufalito e il nevrotico) se devo sorbirmi musica che detesto… non che normalmente sia una persona solare e di ottimo umore, chiaramente. Tuttavia è incredibile come, nonostante proprio non ti piaccia la loro proposta musicale, certi gruppi ti risaltino fuori solo perché qualcuno li ritenga simili ai tuoi gusti musicali. Credo sia lo stessa ragione per cui gli algoritmi dei social falliscono spesso inesorabilmente.

Fortunatamente un valido motivo per sorbirsi certi gruppi c’è: il gruppo principale della serata, ovviamente. Nel caso dello scorso venerdì sera i Neurosis. ho fatto pochissime foto, un po’ per l’assenza di memoria nella scheda della fotocamera un po’ perché, una volta tanto, mi sono goduto il concerto. Credo che sia circa (?) la quarta volta che li vedo e non deludono mai. Sono uno dei pochi gruppi in grado di trasportarti in una dimensione parallela con una energia intrinseca tale da ammutolire. Mi ricordo un paio d’anni fa, dopo 10 minuti ritrovarsi a pensare che avevano già polverizzato tutto quello che ti era capitato di vedere quell’anno. Questa volta si fanno ben pagare (35 sudatissimi euro) e sono supportati, oltre che dai suddetti, anche dagli Yob che non faccio parimenti in tempo a seguire. Stare qui a fare la telecronaca del concerto è inutile, posso solo dare un consiglio, per quel che può valere: andateli a vedere, fatevi questo piacere.

Dall’apertura affidata a “A sun that never sets” a quando Scott Kelly se ne esce zoppicando vistosamente (!) sono coesi, concreti ed incredibilmente intensi. Ecco: se non avete idea di cosa sia un concerto intenso, vado sul sicuro a consigliarvi una loro performance. Nonostante da più parti li accusino di un certo immobilismo creativo, di avere delle tempistiche da pachiderma per dischi e tour (vengono in Italia senza un disco da promuovere…) non stateli a sentire: non sono più dei giovincelli, hanno lavori e famiglie cui badare (lo stesso Scott è una specie di patriarca), abitano in diversi stati e tutto questo ne limita l’azione, ma quando si riuniscono su un palco è pura magia. P1020587

 

Indipendenza dichiarata

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Se la parola “indipendente” ha mai assunto un qualche significato quando si tratta del mondo della musica, questo significato si deve, in massima parte, a tutte le persone che fieramente si sono costruite da sole la propria etichetta discografica al di fuori delle logiche corporative e di affari.

Sia sempre lode e gloria a voi etichette indipendenti, solo voi sapete quanta fatica sta dietro al vostro lavoro, quanto impegno e quanta dedizione siano necessari a portare avanti un progetto senza contare su uffici stampa e promoter prezzolati, infischiandosene (o quasi, pure loro devono restare in vita!) delle logiche di mecato massive, delle mode e delle tendenze commerciali.

La madre di tutte voi, mi sento di dirlo, è la Dischord Records, l’etichetta dei mai troppo celebrati Fugazi, di Ian MacKaye e tutti gli amici suoi. Proprio in questi giorni è circolata la notizia del grande rifiuto dei nostri di riunirsi dietro compenso. Ian si è limitato a dire che gli sembrava più un’ attestazione di stima che una reale offerta, quindi ringrazia per le belle parole ma non ritiene che ci sia nulla da prendere in considerazione. Ciao ciao Ted Leonsis, il quale dal canto suo, dichiarò che avrebbe offerto dei soldi a nome della band alle principali associazioni di carità locali ma poi non ha nemmeno insistito troppo: forse non ci credeva fino in fondo.

Di quando in quando, è risaputo, i nostri si incontrano ancora per suonare. Lo fanno per loro stessi. In anni e anni il loro telefono ha squillato tantissime volte: dall’altra parte del filo etichette maggiori, impresari, agenzie di promozione di vario tipo… tutte le loro proposte sono sempre state rispedite al mittente, sia per riformare il gruppo, sia per assorbire l’etichetta.

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Joe Lally e Brendan Canty

Questi ragazzi iniziarono presentandosi di tipografi con copertine di LP “smontate” e gli chiesero se potevano farne di similari, poi se le incollarono da soli, cominciando a prendere contatti per far stampare i vinili.  Iniziarono in questo modo e finirono per vendere circa 4 milioni di dischi in tutto il mondo. La loro esperienza è stata fonte di ispirazione per tantissime altre realtà nella musica indipendente, la dimostrazione che l’impegno e la passione pagano. E, alla fine, anche l’integrità morale.

Dalla fine dei Fugazi hanno avuto origine alcune altre compagini e, tra queste, The Massthetics che ereditano dalla band madre la sezione ritmica ovvero Joe Lally e Brendan Canty. Si tratta di un trio, completato alla chitarra da un nerdissimo Anthony Pirog, dedito a composizioni musicali che si muovono da qualche parte tra il rock ed il jazz, senza una parola cantata. Ad un primo ascolto si rimane un po’ interdetti, ma lentamente le loro canzoni si insinuano nell’apparato uditivo come un accompagnamento cangiante nei toni e nell’umore, ed alla fine entrano. E sono un bel sentire.

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Anthony Pirog

Personalmente quest’ anno ricorre l’anniversario della prima (ed unica) volta che vidi il gruppo di Washington D.C., nel 1999 appunto al Leoncavallo. Inutile dire che fu un evento storico che aprì le porte ad una serie di concerti che perdura ancora oggi. Per 5000 lire avevi l’opportunità di assistere ad un concerto indimenticabile, due ore e più di musica (chi diavolo è che, ad oggi, suona ancora per due ore!?) suonata con un’intensità incredibile pescando da quasi tutto il repertorio dei quattro. Una roba da libidinosi sonori. Ne uscii con una cassettina registrata clandestinamente e le costellazioni di stelle negli occhi. Più tardi, una volta scoperto che molti loro concerti erano disponibili in rete, mi scaricai l’intero concerto che, a mia insaputa, era stato a sua volta catturato.

E così il capitolo si chiuse. Fino all’altra sera quando, dopo 25 anni, ho rivisto Joe e Brendan allo Spazio 211 di Torino. In realtà Joe l’avevo già visto qualche anno fa alla gloriosa associazione “Perché no?” di Verbania (un posto che rimane consegnato alla storia) dove suonò assieme agli Zu… però era decisamente un contesto diverso.

Credo che tutti quelli dell’ambiente Dischord siano persone che, per i loro meriti artistici e non, potrebbero tranquillamente peccare di superbia con chiunque. Invece sono umili, semplici e con i piedi per terra: Joe e Brendan sono esattamente così, tranquilli ed alla mano… li vedi da come si mischiano alla gente, da come ti sorridono, da come salgono sul palco. E, a parte la musica, quest’attitudine ti colpisce: fanno sembrare tutto naturale e semplice… hanno un’aura da belle persone, anche se non li conosco, non so come dirlo altrimenti, quindi non uso giri di parole.

Il concerto fila via liscio, concreto e coinvolgente. Come dicevo, loro a parte, il chirarrista è un prototipo di secchione dello strumento, suona circondato da effetti sui quali mette le mani in continuazione e a tratti pare pure una versione dimagrita di Verdone. Però nulla da dire su come suona:  il suo compito è ricamare su quello che gli altri due costruiscono e, probabilmente, gli elementi jazz sono un suo retaggio. Non c’è traccia di nostalgia o elementi che possano eccessivamente rimandare alla band madre, vivono di vita propria con una personalità ben definita pur essendo, in parte, le stesse persone.  Era la prima esibizione in terra italiana ed è stato un privilegio assistervi e dimenticare la quotidianità per tutta la durata del concerto.

La Dischord (ed i Fugazi) appartengono alla storia, ma la fiamma è accesa, arde e freme e spero che non smetta mai.

10 anni dopo Carboniferous: la vera eccellenza italiana!

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Vista la pochezza dell’offerta musicale attuale, spesso si è costretti a guardare indietro per trovare dei lavori che veramente abbiano rappresentato un significativo apporto alla causa della musica. Su “Carboniferous” degli Zu mi auguro non ci siano dubbi. Dopo dieci anni i romani tornano a riproporre quello che, probabilmente, risulta essere il loro lavoro più popolare dal vivo e l’occasione è clamorosa perché alla batteria torna a sedere, dopo anni di defezione, il Signor Jacopo Battaglia. Un mostro di bravura, stile, potenza e tecnica. Ho visto gli Zu con almeno tre batteristi diversi e, per quanto tutti bravi, Jacopo è IL loro batterista e non si discute.

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Personalmente non ho mai avuto ben chiare le motivazioni della scissione, tuttavia solo rivederlo dietro ai tamburi mi rincuora, vederlo agitarsi con le bacchette in mano, mi rimette in pace con il mondo. Quanto ci sei mancato Jacopo. Alla fine gli avrei anche fregato le bacchette, ma  mi son trovato davanti la batteria e mi sembrava di profanarla. Ci ha comunque pensato una ragazza, senza troppe remore reverenziali.

Tutto questo, forse, andava scritto alla fine. Questo è stato un concerto voluto, bramato, inseguito fin dall’annuncio, dato con mesi di anticipo. Lo Spazio 211 (locale cui siamo affezionati da anni dopo averci visto Suffocation, Unsane, Electric wizard, Neurosis, Isis et cetera) finalmente si risolleva da un torpore atarassico e propone una serata degna di questo nome (magari poi vedremo se presenziare anche per The Messthetics di fugaziana sezione ritmica).

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Gli Zu, come i Sunn 0))) o gli Einstürzende Neubauten, sono un gruppo che VA VISTO DAL VIVO. I dischi vanno bene, ben fatti anche dal punto di vista estetico, ma la fisicità di un loro live è un’altra cosa. Sono di un’intensità senza pari o quasi. Suonano per circa un’ ora e non fai nemmeno in tempo ad accorgerti di quanto siano bravi talmente ti lasciano senza fiato. Seguirli mentre suonano ipnotizza e la musica diventa una scheggia impazzita che rimbalza da ogni parte mentre tu tenti di seguirne invano la traiettoria come farebbe un gatto con un puntatore laser. Ed il bello è che, come nel caso del felino, ti sembra la cosa più emozionante del mondo. Come per gli altri due gruppi citati in precedenza, la mia sensazione, quando si assiste ad una loro esibizione, è quella di essere trasportato in un altrove fantastico dove, per la durata del concerto, esistono solo la musica, lo stupore e la meraviglia. Qualcosa di molto vicino al concetto di felicità. Se non proprio ad uno stato di grazia.

Basterebbe questo per parlare del concerto di ieri sera. Esibizioni come le loro ti ricordano perché ami così tanto la musica, cosa di essa ti smuove così tanto l’anima. E’ qualcosa che, se non lo provi, non lo puoi spiegare. Ma è dannatamente reale.

Stasera Jacopo è loquace: presenta i brani come se fossimo a sanremo e l’ospite Stefano Pilia risulta, senz’altro, un gradito inserimento… poi ad un certo punto dichiara “questa è l’ultima volta che sentite Carboniferous a Torino” gettando tutti nello sconforto. Finché un valoroso lo prende in contropiede “Vi aspettiamo a Grugliasco!!!!”. Anche a Biella, quando volete!

Postilla: Questo post era nato come un immenso pippone sul fatto che i concerti di grandi dimensioni sono pessimi: costano un sacco di soldi, sono male organizzati, spesso con suoni indecorosi e gruppi bolliti da seguire magari solo su megaschermo, asfissiati da troppa gente che se va bene poga, se va male ti prende a pestoni o a spintoni senza conoscere il passato glorioso del gruppo. Il tutto adesso viene reso ulteriormente inaccettabile con biglietti vip il cui prezzo rasenta la follia, per non parlare del bagarinaggio legalizzato del secondary ticket. Dopo aver assistito ai Sabbath sull’ asfalto nel ’98 ho chiuso con festival e megaconcerti… in giro c’è di molto meglio e alla fine se la gente non lo capisce, peggio per loro. Del resto quando continui a seguire un gruppo nonostante abbia usufruito dell’illegalità per poi scagliarsi contro di essa e nonostante 25/30 anni di dischi pessimi, te li meriti i metallica a 90€ (o anche dippiù).

A.D. 2019

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Credo che un titolo come “Lo spirito continua” sia fra i più azzeccati di sempre. Probabilmente avrei dovuto intitolare questo post esattamente così, ma non me la sento. Non me la sento di mettermi sullo stesso piano di chi ha indelebilmente segnato la mia storia fin da quel primo concerto del lontanissimo 1989 (ben 30 anni fa), non mi sento di sfruttare un loro titolo così denso di significati per intitolare un misero post su un blog che resuscita ormai molto poco durante il tempo.

Ciò nonostante io sono qui, è il 2019  e lo spirito continua, sempre. Lo spirito continua: non posso dare un significato univoco a queste tre parole ma significano tanto. Testimonano la volontà di portare avanti tutto, ma soprattutto noi stessi. In faccia ai cambiamenti interni ed esterni la nostra persona, contro le avversità che ci si parano da vanti e le amarezze che ne derivano, spingere sull’acceleratore, buttare il cuore oltre l’ostacolo. Restare vivi, per tanto disporre comunque di possibilità. Poter fare qualcosa.

Riprendendo le osservazioni su Milano e sulla vita inscatolata del post precedente: c’era una volta Biella, c’era una volta una piccola cittadina che aveva il suo locale nel quale c’erano concerti da fare invidia alle grandi città. E’ stato la nostra salvezza. Oltre ai nomi altisonanti dei grandi gruppi stranieri che ci sono passati (e la lista sarebbe davvero infinita) c’erano quei gruppi più o meno locali che al Babylonia erano di casa e fecero scuola nella scena indipendente del periodo: Africa Unite, Blue Beaters, Fratelli di Soledad, Modena city ramblers, Amici di Roland e Persiana Jones.

Concerti a parte, si stringevano amicizie, si facevano girare idee e musica e lo si faceva materialmente non sui social o via e-mail. Giravano cassette e numeri di telefono fissi. La promozione funzionava sul passaparola. Poi i concerti in provincia sono un’altra cosa. Tutti se la tirano meno, almeno quelli che accettano di suonarci, e l’atmosfera è quella di una grande festa anche se suonano gruppi che hanno attraversato l’oceano (vedi il live degli Unsane a Caramagna piemonte di quest’estate), anche se poi a fine concerto i gruppi dovranno smontarsi il palco da soli, caricare gli strumenti, tornare a casa consapevoli di avere una settimana di lavoro davanti il lunedì dopo.

Tutto questo ha fatto sì che trent’anni dopo la loro formazione i Persiana Jones suonassero in un salone polivalente di un piccolo paese in provincia di Biella (Mongrando) grazie alla loro decennale amicizia con il sindaco locale Tony Filoni, alias Tony panini buoni, leggendario ristoratore nomade delle notti biellesi.

Inutile dire non c’erano tutti i vecchi frequentatori del locale. Ma molti sì ed io tra essi e con noi il vecchio sprito. Nonostante il genere proposto non fosse il mio, nonostante la mancanza di capelli e le articolazioni consunte, nonstante il posto non sia più quello di un tempo, c’eravamo ancora e tra di noi anche Madaski. E non era solo nostalgia.