Concerti

Gruppi ai cui concerti non vorresti assistere e concerti che vedresti all’infinito

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Negli anni novanta esisteva una formazione milanese che si vantava, probabilmente essendo nel giusto, di essere tra i pionieri del thrash metal in Italia. Tale formazione aveva un chitarrista che era facile incontrare, nel ruolo di intortatore, in un altrimenti mitologico negozio di dischi sotto il Duomo a Milano. Il “Maryposa” era (ed è!) un posto fantastico (sono onorato di citarlo nelle mie umili pagine): i due commessi storici, che credo ci siano ancora, erano competenti e simpatici… perché volessero servirsi di un simile individuo mi è oscuro. Saccente ed insistente, ostenta il suo successo locale e cerca di propinarti i dischi che piacciono a lui, se non proprio quelli del suo gruppo. Non succede solo questo:

Evento n. 1: Concerto dei Metallica allo stadio delle alpi (To) nel ’92: un’occasione fantastica, gruppi enormi nel bill (Voivod, The Cult, Suicidal Tendencies e, incredibilmente Megadeth che paiono aver fatto pace con il gruppo di punta). Notizia spiacevole: I Voivod danno forfait… e a sostituirli il suddetto gruppo milanese. Dopo una mezz’oretta di scimmiottamenti ai Pantera la loro esibizione finisce e, più tardi, hanno pure l’ardire di pubblicare un EP con la registrazione del concerto e alcune foto che li ritraggiono immersi in un bagno di folla evidentemente non intervenuta per loro. Va bene.

Evento n.2: Negli anni ’90 al parco Acquatica di Milano si svolgeva un grosso festival chiamato Sonoria (sono sicuro di due edizioni, ma potrebbero anche essere state tre o quattro), di solito aveva lo sgradevole, almeno per il sottoscritto, vizio di mettere insieme gruppi che non c’entravano nulla ma un anno propone un programma di tutto rispetto: Pardise Lost, Rollins Band, Danzig, Primus, Faith no more. Se non che il giorno stesso (internet era un miraggio e l’organizzazione italiana di certi eventi ha sempre lasciato a desiderare) si apprende che Danzig e Primus danno forfait e… indovinate un po’ chi prende il loro posto? Ma certo! La suddetta band milanese e Paul Weller (PAUL WELLER?!?!?!?).

Innanzitutto su biglietti campeggiava la scritta: “in caso di rinuncia di uno dei gruppi, la sostituzione avverrà con un gruppo di pari livello”… che fate, prendete in giro la gente?! E poi chissà perché sempre lo stesso gruppo chiamato a tappare i buchi. Misteri sepolti nel tempo.

Misteri che continuano anche oggi, nel giro di pochi mesi mi sorbisco due volte un gruppo nei cui componenti milita qualcuno coinvolto con la grafica di taluni manifesti dei concerti, fortunatamente l’altra sera arrivo in ritardo e me li risparmio.

Scusate, sono un sonicopatico e divento di pessimo umore (tra l’imbufalito e il nevrotico) se devo sorbirmi musica che detesto… non che normalmente sia una persona solare e di ottimo umore, chiaramente. Tuttavia è incredibile come, nonostante proprio non ti piaccia la loro proposta musicale, certi gruppi ti risaltino fuori solo perché qualcuno li ritenga simili ai tuoi gusti musicali. Credo sia lo stessa ragione per cui gli algoritmi dei social falliscono spesso inesorabilmente.

Fortunatamente un valido motivo per sorbirsi certi gruppi c’è: il gruppo principale della serata, ovviamente. Nel caso dello scorso venerdì sera i Neurosis. ho fatto pochissime foto, un po’ per l’assenza di memoria nella scheda della fotocamera un po’ perché, una volta tanto, mi sono goduto il concerto. Credo che sia circa (?) la quarta volta che li vedo e non deludono mai. Sono uno dei pochi gruppi in grado di trasportarti in una dimensione parallela con una energia intrinseca tale da ammutolire. Mi ricordo un paio d’anni fa, dopo 10 minuti ritrovarsi a pensare che avevano già polverizzato tutto quello che ti era capitato di vedere quell’anno. Questa volta si fanno ben pagare (35 sudatissimi euro) e sono supportati, oltre che dai suddetti, anche dagli Yob che non faccio parimenti in tempo a seguire. Stare qui a fare la telecronaca del concerto è inutile, posso solo dare un consiglio, per quel che può valere: andateli a vedere, fatevi questo piacere.

Dall’apertura affidata a “A sun that never sets” a quando Scott Kelly se ne esce zoppicando vistosamente (!) sono coesi, concreti ed incredibilmente intensi. Ecco: se non avete idea di cosa sia un concerto intenso, vado sul sicuro a consigliarvi una loro performance. Nonostante da più parti li accusino di un certo immobilismo creativo, di avere delle tempistiche da pachiderma per dischi e tour (vengono in Italia senza un disco da promuovere…) non stateli a sentire: non sono più dei giovincelli, hanno lavori e famiglie cui badare (lo stesso Scott è una specie di patriarca), abitano in diversi stati e tutto questo ne limita l’azione, ma quando si riuniscono su un palco è pura magia. P1020587

 

Indipendenza dichiarata

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Se la parola “indipendente” ha mai assunto un qualche significato quando si tratta del mondo della musica, questo significato si deve, in massima parte, a tutte le persone che fieramente si sono costruite da sole la propria etichetta discografica al di fuori delle logiche corporative e di affari.

Sia sempre lode e gloria a voi etichette indipendenti, solo voi sapete quanta fatica sta dietro al vostro lavoro, quanto impegno e quanta dedizione siano necessari a portare avanti un progetto senza contare su uffici stampa e promoter prezzolati, infischiandosene (o quasi, pure loro devono restare in vita!) delle logiche di mecato massive, delle mode e delle tendenze commerciali.

La madre di tutte voi, mi sento di dirlo, è la Dischord Records, l’etichetta dei mai troppo celebrati Fugazi, di Ian MacKaye e tutti gli amici suoi. Proprio in questi giorni è circolata la notizia del grande rifiuto dei nostri di riunirsi dietro compenso. Ian si è limitato a dire che gli sembrava più un’ attestazione di stima che una reale offerta, quindi ringrazia per le belle parole ma non ritiene che ci sia nulla da prendere in considerazione. Ciao ciao Ted Leonsis, il quale dal canto suo, dichiarò che avrebbe offerto dei soldi a nome della band alle principali associazioni di carità locali ma poi non ha nemmeno insistito troppo: forse non ci credeva fino in fondo.

Di quando in quando, è risaputo, i nostri si incontrano ancora per suonare. Lo fanno per loro stessi. In anni e anni il loro telefono ha squillato tantissime volte: dall’altra parte del filo etichette maggiori, impresari, agenzie di promozione di vario tipo… tutte le loro proposte sono sempre state rispedite al mittente, sia per riformare il gruppo, sia per assorbire l’etichetta.

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Joe Lally e Brendan Canty

Questi ragazzi iniziarono presentandosi di tipografi con copertine di LP “smontate” e gli chiesero se potevano farne di similari, poi se le incollarono da soli, cominciando a prendere contatti per far stampare i vinili.  Iniziarono in questo modo e finirono per vendere circa 4 milioni di dischi in tutto il mondo. La loro esperienza è stata fonte di ispirazione per tantissime altre realtà nella musica indipendente, la dimostrazione che l’impegno e la passione pagano. E, alla fine, anche l’integrità morale.

Dalla fine dei Fugazi hanno avuto origine alcune altre compagini e, tra queste, The Massthetics che ereditano dalla band madre la sezione ritmica ovvero Joe Lally e Brendan Canty. Si tratta di un trio, completato alla chitarra da un nerdissimo Anthony Pirog, dedito a composizioni musicali che si muovono da qualche parte tra il rock ed il jazz, senza una parola cantata. Ad un primo ascolto si rimane un po’ interdetti, ma lentamente le loro canzoni si insinuano nell’apparato uditivo come un accompagnamento cangiante nei toni e nell’umore, ed alla fine entrano. E sono un bel sentire.

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Anthony Pirog

Personalmente quest’ anno ricorre l’anniversario della prima (ed unica) volta che vidi il gruppo di Washington D.C., nel 1999 appunto al Leoncavallo. Inutile dire che fu un evento storico che aprì le porte ad una serie di concerti che perdura ancora oggi. Per 5000 lire avevi l’opportunità di assistere ad un concerto indimenticabile, due ore e più di musica (chi diavolo è che, ad oggi, suona ancora per due ore!?) suonata con un’intensità incredibile pescando da quasi tutto il repertorio dei quattro. Una roba da libidinosi sonori. Ne uscii con una cassettina registrata clandestinamente e le costellazioni di stelle negli occhi. Più tardi, una volta scoperto che molti loro concerti erano disponibili in rete, mi scaricai l’intero concerto che, a mia insaputa, era stato a sua volta catturato.

E così il capitolo si chiuse. Fino all’altra sera quando, dopo 25 anni, ho rivisto Joe e Brendan allo Spazio 211 di Torino. In realtà Joe l’avevo già visto qualche anno fa alla gloriosa associazione “Perché no?” di Verbania (un posto che rimane consegnato alla storia) dove suonò assieme agli Zu… però era decisamente un contesto diverso.

Credo che tutti quelli dell’ambiente Dischord siano persone che, per i loro meriti artistici e non, potrebbero tranquillamente peccare di superbia con chiunque. Invece sono umili, semplici e con i piedi per terra: Joe e Brendan sono esattamente così, tranquilli ed alla mano… li vedi da come si mischiano alla gente, da come ti sorridono, da come salgono sul palco. E, a parte la musica, quest’attitudine ti colpisce: fanno sembrare tutto naturale e semplice… hanno un’aura da belle persone, anche se non li conosco, non so come dirlo altrimenti, quindi non uso giri di parole.

Il concerto fila via liscio, concreto e coinvolgente. Come dicevo, loro a parte, il chirarrista è un prototipo di secchione dello strumento, suona circondato da effetti sui quali mette le mani in continuazione e a tratti pare pure una versione dimagrita di Verdone. Però nulla da dire su come suona:  il suo compito è ricamare su quello che gli altri due costruiscono e, probabilmente, gli elementi jazz sono un suo retaggio. Non c’è traccia di nostalgia o elementi che possano eccessivamente rimandare alla band madre, vivono di vita propria con una personalità ben definita pur essendo, in parte, le stesse persone.  Era la prima esibizione in terra italiana ed è stato un privilegio assistervi e dimenticare la quotidianità per tutta la durata del concerto.

La Dischord (ed i Fugazi) appartengono alla storia, ma la fiamma è accesa, arde e freme e spero che non smetta mai.

10 anni dopo Carboniferous: la vera eccellenza italiana!

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Vista la pochezza dell’offerta musicale attuale, spesso si è costretti a guardare indietro per trovare dei lavori che veramente abbiano rappresentato un significativo apporto alla causa della musica. Su “Carboniferous” degli Zu mi auguro non ci siano dubbi. Dopo dieci anni i romani tornano a riproporre quello che, probabilmente, risulta essere il loro lavoro più popolare dal vivo e l’occasione è clamorosa perché alla batteria torna a sedere, dopo anni di defezione, il Signor Jacopo Battaglia. Un mostro di bravura, stile, potenza e tecnica. Ho visto gli Zu con almeno tre batteristi diversi e, per quanto tutti bravi, Jacopo è IL loro batterista e non si discute.

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Personalmente non ho mai avuto ben chiare le motivazioni della scissione, tuttavia solo rivederlo dietro ai tamburi mi rincuora, vederlo agitarsi con le bacchette in mano, mi rimette in pace con il mondo. Quanto ci sei mancato Jacopo. Alla fine gli avrei anche fregato le bacchette, ma  mi son trovato davanti la batteria e mi sembrava di profanarla. Ci ha comunque pensato una ragazza, senza troppe remore reverenziali.

Tutto questo, forse, andava scritto alla fine. Questo è stato un concerto voluto, bramato, inseguito fin dall’annuncio, dato con mesi di anticipo. Lo Spazio 211 (locale cui siamo affezionati da anni dopo averci visto Suffocation, Unsane, Electric wizard, Neurosis, Isis et cetera) finalmente si risolleva da un torpore atarassico e propone una serata degna di questo nome (magari poi vedremo se presenziare anche per The Messthetics di fugaziana sezione ritmica).

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Gli Zu, come i Sunn 0))) o gli Einstürzende Neubauten, sono un gruppo che VA VISTO DAL VIVO. I dischi vanno bene, ben fatti anche dal punto di vista estetico, ma la fisicità di un loro live è un’altra cosa. Sono di un’intensità senza pari o quasi. Suonano per circa un’ ora e non fai nemmeno in tempo ad accorgerti di quanto siano bravi talmente ti lasciano senza fiato. Seguirli mentre suonano ipnotizza e la musica diventa una scheggia impazzita che rimbalza da ogni parte mentre tu tenti di seguirne invano la traiettoria come farebbe un gatto con un puntatore laser. Ed il bello è che, come nel caso del felino, ti sembra la cosa più emozionante del mondo. Come per gli altri due gruppi citati in precedenza, la mia sensazione, quando si assiste ad una loro esibizione, è quella di essere trasportato in un altrove fantastico dove, per la durata del concerto, esistono solo la musica, lo stupore e la meraviglia. Qualcosa di molto vicino al concetto di felicità. Se non proprio ad uno stato di grazia.

Basterebbe questo per parlare del concerto di ieri sera. Esibizioni come le loro ti ricordano perché ami così tanto la musica, cosa di essa ti smuove così tanto l’anima. E’ qualcosa che, se non lo provi, non lo puoi spiegare. Ma è dannatamente reale.

Stasera Jacopo è loquace: presenta i brani come se fossimo a sanremo e l’ospite Stefano Pilia risulta, senz’altro, un gradito inserimento… poi ad un certo punto dichiara “questa è l’ultima volta che sentite Carboniferous a Torino” gettando tutti nello sconforto. Finché un valoroso lo prende in contropiede “Vi aspettiamo a Grugliasco!!!!”. Anche a Biella, quando volete!

Postilla: Questo post era nato come un immenso pippone sul fatto che i concerti di grandi dimensioni sono pessimi: costano un sacco di soldi, sono male organizzati, spesso con suoni indecorosi e gruppi bolliti da seguire magari solo su megaschermo, asfissiati da troppa gente che se va bene poga, se va male ti prende a pestoni o a spintoni senza conoscere il passato glorioso del gruppo. Il tutto adesso viene reso ulteriormente inaccettabile con biglietti vip il cui prezzo rasenta la follia, per non parlare del bagarinaggio legalizzato del secondary ticket. Dopo aver assistito ai Sabbath sull’ asfalto nel ’98 ho chiuso con festival e megaconcerti… in giro c’è di molto meglio e alla fine se la gente non lo capisce, peggio per loro. Del resto quando continui a seguire un gruppo nonostante abbia usufruito dell’illegalità per poi scagliarsi contro di essa e nonostante 25/30 anni di dischi pessimi, te li meriti i metallica a 90€ (o anche dippiù).

A.D. 2019

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Credo che un titolo come “Lo spirito continua” sia fra i più azzeccati di sempre. Probabilmente avrei dovuto intitolare questo post esattamente così, ma non me la sento. Non me la sento di mettermi sullo stesso piano di chi ha indelebilmente segnato la mia storia fin da quel primo concerto del lontanissimo 1989 (ben 30 anni fa), non mi sento di sfruttare un loro titolo così denso di significati per intitolare un misero post su un blog che resuscita ormai molto poco durante il tempo.

Ciò nonostante io sono qui, è il 2019  e lo spirito continua, sempre. Lo spirito continua: non posso dare un significato univoco a queste tre parole ma significano tanto. Testimonano la volontà di portare avanti tutto, ma soprattutto noi stessi. In faccia ai cambiamenti interni ed esterni la nostra persona, contro le avversità che ci si parano da vanti e le amarezze che ne derivano, spingere sull’acceleratore, buttare il cuore oltre l’ostacolo. Restare vivi, per tanto disporre comunque di possibilità. Poter fare qualcosa.

Riprendendo le osservazioni su Milano e sulla vita inscatolata del post precedente: c’era una volta Biella, c’era una volta una piccola cittadina che aveva il suo locale nel quale c’erano concerti da fare invidia alle grandi città. E’ stato la nostra salvezza. Oltre ai nomi altisonanti dei grandi gruppi stranieri che ci sono passati (e la lista sarebbe davvero infinita) c’erano quei gruppi più o meno locali che al Babylonia erano di casa e fecero scuola nella scena indipendente del periodo: Africa Unite, Blue Beaters, Fratelli di Soledad, Modena city ramblers, Amici di Roland e Persiana Jones.

Concerti a parte, si stringevano amicizie, si facevano girare idee e musica e lo si faceva materialmente non sui social o via e-mail. Giravano cassette e numeri di telefono fissi. La promozione funzionava sul passaparola. Poi i concerti in provincia sono un’altra cosa. Tutti se la tirano meno, almeno quelli che accettano di suonarci, e l’atmosfera è quella di una grande festa anche se suonano gruppi che hanno attraversato l’oceano (vedi il live degli Unsane a Caramagna piemonte di quest’estate), anche se poi a fine concerto i gruppi dovranno smontarsi il palco da soli, caricare gli strumenti, tornare a casa consapevoli di avere una settimana di lavoro davanti il lunedì dopo.

Tutto questo ha fatto sì che trent’anni dopo la loro formazione i Persiana Jones suonassero in un salone polivalente di un piccolo paese in provincia di Biella (Mongrando) grazie alla loro decennale amicizia con il sindaco locale Tony Filoni, alias Tony panini buoni, leggendario ristoratore nomade delle notti biellesi.

Inutile dire non c’erano tutti i vecchi frequentatori del locale. Ma molti sì ed io tra essi e con noi il vecchio sprito. Nonostante il genere proposto non fosse il mio, nonostante la mancanza di capelli e le articolazioni consunte, nonstante il posto non sia più quello di un tempo, c’eravamo ancora e tra di noi anche Madaski. E non era solo nostalgia.

I’m an earth rocker! Understand?!

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Tutte le volte che vado a Milano mi chiedo come si faccia ad abitare in certi contenitori in serie per umani che si vedono passando sulla tangenziale. Ogni volta finisco col rispondermi che è una dote portata in regalo dalla necessità, dall’abnegazione, dall’abitudine o, in qualche modo, dal piacere che uno trova nella socialità. Non dico che un individuo con forti tendenze misantropiche come il sottoscritto non ce la potrebbe mai fare, con gli anni ho scoperto di avere molta più capacità di adattamento di quanto avrei mai sospettato, però finirebbe molto male per me o per gli altri: nel senso che potrei intristirmi pesantemente oppure sfogare la mia rabbia nutrita a cemento sugli altri. Intorno a vent’anni scalpitavo per avere tutte le possibilità e (forse) l’apertura mentale degli abitanti delle grandi città. Ora ho radicalmente abbandonato quella fase. Delle città mi interessano solo le mostre, i musei, i monumenti ed i concerti. Il resto può allegramente sprofondare nella melma autogenerata.

E sono lieto che una volta che è finito ciò che mi interessa ci siano i chilometri a separaci. Bye and so long suckers. Sono anche lieto di abitare in un posto fuori dai collegamenti ed in declino. Meno siamo e meglio stiamo.

Detto questo sono stato a Milano per vedere i Clutch, che non avevo mai visto suonareare e, per questo, erano assai attesi alla prova dal vivo. Solidi rocker che non sono altro. Questa volta anche l’insofferenza alla grande città ha vita facile, nessuna odissea: arriviamo e dopo dieci minuti iniziano, nessun gruppo di supporto, coda all’ entrata o scazzi di qualsiasi tipo, liscio e lineare come non era (quasi) mai successo.

Una enorme aquila che ci mostra le terga come sfondo, una spannellata di marshall, orange ed ampeg. Non so cosa sia meglio desiderare e tanto sano, granitico e genuino rock’n’roll, ispirato e potente. Neil Fallon cattura subito le attenzioni di tutti quanti con la sua barba da orco gli occhi spiritati ed il vocione da orso, crea immediatamente una simbiosi col pubblico, mentre il resto del gruppo macina musica senza sosta e senza fronzoli. Fatta eccezione per Gaster dietro la batteria che ogni tanto esce un po’ dagli schemi, gli altri suonano e basta, un’arte che nell’ era dell’apparenza e del culto dell’ego era quasi andata persa.

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L’esibizione è senza sbavature solida e granitica, se proprio devo trovare una sbavatura dirò che avrei preferito una scaletta meno incentrata sul nuovo lavoro, che magari ripescasse qualcosa in più dagli ultimi tre dischi (mi aspettavo magari una “X ray vision”, una “Firebirds” o una “Crucial velocity” in più) che, a dire il vero, sono senz’altro tra i migliori che abbiano mai fatto. Come se fossero rinati ad un certo punto, dopo aver rilasciato un paio di dischi un po’ meno incendiari ed ispirati, la triade “Earth rocker”, “Psychic warfare”, “Book of bad decisions” assesta una tripletta che, per il sottoscritto è incredibilmente pugnace e fiera.

Perchè di essere adepti del rock’n’roll c’è da essere fieri, c’è da inorgoglirsi quando un gruppo sale sul palco e l’adrenalina sale, c’è da esaltarsi quando la musica ti afferra e e ti fa resistere a tutto quello che la vita ti costringe a ingoiare. Alla fine questa è la mia religione, basata sul sudore, sugli amplificatori ed i tamburi. I concerti sono le mie messe, i dischi le mie preghiere e le valvole le mie candele accese. Questa è la mia chiesa, il posto dove purifico la mia anima. E forse un giorno diventerò un asceta, ma per ora va benissimo così, che il volume si alzi e sotto un altro!

 

Del resto m’importa una sega!

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“Tabula rasa etettrificata” è un disco dei C.S.I. ed è uscito vent’anni fa. Rappresenta un piccolo miracolo  essendo arrivato al primo posto nella classifica dei dischi più venduti nell’anno di grazia della musica indipendente 1997.

“T.R.E.” terzo disco da studio dei nostri, nasce da un viaggio spirituale e materiale effettuato in Mongolia dalla premiata coppia Zamboni-Ferretti coronando loro sogno di lunga data di visitare quelle lande desolate. Il titolo si rifarisce infatti a quei paesaggi fatti di steppe scarsamente abitate solo raramente percorse da fili e tralicci elettrici. Al rientro le loro suggestioni sono ben lungi dallo spegnersi e finiscono per travogere anche i restanti membri del gruppo, che sposano idealmente il nomadismo inoculato nei due amici e partono in esplorazione delle loro esperienze, aiutandoli a metterle in musica. La concentrazione di energia che se ne ricava, figlia anche del momento storico estremamente favorevole, è tale che per un attimo, un solo lungo e glorioso attimo, pare che tutte le orecchie di chi ascolta musica indipendente ed alternativa in Italia si rivolgano in direzione dei loro amplificatori fungendo da enorme cassa di risonanza. Tutti assieme. Tutti nel momento stesso in cui il disco esce nei negozi.

Il contesto è quanto mai propizio: La musica alternativa sembra aver definitaivamente sfondato la porta anche nella più provinciale delle nazioni musicalmente “evolute”. I Nirvana fecero il grosso del lavoro, sdoganando sei anni prima certe sonorità, troppo pesanti e scomode per emergere prima di allora. C’è voluto comunque molto tempo ma l’ Italia sembrava, finalmente, essere pronta: siamo sempre stati in ritardo su tutto.

In quel momento infatti il disco svettava sopra tutti, sopra tutto il ciarpame che ha sempre infettato le orecchie del paese. Fissi il giornale, ascolti attonito la radio, sgrani quasi commosso gli occhi davanti alla televisione che annunciano la lieta novella e, alla fine, realizzi che è vero!

E parte il delirio. Chi salta sul carro degli effimeri vincitori (comunque in pochi), chi li sbeffeggia ostentando cultura conforme, chi non se lo spiega e chi fa esplicito sfoggio di ignoranza e presunta superiorità sminuendo l’accaduto.

Tutto intorno la popolarità cresce ancora di più e, nonostante ciò finisca poi per minare percolosamente la stabilità del gruppo,  diventa difficile non esserne beffardamente entusiasti. Forse proprio l’eccessivo riscontro finirà per far decidere al gruppo di ritirarsi (almeno con questa denominazione) diventando di fatto una maledizione, ma non c’è tempo per pensare.

Il disco era in vetrina, con la sua copertina di cartone col libretto incollato. Era l’ultima copia arrivata in provincia. Ne avevano mandate tre e le altre due erano andate, negli altri negozi non ce n’era traccia. Per un caso fortuito ne avevo seguito l’uscita aspettando paziente e mi ero fatto trovare pronto. Eravamo tutti pronti, tutti in linea per dare il nostro contributo e spingere in alto quel gruppo che con “Linea gotica” aveva regalato alla nazione uno dei dischi più intesi da una decade a quella parte. Tutti insieme abbiamo osato alzare la voce all’unisono. Ed è stato un bellissimo suono, impossibile da ignorare.

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I dati di vendita di un disco continuano a non significare nulla per me, ma per coloro che ancora ritengono siano legati alla qualità della proposta fu un duro colpo. Forse fuorono costretti ad ammettere che c’era qualcosa di dannatamente buono in quella musica. La meritocrazia che per la prima volta faceva capolino nel paese. L’eccezione che conferma la regola. L’emarginato che, per una volta, emargina.

Nella mia cittadina il solito locale che all’epoca conteneva concerti medio-piccoli deve abdicare e gli organizzatori, vista la portata dell’evento, sfrattano il basket dal palasport per una serata epocale, ancora viva negli occhi di chi c’era.

Nonostante il ’97 mi avesse messo a dura prova dal punto di vista personale e la mia vita stessa fosse, in quel periodo, una tabula rasa elettrificata dal punto di vista morale e sentimentale, colma di vuoto e piena di violento ed elettrico dolore, ero presente abbastanza per ricordarmi tutto questo vent’anni dopo.

Se i Nirvana, per dirla con il libro su “Planet rock”, fecero l’ultima, grande, rivoluzione in campo rock, i C.S.I. fecero forse l’unico tentativo degno di nota di dare una voce reale e tangibile all’ Italia musicale che fieramente non appartiene alla venerabile tradizione cantautoriale da una parte e nemmeno all’immondizia musicale che dominava (e domina ancora) le classifiche dall’altra. Il bello è che, nonstante poi lo scarsissimo seguito, ci riuscirono in pieno.

Del resto m’importa una sega sai, ma fatta bene che non si sa mai!

 

Un weekend da dro)))ni

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Quanto state per leggere è la cronaca di un’ idea meravigliosa venuta all’altra metà (rispetto a quella che sta scrivendo) del bassistico duo, ovvero seguire due date consecutive del recente tour dei Sunn 0))) in Europa. Ne scrivo con colpevole ritardo, lo so, comunque le due date in questione sono quelle di Fontaneto (labirinto della Masone) e Vevey (Svizzera).

Un totale di circa 1400km in due giorni, inframezzati pure, per l’Oltranzista, da un sabato mattina lavorativo. Converrete che per due veterani come noi non c’è male.

Si parte venerdì nel tardo pomeriggio per la provincia di Parma, finito il lavoro, con tanto di vettovaglie e bevaraggi vari. La destinazione era fantastica (almeno nelle previsioni): un labirinto nel mezzo del nulla! Dopo le prigioni di Torino ovviamente il seguito era assolutamente degno di attenzione e sforzo da parte nostro, quindi: on the road again!

La tangenziale di Milano è un piccolo calvario nell’ora di punta. Traggo la cena-panino da una borsa e la condisco con abbondanti gas di scarico, al mio compare invece toccano le esalazioni da allevamenti di suini che giungono copiose nell’abitacolo all’altezza di Casalpusterlengo e non ci abbandoneranno fino a destinazione.

Quando ci siamo vengo colto da un accesso di ignoranza e grettezza come non mi capitava da anni: quando ci sono di mezzo i signori del drone, tutto il resto che la serata abbia da offrire passa in secondo piano. In un secondo piano infinitamente distante dall’evento principale. Questo comporta: polemica, intolleranza e sarcasmo verso qualunque cosa mi separi da quel muro di Model T.

Questa sera si tratta di: esibizione di pseudo tamburi giapponesi, video installazione precedente l’esibizione e percorso labirintico per raggiungere  il palco. Infatti il labirinto si dimostra essere una struttura finto-storica dal fascino praticamente assente: almeno per il sottoscritto le prigioni risultano essere decisamente più pregne di realismo e fascino, delle due altre esibizioni taccio giacché non mi suscitano il minimo interesse. Comunque alla fine ci arriviamo e mi piazzo direttamente sotto la postazione di Greg Andreson, alla faccia di tutti.

Il concerto inizia con Attila Csihar che emana sciamaniche litanie vocali in posizione soprelevata, da una (fintissima) piramide posta dietro al palco… Il concerto è la solita cosa indescrivibile ma piena di fascino, vibrazioni ed eccessi sonici. Inutile dire che li adoriamo all’istante, loro sembrano più esaltati del solito: l’ebbrezza enologica appare particolarmente presente questa sera (anche se è una loro costante) soprattutto per Stephen O’Malley, che ad un certo punto si esalta, sposta le macchine per il fumo ed esorta il pubblico alla partecipazione. Mr. Anderson stappa una bottiglia con la bocca sputando il tappo che, a forza di vibrazioni, arriva fino a me…

In definitiva circa due ore e venti di spettacolo che ci lasciano assolutamente esalatati per il giorno seguente… Oltre alla gratitudine per aver rivisto amici di lunga data anche se, fatalmente, con poco tempo per conversare.

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Sunn 0))) Live @ Labirinto della Masone
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Sunn 0))) Live @ Labirinto della Masone

Dopo la trasferta della serata precedente la metà lavorante del duo è abbastanza e comprensibilmente ko, quindi mi tocca la guida fino in Svizzera: la tangenziale fino ad Aosta è stato uno strazio incredibile grazie a dei simpatici automobilisti valdostani la cui velocità massima si aggirava al massimo ai 30km/h… abbastanza snervante, se me lo concedete. Comunque, dopo una cena, nuovamente a base di panini, consumata quasi sull’apice del passo del Gran San Bernardo, senza alcuna interruzione scavalchiamo la collina e siamo in Svizzera… che ci accoglie con la sua selva di limiti di di velocità, divieti e amenità varie.

Montreux appare come una città in grado di attentare ai nervi di chiunque sia per gli automobilisti (evidentemente imparentati con i cugini valdostani), che per la luccicante via dello shopping, che per aver favorito il concepimento di “Smoke on the water”: fonte di fiducia in se stesso per ogni chitarrista alle prime armi e di alienazione per tutti gli altri. Ce la lasciamo alle spalle non senza una certa dose di insofferenza alla volta di Vevey dove avrà luogo il concerto nel locale Rocking Chair.

Arriviamo a destinazione dopo vario girovagare a causa dell’impossibilità di trovare un parcheggio. Il locale ricorda molto da vicino il caro, vecchio, Babylonia, per grandezza ed impostazione. Come in precedenza il pre-concerto ad opera di tali canadesi Big Brave ci lascia annoiati e intolleranti (anche se un po’ meno della sera precedente, almeno arriviamo a metà esibizione), il pubblico sembra tremendamente più finto-alternativo e trendy che in Italia, non che la cosa importi in alcun modo, come detto, quando ci sono i signori del drone, il resto non conta.

Essendo al coperto il concerto è infinitamente più rumoroso e intriso di ghiaccio-secco della sera precedente. Risulta anche meno lungo e decisamente più compresso nella durata, divagano meno e sgretolano tutto con la sola forza del suono, infinitamente più concreti e diretti della sera precedente, in un’ ora e mezza abbondante di durata (quasi un’ora meno della sera precedente) tagliano le divagazioni (il prologo di Attila iniziale) e vanno dritto al punto. Siamo ancora sotto Mr. Andreson ma, pur essendo più vicini, l’aura di fumo che li circonda rende la stessa distanza della sera precedente. Ancora una volta, nell’arco della performance, trasportano tutto e tutti in una sorta di trascendenza del tutto avulsa dalla realtà che poi è uno dei motivi che mi fanno amare così tanto le loro live performances. Alla fine è come un risveglio, un ritorno alla realtà, niente di così bello insomma.

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Sunn 0))) Live @ Rocking Chair – Vevey (CH)

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Sunn 0))) Live @ Rocking Chair – Vevey (CH)

Comunque dopo la strada del ritorno condita da barretti tristissimi (costante della Svizzera), dancing deprimenti e bordelli malcelati arriviamo in piena notte sul colmo del passo del Gran San Bernardo. Le papere, infreddolite nel laghetto, dormono (e c’è da chiedersi come fanno con quella temperatura artica) tenendo la testa sotto un ala. L’assenza di luna e di illuminazione ci riportano in una dimensione onirica stupefacente: il cielo è uno spettacolo senza paragoni, come non se se vedono più alle nostre altezze collinari, essenzialmente per questo bellissimo e quasi perso motivo: