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Nine inch nails: The downward spiral

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Nine Inch Nails: The downward Spiral (Wikipedia)

Come altri dischi “The downward spiral” esce esattamente al momento giusto. Uno dei dischi fondamentali degli anni ’90, esce nel momento in cui uno sconvogimento del mondo musicale era necessario e decisamente nell’aria. l’ 8 marzo 1994, poco meno di un mese prima della morte di Kurt Cobain, il disco esce ed è un successo quasi immediato. Coincidenze che mettono i brividi, soprattutto se si considerano le tematiche che permeano l’album e le circostanze in cui prese forma.

Perché parlarne adesso? Senza nessun motivo particolare, semplicemente perché una domenica mattina mentre la maggior parte delle persone stava ancora dormendo mi aggiravo in campi brinati con questo disco nelle orecchie dopo anni che non lo ascoltavo più. Il motivo dei mancati ascolti negli anni risiede nel fatto che i Nine Inch Nails hanno gradualmente perso di suscitare il mio interesse dopo il bellissimo “The Fragile” e dopo averli visti dal vivo all’ Alcatraz di Milano nel tour che segui l’uscita di quel meraviglioso doppio CD. E poi va detto che artisticamente sono molto calati dopo l’uno-due micidiale Spiral-Fragile.

Il momento, dunque, era perfetto: il disco spacca in due il decennio, se la prima parte era stata entusiasmo per una miriade di movimenti in seno al rock che avevano iniziato a prendere piede, di cui il grunge rappresentava forse quello più evidente ma non era certo l’unico, la seconda vedeva la deriva e la fine di quella che, con buona probabilità, può considerarsi la seconda epoca d’oro del rock dopo gli anni ’70. Dopo la morte di Cobain le cose hanno cominciato a cambiare, l’atmosfera si tinse di tinte cupe e fosche e le cose presero a precipitare verso il basso, esattamente come la spirale di Trent Reznor.

Il disco viene registrato nella casa dove la famosa family di Charles Manson ha compiuto il crimine efferato che tutti conosciamo ai danni di Sharon Tate e dei suoi amici, esattamente come l’ e.p. “Broken” che l’ha preceduto e l’esordio di Marilyn Manson che sarà una scoperta dello stesso Reznor. Una scelta ambigua, controversa e strana alla quale Reznor non da nemmeno troppo peso inizialmente ma che gli esplode in faccia dopo un incontro fortuito con la sorella della stessa Tate che gli fa realizzare che non sta semplicemente realizzando un disco in un posto legato alla cronaca nera americana, ma nel posto dove hanno trucidato delle persone. Ironia della sorte, la casa in questione verrà demolita poco tempo dopo che le registrazioni dell’album avranno termine.

Reznor cura tutto in modo assolutamente maniacale, ogni nota, ogni strumento, ogni effetto, ogni voce, facendo un lavoro immane coadiuvato da pochissimi musicisti e dal produttore Flood, già noto per i suoi lavori con gli U2 (!). I Nine inch nails sono Trent Reznor, probabilmente non ha davvero senso identificarli in un gruppo propriamente detto, anche se dal vivo e in studio dei musicisti sono effettivamente presenti. Il risultato è un disco che 26 anni dopo la sua uscita non ha ancora smesso di affascinare con le sue atmosfere sinistre, cosa non da poco se si considera che la maggior parte dei dischi registrati con massicce dosi di elettronica sembrano suonate con una tastiera bontempi una decina di anni dopo.

Effettivamente, ad ascoltarlo adesso, la cosa che stupisce di più è proprio quanto suoni bene, quanto suoni ancora bene. Non sembra esserci un suono fuori posto, una nota stonata, un qualcosa che, forse, avrebbe potuto essere fatto diversamente.

Ebbi notizia dell’uscita del disco da una recensione di Rumore, all’epoca era una rivista che compravo di tanto in tanto quando mi stava stretto quel muro del suono di amplificatori saturi e feedback che da sempre mi fa da colonna sonora. Va detto che mi è sempre sembrata una rivista valida, però ha dei difetti evidenti: è fin troppo generalista e, negli anni, ha supportato fin troppi gruppi sull’onda della sensazione prima che si sgonfiassero come palloncini chiusi male. Inoltre ha fin troppa puzza sotto il naso e tolte un paio di firme (il grandissimo Claudio Sorge su tutti) gli altri di musica pesante non ne capiscono un granché e spesso risulta evidente fino a quasi sfiorare il ridicolo. Con “The downward spiral” però ci presero alla grande. Lessi la recensione con toni entusiastici e, nonostante la mia proverbiale ritrosia per i suoni elettronici, finii per comprare il disco.

Interdetto è dire poco. Fu uno di quei dischi che mi costrinse a cambiare il mio modo di ascoltare la musica perché fondamentalmente era diverso pressoché da qualsiasi altra cosa io avessi ascoltato in precedenza. Ricordo quasi tutti i dischi che mi fecero un effetto del genere: “Black sabbath”, “Blizzard of ozz”, “Blues for the red sun”, “Frizzle fry”, “Live killers”, “Omnio”, “The angel and the dark river”, “Morbid tales”, “The end complete”, “Shift” e chissà quanti altri. Sono tutti dischi che hanno lasciato il segno perché mi hanno introdotto a un mondo, hanno scoperchiato la pentola su piatti che non avevo mai gustato prima. Come quando mangi per la prima volta i funghi e pensi che siano viscidi, ma piano piano quel gusto così particolare comincia a piacerti e ogni volta che hai occasione di mangiarne è una festa. Stessa cosa per questo disco: difficile digerire tutta quell’elettronica, ma dopo le prime volte una gran soddisfazione.

Il disco si apre con qualcuno che viene preso a bastonate, no so se sia un sample, non l’ ho mai capito, ma i suoni dei colpi mi sono sempre sembrati talmente fasulli che le prime volte mi scappava da ridere. Ma col tempo finii per comprendere che era una sorta di riso nervoso, soprattutto considerando tutto quello che seguiva quella breve intro. Quando parte “Mr. Self destruct” ti colpisce in faccia e subito non hai scampo. La spirale comincia a discendere. C’è qualcosa si estremamente magnetico in questo disco, come un abisso nel quale non ti stanchi di guardare restandone ipnotizzato.

Apre ad uno scenario apocalittico, al disfacimento degli ideali. Ho già detto degli anni novanta intesi come un decennio di rinascita spirituale dopo gli eccessi rampanti e senz’anima degli anni ’80, ebbene si incominciava, in quel periodo, a riprendere in mano il proprio spirito… ma non sarebbe finita come negli anni ’70. L’utopia era definitivamente morta e aveva lasciato dietro di sé un enorme vuoto, che tutto il mondo si era rifiutato di guardare in faccia per un decennio. Finiti gli sfavillanti anni ’80 mai troppo celebrati in tema di frivolezza e disimpegno, dove tutti si erano impegnati al massimo a non impegnarsi, col partire del nuovo decennio, certe realtà divennero impossibili da ignorare. E Trent Reznor, con questo disco, impartisce a tutti una sorta di “cura ludovico” costringendoci a guardare a forza tutto ciò che avevamo deciso di ignorare. Violenza e nichilismo (piggy), autoritarismo (march of the pigs), decadimento dello spirito (heresy), perversione (closer), autolesionismo (mr. self destruct): volete che continui? Prese addirittura sotto la sua ala lo spauracchio di ogni mamma del periodo ovvero Mr. Marlyn Manson (il black metal era troppo underground per spaventare le mamme). Tutto molto provocatorio ed esplicito, ben al di là di quello che erano soliti esprimere le iconiche decalcomanie imposte dalla simpaticissima Tipper Gore che, prima che il marito tentasse di salvare l’ecosistema, tentava di salvare la moralità della gioventù col risultato di provare al legalizzare la censura prima e di rendersi ridicola e fare la fortuna dei censurati poi (per fortuna!). Nell’epoca della correttezza ad ogni costo, degli asterischi di genere di mille altre scempiaggini ipocrite ci vorrebbe proprio un disco come questo e sarebbe curioso vedere come verrebbe accolto. Nessun adesivo nessuna censura o altro riuscì a fermare la forza deflagrante di questo disco che, a tutt’oggi, rimane un caposaldo musicalmente e tematicamente.

Poi, ovviamente, c’è la conosciutissima “Hurt”, personalmente uno dei brani migliori mai usciti dagli anni ’90, talmente ben scritta da essere poi ripresa addirittura dal Man in black per eccellenza, Johnny Cash che ne fece una versione altrettanto bella ed intensa, seppur cambiando leggermente il testo (non credo che esista un suo testo con la parola “shit” al suo interno), mantenendone lo spirito intimista e la tristezza di fondo.

Personalmente ho anche una predilezione per lo strumentale “A warm place”, un intermezzo tra tranquillità ed inquietudine che introduce la fine del disco.

L’artwork aggiunge qualcosa di profondamente evocativo al disco. Da un disco così pregno di tecnologia, uno si aspetterebbe immagini digitalizzate o cose del genere. Niente affatto. Si tratta di un’opera di Russel Mills fatta di ferro arrugginito, insetti, sangue, bende, cera su un pannello di legno. Qualcosa di assolutamente tangibile e in perenne stato di degradazione, lontano dalla freddezza asettica della tecnologia, come a voler ricordare che dietro la musica c’è un uomo che ha vissuto sulla sua pelle ciò di cui sta cantando.

Un disco da rispolverare o da scoprire se ancora non è giunto alle vostre orecchie. Un ascolto che ancora oggi non può lasciare indifferenti.

Gente con ancora qualcosa da dire? Mr. Bungle!

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Mr. Bungle

Ormai dal Sig. Patton ci si aspetta di tutto: dopo aver collaborato con chiunque, formato i Fantômas, prestato la voce a Bjork, essere ritornato ai Faith No More, aver cantato delle canzoni italiane degli anni ’60, mancavano i Mr. Bungle. Detto, fatto. Rieccoli qua. In realtà solo tre di loro: Patton, Dunn, Spruance.

Dopo un passato fatto di crossover e schizofrenia musicale, senza pubblicare nulla da più di vent’anni (una volta per tutte: il loro esordio rappresenta IL disco crossover per eccellenza) ritornano con la brillante (?) idea di ripubblicare il loro primo demo. Essendo californiani ed avendo esordito negli anni ’80 cosa vi aspettate che suonassero agli esordi? Esatto. I tre superstiti uniscono le forze con -Attenzione!- Dave Lombardo e Scott Ian e ri-registrano un demo di Thrash metal!!!

Mr. Bungle 2020 (fonte: Ipecac Records)

Mi spiace per tutti ri revivalisti del genere ma, visti i risultati, prendete pure tutti vostri bei dischetti di Toxic Holocaust, Municipal Waste e compagnia (compresi anche gli ultimi dei quattro grandi del thrash e dei Testament) e buttateli nel cesso perché questo disco, nella sua desueta e folle intenzione, incenerisce qualsiasi concorrente istantaneamente. Per di più con una dose di autoironia (vedi Bio, proclami pubblicitari vari e la cucaracha) che gli altri militanti severi si sognano solamente e che è sicuramente un valore aggiunto.

In conclusione: che senso ha ri-suonare adesso un vecchio demo di thrash metal del 1986? Non lo so, ma il fatto è che mi ha dato una gran gioia sentirlo. Ha finalmente(!!!) dei suoni decenti e nient’affatto plastificati e poi ci suonano dei veri maestri del genere e della musica in generale (Trevor Dunn è un genio del suo strumento, per dire). Molta nostalgia? Certo! Stanno raschiando il fondo del barile? Forse! Hanno ancora qualcosa da dire con un’operazione del genere? Secondo me sì, nonostante tutto… Dunque, per una volta, alziamo il volume e chissenefrega!!!

Don’t act bad Mr. Bungle!

Perle ai porci

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Dite la verità… sentite la mancanza del pippone annuale Radikvlt contro sanremo, vero? Ebbene quest’anno ho saltato l’appuntamento, però c’è qualcosa che comunque voglio dire, tanto le mie motivazioni per il boicottaggio totale e senza compromessi della manifestazione sono arcinote. Il festival è concettualmente insostenibile: falso, vuoto ed inutile, se non per conformisti col cervello spento che mandano avanti un’ idea reazionaria ed asservita della musica. Il peggio è che i fondi per mantenere il baraccone li sborsiamo tutti.

Ah scusate sono nuovamente partito in quarta, è più forte di me. Stavolta però vorrei parlare di due personaggi che, in crisi discografica e di idee manifesta, si sono piegati miseramente alla logica della visibilità a tutti i costi presentandosi al festival canoro più amato dalle cap… ehm, dagli italiani.

Franco alta energia aka Frankie HI-NRG: Franco, onestamente, godeva di tutta la mia stima: componeva rime nient’affatto banali, parlava di cose serie con una lucidità ed un cipiglio ividiabili. Non fosse stato per lui non ascolterei nemmeno quel poco di rap che ascolto. Avendo ritenuto per lungo tempo insoddisfacente il rap per via del fatto che mi sembrava campionato piuttosto che propriamente suonato, decido di vederlo dal vivo: una folgorazione. Mi aspettavo di vedere lui ed un DJ con i piatti e basta. Si presenta al Babylonia con una band di strumentisti più il DJ e suonano. Bravi, non saprei dirlo altrimenti: un concerto duro e serrato, senza fronzoli e troppe concessioni all’intrattenimento. Una prestazione propria di chi ha dei concetti chiari e vuole che passino al pubblico, che smovano le coscienze e facciano riflettere. Ne esco conquistato e, benché continui a non essere casa mia musicalmente parlando, da lì è un crescere di Beastie Boys, Cypress Hill, RUN DMC, Public Enemy ma anche Assalti Frontali e Colle Der Fomento (se qualcuno non se ne fosse accorto adoro “Adversus” senza ritegno). Poi il buio degli ultimi anni: dischi che si filano in pochi e che qualitativamente sono nettamente inferiori, poco ispirati e poco incisivi. Partecipa pure a sanremo e a quella manifestazione pessima di jovanotti, tra le polemiche. Avevo anche la mezza intenzione di leggere il suo libro ma, vista la comparsata della scorsa estate, sinceramente mi è passata la voglia. Mi mette una gran tristezza, ora come ora. Scriverà mai più un brano come questo?

Cristian Bugatti aka Bugo: Bugo è storia attuale ma solo per i meno attenti. Essendo molto vicini territorialmente parlando, sento circolare il suo nome più o meno dai tempi di “Sentimento westernato”, ovvero quasi dalla notte dei tempi. Ovviamente risulta sconosciuto alla maggior parte di coloro che seguono l’odiato festival, eppure mi ricordo ancora di quando me ne parlò un caro amico dicendomi di ascoltarlo. Anche qui mi conquistò, l’ovvio accostamento con Beck (quello di “Mellow Gold” più o meno) però nella mia testa Bugo era molto più loser: proveniva dalla provincia italiana il che, parlando di perdenti e di sfigati, è già un ottimo biglietto da visita: più o meno come venire da Aberdeen per un americano. Arrangiamenti lo-fi, insofferenza ostentata e apatia latente, aspetto trasandato e trasognato, si circondava di strumentisti underground seri (all’inizio lo supportavano addirittura dei membri dei leggendari R.U.N.I.) e incideva per un’etichetta (Bar La Muerte) che, credo, nessuno di voi abbia mai sentito nominare (e se l’avete sentita avete la mia stima). Insomma era un vero fenomeno underground i cui testi rimandavano a sfighe quotidiane, episodi insignificanti e figuracce varie, non impegnati, ma comunque assolutamente lontani dallo standard sanremese. Persi le sue tracce dopo un divertente concerto al Babylonia e l’uscita del suo quarto disco. Pensavo fosse scomparso. Invece ha ancora fatto qualcosa, perdendo ciò che lo rendeva particolare e quindi la stima di quelli che lo seguivano fin dall’inizio, cercando di incuriosire un pubblico più vasto, senza per altro riuscirci in modo significativo. Com’è finita lo sapete e io non commenterò… ma anche lui mi mette una gran tristezza, se ci penso. Almeno quella di questo brano fa sorridere, lui nemmeno più quello.

Quando Endrigo vinse il festival con la canzone che hanno rifatto quei due mentecatti, fuori c’era gente che protestava contro l’insensatezza del festival (era il ’68 o giù di lì). Oggi nemmeno più quello. Sono 70 anni che ci ingozzano con certa triste pochezza culturale. E quel che è peggio è constatare che pure gli alternativi lo seguono con la scusa dei percularlo. Bravi.

Indipendenza dichiarata

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Se la parola “indipendente” ha mai assunto un qualche significato quando si tratta del mondo della musica, questo significato si deve, in massima parte, a tutte le persone che fieramente si sono costruite da sole la propria etichetta discografica al di fuori delle logiche corporative e di affari.

Sia sempre lode e gloria a voi etichette indipendenti, solo voi sapete quanta fatica sta dietro al vostro lavoro, quanto impegno e quanta dedizione siano necessari a portare avanti un progetto senza contare su uffici stampa e promoter prezzolati, infischiandosene (o quasi, pure loro devono restare in vita!) delle logiche di mecato massive, delle mode e delle tendenze commerciali.

La madre di tutte voi, mi sento di dirlo, è la Dischord Records, l’etichetta dei mai troppo celebrati Fugazi, di Ian MacKaye e tutti gli amici suoi. Proprio in questi giorni è circolata la notizia del grande rifiuto dei nostri di riunirsi dietro compenso. Ian si è limitato a dire che gli sembrava più un’ attestazione di stima che una reale offerta, quindi ringrazia per le belle parole ma non ritiene che ci sia nulla da prendere in considerazione. Ciao ciao Ted Leonsis, il quale dal canto suo, dichiarò che avrebbe offerto dei soldi a nome della band alle principali associazioni di carità locali ma poi non ha nemmeno insistito troppo: forse non ci credeva fino in fondo.

Di quando in quando, è risaputo, i nostri si incontrano ancora per suonare. Lo fanno per loro stessi. In anni e anni il loro telefono ha squillato tantissime volte: dall’altra parte del filo etichette maggiori, impresari, agenzie di promozione di vario tipo… tutte le loro proposte sono sempre state rispedite al mittente, sia per riformare il gruppo, sia per assorbire l’etichetta.

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Joe Lally e Brendan Canty

Questi ragazzi iniziarono presentandosi di tipografi con copertine di LP “smontate” e gli chiesero se potevano farne di similari, poi se le incollarono da soli, cominciando a prendere contatti per far stampare i vinili.  Iniziarono in questo modo e finirono per vendere circa 4 milioni di dischi in tutto il mondo. La loro esperienza è stata fonte di ispirazione per tantissime altre realtà nella musica indipendente, la dimostrazione che l’impegno e la passione pagano. E, alla fine, anche l’integrità morale.

Dalla fine dei Fugazi hanno avuto origine alcune altre compagini e, tra queste, The Massthetics che ereditano dalla band madre la sezione ritmica ovvero Joe Lally e Brendan Canty. Si tratta di un trio, completato alla chitarra da un nerdissimo Anthony Pirog, dedito a composizioni musicali che si muovono da qualche parte tra il rock ed il jazz, senza una parola cantata. Ad un primo ascolto si rimane un po’ interdetti, ma lentamente le loro canzoni si insinuano nell’apparato uditivo come un accompagnamento cangiante nei toni e nell’umore, ed alla fine entrano. E sono un bel sentire.

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Anthony Pirog

Personalmente quest’ anno ricorre l’anniversario della prima (ed unica) volta che vidi il gruppo di Washington D.C., nel 1999 appunto al Leoncavallo. Inutile dire che fu un evento storico che aprì le porte ad una serie di concerti che perdura ancora oggi. Per 5000 lire avevi l’opportunità di assistere ad un concerto indimenticabile, due ore e più di musica (chi diavolo è che, ad oggi, suona ancora per due ore!?) suonata con un’intensità incredibile pescando da quasi tutto il repertorio dei quattro. Una roba da libidinosi sonori. Ne uscii con una cassettina registrata clandestinamente e le costellazioni di stelle negli occhi. Più tardi, una volta scoperto che molti loro concerti erano disponibili in rete, mi scaricai l’intero concerto che, a mia insaputa, era stato a sua volta catturato.

E così il capitolo si chiuse. Fino all’altra sera quando, dopo 25 anni, ho rivisto Joe e Brendan allo Spazio 211 di Torino. In realtà Joe l’avevo già visto qualche anno fa alla gloriosa associazione “Perché no?” di Verbania (un posto che rimane consegnato alla storia) dove suonò assieme agli Zu… però era decisamente un contesto diverso.

Credo che tutti quelli dell’ambiente Dischord siano persone che, per i loro meriti artistici e non, potrebbero tranquillamente peccare di superbia con chiunque. Invece sono umili, semplici e con i piedi per terra: Joe e Brendan sono esattamente così, tranquilli ed alla mano… li vedi da come si mischiano alla gente, da come ti sorridono, da come salgono sul palco. E, a parte la musica, quest’attitudine ti colpisce: fanno sembrare tutto naturale e semplice… hanno un’aura da belle persone, anche se non li conosco, non so come dirlo altrimenti, quindi non uso giri di parole.

Il concerto fila via liscio, concreto e coinvolgente. Come dicevo, loro a parte, il chirarrista è un prototipo di secchione dello strumento, suona circondato da effetti sui quali mette le mani in continuazione e a tratti pare pure una versione dimagrita di Verdone. Però nulla da dire su come suona:  il suo compito è ricamare su quello che gli altri due costruiscono e, probabilmente, gli elementi jazz sono un suo retaggio. Non c’è traccia di nostalgia o elementi che possano eccessivamente rimandare alla band madre, vivono di vita propria con una personalità ben definita pur essendo, in parte, le stesse persone.  Era la prima esibizione in terra italiana ed è stato un privilegio assistervi e dimenticare la quotidianità per tutta la durata del concerto.

La Dischord (ed i Fugazi) appartengono alla storia, ma la fiamma è accesa, arde e freme e spero che non smetta mai.

Parental Advisory

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Avviso: Conformemente a quanto proposto da “Tipper” Gore nel lontano 1984 appongo prima di questo post una apposita etichetta che avverte dei contenuti espliciti ed (eventualmente) offensivi del medesimo. Inoltre mi riservo di non ledere la sensibilità di coloro che leggono mediante l’avviso iniziale, credo almeno di aver avvertito. Ribadisco che la mia “linea editoriale” (ahahah) non prevede la correttezza, questa non è una testata giornalistica ma rispecchia solo le mie idee: criticabili, soggettive, arroganti ma pur sempre mie. Io sono aperto al dialogo e consapevole di non essere depositario della verità assoluta. Non mi stancherò di ripeterlo, anche perché è un concetto che, evidentemente, non passa.

A un certo punto degli anni novanta, verso la fine credo, nella mia cerchia di amici dediti alla musica più o meno alternativa vennero fuori dei nuovi nomi che si misero ad ascoltare più o meno tutti. Incuriosito da questa nuova, ed in taluni casi spasmodica, attenzione incomiciai a prestare l’orecchio a queste nuove sonorità, trovandole rivoltanti.

I colpevoli di tali nefandezze sonore si chiama(va)no Daft Punk, Prodigy e Chemical Brothers. Ci ho provato e riprovato ma non c’è verso, mi fanno proprio venire in mente la scena de “L’attimo fuggente” quando il professore parla di ridurre ad un grafico l’importanza di un componimento, un allievo scrive una cosa tipo “la gatta è sul tetto” ed il professor Keating gli fa i complimenti per aver centrato l’origine degli assi cartesiani. Se mettiamo sull’asse delle x la musica e su quello delle y il testo, questi gruppi (?) centrano esattamente l’origine, proprio come il componimento risibile del ragazzo. Sono lo zero assoluto.

Musicalmente li trovo insopportabili. Come se, ad un certo punto, si tentasse di nobilitare i tamarri al rango degli alternativi. Ma per piacere, l’operazione gli sarà anche riuscita con i più, con me non attacca. Non vedo molta differenza tra loro e la musica da discoteca, gente che smanetta con piatti, campionatori o react table tirandone fuori un suono plastificato e vuoto, con un costrutto ed un intenzione sonora che musicalmente, se il metal sta alle elementari, loro forse sono alla nursery se non addirittura ancora nell’embrione. C’era tutta questa mania per i “suoni”, si diceva all’epoca: “senti che bei suoni” bah.

Premesso che preferisco sempre quello che si suona al come lo si suona, se mi parlate di cose come il trip hop che pure era un genere tirava all’ epoca posso darvi ragione, se mi parlate di Bijork anche. Nel metal ci furono Fear Factory (“Demanufacture”!), Nine Inch Nails (“The downward spiral” entra di diritto nei primi 5/10 dischi da avere degli anni ’90) e Genghis Tron (se non li avete mai sentiti provate “Board up the house” che è una bomba! Anche se è del 2008) a tentare con successo la carta dell’elettronica. Ma nel caso dei gruppi (?) di cui sopra direi proprio che non ci siamo e non solo perchè niente batterà mai una SG con un amplificatore valvolare sull’ 11 (anche per questo chiaramente).

Vogliamo davvero soffermarci sui testi? Il top lo si è raggiunto in un libro che mi hanno fatto leggere dove si afferma che il testo di “hey boy, hey girl” sta alla nostra (?) generazione come “mi illumino d’immenso” sta a quella di Ungaretti. No dai non fatemi davvero commentare questa roba che poi divento cattivo sul serio. Davvero volete che io dica qualcosa su una canzone che ripete un numero ignoto di volte Suck my ketchup oh, scusate, Smack my bitch up!? o Around the world, around the world? Va a finire che nemmeno il bollino che ho messo all’inizio diventa sufficiente per coprire le mie sensazioni a riguardo.

Tutto questo per dire che la morte di una persona (in questo caso, il suicidio) è una tragedia, anche se questa persona fa parte di un gruppo che propone musica che detesto, ma non sarò mai abbastanza ipocrita da dire niente di diverso da quello che ho scritto sopra.

Intanto pare che i Genghis Tron ritornino sulla scena…

…A parte il fatto che ora so anche chi sono

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Torno, dopo mesi di assenza per parlare dell’adolescenza. Ritardata, che oggi si diventa adulti anche più tardi. Dopo aver letto l’amico di Neuroni mi sono comprato il demo dei Lomax. Accidenti a loro: mi piacciono. Non solo mi piacciono, mi hanno fatto diventare nostalgico della mia adolescenza.

Non so come si faccia ad essere nostalgico di un siffatto periodo, penseranno i più. In verità, per me, l’adolescenza non è stata l’età delle stupidaggini, è stato un periodo travagliato, ma è stato il periodo maggiormente istruttivo ed evolutivo della mia esistenza. Non amando particolarmente l’800 italiano letterariamente parlando, mi ricordo a malapena del fanciullino di Pascoli, l’autore sosteneva che ognuno di noi dovrebbe avere dentro di se stesso lo spirito di un fanciullo, mantenerne la purezza. A me sembra invece che, per quanto mi riguarda, io voglia mantenere dentro di me lo spirito di un adolescente in perenne (e affannosa) ricerca di se stesso, in conflitto col mondo, in confusione continua, non abbastanza uomo e nemmeno abbastanza ragazzo (avete presente eighteen?). Un caos completo, in completa ed eterna agitazione.  Che mi costringa a non rimanere fermo, a rifiutare il quieto vivere e le convenzioni, un ribelle antisociale e con tendenze depressive/autodistruttive.

Oggi non potrei vivere come un adolescente, sarebbe ridicolo, eppure nemmeno posso sedermi e dimenticare quello che sono stato, i pensieri di allora, per quanto utopici ed irrealizzabili, continuano a bruciarmi dentro.

I tre film che amo maggiormente sull’adolescenza sono:

Fucking Åmål

-Paranoid Park

-Fa’ la cosa sbagliata

Non posso essere lui, però ho bisogno di quell’adolescente, senza di lui sono un patetico borghese privo di personalità ed asservito alla parte pratica e convenzionale della vita. La parte che mi fa più orrore. Il problema però è che quando hai l’età di un adolescente, quando sbagli la gente è più tollerante, man mano che cresci, gli errori li paghi molto più cari ed è per questo che quell’adolescente si nasconde da qualche parte, in qualche anfratto del cervello. Forse è inaccettabile per la società che un adulto sia ancora in perenne ricerca, faccia ancora errori come un ragazzo. Forse, ad un certo punto, dovrebbe calmarsi, abbassare la testa, lavorare e pensare al mutuo, alla casa e alla famiglia. Certo, contateci. Non che non siano aspetti importanti, ma il giorno in cui mi lascerò travolgere da queste cose qualcuno mi finisca, per pietà.

I Lomax parlano di odio e augurano la morte alle persone, quando ero adolescente lo facevo anche io. I Lomax sono arrabbiati e disillusi come lo ero io. Nei momenti più rabbiosi la musica era il canale giusto per convogliare la negatività verso qualcosa di più costruttivo, forse la ricerca di anime affini, forse di compagni di viaggio, forse persone che con la loro musica possano leggerti dentro ed aiutarti a capire chi sei. o forse, semplicemente trasfigurava la tua rabbia repressa e ti impediva di sfasciare tutto, riuscendoci solo a volte (ha ha ha).

I Lomax sono giovani ma musicalmente parlano un linguaggio che nasce da musica di venti o trenta anni fa e forse per questo li capisco. Mi vengono in mente i Dinosaur Jr. in “Rigore”, i Joy Division in “Mahnattan” o il cantato di Ferretti (terra emiliana non mente?) in “Non vedo l’ora che muori”. Tuttavia, se fosse mero citazionismo il loro, non starei qui a parlarne. Questi ragazzi hanno personalità e coraggio da vendere. Distorsioni, feedback e una doppia voce strafottente e sbeffeggiante. Sfrontati perdenti consapevoli, che però stavolta hanno vinto: in fondo dare contro a se stessi a volte sprona a farcela.

Ora so meglio chi sono, come nella citazione di Edda nel titolo. Ho una consapevolezza e delle responsabilità in più ma non ho ucciso quella parte di me.

Lezioni di buio

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Questo artcolo prende liberamente spunto da quest’altro dal quale risulta del tutto evidente che quelli di nme non hanno (quasi) la più pallida idea di come si esprima il buio in musica, quindi, premettendo che la playlist che segue è per stomaci avvezzi alle tenebre più impenetrabili, ecco quanto ho da rispondere io alla loro lista:

10. Unholy (Fin)

09. Unearthly trance (USA)

08. Teeth of the lion rule the divine (various nations)

07. Esoteric (UK)

06. Mournful Congregation (Aus)

05. Sunn 0))) (USA)

04.Winter (USA)

03. Corrupted (Jap)

02. Thergothon (Fin)

01. Skeptcism (Fin)

allora cari amici di nme, come la mettiamo ora?

Quattro corde di discordia

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I bassisti sono sempre stati un elemento mobile dei per i Melvins. Noi strimpelliamo il basso ed amiamo i Melvins e siamo anche in due come loro. Ormai ne hanno combinate di ogni: dalla doppia batteria alla chitarra di alluminio, tre (o più?) trilogie, un numero infinito di covers, gli artworks peggiori della storia (sicuramente (?) Mackie Osborne avrà delle altre doti nascoste ma come grafica lasciamo stare), almeno un disco inascoltabile (“Colossus of destiny”), un altro strano perfino per loro (“Honky” che però mi piace…), un altro ancora di palese protesta (“Prick”) e collaborazioni memorabili (Lustmord, Jello Biafra e Zu tra gli altri), chi li ferma più? In sostanza fanno ciò che vogliono e non si curano molto di quello che chiunque ne possa pensare. E fanno bene perchè hanno delle idee grandiose.

La defenstrazione di bassista più spettacolare a mio parere è stata quella di Joe Preston, che voleva più visibilità all’interno della band: per tutta risposta loro fecero scrivere “JOE” a caratteri cubitali sul retro di “Lysol” e poi lo cacciarono a pedate. Mi piace ricordare anche Lorax, la figlia di Shirley Temple che militò abbastanza a lungo nelle loro fila. Stavolta, per togliersi lo sfizio he hanno usati almeno sei. E’ la loro ultima trovata: dopo il tour che li ha portati in 50 stati in 51 giorni, dopo averi richimato il loro batterista del 1983 ed abver messo Dale al basso, dopo essersi fusi con Big Business e Butthole Surfers, adesso chimano sei bassisti e danno vita alla loro nuova fatica “Basses Loaded”, direi che non fa una piega.

Premesso che ormai ho deciso di mantenerli a vita comprando ogni loro uscita e recuperando (se riesco) quelle che mi sono perso: non chiedetemi dunque se vale la pena spendere i soldi. Prendetelo e basta, vorrete mica farli morire di fame o costringerli a cercarsi un lavoro alla loro età, siamo seri per cortesia,  poi loro comunque non se lo meritano.

Questo mi sembra già un motvo sufficiente per lo sforzo finanziario. Ciò premesso, per me la musica contenuta all’interno merita… diciamo che le ultime uscite si rincorrono frenetiche e alla fine sembra di avere a che fare con un simpatico appuntamento quasi annuale. Loro non si smentiscono: Buzz tira fuori alcuni riff memorabili e Dale mena come un fabbro, poi non mancano elementi goliardici (che però non spiazzano più) e nemmeno gli elementi caratteristici del loro sound. Io voglio loro un bene dell’anima… però mi piacerebbe che tornassero, dopo quest’ennesima trovata (godibile per altro), a fare un disco che sia inequivocabilmente loro come poteva esserlo il massiccio “(A) senile animal”. Sarebbe fin troppo porevedibile…

Passate dunque all’ascolto e godetene tutti:

 

Urla, distorsione e sudore

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Spero di arrivare a giovedì sera. A Milano (Segrate) ci saranno gli Unsane, un significativo pezzo di storia underground degli anni ’90. Un gruppo in grado spezzare qualsiasi resistenza dal vivo, un spaccato di pura resistenza metropolitana. Con un corredo iconografico fatto di teste mozzate, schizzi di sacgue, corpi avvolti nel cellophane, incarnano in musica la nevrosi da megalopoli con un suono monolitico e pastoso, compresso e ineludibile come una schiacciassassi.

Sul palco il cappello degli Yankees di Chris Spencer gronda sudore, il suo volto è una perenne smorfia di dolore, la sua leggendaria telecaster nera scrostata si piega sotto le sue pennate, Vinnie Signorelli accompagna con una batteria che scuote le fondamenta di qualsiasi struttura e Dave Curran rincara la dose con pesantissime note di basso ipercompresso e stordente.

Li vidi andare alla carica per la prima volta durante il tour di Visqueen in quel di Torino (al decaduto spazio 211) con Curran per l’occasione sostituito dal bassista dei Cop shoot cop a causa del patriot-act che dopo il suo matrimonio gli rese impossibile lasciare il paese e fu amore al primo concerto. Non che avessi bisogno di conferme. Collaborano con tutte le etichette indipendenti degne di nota (Matador, Amphetamine reptile, Relapse, Ipecac e Alternative tentacles… serve altro?), inanellano una seride di lavori uno più devastante dell’altro (prima o poi mi sveno e compro su ebay il loro primo in vinile…), riescono a tornare nel 2008 con quello che probabilmente è il loro capolavoro “Visqueen” quando sembravano persi nel nulla, insomma non manca nulla per elevarli alla statura di leggende che gli compete.

Non tradiranno le attese, si tratta solo di restare vivi.

Se mai dovessi farmi tatuare, dopo questa marchettona, Vinnie sei disponibile?

Un sentito ringraziamento a solomacello per i suoi eventi, sono scomodi e su settimana, ma almeno spaccano.

10 anni dopo

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Rimanere attoniti di fronte a una canzone non è cosa che succeda tutti i giorni.

Dieci anni fa queste note, questa voce, avvolgevano tutto di una nebbia morbida e nera che attutiva ogni altro suono. La bellezza che sprofonda dentro, verso il centro del petto e diventa tutt’uno col suo battito regolare e calmo. Una melodia che suona familiare come se l’avessi già ascoltata in un altra vita, tra le stelle incendiate e cadenti, in mezzo alla notte accogliente, mentre all’intorno ogni altra cosa tace.

Tace di un silenzio che riempie i sogni, che arde di un sentimento dimenticato. E sprofonda ancora più in basso. Una voce quasi incerta, uno stentato sussurro che serpeggia fra le note eppure capace di essere commovente e intensa. Non si può spiegare una sensazione ma, se ci si provasse, si dovrebbe parlare di quanto affascinate possa essere una coltre di tenebra, di quanto amore si possa nascondere inespresso nel buio.

Sprofonda ancora in me languida bellezza, se il tempo non ti ha intaccata, non lo farà nemmeno con me.

Passing by
Rows and rows
In silence I
Stand alone

And out of you
Grey birds fly
On a gravel path
You qualified

We tended to
The feverfew
The walls of vine
In hollow time

The shape I’m in
Oh, she knows so well
My hearts become
Her sinking belle

This sinking belle
Oh, this sinking belle
Are you worried now?
You’re worried now?

This sinking belle
Oh, this sinking belle
You’re worried now
You’re worried now?

We’re smaller than
We used to be
What came from you
Is now inside me

Don’t ask me why
Oh, don’t ask me why
All my life
All my life
Was in black and white

This sinking belle
Oh, this sinking belle
I’m worried now
You’re worried now

This sinking belle
This sinking belle
I’m worried now
You’re worried now

This sinking belle
Oh, this sinking belle
You’re worried now
You’re worried now