Reperti

Lezioni di buio

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Questo artcolo prende liberamente spunto da quest’altro dal quale risulta del tutto evidente che quelli di nme non hanno (quasi) la più pallida idea di come si esprima il buio in musica, quindi, premettendo che la playlist che segue è per stomaci avvezzi alle tenebre più impenetrabili, ecco quanto ho da rispondere io alla loro lista:

10. Unholy (Fin)

09. Unearthly trance (USA)

08. Teeth of the lion rule the divine (various nations)

07. Esoteric (UK)

06. Mournful Congregation (Aus)

05. Sunn 0))) (USA)

04.Winter (USA)

03. Corrupted (Jap)

02. Thergothon (Fin)

01. Skeptcism (Fin)

allora cari amici di nme, come la mettiamo ora?

Quattro corde di discordia

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I bassisti sono sempre stati un elemento mobile dei per i Melvins. Noi strimpelliamo il basso ed amiamo i Melvins e siamo anche in due come loro. Ormai ne hanno combinate di ogni: dalla doppia batteria alla chitarra di alluminio, tre (o più?) trilogie, un numero infinito di covers, gli artworks peggiori della storia (sicuramente (?) Mackie Osborne avrà delle altre doti nascoste ma come grafica lasciamo stare), almeno un disco inascoltabile (“Colossus of destiny”), un altro strano perfino per loro (“Honky” che però mi piace…), un altro ancora di palese protesta (“Prick”) e collaborazioni memorabili (Lustmord, Jello Biafra e Zu tra gli altri), chi li ferma più? In sostanza fanno ciò che vogliono e non si curano molto di quello che chiunque ne possa pensare. E fanno bene perchè hanno delle idee grandiose.

La defenstrazione di bassista più spettacolare a mio parere è stata quella di Joe Preston, che voleva più visibilità all’interno della band: per tutta risposta loro fecero scrivere “JOE” a caratteri cubitali sul retro di “Lysol” e poi lo cacciarono a pedate. Mi piace ricordare anche Lorax, la figlia di Shirley Temple che militò abbastanza a lungo nelle loro fila. Stavolta, per togliersi lo sfizio he hanno usati almeno sei. E’ la loro ultima trovata: dopo il tour che li ha portati in 50 stati in 51 giorni, dopo averi richimato il loro batterista del 1983 ed abver messo Dale al basso, dopo essersi fusi con Big Business e Butthole Surfers, adesso chimano sei bassisti e danno vita alla loro nuova fatica “Basses Loaded”, direi che non fa una piega.

Premesso che ormai ho deciso di mantenerli a vita comprando ogni loro uscita e recuperando (se riesco) quelle che mi sono perso: non chiedetemi dunque se vale la pena spendere i soldi. Prendetelo e basta, vorrete mica farli morire di fame o costringerli a cercarsi un lavoro alla loro età, siamo seri per cortesia,  poi loro comunque non se lo meritano.

Questo mi sembra già un motvo sufficiente per lo sforzo finanziario. Ciò premesso, per me la musica contenuta all’interno merita… diciamo che le ultime uscite si rincorrono frenetiche e alla fine sembra di avere a che fare con un simpatico appuntamento quasi annuale. Loro non si smentiscono: Buzz tira fuori alcuni riff memorabili e Dale mena come un fabbro, poi non mancano elementi goliardici (che però non spiazzano più) e nemmeno gli elementi caratteristici del loro sound. Io voglio loro un bene dell’anima… però mi piacerebbe che tornassero, dopo quest’ennesima trovata (godibile per altro), a fare un disco che sia inequivocabilmente loro come poteva esserlo il massiccio “(A) senile animal”. Sarebbe fin troppo porevedibile…

Passate dunque all’ascolto e godetene tutti:

 

Urla, distorsione e sudore

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Spero di arrivare a giovedì sera. A Milano (Segrate) ci saranno gli Unsane, un significativo pezzo di storia underground degli anni ’90. Un gruppo in grado spezzare qualsiasi resistenza dal vivo, un spaccato di pura resistenza metropolitana. Con un corredo iconografico fatto di teste mozzate, schizzi di sacgue, corpi avvolti nel cellophane, incarnano in musica la nevrosi da megalopoli con un suono monolitico e pastoso, compresso e ineludibile come una schiacciassassi.

Sul palco il cappello degli Yankees di Chris Spencer gronda sudore, il suo volto è una perenne smorfia di dolore, la sua leggendaria telecaster nera scrostata si piega sotto le sue pennate, Vinnie Signorelli accompagna con una batteria che scuote le fondamenta di qualsiasi struttura e Dave Curran rincara la dose con pesantissime note di basso ipercompresso e stordente.

Li vidi andare alla carica per la prima volta durante il tour di Visqueen in quel di Torino (al decaduto spazio 211) con Curran per l’occasione sostituito dal bassista dei Cop shoot cop a causa del patriot-act che dopo il suo matrimonio gli rese impossibile lasciare il paese e fu amore al primo concerto. Non che avessi bisogno di conferme. Collaborano con tutte le etichette indipendenti degne di nota (Matador, Amphetamine reptile, Relapse, Ipecac e Alternative tentacles… serve altro?), inanellano una seride di lavori uno più devastante dell’altro (prima o poi mi sveno e compro su ebay il loro primo in vinile…), riescono a tornare nel 2008 con quello che probabilmente è il loro capolavoro “Visqueen” quando sembravano persi nel nulla, insomma non manca nulla per elevarli alla statura di leggende che gli compete.

Non tradiranno le attese, si tratta solo di restare vivi.

Se mai dovessi farmi tatuare, dopo questa marchettona, Vinnie sei disponibile?

Un sentito ringraziamento a solomacello per i suoi eventi, sono scomodi e su settimana, ma almeno spaccano.

10 anni dopo

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Rimanere attoniti di fronte a una canzone non è cosa che succeda tutti i giorni.

Dieci anni fa queste note, questa voce, avvolgevano tutto di una nebbia morbida e nera che attutiva ogni altro suono. La bellezza che sprofonda dentro, verso il centro del petto e diventa tutt’uno col suo battito regolare e calmo. Una melodia che suona familiare come se l’avessi già ascoltata in un altra vita, tra le stelle incendiate e cadenti, in mezzo alla notte accogliente, mentre all’intorno ogni altra cosa tace.

Tace di un silenzio che riempie i sogni, che arde di un sentimento dimenticato. E sprofonda ancora più in basso. Una voce quasi incerta, uno stentato sussurro che serpeggia fra le note eppure capace di essere commovente e intensa. Non si può spiegare una sensazione ma, se ci si provasse, si dovrebbe parlare di quanto affascinate possa essere una coltre di tenebra, di quanto amore si possa nascondere inespresso nel buio.

Sprofonda ancora in me languida bellezza, se il tempo non ti ha intaccata, non lo farà nemmeno con me.

Passing by
Rows and rows
In silence I
Stand alone

And out of you
Grey birds fly
On a gravel path
You qualified

We tended to
The feverfew
The walls of vine
In hollow time

The shape I’m in
Oh, she knows so well
My hearts become
Her sinking belle

This sinking belle
Oh, this sinking belle
Are you worried now?
You’re worried now?

This sinking belle
Oh, this sinking belle
You’re worried now
You’re worried now?

We’re smaller than
We used to be
What came from you
Is now inside me

Don’t ask me why
Oh, don’t ask me why
All my life
All my life
Was in black and white

This sinking belle
Oh, this sinking belle
I’m worried now
You’re worried now

This sinking belle
This sinking belle
I’m worried now
You’re worried now

This sinking belle
Oh, this sinking belle
You’re worried now
You’re worried now

 

 

An absolute beginner

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The Road Not Taken

Two roads diverged in a yellow wood,
And sorry I could not travel both
And be one traveler, long I stood
And looked down one as far as I could
To where it bent in the undergrowth;

Then took the other, as just as fair
And having perhaps the better claim,
Because it was grassy and wanted wear;
Though as for that the passing there
Had worn them really about the same,

And both that morning equally lay
In leaves no step had trodden black.
Oh, I kept the first for another day!
Yet knowing how way leads on to way,
I doubted if I should ever come back.

I shall be telling this with a sigh
Somewhere ages and ages hence:
Two roads diverged in a wood, and I —
I took the one less traveled by,
And that has made all the difference.

Raramente partecipo a certi tests che si possono trovare in rete. Il primo giorno dell’anno però decisi di fare una piccola eccezione per uno dei suddetti in quanto mi veniva proposto da una carissima amica e aveva la bizzarra pretesa di svelare quale poema fosse stato scritto per me. Ne è uscita la famosa lirica di Robert Frost che potete leggere qui sopra. Mi sembra un ottimo auspicio ed un invito a rileggerla per l’ennesima volta. Incredibilmente il test ci prese.

Forse io ne avrei citate altre, ma questa calza a pennello. Peccato che la moda delle citazioni voglia che di questo brano di alta poesia si citi solo l’ultima strofa. Prendete “l’attimo fuggente” o “daunbailò”: in entrabi i casi si pone l’accento sul lato individualista ed anticonformista della poesia, difficilmente si posa l’attenzione sulla parola “sigh” o sul fatto che il poeta si dispiaccia di non poter prendere entrambi i sentieri.

L’anticonformismo senza la visione generale significa poco. La vita senza l’esperienza consapevole forse ancora meno. E continuo a subire il fascino di questa parola.

Andare contro corrente per partito preso significa ben poco.

Andarci perché si dissente a ragion veduta ha senso. Senza dimenticare che a volte è necessario sporcarsi le mani, scendere dabbasso e vivere affrontando cose alle quali saremmo in teoria contrari, passare dalla parte di chi è convinto di aver ragione pur avendo torto: avere il quadro completo della situazione insomma.

La novità per il 2015 è che, forse, non riesco più a vivere di assoluti.

Mr. Hamilton and me

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Se penso agli Helmet, la prima cosa che mi viene in mente è una Renault 4GTL caffelatte del 1981, l’autoradio tenuta su da una staffa fatta in casa e due casse GBC fatte proprio a “cassa” per nulla incastrate nelle portiere quanto piuttosto avvitate al  vano portaoggetti della sudetta auto.

Quella C90 con “Meantime” da un lato e “Betty” da quell’altro, sarà rimasto in macchina almeno tre anni, se la battagliava con la C60 dell’incendiario esordio dei Rage Against The Machine, semplicemente erano perfetti in quel contesto, erano tre dischi che sembravano far saltare tutto per aria da un momento all’altro.

Gli Helmet erano nervosi e rabbiosi, metropolitani e aggressivi, in una parola perfetti per un neo-patentato. Ovviamente persi l’occasione di vederli dal vivo, mi ricordo che probabilmente intervennero ad un Sonoria negli anni ’90 dove erano l’unico gruppo interessante coi Sepultura, forse troppo poco per investire in viaggio e soldi.

In questi mesi ricorrono i vent’anni dall’uscita di “Betty” e Page Hamilton ha ben pensato di chiamare alla sua corte tre baldi giovani e portare il disco nella sua interezza in tour. Non so che pensare di queste riproposizioni, risentire esattamente la scaletta uguale a quella del disco però è una bella emozione. Sapere che rifaranno ogni brano e non solo quelli di maggior successo anche. Non sarà mai più il 1994 e questo è un vero peccato, ma non voglio fare il nostalgico: la nostalgia potrebbe assolutamente essere il leitmotiv della serata, ma sono qui per risentire ogni nota per l’ennesima volta, per cantare a squarciagola ogni brano e salutare Page Hamilton, unico superstite della formazione originale.

Loro decisamente non sono più loro, gli altri componenti erano bambini quando il disco uscì: non hanno quasi respirato quell’aria, probabilmente non sanno come si vive senza un cellulare o un mp3, eppure non me la sento di essere severo, anche perché i brani non sono invecchiati per niente e dal vivo sono ancora dirompenti, nonostante tutto. Questa è la forza dei quelle composizioni. I dischi che uscirono dopo “Betty” furono dignitosi (“Aftertaste”) e poco riusciti (tutti gli altri), eppure Page, con i suoi pedali economici e le sue chitarre raffazzonate e senza il pick-up al ponte (converrete che è inutile ahahah) è ancora un signore: ride e scherza, si ferma dopo il concerto fin quando l’ultimo fan non ha avuto il suo autografo o la sua foto in sua compagnia, oltre a regalarmi la scaletta che divido diligentemente con un altro fan (no non abbiamo strappato il foglio ce n’erano due: uno con il disco e l’altro con gli altri brani). Questo mi fa pensare che non ci sia solo un fattore economico (che pure con 23€ per entrare è assicurato) in ballo questa sera… forse è una mia fantasia consolatoria, però suffragata da un concerto intenso e divertente. Continua a non sembrarmi tanto poca cosa….

 

Helmet @ Rock'n'roll arena, Romagnano Sesia (NO)
Helmet @ Rock’n’roll arena, Romagnano Sesia (NO)

Experience

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“Insomma puoi essere la persona più dolce ed amorevole del mondo, ma nel profondo nacondi comunque cose brutte ed oscure. Io tiro fuori le mie sul palco, così nessuno si fa male. Anzi, per quello che ne so fa bene al pubblico. Lo spingiamo a espellere ogni residuo di violenza dal corpo. Soprattutto attraverso il ritmo e le sensazioni, piuttosto che la melodia. In un certo senso la nostra musica può essere violenta quanto basta per liberare la violenza della gente. Si tratta di una violenza di seta, diversa dalla violenza che si può esprimere picchiando qualcuno.”

Un giorno mi sono messo a leggere Jimi Hendrix, a leggere e non ad ascoltare. Con la musica sapeva parlare meglio che con le parole, eppure non riusciva a smettere di scrivere. Ovunque. A scuola proprio non ce la faceva. Nemmeno con l’esercito ha funzionato. Con la chitarra sì. Beato lui e beati noi, chissà dove saremmo tutti se non ci avesse nemmeno provato.

Spesso è senza prosa, scrive terra-terra poi volti pagina e ti fulmina, con frasi come quella lì sopra. Musica e violenza. Un diverso tipo di musica e un diverso tipo di violenza. Com’è che nessuno ci aveva mai pensato prima? Il mondo aveva proprio bisogno di Jimi Hendrix.