Prima persona

2020

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10. Jesu- Terminus.

Avevo lasciato un po’ perdere di seguire quello che a tutti gli effetti si può ben considerare uno dei massimi padri della musica estrema, Mr. Justin Broadrick dopo l’ ultima uscita di questo stesso progetto denominato Jesu. Premesso che i primi due capitoli erano di una qualità indiscutibile per quanto mi riguarda, successivamente hanno cominciato a venirmi a noia, a sembrarmi meno ispirati e, per quanto concerne l’ultimo capitolo, a svoltare pericolosamente verso un addolcimento sonoro tale da farli diventare stucchevoli. Onestamente dopo 8 anni non sapevo cosa aspettarmi. L’ho comprato un po’ per supportare il notevolissimo negozio di dischi di Ivrea discoccasione e un po’ per nostalgia. Da principio mi sono detto subito che era una palla, fino a sentirmi davvero infastidito dall’uso di certi effetti vocali (“Consciousness”). L’effetto è durato un altro paio di ascolti, poi piano piano il disco ha cominciato ad insinuarsi e adesso mi ritorna in mente a spezzoni e sono arrivato ad assimilarlo. Se volete farvi un’idea di come suona guardate la copertina: abeti, nebbia, neve. Un inno al silenzio, al morbido sprofondare dei passi tra le cotri candide: lento, leggero eppure intenso con scariche elettriche ad appuntare il maestoso paesaggio. Sono quasi arrivato a sopportare anche la molestissima effttistica di cui sopra, credo che meriti dunque una certa attenzione: bentornati.

9. Scorched Oak -Withering Earth.

Non so voi ma io sento il bisogno di omaggiare i Black Sabbath con un disco di loro adepti almeno una volta all’anno. Fortunatamente qualcosa di decente su questa falsariga di solito si palesa: l’anno scorso i Monolord (sempre corna al cielo per loro!), quest’ anno gli Scorched Oak. Tedeschi, alternano voce maschile e femminile in brani che non indugiano molto sulla lentezza o sulla pesantezza del suono considerato il genere. Si muovono in un’atmosfera decisamente grassa musicalmente parlando ma mantengono un sound dinamico e ricercato (grande merito al batterista che sorregge la struttura alla grande) che li porta a comporre brani dalla lunghezza medio-alta ma non giocata su effetti ipnotici, quanto sulla costruzione del brano a partire dai riff. Decisamente una buona prova, se potete soprassedere ( in questo caso lo si fa volentieri) sull’ originalità a tutti i costi.

8. Mr. Bungle- The Raging Wrath Of The Eastern Bunny.

Altro caso in cui occorre non aspettarsi chissà quale innovazione, anche se da un gruppo come i Mr. Bungle sembra assurdo non aspettarsela. In realtà questo disco è senz’altro la loro uscita più canonica: hanno ripreso un vecchio demo e lo hanno risunato ad anni di distanza con l’aiuto di Scott Ian degli Anthrax e Dave Lombardo degli Slayer. Quello che ne esce è un disco di thrash metal con le palle fumanti, come si diceva una volta. Un superlativo esempio di come i vari Municipal waste, Toxic holocaust e compagnia siano davvero poca cosa rispetto a chi con il thrash c’è nato. Semplicemente questo. Chi si accontenta gode e tanto!

7. Kvelertak-Spid.

Un gruppo che, per molti, ha rappresentato una sana ventata di aria fresca nell’asfittico panorama del metal post 2000, uno dei pochi a uscirsene con qualcosa di personale e ben architettato, una diretta evoluzione di quello che c’era prima ma con un valore aggiunto importante che rendesse loro il merito di aver codificato un nuovo stile. Purtroppo, dopo il botto del primo disco (assolutamente ottimo), la conferma del secondo, comunque non all’altezza del primo, il terzo disco suonava decisamente sottotono e diversi punti interrogativi si palesavano all’orizzonte per il proseguio della loro carriera. Dopo aver cambiato formazione si ripresentano invece in una forma più che buona, rilasciando un disco fresco, in continuità con i primi due, ma soprattutto in grado di restare in mente e di esaltare in diversi passaggi da headbanging e corna al cielo. Una rimonta come se ne vedono poche.

6. Zolle-Macello.

Unico gruppo italiano della lista (forse), unico duo e unico disco (quasi) strumentale. Di loro ho già detto tanto, mi hanno anche fatto l’onore di concedermi un’intervista. Sono ruspanti, genuini e combattono dalla bassa lombarda a colpi di riff, disegni (animati), salami e vino. Dall’alto dei loro trattori nonostante i ritardi in sala prove… avete bisogno di altro?

5. Deftones-Ohms.

Ennesima prova per il gruppo di Chino Moreno e Stephen Carpenter. Ennesimo bel lavoro, anche loro in rimonta vista la prova un po’ sottotono (per i loro standard, sia chiaro) del disco precedente. Da un disco dei Deftones chiunque dovrebbe ormai sapere cosa aspettarsi, più che altro la domanda da porsi è quale forrma daranno questa volta alla loro proposta, come saranno in grado di miscelare i vari elementi che contraddistinguono la loro musica e quanto sapranno essere coinvolgenti nel farlo. Bene, in questo caso, tutto riesce alla grande, sono tornati a dei livelli più che buoni con un disco che a pieno titolo entra in molti listoni di fine anno. Grazie: la musica ha bisogno di un gruppo come voi.

4. Nothing-The Great Dismail.

Questa è storia recente, come potete leggere dal post precedente a questo. Un disco ispirato e avvolgente, a tratti intriso di inquietutine e sogni. Sanno far viaggiare l’immaginazione per poi abbatterla con bordate ad un volume smodato. Un lavoro che cresce con gli ascolti e si perde nel cielo notturno, affascinante e assordante, chilometri al di sopra delle strade deserte.

3. Celestial Season- The Secret Teachings.

Qui gioco in casa, “Solar Lovers” è uno dei miei dischi preferiti di sempre, anche se giocare in casa a volte è più difficile che in trasferta. La pressione è molto maggiore e qui era alle stelle: era questione di rimettere in gioco i propri sentimenti, di confrontarsi con un passato impossibile da eludere. Missione compiuta, se parliamo di essere all’altezza del proprio passato, il resto lo dirà il tempo e gli ascolti accumulati. Ovviamente ho preso tutto il cofanetto “The Doom Era”, non c’era nemmeno da chiederlo.

2. Human Impact- S/T.

Altra vecchia conoscenza: Chris Spencer, che posso farci se ben pochi giovani sono in grado di smuovere le mie emozioni? Messi in soffitta gli Unsane, ecco gli Human Impact esordire praticamente assieme alla pandemia. Il disco pesca a piene mani nel sound degli Unsane ma riesce a rivisitarlo e a mettere in evidenza diverse sfaccettature interessanti che nella band madre non emergevano vista la natura monolitica della loro proposta. Come già i Celan, anche gli Human Impact riescono quindi a ritagliarsi una fetta di personalità distinta, soprattutto grazie ai tocchi elettronici di Jim Coleman che inseriscono una sfumatura greve e delineano le nuove coordinate stilistiche del gruppo, già dotato di una coesione e comunione di intenti ammirabile e solida.

1 .Coriky-S/T.

Disco dell’anno. Finalmente Ian MacKaye rompe la quiete dei suoi progetti post Fugazi (gli Evens, soprattutto) e torna a scrivere una musica con un grado di intensità finalmente elevato. Non che mancasse la qualità, ma era proprio il trasporto a mancare: gli Evens erano soprattutto la parte calma e riflessiva di MacKaye e della sua compagna, a volte però lo erano fin troppo, al punto che, pur riconoscendone i meriti si correva il rischio di annoiarsi (anche a morte). Nulla di tutto questo qui. Un disco che riprende il discorso dei Fugazi e gli dona nuova linfa e nuove voci, dimostrando che la fiamma non è spenta, il cammino non è finito, l’integrità paga e il cielo non è più il limite.

Alla fine dell’anno giunge la notizia dello scioglimento del gruppo biellese Electric Ballroom. Sinceramente una bruttissima notizia, visto che erano senz’altro uno dei gruppi più promettenti della nostra zona. Lascia l’amaro in bocca che l’annuncio venga dato in concomitanza con la pubblicazione on line delle loro ultime registrazioni. Lasciano con un solo EP all’attivo oltre al disco postumo di cui sopra, con una miriade di potenzialità inespresse, come se questi 366 giorni non fossero già stati pesanti abbastanza. Andate sul loro Bandcamp e abbracciateli idealmente, il disco è gratis.

Gente con ancora qualcosa da dire? Parte 2: Deftones.

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Ohms è gia uscito da più di un mese, ho avuto tempo per pensare se acquistarlo o meno. Alla fine ho deciso per il sì. Alla fine anche perché ho tutte le altre uscite del gruppo di Sacramento (che sembra una esclamazione folkloristica che era solito utilizzare mio nonno, con diversi punti esclamativi successivi), sono un loro fan dall’uscita di “Around the fur” e credo che siano uno dei pochi gruppi longevi e con scarsi cambiamenti di formazione rimasti. Già questo di per sé non è poco, nel loro caso poi il cambio del bassista è anche dovuto ad un evento tragico, quindi la sorte nel loro caso ha avuto un corso beffardo: si narra infatti che Stephen Carpenter abbia avuto la possibilità di imparare a suonare la chitarra a causa di un incidente in skateboard (che con i dovuti rimborsi servì anche a comprare l’attrezzatura) e sempre per lo stesso motivo persero il loro bassista storico Chi Cheng.

Nonostante questo hanno tirato avanti dagli anni ’90 ai giorni nostri. Ingiustamente, fino a quando il fenomeno è durato, accostati al movimento del cosiddetto nu-metal un po’ per il periodo storico, un po’ per certe assonanze stilistiche (chitarroni ribassati, uso della voce e groove ritmici) hanno saputo guardare oltre e rinnovarsi, con alterne fortune fino ai giorni nostri. Solo per questo mi verrebbe da dire: avercene.

Ovviamente non è tutto così perfetto, almeno un paio di episodi debolucci nella loro carriera sono indubitabili: “Saturday night wrist” e il disco precedente a questo “Gore” suonano un po’ sottotono nonostante alcuni picchi notevoli a livello di singoli episodi siano innegabili (io continuo ad avere un debole per “Phantom Bride” per esempio), anche “Diamond eyes” girava un po’ su regimi bassi per i loro standard. Quindi il dubbio se fosse la pena di acquistare il nuovo “Ohms” lo ritenevo legittimo.

C’è da dire subito che i loro punti più alti in carriera: “Around the fur”, “White pony” e “Koi no yokan” rimangono lontani all’orizzonte, non aspettatevi un rientro su tali livelli. Se sapete ascoltare però alcuni punti a suo favore il nuovo disco li ha. Carpenter continua ad aggiungere corde alla sua chitarra (siamo a nove tipo Matt Pike? il prossimo traguardo forse è lo stickman di Tony Levin con 10 corde) chissà se poi servono oppure no, rimane il fatto che l’ispirazione, pur con qualche calo sembra non esaurirsi e, se a un primo ascolto sembra non esserci un guizzo particolare in questo disco, man mano che si continua ad ascoltarlo, le melodie ti si piazzano in testa e riemergono di quando in quando nei momenti più inaspettati. ho sempre pensato che la capacità di un disco di rimanerti in testa viaggi di pari passo con la sua qualità.

Almeno per decidere se acquistarlo o meno, per decretare il capolavoro è poi necessario andare oltre… spingere avanti il suono, cercare il lampo di originalità, fare emergere la propria personalità e ispirazione. Sulla personalità dei nostri mi auguro non ci siano dubbi, mentre forse quello che manca a questo disco è una spinta innovativa spiccata. Mi viene anche da pensare però che in questo loro hanno già dato in passato: non voglio ripetere le considerazioni fatte per i Tool, ma anche nel loro caso forse non è più il loro ruolo quello di cercare nuove strade, quanto piuttosto quello di ribadire quelle che loro stessi hanno tracciato rendendole grandi ancora una volta: in questo si può dire che siano riusciti. A più di vent’anni dall’ esordio è sempre meglio che vivacchiare all’ombra del loro stesso nome con dischi scialbi e troppo ripetitivi.

Deftones (Fonte Wikipedia)

Quindi riecco l’elettronica, l’amore mai sopito per gli anni ’80 (“Pompeij” sembra uscito dalla colonna sonora di Twin peaks), i chitarroni ribassati, la voce capace di passare attraverso vari registri con scioltezza le ritmiche serrate e sfaccettate, in poche parole i Deftones, uguali a loro stessi ma senza annoiare, senza restare troppo a corto di argomenti. Scusate se è poco.

Postilla personale: il mio attaccamento ai Deftones arriva direttamente da una delle loro canzoni più famose “Be quiet and drive (far away)” , quando uscì arrivai ad ascoltarla quasi prima che il mondo stesso si accorgesse della loro esistenza. Mi colpì come un diretto alla bocca dello stomaco, mi fece quasi male: era esattamente la summa dei miei sentimenti di inadeguatezza, della mia sensibilità instancabile che mi costringeva a ridurre ogni cosa ad un’estenuante riflessione, che mi teneva ingabbiato al tetro me stesso che ero allora. Sentirmi sussurrare “Now drive me far… don’t care where but far” era esattamente ciò di cui avevo bisogno: che qualcuno mi allontanasse dal mio stesso mare dei sargassi perché da solo non avevo abbastanza forza per farlo e sarebbe stato così ancora per tanto tantissimo tempo. Non importava dove ma lontano, da me e da tutto.

La maledizione del Prog, ovvero come farsi dei nemici

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Ho sempre pensato che morirò da asceta. Ho sempre avuto la senzazione che l’ultimo tratto della mia esistenza terrena sarà dedicato alla spiritualità, che mi scoprirò, sul finire della vita, come un eremita dedito al trascendentale. La spiritualità ha sempre avuto un ruolo centrale, ho sempre ritenuto che lo spirto fosse preponderante sul fisico, mero orpello materiale dell’io. Fin quando questa cosa ha iniziato a soffocarmi ed ho dovuto cominciare ad agire. Adesso mal sopporto la mera elucubrazione, la sfera spirituale è stata accantonata favorendo l’azione. Forse è vero che nella vita bisogna cambiare prospettiva, che non può ridursi tutto ad una lunga ed estenuante riflessione. Non posseggo certezze, tuttavia adesso la propensione spirituale mi sembra come il cibo liquido: comincerò a nutrirmi di quello quando non avrò più i denti per mordere. Non che si debba denigrare o negarne l’assoluta importanza, solo che a un certo punto ho sentito la necessità di dedicarmi anche ad altro.

Questa introduzione perchè trovo ci sia dell’analogia su una riflessione di questo tipo ed il percorso di certi gruppi musicali. Il prog nello specifico è un genere che devi, in qualche modo, essere preparato a suonare. Non tutti nascono Roger Waters o Robert Fripp, qualcuno ci prova… ma provarci spesso non è abbastanza. Innanzitutto deve funzionare, è una questione di inclinazione non di mera tecnica. Personaggi come i due citati (ma ce ne sono moltissimi altri ovviamente) è come se fossero naturalmente votati al prog, come se fossero dei veri e propri guru spirituali, gente che non è diventata asceta della musica, loro ci sono proprio nati: era quello che dovevano fare e l’hanno fatto. Altri ci hanno provato, hanno dato una certa evoluzione al loro suono, ma con risultati che possono anche essere valutati non sempre in maniera positiva.

Ecco un rapido campionario di gruppi che hanno intrapreso questo cammino:

Enslaved: Forse i più credibili del lotto, sono riusciti a tirare fuori un suono personale, non del tutto dimentico delle loro origini, scoprendo di avere anche la capacità di trasformare la loro proposta in qualcosa di fieramente trascendentale, andando oltre i canoni di un genere che loro stessi hanno contribuito a creare. Buonissime capacità compositive ed una perizia esecutiva francamente quasi insospettabile, soprattutto per il cantato incredibilmente all’altezza della situazione.

Katatonia: Mi sono diventati indigesti benché io abbia consumato letteralmente i loro primi tre dischi. “Day” aveva aperto la strada al cambiamento e “Discouraged ones”, pur essendo molto diverso da quanto fatto in passato, rimane un disco eccelso. Dopo di ciò qualche sprazzo ed infine il tedio, sia pure con sprazzi di alta classe. Avevo smesso di segurli con molta mestizia nel cuore. Oggi, all’indomani della loro ultima uscita, sono andato a ripescarmi le loro ultime produzioni e devo ammettere che non sono neanche male, però c’è sempre qualcosa che non torna, che alla fine mi annoia. Sembrano incompiuti nella loro forma attuale, pare che vogliano inseguire dei modelli (chi ha detto Tool?) senza però averne lo spessore e senza considerare che il cantato di Renske, nel tempo è diventato mellifluo e senza mordente. Non i peggiori, ma nemmeno troppo convincenti, chi si contenta gode?

Mastodon: Ho smesso di ascoltarli dopo  “The Hunter”, il cambiamento era nell’aria ma non fa per me. Dispisace perché era un gruppo sul quale riponevo molte speranze. Ci ho provato ma niente: hanno perso mordente e ispirazione, inoltre il loro cantante non è proprio tagliato per il percorso che hanno intrapreso. Bocciati. Du palle, meglio questa roba qua:

Opeth: Qui la colpa è del loro leader: si è proprio ridotto male, sembra la caricatura di se stesso (tagliati quei maledetti baffi!). Il trip settantiano li ha portati su lidi che finiscono per annoiarmi a morte. Mi danno prorio l’impressone del vorrei ma non posso. Non che siano incapaci (e l’hanno ampiamente dimostrato) ma, a mio parere, la vicinanza con Wilson, invece che portare nuova linfa (cosa che sembrava all’inizio: il dittico “Deliverance”/ “Damnation” fa veramente meraviglie) ha finito per condurli sul sentiero della noia. Noooooooooooooia, mi annoio mortalmente. Sentite il testo, secondo me si adatta alla situazione e al concetto di finire male: in generale anche l’ex-cantante dei CCCP ne sa più di qualcosa.

Anathema: Veramente grandissimi fino a “Judgement”, poi faccio davvero tantissima fatica ad ascoltarli, nonostante tutti continuino ad incensarli, a me sono diventati indigesti come una peperonata insieme a un fritto con l’olio esausto (l’ultimo disco fa veramente pena). Anche in questo caso sembra che abbiano smarrito l’ispirazione: quello che mi viene da criticare non è in nessun caso l’ammorbidimento del suono, quanto piuttosto la capacità di dare un senso compiuto alle composizioni da proporre al pubblico. Qualcosa che emozioni, che resti in testa, che faccia riflettere, che funga da ispirazione e che favorisca l’introspezione. Cosa che è andata completamente persa, almeno per me. Quasi quasi mi riscolto qualcosa da “Alternative 4”.

Elder: Altro gruppo su cui riponevo altissime speranze. Il loro disco “Lore” è veramente un lavoro ispirato e, finalmente!, sembrava che una leva relativamente nuova avesse dato dei nuovi impulsi, offerto una nuova interpretazione interessante della materia di cui stiamo trattando… fin quando non hanno scoperto il prog (anche loro!), hanno aggiunto le tastiere e reso il loro suono francamente pesante ma non nel senso che mi è caro, nel senso della metabolizzazione.  Vi prego, almeno voi, rinsavite!

 

Credetemi se vi dico che molte di queste parole le ho scritte obtorto collo. Amo tutti i gruppi che ho citato ma (Enslaved a parte) le loro ultime proposte mi annoiano a morte. C’è della gran tristezza in tutto questo ve lo garantisco.

È solo un’influenza

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Questo è stato l’esordio classico di tutta la faccenda, qualche tempo fa, com’è andata a finire penso che sia sotto gli occhi di tutti. Ma con influenza non si intende solo la diffusione di un virus. Esercitare influenza su un’altra persona è qualcosa di ancora diverso. Significa indurre un’altra persona a pensarla in un certo modo, avere il potere di far cambiare punto di vista a qualcuno. Ed è pieno di persone di questi generi, si parte da quelli che cercano di venderti un maledetto shampoo, ad altri che cercheranno di vendere idee preconfezionate e pronte all’uso alla gente, ad altri ancora che metteranno a letto la democrazia con la scusa di un virus. Nessuno di questi è oggetto specifico di questo brano: qui voglio parlare di tutti quelli per cui il rock’n’roll è morto, il metal fa cagare, non torneranno mai gli anni ’70, ’80, ’90. Ora l’ultima osservazione è oggettivamente e incontestabilmente vera ma quando mi si dice che la musica pesante è morta ho, nell’ultimo periodo, almeno un paio di buoni motivi per dissentire.

Se pensi di essere troppo vecchio per il rock’n’roll allora lo sei, diceva san Lemmy, ed ascoltando il nuovo dei Kvelertak non posso che essere assolutamente d’accordo. Il disco è una bomba di rock’n’roll iperadrenalinico da togliere il fiato, di gran lunga quanto di meglio mi sia capitato di sentire ultimamente. Certo qui lo scan-rock dei primi Hellacopters e dei Turbonegro si sente tutto ma la cosa bella dei Kvelertak è l’eclettismo, la personalità che ci mettono. Se il primo disco era un fulgido esempio di commistione rock-black metal (e sfido chiunque a mischiare questi due generi risultando credibile…) ed il secondo aveva consolidato le cose, col terzo ammetto di essermeli un po’ persi. Ma questo disco, al netto di cambi di formazione e tutto quello che è intercorso nel frattempo, è forse, fin da subito, il migliore candidato a disco dell’anno in ambito pesante. La cosa bella di questo lavoro è la sua fluidità, scorre dall’inizio alla fine con una facilità invidiabile, poi è ben prodotto, ispirato e ci si ritrova con le corna in altro a scuotere la testa che è un piacere. Ci infilano dentro schegge impazzite di Black e thrash metal, come pure momenti decisamente più ariosi e melodici e mi sento di dire che tutto fila decisamente alla perfezione. Se non mi credete ascoltate questa:

Nel secondo caso, qualche mese fa siamo rimasti orfani degli Unsane. Tristezza per la fine (temporanea?) di una grandissima band che personalmente ho visto e rivisto dal vivo uscendone sempre con un sorriso a 32 denti, pur rischiando di lasciarne indietro qualcuno durante l’esibizione. Ma Chris Spencer non se ne sta certo con le mani in mano: recluta qualche vecchio amico e da vita agli Human Impact finendo sotto contratto con la Ipecac di Mike Patton niente meno. Ora non che gli Unsane abbiano mai variato di molto la loro proposta sonora, un pesantissimo macigno suburbano messo in musica, quindi non saprei cosa aspettarmi dal buon Chris. La sua impronta non può non esserci, ma qui siamo più dalle parti del progetto parallelo Celan, il cui disco era uscito qualche anno fa. La musica riduce il suo impatto frontale per insinuarsi ed assestare il colpo per vie traverse: i suoni si fanno cupi e adorni di inserti dal sapore vagamente industrial come se la violenza si fosse mutata da fisica a mentale. Un esperimento decisamente interessante e riuscito come non sempre la band madre era stata in grado di fare (mi viene in mente soprattutto il poco focalizzato “Blood Run”), un’evoluzione interessante pur guidata dall’inseparabile Telecaster nera.

Non date retta a nessuno.

L’incarnazione del rock’n’roll!

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A chiunque si facesse ancora domande su cosa significhi suonare rock’n’roll consieglierei ad occhi chiusi di andarsi a vedere un concerto dei Mondo Generator. Stiamo parlando di un signore che, alla soglia dei 50 anni, dopo aver fatto parte di uno dei gruppi rock più influenti degli anni ’90 (e anche di uno dei migliori dei duemila anche se abbastanza decaduto dal suo abbandono in poi) si prende ancora il disturbo di attraversare l’atlantico con due musicisti molto più giovani per suonare in locali piccolissimi davanti a un centinaio di puzzoni che sbraitano, sudano e si menano.

Non solo fa questo: lo fa con una convinzione  che provoca un immediato distaccamento della mascella per lo stupore. Certe persone sono solamente da ammirare, non c’è altro.

Nick Olivieri sta lì a pochi centimetri e non ti sembra vero che sia ancora lì a schiacciare quelle corde spesse a sudare e sbraitare, dopo una vita on the road costellata di episodi dei più disparati, tra alti e bassi, tour mondiali e guai con la legge. Il suo è davvero uno spirito indomito. E, soprattutto, rock’n’roll al 100%, questo è indubitabile.

Siamo al blah blah di Torino per seguire il suo progetto solista  che, nonostante tutto, continua a portare avanti insieme mille altri impegni e collaborazioni (in questo lui e John Garcia si fanno concorrenza): un gruppo dalla classica formazione a tre dove Nick si occupa anche di cantare. Ci sono un paio di lavori nuovi al banchetto più quelli a col nome del nostro e la copertina di Luca Solomacello a titolo “No hits at all”. Proprio questo titolo mi fa riflettere, nel senso che Nick sta più in alto delle hit, dei successi facili, degli ammiccamenti alla scena principale come fa Josh Homme, che ha trasformato i Queens of the stone age in un gruppetto per hipster senza spina dorsale. Lui la spina dorsale ce l’ha ed è dritta e solida come una roccia della mesa.

Si può dire che i Mondo Generator siano un po’ la summa di tutto quello che è stato Nick musicalmente parlando: dal rock del deserto dei Kyuss al rock robotico dei QOTSA al punk dei Dwarves, il tutto reso con un un piglio adrenalinico, se non proprio amfetamnico. Salgono sul palco inaspettatamente presto, pescando dal repertorio del loro leader (tra le altre spiccano “Allen’s Wrench” e “Green Machine” dei Kyuss, “Millionaire” e “No One Knows” dei QOTSA) e da brani nuovi e vecchi dei dischi usciti a loro nome.

L’esibizione mi fa tornare in mente i vecchi tempi: niente fronzoli, niente gruppi spalla, poche luci, ogni tanto un po’ di fumo al ghiaccio secco e soprattutto tanta, tanta, tanta sostanza. È così che dovrebbe essere un concerto! Tre persone che suonano con un tiro che ti stende senza complimenti, il pubblico a tratti ammutolito ed a tratti selvaggio. Mike Amster spazza via tutto con un drumming potentissimo: non lo avevo mai visto suonare ma sembra Efesto che mena metallo incandescente nella sua fucina nelle viscere dell’Etna, l’altro Mike (Pygmie alla chitarra) si sente a suo agio a misurarsi con il fantasma di Homme (del resto anche lo stesso Homme è il fantasma di se stesso) nella sua maglietta dei Bongzilla. Nick alterna momenti forsennati ed altri da consumato frontman lanciando occhiate che fulminano tutti con lampi metallici. Funziona tutto dannatamente bene. Il coinvolgimento è massimo da parte di tutti e alla fine tutti respirano una gran ventata di soddisfazione. Salutare come l’aria fresca dopo mesi di aria condizionata.

C’è ancora un gran bisogno di tutto questo. C’è bisogno di autenticità e esaltazione, di adrenalina ed energia. In tempi di auto-tune e suoni preimpostati, di musica innaturale ed artefatta, nei locali raccolti ed intimi, al riparo dall’appiattimento generale, c’è gente che ancora resiste, che ancora non è doma, che ancora non si arrende alle tentazioni comode di omologazione e azzeramento. La risposta è negli amplificatori e che si senta forte e chiara, com’è successo l’altra sera.

Bello il Blah Blah… altro che certi locali da fighetti che ci sono a Milano che staccano la spina nel mezzo del concerto. Anche l’atmosfera naif e rustica del locale ha reso il concerto speciale! È stata una bella scoperta, anche se piccolissimo ha veramente lo spirto giusto, molto alla mano, pagando tributo all’arte di arrangiarsi. In generale a Torino ci sono dei bellissimi locali, peccato per i pochi concerti di mio interesse che ci arrivano… Sia gloria al Blah Blah, allo Spazio 211, all’ Hiroshima Mon Amour, allo United (esiste ancora?) all’ El Paso e così via, vi porto nel cuore!

Riflessioni e divergenze tra il fedele Ferretti e me nell’anno della data palindroma.

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Giovanni. Lindo. Ferretti. Qualche anno fa ricevetti un invito da parte di un amico per recarmi a vedere l’ex voce dei CCCP/CSI che avrebbe tenuto un concerto di lì a poco in un paesino vicino a casa. Fu un’occasione che non colsi. Volontariamente. Io c’ero quando i CSI vennero a Biella costringendo gli organizzatori del concerto a sportarlo al palasport per il numero inaspettato di biglietti venduti. Fui uno di quelli che fece fare a “Tabula rasa elettrificata” il clamoroso balzo in avanti nelle classifiche nazionali.

Volevo tenermi stretti quei ricordi. Volevo tenermi stretti tutti quelli che riempiriono il palasport, perché mai avrei pensato che la mia città potesse rispondere a quel modo, volevo ricordarmi quegli anni dove finalmente era permesso ai sedicenti alternativi di uscire dal guscio. Sono un nostalgico, non per tutto, ma per questi cari ricordi lo sono.

Adesso vedere Ferretti dal vivo non so che effetto potrebbe farmi, ma nemmeno mi interessa di scoprirlo. Sono cambiate troppe cose e esiste una pagina facebook che si chiama “Convinciamo Ferretti a drogarsi di nuovo”. Se esiste ci sarà un motivo. Anche piuttosto serio. Il punto però non è che lui ha fatto del punk filosovietico ed ora vota dall’altra parte. La gente ha il diritto di cambiare idea come e quanto vuole. Quello che non perdono a Ferretti e di aver perso lo spirito critico, il gusto di sfottere l’ideologia. Non è mai stato uno allineato nemmeno al punk, i punk del Virus di Milano lo contestavano violentemente (mai letti i libri di Philopat?), non è stato allineato nemmeno al comunismo, anche se aveva la tessera del PCI, gli sberleffi alla parte politica propria della sua regione non si contavano. Adesso è l’ombra di quello che era, uno che l’ha fatta finita con la contestazione, con l’ironia, con la destabilizzazione.

Uno allineato. E che il termine incuta terrore è palese. Riflettendo su tutto questo mi sono detto che, con tutto l’affetto per il suo passato, non potevo andare a vedere un suo concerto. La voce poteva essere ancora quella, ma l’uomo dietro alla voce che fine ha fatto? Soprattutto perché non applica al suo nuovo credo quello che all’epoca applicò al comunismo? Perché non lo irride, perché non lo critica, perché non lo destabilizza? Il materiale non manca di certo. La risposta non la conosco. So solo che allinearsi è comodo, fa sentire le spalle coperte e ti irradia di quella sensazione di protezione che si prova ad appartenere ad un gruppo, di illude di esser parte di una storia ed una tradizione, ti offre di mimetizzarti in un’idea pensata da altri che tu devi solo fare un minimo sforzo per sostenere. Bada solo che il tuo naso sia ben tappato prima di cedere, perché quel calore deriva dall’intestino di qualcun’altro.

Col tempo ho imparato che mai è una parola troppo definitiva. Chi sa di che siamo capaci tutti? Vanificato il limite oramai. L’unica strada che si può provare a percorrere è quella di essere attenti per essere padroni di sé stessi. Ed io ho intenzione di provarci. Ancora.

Allo stesso modo in cui mi ritrovo a pregare ogni volta che varco la soglia di un ospedale perchè l’ultima cosa che io veda non siano delle infermiere che mi girano attorno o la faccia preoccupata di qualcuno, il pavimento di linoleum e le pareti bianche, nello stesso modo spero, con tutto me stesso, che non si spenga mai in me la scintilla della riflessione, l’attitudine alla ribellione, il piacere dello stupore e l’orgoglio di averci provato. Fino alla fine. Non importa quante volte sarà necessario cambiare per non sentirsi soffocare, non importa se a qualcun’altro possa sembrare che io sia sceso a compromessi, non importa nulla, se non restare attivo e fedele a me stesso.

E sì, ogni tanto prego anche io, un dio diverso dal suo.

Let there be more drone

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Parlare di un concerto è qualcosa di estremamente difficile. Limitarsi alla fredda cronaca, come direbbe un famoso anarchico foggiano, è tutto sommato sterile. Fare le pulci al gruppo per gli errori di esecuzione tutto sommato non dice molto di quello che è effettivamente successo sul palco. Cercare di descrivere le proprie emozioni e renderne partecipe chi legge forse è una chiave di lettura sensata, almeno per chi, come me, considera la musica soprattutto dal punto di vista emotivo. Non sarà maturo, non sarà obbiettivo, ma credo che ridurre la musica ad un algoritmo valutativo sia triste, oltre che ridicolo.

Mi viene sempre in mente Lester Bangs ed il suo amore incondizionato per “Metal music machine” un disco di Lou Reed che in molti non si sono mai spiegati, le schiere di sostenitori di “Earth 2” (con il quale i nostri sono strettamente imparentati) e così via. La musica è soprattutto soggettività, anche se diventa difficile non dire che certe proposte musicali attuali facciano oggettivamente ribrezzo. Per fortuna non sono qui per parlare di questo e, in generale, non vorrei parlarne mai.

Sono qui per parlare del concerto dei Sunn 0))) di domenica scorsa al live club di Trezzo sull’ Adda. Sono qui per dire che sono state due ore circa speciali, intense e dannatamente pesanti, musicalmente parlando. Ho assistito ormai in diverse occasioni alle esibizioni del duo (per la verità domenica sera erano in cinque sul palco) O’Malley/Anderson e questa è stata quasi una prova di resistenza. Si arriva al termine ed è quasi come svegliarsi da un sogno, in alcuni momenti opprimente, in altri liberatorio: una sorta di suggestione onirica, una trance indotta per via auditiva che trascende la dimensione strettamente reale. In altre occasioni hanno saputo essere, per quanto possibile, più leggeri allentando la tensione con gli interventi vocali Di Attila Csihar, con inserimenti di altri strumenti, allentando maggiormente la presa.

Il concerto di domenica è stato un megalite sonoro punteggiato da flebili inserti di tastiera e interrotto solo da un suggestivo intermezzo di trobone, durante il quale hanno fatto irruzione dei molestissimi fotografi che oggettivamente hanno rovinato abbastanza l’ atmosfera del momento. Per il resto è stato puro drone, senza troppi compromessi immerso nella solita, impenetrabile, coltre di fumo al ghiaccio secco. È mia ferma convinzione che non seguano nemmeno uno schema preciso, salgono sul palco con una vaga scaletta ma alla fine quello che suonano è totalmente improvvisato e sai che per due ore sarai meravogliosamente ottenebrato da quell’invasione greve ai condotti uditivi. Questa volta è stato anche introdotto un basso, del quale è francamente difficile valutare l’effettivo apporto, forse non ha nemmeno senso farlo. Non c’è molto altro da aggiungere. Occorreva semplicemente essere presenti.

Personalmente mi sono accorto di preferire nettamente la versione strumentale: con tutto l’affetto che provo per Attila Csihar, per me è meglio senza di lui: distoglie l’attenzione da quella che è la vera essenza dell’ evento: l’adorazione massima del dio-valvola. La prossima liturgia avrà luogo in un tempo ancora indefinito, nel frattempo ho ancora nelle orecchie le loro bordate e negli occhi, oltre alle loro ombre ed al fumo, anche il Sig. Anderson che passa la sua immancabile bottiglia di vino alla prima fila.

Ps: Non mi sono dimenticato dei The Secret in apertura, ottima eccellenza italiana che finisce sempre piuttosto in disparte sulla stampa specializzata. Purtroppo i suoni pessimi hanno penalizzato molto la loro esibizione. È un peccato avere nei patrii confini delle eccellenze e togliere loro valore in questo modo. Il fatto che nel nostro paese sia la norma, non solo a livello musicale, non rappresenta affatto una scusante.

 

A.D. 2019

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Ho volutamente aspettato fino alla fine nella speranza di qualche nuovo spunto, mi sono giunti all’orecchio solo i Naga da Metal skunk che però, per quanto mi concerne, pur concordando sui loro meriti, risultano troppo derivativi  per entrare nel novero dei migliori dieci dischi usciti quest’ anno.  Dunque andiamo con ordine.

10. Liquido di morte IIII: Nuova prova per i Milanesi, ancora una volta un disco strumentale carico di pathos e trasporto emozionale. Stavolta si muovono ancora su lidi onirici, spesso dilatati, a volte sottilmente inquietanti. Si confermano come una bella realtà che purtroppo non sono ancora riuscito a vedere dal vivo. Valore aggiunto (senza dubbio) lo stellare artwork di Luca SoloMacello che produce addirittura 200 copertine diverse. Da avere,

9. Crushed curcuma Tinval: Un doveroso omaggio alla Biella che mi piace. Un disco ancora una volta strumentale da parte di un gruppo che va via via aumentando il suo bacino di ascolto, finendo per suonare anche in posti lontani da casa (ultimamente Roma e Milano) e raccogliendo consensi da parte della critica specializzata. La loro proposta promette un tappeto sonoro elettronico sul quale svetta un sassofono in grado di apportare un’ulteriore apertura al suono. A momenti suonano quasi etnici, molto più spesso psichedelici e a tratti dilatati. Difficile descriverli oltre, provate ad addentrarvi e lasciatevi catturare.

8. Saint Vitus Saint Vitus: dentro nuovamente Scott Reagers, fuori Mark Adams, Dave Chandler rimane sempre di più al comando della sua creatura, facendo uscire il secondo disco omonimo della storia del gruppo e centrando l’obbiettivo maggiormente rispetto a quanto fatto anni prima con la formazione con Mr. Wino dietro al microfono. I brani appaiono maggiormente focalizzati, benché la durata del lavoro risulti sempre piuttosto risicata, c’è un impeto maggiore, una maggiore convinzione. Il lavoro appare più organico e coeso ed anche l’ ennesimo reinserimento del cantante originale sembra riuscire più del ritorno con Wino dietro al microfono che, comunque, nel frattempo ha pure trovato il sistema di rientrare egregiamente con gli Obsessed. Non siamo ai livelli del pre-reunion, ma comunque un lavoro per il quale vale la pena di scucire qualche pizza di fango.

7. Edda Fru Fru: Dopo ancora altri ascolti, l’opinione in merito non è cambiata. Si tratta di un’opera frivola e leggera dietro la quale si agita uno degli ultimi artisti sinceri e veri della musica italiana. Graziosa utopia era di un altro pianeta, ciò non significa che questo nuovo non sia piacevole e regali dei momenti di godimento sonoro (e anche lirico) notevoli, pur non raggiungendo certe vette, rimane una spanna sopra ciò che l’ Italia in media ha da offrire.

6. The Haunting Green Natural Extintions: Una gran bella scoperta fatta grazie a Blogthrower. Un duo dedito ad una musica quasi strumentale i cui numi di riferimento sembrano arrivare in parte da certo black metal evoluto ed in parte da una forma di post metal (Neurosis e compagnia), il tutto rivisto in un’ottica molto personale e intensa. assolutamente degni di attenzione e supporto.

5. Monolord No comfort: Un gruppo derivativo, ne convengo. Ma posso fare eccezioni e per loro le eccezioni le faccio più che volentieri. La prima volta che ho ascoltato questo disco mi sono detto che era tutta roba che avevo già sentito da qualche altra parte. Ma poi l’ho ascoltato una seconda, una terza, una quarta volta e così via, finché non sono più riuscito a scrollarmelo di dosso. Non importa se poi i rimandi a Black Sabbath ed Electric Wizard si sprecano, alla fine i Monolord vivono di vita propria. E che vita! Io avrò sempre bisogno di dischi come questo. Grandissimi Monolord!

4. STORM{O} Finis terrae: Non c’erano dubbi che finissero anche i feltrini in questa lista. Un disco vibrante e veemente, nel quale esce probabilmente quello che è il loro lato più nervoso e violento. Un disco teso, instabile eppure solido e con le idee incredibilmente chiare con momenti più riflessivi e, a tratti, quasi evocativi ma che fa dell’impeto il suo credo. Superlativa la prova del batterista Stefano. Tremate. Tutti.

3. Iggy Pop Free: Ho già parlato anche troppo di questo lavoro, se ancora non l’avete ascoltato, fatelo.

2. Chelsea Wolfe Birth of violence: Posso solo aggiungere a quanto riferito  a suo tempo che più uno si inoltra negli ascolti, più le sfumature si insinuano nell’ascoltatore ed il disco aumenta di spessore. Una ulteriore sfumatura di se stessa messa in musica da parte di quella grandissima artista che è Chelsea Wolfe, che con un altro disco superlativo, si conferma ad altissimi livelli.

1. Tool Fear Inoculum: Sono già pienamente al corrente di tutte (e dico tutte) le critiche sono state mosse al gruppo e a questo disco. Alcune le condivido, altre meno, alcune per niente. Però ad un certo punto bisogna anche guardare in faccia alla realtà: questo è stato il disco che ho ascoltato, gradito e ammirato di più durante tutto il 2019. Il resto sono chiacchiere.

Gente che è rimasta fuori:

Sunn 0))): Ben due uscite per il gruppo di O’Malley e Anderson. Nessuna delle due è in lista, eppure sono uno dei miei gruppi preferiti. Pur riconoscendone il valore ed adorando la proposta non li ho messi perché non vedo l’ora di vederli dal vivo e la trasposizione su vinile di quello che sviluppano in sede di concerto non è che un pallido tentativo di descriverlo. Vale la pena averli ed ascoltarli. Comunque.

Baroness e Nick Cave and the Bad Seeds: La verità è che non sono riuscito ad ascoltarli a dovere: i Baroness mi suscitavano emozioni troppo contrastanti e mi mettevano in un pessimo stato d’animo senza una spiegazione oggettiva del perché lo facessero. Di “Ghosteen” ho ascoltato solo un brano che mi è parso più pesante di un macigno. Non ho ancora avuto la presenza di spirito e la forza d’animo per approfondire.

Colle der Fomento e Carmona Retusa: Fuori tempo massimo. Non ho inserito i Colle solo perché l’anno scorso non ho fatto in tempo ad ascoltare debitamente “Adversus” e quest’anno non posso inserirlo perché è temporalmente sbagliato. Comunque il loro lavoro, a mio parere, confermando la mia ignoranza relativa sul genere, rappresenta il più bel disco di rap mai scritto in Italia per testi e musiche.

I Carmona Retusa li ho scoperti in concomitanza con l’intervista rilasciata con Blogthrower ma il loro disco, dal titolo ispirato ad Andrea Pazienza è addirittura uscito a marzo del 2018, quindi nulla. Ciò non tolga nulla al loro valore, sono bravissimi e meritano molto più successo.

Sudditanza psicologica: vale la pena curarla

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Quando leggevo ancora le riviste su carta stampata riguardanti la musica metal e tutte quelle cose lì, soprattutto nel primo periodo, si parlava spesso del fatto che, in un mondo ideale, il seguace della musica metal era tale per la vita. Si parlava di fedeltà ai gruppi, allo stile di vita, alla scena. Tutto molto nobile e bello, anche abbastanza naïf, al punto che si arrivava anche ad ipotizzare di una cosa chiamata fratellanza all’interno del movimento, cosa che si concretizzava in molti casi. Fin qui tutti lati direi positivi della questione, in media l’ascoltatore medio di metal pre-Nirvana e Guns’n’roses (che poi sono quelli che più di tutti hanno sdoganato un certo tipo di sonorità pur non essendo metal in senso stretto) era una sorta di personaggio strano, da una parte un ribelle, ma dall’altra nemmeno troppo, non così tanto come avrebbero potuto esserlo gli autonomi o certe frangie estreme di punk-hardcore. Le due correnti di pensiero, all’inizio, erano ben lungi dal mischiarsi e, anzi, i punk vedevano i metallari quasi come dei reazionari a dirla tutta.

C’era dunque bisogno di unità, c’era bisogno di figure carismatiche intorno alle quali stringersi, fare gruppo e, in qualche modo, resistere dinnanzi agli sguardi quantomeno interdetti della “gente normale”. Adesso sembra fantascienza. Tutte queste cose hanno completamente perso il loro senso. La normalizzazione avanza.

Sbranano, sputtanano ogni cosa e la riducono ad un cliché.

Ce ne siamo accorti tutti: oggi chili di borchie, giubbotti di pelle, sguardo torvo e capelli lunghi (ad averceli ancora!) non spaventano più nessuno. Eppure a distanza di 35 anni c’è chi non vuole mollare i propri idoli. Credo che tutti i metallari, chi più chi meno, soffrano di questo atteggiamento e, a ben vedere, ogni fan di qualsiasi gruppo rimane deve rimanere decisamente deluso dai suoi beniamini per non volerne più sapere. Infatti c’è ancora gente capace di spendere fior di bigliettoni per vedere i merdallica (mai visto gruppo meno rispettoso dei propri fan), che nonostante tutto continua a ritenere fighi gli Iron Maiden, anche se non rilasciano più un disco significativo dai tempi di “Fear of the dark” (anche se l’ultimo veramente bello è “7th son”), che non ammette che gli Slayer sono finiti da tempo, che non può fare a meno dell’ultimo isostenibile lavoro degli Opeth, che ancora sopporta Manowar e Judas Priest che io, per altro, non ho mai potuto reggere.

Io stesso sono vittima di questo processo: cerco i Black Sabbath costantemente nei gruppi che ascolto, a volte provando anche un piacere sottile ma  intenso (tipo ascoltando l’ultimo dei Monolord: ragazzi vi voglio bene!). Anni fa (2010), in Norvegia, capitai a Bergen il giorno stesso di un concerto degli Iron Maiden e come potevo non fare di tutto per andarci? Poi ok, mi sono sorbito tutte quelle canzoni nuove che mi hanno tritato i maroni da morire (a parte “Blood brothers” perché sentirla cantare da 35000 vichinghi è una gran cosa) ma le mie lacrime si sono confuse con la pioggia durante “Hallowed be thy name”…nessuno è immune.

Solo che a un certo punto basta. Adesso si paventa addirittura una cosa ignobile tipo Iron Maiden 2.0. Putroppo le cose finiscono e per diventare leggende si muore giovani, facciamocene una ragione. Poi, anche chi dice che ormai certa musica è finita sbaglia. Si tratta solo di evolvere, di guardare altrove senza aver paura di ammettere che certe cose hanno inesorabilmente fatto il loro tempo.

Tra parentesi, Iggy Pop ha fatto un disco clamoroso superati i 70 anni. L’eccezione è possibile. Bisogna continuare a crederci.

 

 

Il futuro della musica II

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chelsea
Deranged for rock’n’roll

Se mi avessero chiesto una quindicina di anni fa quali gruppi avessero in mano il futuro della musica, avrei risposto senza esitazioni: Neurosis, Tool e Converge. Mi fa piacere che oggi quei gruppi siano ancora in relativa buona salute. Solo che, nel frattempo, Tool e Neurosis sono diventati gruppi dalle tempistiche mastodontiche, un po’ per narcisismo e un po’ per necessità e non si intravvedono in esse i margini di evoluzione del suono che sembravano esserci un tempo. Circa i Converge, godono di buona salute devo dire, “The dusk in us” è un disco che tiene altissimo lo standard qualitativo dei loro lavori. Con qualche momento di stanchezza relativa nella loro discografia (chi ha detto “No heroes”?) e qualche distrazione di troppo di Kurt Ballou, impegnatissimo sul fronte produzione, sono forse quelli che hanno retto meglio il passare degli anni.

Ma oggi, sinceramente, cosa tiene viva la musica? Si fa prima a dire cosa la ammazza: i maledetti talent show, la maledetta mania del tutto e subito di porcherie come spotify, i concerti faraonici dal prezzo impopolare ed ingiusto: cose come queste. Io mi sento braccato da queste cose, ma non mi hanno ancora preso. E resisterò fino alla morte.

Poi in un mese escono tre dischi come l’ultimo dei Tool, “Free” di Iggy Pop e “Birth of violence” di Chelsea Wolfe. Non può che essere un segno che non sono solo nella mia battaglia. Sul primo posso accettare obiezioni, e qualcuna è venuta in mente anche a me, sugli altri due no.

Lo sapevo che ascoltare un brano in anteprima su you tube sarebbe stata una mossa sbagliata, infatti con le altre anteprime ho resistito. Ma era talmente tale tanta l’attesa di lasciare entrare nelle orecchie qualcosa di nuovo firmato da CW che per liberarmi della tentazione ho dovuto cedere. Ero già consapevole dell’errore: “The mother road” non mi fece una bella impressione, invece ascoltata su disco mi ha ammaliato, per un attimo ho quasi pensato che Siouxsie si fosse appropriata del microfono, e da lì in poi è stata solo adorazione per questa fantastica artista californiana che ben difficilmente si fa cogliere in fallo con lavori che siano anche solo meno che coinvolgenti.

Un disco intimo ed intimistico. L’ho ascoltato per la prima volta nell’isolazione di un abitacolo, col sole che giocava a fare l’ effetto serra per farlo sbocciare meglio. In autostrada e stanco dopo una giornata di lavoro. Mi ha tenuto sveglio ed attento pur cullandomi. Perché, in questo lavoro, è questo che fa Chelsea: da una parte ti avvolge e ti riscalda con poche note acustiche e con la sua voce meravigliosa e, quando hai abbassato la guardia, inietta il ghiaccio nelle tue vene, l’inquetudine nell’anima, il buio nei pensieri.

Nonostante questo, ti fa sentire maledettamente vivo: allontana la solitudine con un soffio di grazia inaudita. Senza nascondere la realtà, getta un ponte in direzione dell’ascoltatore, offre una possibilità di salvezza nella condivisione. Almeno questa è la sensazione che ne ho ricavato fin’ora perchè mancano ancora svariati ascolti per cogliere quest’ opera in modo maggiormente compiuto. Mi manca di addentrarmi meglio nei testi, di scorgere i dettagli sonori sfuggiti e mi manca di far germogliare le canzoni con attenzione amorevole negli organi sensoriali.

Comunque appare assolutamente chiaro che chi riesce ad evocare tale sensazioni, chi riesce a dipingere scenari musicali di una tale intensità ha in mano il futuro della musica. E non si può fare a meno di volerle bene.