Prima persona

Doom and the new year

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Sono passato attraverso l’ascolto di vari generi nella mia ormai trentennale carriera nel mondo della musica pesante. Dall’adolescenza Hardcore e Thrash, alla post-adolescenza alternative-grunge alla maturità doom-death ma il genere con il quale mi sono identificato di più e che mi ha seguito sempre da quando l’ho scoperto è il doom. L’unico genere che non ha mai subito l’andirivieni delle mode (salvo una minima, meritata, fascinazione di un attimo della quale beneficiò lo stoner a metà/fine anni ’90) ma che si insinua, con le sue spire ammalianti, quasi in sordina per poi creare una piccola nicchia nel tuo cuore e non abbandonarti più. Almeno per me è andata così.

Quando poi una coraggiosa casa editrice, da queste parti omaggiata e stimata, come la Tsunami fa uscire un tomo incredibilmente ben documentato e scritto a firma Eduardo Vitolo sull’argomento, chiaro che il sottoscritto ci si fionda e, per quanto possibile, lo finisce in tempi abbastanza brevi. Ha funzionato un po’ come un ritrovo con dei vecchi amici che, con le loro canzoni, mi hanno tenuto compagnia per anni, dei quali sapevo già molto, in alcuni casi non tutto. Ci sono poi state alcune nuove scoperte: i libri come quelli di Vitolo sono sempre una minaccia per il portafoglio in quanto rivegliano la voracità di conoscenza di nuove (e vecchie) realtà sfuggite all’attenzione fino a quel momento. Va detto che Vitolo ha fatto un gran lavoro, ovviamente non può essere assolutamente esaustivo ma ci va decisamente vicino, mantenendo un discreto livello di approfondimento (poi se uno ci tiene a sapere vita morte e miracoli è giusto che si attivi anche un po’) a favore di una copertura decisamente ampia di realtà musicali (personalmente ho notato che tra le mancanze di rilievo ci siano solo i Saturnus, buonissima band danese, soprattutto nel primo periodo).

Come possibile notare nella mia play-list di fine anno gruppi doom, sludge e stoner sono benvenuti e, nell’estasi generale di compilare liste sui dischi di valore usciti nell’anno appena trascorso (2018), mi accorgo che gli amici Metal skunk votano in massa (o quasi) il disco degli Abysmal Grief “Blasfema Secta”. E’ uno di quei gruppi di cui ho sempre sentito parlare ma ai quali non mi sono mai approcciato, un po’ per ignoranza mia, un po’ perché è difficile segure tutto quello che esce durante l’anno. Vado su bandcamp e mi accaparro la fatica ultima del gruppo genovese con la speranza di aver compilato la suddetta lista troppo presto e doverla poi modificare una volta ascoltato il disco.

Abysmal Grief: “Blasphema Secta” (Fonte: Metal Skunk)

La risposta è un “Boh” abissale, per restare in tema. Nel senso che il disco è anche apprezzabile ma ci sono diversi dubbi che affiorano alla mente ascoltando “Blasphema Secta”. Innanzitutto sia detto che quanto sto per scrivere non desidero vada a discredito di un gruppo che rappresenta la contnuità storica con un genere assolutamente unico che ha in Italia le sue radici e anche la sua tradizione. Sto parlando di quella che appartiene a compagini come Death SS, Jacula e Antonius Rex, quindi, intanto, giù il cappello perchè gli AG sono assolutamente all’altezza di cotanti avi e a loro volta portano avanti il discorso a pieno titolo e con fierezza.

Però da qui a dire che sia il disco dell’anno… uhm avrei qualche dubbio. Innanzitutto la durata estremamente risicata se consideriamo la presenza anche di una intro, di una  cover e di un brano atmosferico come “When darkness prevails” (che a me ha dato la sensazione che abbiano lasciato il registratore acceso in sala prove) rimangono soli tre brani effettivi, in sostanza sembra più un E.P. che un disco vero e proprio. E per vincere la palma del disco dell’anno con un E.P. devi essere un vero maestro, uno che condensa in tre brani il massimo possibile in termini di ispirazione, maestria e evoluzione sonora. Qui siamo un po’ lontanucci secondo me… nel senso che le composizioni sono interessanti, riescono a risultare sufficientemente sinistre e ben archietettate ma dopo quando alla fine arrivi a concludere l’ascolto del disco ti sembra che resti ben poco. I passaggi mi sembrano tutti un po’ troppo enfatizzati e colmi di trovate che a me sanno un po’ di stantio: i violini, i clavicembali , la voce maligna maschile, le voci femminili, il salmodiare e via discorrendo. Tutto funziona bene e ti si stampa in testa ma mi lascia un retrogusto che sa di vuoto. Fatevi un’idea pure voi…

Io ho votato gli Sleep e mi si potrebbero imputare molte delle critiche che muovo sul già sentito, sono di parte e lo ammetto. Me che vi devo dire: sapevo ciò a cui andavo incontro ed è stato meglio di come me lo aspettavo, non lo nego. E’ dannatamente all’altezza del suo passato e regala un’ora e passa di emozioni, almeno a me.

Magari è semplicemente un a questione di gusti, ma qui vedo ben poca sostanza e, pur conscio che non possiedo magari il retroterra culturale per apprezzarli al meglio, assolutamente consapevole che sia innegabile la loro rilevanza storica, mi sembra che abbiano giocato un po’ al risparmio, quindi no, non scalzano nessuno dalla top 10 del 2018.

Comunque grazie a Metal Skunk per avermi fatto scoprire i Messa e a Eduardo Vitolo per “Children Of Doom”.

Children Of Doom (Fonte: Tsunami)

 

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2018

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Immancabile appuntamento con  la playlist di fine anno e quest’anno me la risolvo così:

10. Einstürzende Neubauten:  Grundstück (ok è una riedizione ma è comunque un evento!)

9. Melvins: Pinkus abortion technician

8.  Cani Sciorrì: Parte I

7. Storm(o): Ere

6. Fluxus: Non si sa dove mettersi

5. Voivod: The wake

4. High On Fire: Electric messiah

3. Messa: Feast for water

2. Clutch: Book of bad decisions

1. Sleep: The sciences

Concerto dell’anno: Sleep a Milano

Ciofeca dell’anno: Corrosion of Conformity (giuro che non riesco ad ascoltarlo!)

A.D. 2019

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Credo che un titolo come “Lo spirito continua” sia fra i più azzeccati di sempre. Probabilmente avrei dovuto intitolare questo post esattamente così, ma non me la sento. Non me la sento di mettermi sullo stesso piano di chi ha indelebilmente segnato la mia storia fin da quel primo concerto del lontanissimo 1989 (ben 30 anni fa), non mi sento di sfruttare un loro titolo così denso di significati per intitolare un misero post su un blog che resuscita ormai molto poco durante il tempo.

Ciò nonostante io sono qui, è il 2019  e lo spirito continua, sempre. Lo spirito continua: non posso dare un significato univoco a queste tre parole ma significano tanto. Testimonano la volontà di portare avanti tutto, ma soprattutto noi stessi. In faccia ai cambiamenti interni ed esterni la nostra persona, contro le avversità che ci si parano da vanti e le amarezze che ne derivano, spingere sull’acceleratore, buttare il cuore oltre l’ostacolo. Restare vivi, per tanto disporre comunque di possibilità. Poter fare qualcosa.

Riprendendo le osservazioni su Milano e sulla vita inscatolata del post precedente: c’era una volta Biella, c’era una volta una piccola cittadina che aveva il suo locale nel quale c’erano concerti da fare invidia alle grandi città. E’ stato la nostra salvezza. Oltre ai nomi altisonanti dei grandi gruppi stranieri che ci sono passati (e la lista sarebbe davvero infinita) c’erano quei gruppi più o meno locali che al Babylonia erano di casa e fecero scuola nella scena indipendente del periodo: Africa Unite, Blue Beaters, Fratelli di Soledad, Modena city ramblers, Amici di Roland e Persiana Jones.

Concerti a parte, si stringevano amicizie, si facevano girare idee e musica e lo si faceva materialmente non sui social o via e-mail. Giravano cassette e numeri di telefono fissi. La promozione funzionava sul passaparola. Poi i concerti in provincia sono un’altra cosa. Tutti se la tirano meno, almeno quelli che accettano di suonarci, e l’atmosfera è quella di una grande festa anche se suonano gruppi che hanno attraversato l’oceano (vedi il live degli Unsane a Caramagna piemonte di quest’estate), anche se poi a fine concerto i gruppi dovranno smontarsi il palco da soli, caricare gli strumenti, tornare a casa consapevoli di avere una settimana di lavoro davanti il lunedì dopo.

Tutto questo ha fatto sì che trent’anni dopo la loro formazione i Persiana Jones suonassero in un salone polivalente di un piccolo paese in provincia di Biella (Mongrando) grazie alla loro decennale amicizia con il sindaco locale Tony Filoni, alias Tony panini buoni, leggendario ristoratore nomade delle notti biellesi.

Inutile dire non c’erano tutti i vecchi frequentatori del locale. Ma molti sì ed io tra essi e con noi il vecchio sprito. Nonostante il genere proposto non fosse il mio, nonostante la mancanza di capelli e le articolazioni consunte, nonstante il posto non sia più quello di un tempo, c’eravamo ancora e tra di noi anche Madaski. E non era solo nostalgia.

I’m an earth rocker! Understand?!

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Tutte le volte che vado a Milano mi chiedo come si faccia ad abitare in certi contenitori in serie per umani che si vedono passando sulla tangenziale. Ogni volta finisco col rispondermi che è una dote portata in regalo dalla necessità, dall’abnegazione, dall’abitudine o, in qualche modo, dal piacere che uno trova nella socialità. Non dico che un individuo con forti tendenze misantropiche come il sottoscritto non ce la potrebbe mai fare, con gli anni ho scoperto di avere molta più capacità di adattamento di quanto avrei mai sospettato, però finirebbe molto male per me o per gli altri: nel senso che potrei intristirmi pesantemente oppure sfogare la mia rabbia nutrita a cemento sugli altri. Intorno a vent’anni scalpitavo per avere tutte le possibilità e (forse) l’apertura mentale degli abitanti delle grandi città. Ora ho radicalmente abbandonato quella fase. Delle città mi interessano solo le mostre, i musei, i monumenti ed i concerti. Il resto può allegramente sprofondare nella melma autogenerata.

E sono lieto che una volta che è finito ciò che mi interessa ci siano i chilometri a separaci. Bye and so long suckers. Sono anche lieto di abitare in un posto fuori dai collegamenti ed in declino. Meno siamo e meglio stiamo.

Detto questo sono stato a Milano per vedere i Clutch, che non avevo mai visto suonareare e, per questo, erano assai attesi alla prova dal vivo. Solidi rocker che non sono altro. Questa volta anche l’insofferenza alla grande città ha vita facile, nessuna odissea: arriviamo e dopo dieci minuti iniziano, nessun gruppo di supporto, coda all’ entrata o scazzi di qualsiasi tipo, liscio e lineare come non era (quasi) mai successo.

Una enorme aquila che ci mostra le terga come sfondo, una spannellata di marshall, orange ed ampeg. Non so cosa sia meglio desiderare e tanto sano, granitico e genuino rock’n’roll, ispirato e potente. Neil Fallon cattura subito le attenzioni di tutti quanti con la sua barba da orco gli occhi spiritati ed il vocione da orso, crea immediatamente una simbiosi col pubblico, mentre il resto del gruppo macina musica senza sosta e senza fronzoli. Fatta eccezione per Gaster dietro la batteria che ogni tanto esce un po’ dagli schemi, gli altri suonano e basta, un’arte che nell’ era dell’apparenza e del culto dell’ego era quasi andata persa.

Clutch5

L’esibizione è senza sbavature solida e granitica, se proprio devo trovare una sbavatura dirò che avrei preferito una scaletta meno incentrata sul nuovo lavoro, che magari ripescasse qualcosa in più dagli ultimi tre dischi (mi aspettavo magari una “X ray vision”, una “Firebirds” o una “Crucial velocity” in più) che, a dire il vero, sono senz’altro tra i migliori che abbiano mai fatto. Come se fossero rinati ad un certo punto, dopo aver rilasciato un paio di dischi un po’ meno incendiari ed ispirati, la triade “Earth rocker”, “Psychic warfare”, “Book of bad decisions” assesta una tripletta che, per il sottoscritto è incredibilmente pugnace e fiera.

Perchè di essere adepti del rock’n’roll c’è da essere fieri, c’è da inorgoglirsi quando un gruppo sale sul palco e l’adrenalina sale, c’è da esaltarsi quando la musica ti afferra e e ti fa resistere a tutto quello che la vita ti costringe a ingoiare. Alla fine questa è la mia religione, basata sul sudore, sugli amplificatori ed i tamburi. I concerti sono le mie messe, i dischi le mie preghiere e le valvole le mie candele accese. Questa è la mia chiesa, il posto dove purifico la mia anima. E forse un giorno diventerò un asceta, ma per ora va benissimo così, che il volume si alzi e sotto un altro!

 

Non escludo il ritorno

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Califano

Non mi piace Califano, ma quando ho saputo che sulla sua tomba c’era scritto “non escludo il ritorno” ho pensato che la citazione fosse perfetta per tornare dopo mesi di silenzio… che questo significhi qualcosa non lo so. Amo il blog e mi piace scriverci, ma sono terribilmente a corto di: tempo, ispirazione, vista, energia, pazienza e altro.

Quindi i mesi se ne sono scivolati via dall’ultimo post su Marco Mathieu, per quello che ne so io le sue condizioni non sono migliorate. Io non mollo la speranza: ora e sempre tieni duro Marco!

Detto questo sono tornato su queste pagine solo per lasciare la classica classifica di fine anno, ammesso che qualcuno la voglia leggere e che a qualcuno interessi.

10. ALL PIGS MUST DIE: “Hostage animal”

Una sana dose di violenza messa in musica. Io ne ho sempre bisogno, un canale per la rabbia, per la tensione che si accumula, finalmente senza che ogni riff sia telefonato e prevedibile. E Ben Koller, un batterista enorme.

9. IRON MONKEY “9-13”

Un altro gruppo che non scherza. Vent’anni cancellati, un cantante di meno con tutti i dubbi che possono venire e che si allontanano via via con l’ascolto di un disco marcio e roccioso al tempo stesso. Ritornare sulla scena senza tradire il proprio passato non è cosa da tutti.

8. Telekinetic Yeti “Abominable”

Grande esordio per questi americani dagli amplificatori fumanti, una piacevolissima sorpresa e nebbia aromatica che si alza da ovest.

7.Crystal Fairy “Crystal fairy”

Dopo aver amato le Butcherettes di “A raw youth”, potevo perdermi il supergruppo con i Melvins, il tipo degli At the drive in e Teri Gender Bender? No. Il disco è grande, cresce con gli ascolti e surclassa alla grande l’ultimo Melvins fin troppo influenzato dal risibile nuovo bassista che si spera venga issofatto licenziato dal duo. Forse un progetto nato morto, chissenefrega.

Se vi fosse venuto il dubbio ascoltando “A walk with love and death” no non si sono rincoglioniti e sì ritorneranno alla grandissima!

6. Godspeed You! Black Emperor “Luciferian towers”

Il Canada dovrebbe essere fiero di questi suoi figli sovversivi e traboccanti di lirismo e magia (dal vivo poi sono da lacrime a scena aperta). Una conferma incontestabile.

5. Electric Wizard “Wizard bloody wizard”

Dorset will rise again. Dopo innumerevoli cambi di formazione, tour svogliati e quasi casuali nelle tempistiche e nei luoghi, dischi quasi sporadici e quant’ altro, alla fine ce la fanno sempre a tornare. Io ne ho bisogno di Jus Oborn e anche di Liz Buckingham, del loro immaginario satanico settantiano da fumetto porno di infima qualità, delle loro fumate bianche, delle loro SG vintage e degli amplificatori in fiamme. Al diavolo ogni remora, ci vediamo all’inferno: portate le birre, farà caldo!

4. Converge “The dusk in us”

Altro giro altro ritorno. I Converge sono dei grandissimi e quando, tra mille impegni, trovano il tempo di far uscire un disco nuovo è sempre una festa per le orecchie di chi scrive. Assolutamente brutali, certamente intensi, incredibilmente mai banali. La perfezione del concetto di “evoluzione sonora” assieme ai mai troppo lodati Neurosis. E Ben Koller, assieme a Nate Newton, Jacob Bannon e Kurt Ballou. Non serve altro.

3. Edda “Graziosa utopia”

Volevo metterlo come menzione speciale per il disco più ascoltato dell’anno. Invece no, ho deciso di trovargli una posizione nella classifica e basta. Questo è il disco italiano dell’anno, almeno per quanto mi concerne. E non mi importa se non c’entra nulla con gli altri. Le canzoni sono geniali e sorprendenti, i testi irriverenti e a doppio fondo. Lui rimane una spanna sopra la melma e una persona assolutamente grandiosa. Come si fa a non volergli bene?

2. Unsane “Sterilize”

NYC. Il suono dei nervi tesi: urbano, opprimente, denso e viscoso. Se Chris Spencer, Dave Curran e Vincent Signorelli avessero deciso di smettere dopo il pestaggio di Chris non avremmo mai avuto “Visqueen” e “Sterilize”, non avremmo avuto concerti intensi e devastanti come quello del Magnolia lo scorso ottobre. Una telecaster nera dal manico violentato fino a spremerne sangue. Enormi.

1. Chelsea Wolfe “Hiss spun”

La sacerdotessa dell’ inquietudine rilascia il suo disco più intenso. Rimpinzata ad oscurità e tenebre, avanza strisciando verso l’ascoltatore ammutolito dai suoni grevi nell’aria. Non lascia respiro, stringe le spire, smuove la tela, corre in contro al baratro. E lo fa con una grazia inaudita. Io l’adoro.

In calce un ringraziamento a chi passa di qui dopo tutto questo tempo.

Vi regalo due chicche forse mezzo sconosciute:

Di una vi ho già parlato ( e lo ha fatto anche Neuroni): LOMAX

Una incontrata dal vivo al concerto di un gruppo di amici: TOTEM

Avessi un’etichetta li farei firmare io…

…A parte il fatto che ora so anche chi sono

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Torno, dopo mesi di assenza per parlare dell’adolescenza. Ritardata, che oggi si diventa adulti anche più tardi. Dopo aver letto l’amico di Neuroni mi sono comprato il demo dei Lomax. Accidenti a loro: mi piacciono. Non solo mi piacciono, mi hanno fatto diventare nostalgico della mia adolescenza.

Non so come si faccia ad essere nostalgico di un siffatto periodo, penseranno i più. In verità, per me, l’adolescenza non è stata l’età delle stupidaggini, è stato un periodo travagliato, ma è stato il periodo maggiormente istruttivo ed evolutivo della mia esistenza. Non amando particolarmente l’800 italiano letterariamente parlando, mi ricordo a malapena del fanciullino di Pascoli, l’autore sosteneva che ognuno di noi dovrebbe avere dentro di se stesso lo spirito di un fanciullo, mantenerne la purezza. A me sembra invece che, per quanto mi riguarda, io voglia mantenere dentro di me lo spirito di un adolescente in perenne (e affannosa) ricerca di se stesso, in conflitto col mondo, in confusione continua, non abbastanza uomo e nemmeno abbastanza ragazzo (avete presente eighteen?). Un caos completo, in completa ed eterna agitazione.  Che mi costringa a non rimanere fermo, a rifiutare il quieto vivere e le convenzioni, un ribelle antisociale e con tendenze depressive/autodistruttive.

Oggi non potrei vivere come un adolescente, sarebbe ridicolo, eppure nemmeno posso sedermi e dimenticare quello che sono stato, i pensieri di allora, per quanto utopici ed irrealizzabili, continuano a bruciarmi dentro.

I tre film che amo maggiormente sull’adolescenza sono:

Fucking Åmål

-Paranoid Park

-Fa’ la cosa sbagliata

Non posso essere lui, però ho bisogno di quell’adolescente, senza di lui sono un patetico borghese privo di personalità ed asservito alla parte pratica e convenzionale della vita. La parte che mi fa più orrore. Il problema però è che quando hai l’età di un adolescente, quando sbagli la gente è più tollerante, man mano che cresci, gli errori li paghi molto più cari ed è per questo che quell’adolescente si nasconde da qualche parte, in qualche anfratto del cervello. Forse è inaccettabile per la società che un adulto sia ancora in perenne ricerca, faccia ancora errori come un ragazzo. Forse, ad un certo punto, dovrebbe calmarsi, abbassare la testa, lavorare e pensare al mutuo, alla casa e alla famiglia. Certo, contateci. Non che non siano aspetti importanti, ma il giorno in cui mi lascerò travolgere da queste cose qualcuno mi finisca, per pietà.

I Lomax parlano di odio e augurano la morte alle persone, quando ero adolescente lo facevo anche io. I Lomax sono arrabbiati e disillusi come lo ero io. Nei momenti più rabbiosi la musica era il canale giusto per convogliare la negatività verso qualcosa di più costruttivo, forse la ricerca di anime affini, forse di compagni di viaggio, forse persone che con la loro musica possano leggerti dentro ed aiutarti a capire chi sei. o forse, semplicemente trasfigurava la tua rabbia repressa e ti impediva di sfasciare tutto, riuscendoci solo a volte (ha ha ha).

I Lomax sono giovani ma musicalmente parlano un linguaggio che nasce da musica di venti o trenta anni fa e forse per questo li capisco. Mi vengono in mente i Dinosaur Jr. in “Rigore”, i Joy Division in “Mahnattan” o il cantato di Ferretti (terra emiliana non mente?) in “Non vedo l’ora che muori”. Tuttavia, se fosse mero citazionismo il loro, non starei qui a parlarne. Questi ragazzi hanno personalità e coraggio da vendere. Distorsioni, feedback e una doppia voce strafottente e sbeffeggiante. Sfrontati perdenti consapevoli, che però stavolta hanno vinto: in fondo dare contro a se stessi a volte sprona a farcela.

Ora so meglio chi sono, come nella citazione di Edda nel titolo. Ho una consapevolezza e delle responsabilità in più ma non ho ucciso quella parte di me.

Musica indipendente italiana

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La domenica pomeriggio Rai tre decide di dedicare uno speciale alla musica indipendente italiana. Quando me ne accorgo mi chiedo cosa aspettarmi dal servizio pubblico nazionale, non faccio in tempo a formulare un’ipotesi quando si concretizza davanti agli occhi l’ineluttabile.

Una lunga parata di bellimbusti dall’aspetto tutto sommato conformato ad uno standard, una serie di suoni, parole, musica… forse. Non salvo nessuno se non gli Zen Circus, i meno peggio, loro che, comunque, hanno un’ idea di che prezzo abbia realmente essere indipendenti, gente che si trova nel mucchio per caso, che non si arrende dal ’94. Inoltre un loro album ha un titolo altamente esplicativo del mio pensiero su quello che sto vedendo: andate tutti affanculo.

Scusate la brutalità. La musica indipendente italiana ha una spocchia, una puzza sotto al naso, una supponenza insopportabile. E, infatti, io non la sopporto: non sopporto gli Afterhours, i Marlene Kuntz, il Teatro degli orrori e nemmeno tutti gli altri messi in fila. Ricollegandomi al mio post precedente gli ultimi esponenti degni di attenzione ed adorazione sono rimasti i CSI, il punto più alto, poi il vuoto. O quasi.

Il “quasi” di cui sopra si chiama Stefano Rampoldi.

Edda. E’appena uscito il suo nuovo album “Graziosa utopia” ma ovviamente il tg3 non se ne avvede. Edda è scomodo, incostante, esplicito, incontrollabile, delirante e dolcissimo. Decisamente troppo per loro, per essere inquadrato, per essere pubblicizzato. Edda non ha paura. O forse ne ha troppa.

E’ uno che ha vissuto e non a parole. E’ uno che ha sbagliato e non per moda. E’ uno che si è esposto e non per esibizionismo. Soprattutto ha affrontato il suo inferno personale e si vede, si sente e si percepisce in ogni cosa che fa. Forse sono io ma mi sembra l’unico nel marasma ad essere sincero fino ad essere scomodo, come dovrebbe essere un vero indipendente.

Edda riesce a destabilizzare, a far pensare e a commuovere. Ve lo vedete un Agnelli (nome non citato a caso) che riesce a fare altrettanto? Davvero potreste sostenere che sia credibile? Siate seri…

Quando parte il brano d’esordio del suo ultimo disco, mi sento partire la pelle d’oca e nemmeno so perché.

Mi spezza in due l’anima in pochi minuti. E non posso farci nulla. “Spaziale” è un pugno allo stomaco che lascia senza fiato e senza parole, che non fa male ma mi rivolta come un calzino. Edda riesce a usare parole banali (“Tu finalmente tu/ E’ arrivato il nostro momento/ per fortuna che ci sei”)  e a contestualizzarle senza renderle odiose come fanno mille altri, in questo è un maestro (si veda anche “Tu e le rose” del disco precedente) e non è una cosa da tutti.

Ha un’anima grande e fulgida, costruita sulla vita. Il resto del disco scopritelo da solo o non fatelo affatto. Io me lo tengo stretto, ne ho bisogno. Ho bisogno di addentrarmi nella notte con le sue parole, ho bisogno di confrontarmi con le sue immagini, di rispecchiarmi nei suoi stati d’animo. Artista e pubblico: finalmente un rapporto autentico.

E anche se scrivo questo per non pensare ad altro, non lo rende meno vero.

Grazie Edda, davvero.