Prima persona

A.D. 2019

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Ho volutamente aspettato fino alla fine nella speranza di qualche nuovo spunto, mi sono giunti all’orecchio solo i Naga da Metal skunk che però, per quanto mi concerne, pur concordando sui loro meriti, risultano troppo derivativi  per entrare nel novero dei migliori dieci dischi usciti quest’ anno.  Dunque andiamo con ordine.

10. Liquido di morte IIII: Nuova prova per i Milanesi, ancora una volta un disco strumentale carico di pathos e trasporto emozionale. Stavolta si muovono ancora su lidi onirici, spesso dilatati, a volte sottilmente inquietanti. Si confermano come una bella realtà che purtroppo non sono ancora riuscito a vedere dal vivo. Valore aggiunto (senza dubbio) lo stellare artwork di Luca SoloMacello che produce addirittura 200 copertine diverse. Da avere,

9. Crushed curcuma Tinval: Un doveroso omaggio alla Biella che mi piace. Un disco ancora una volta strumentale da parte di un gruppo che va via via aumentando il suo bacino di ascolto, finendo per suonare anche in posti lontani da casa (ultimamente Roma e Milano) e raccogliendo consensi da parte della critica specializzata. La loro proposta promette un tappeto sonoro elettronico sul quale svetta un sassofono in grado di apportare un’ulteriore apertura al suono. A momenti suonano quasi etnici, molto più spesso psichedelici e a tratti dilatati. Difficile descriverli oltre, provate ad addentrarvi e lasciatevi catturare.

8. Saint Vitus Saint Vitus: dentro nuovamente Scott Reagers, fuori Mark Adams, Dave Chandler rimane sempre di più al comando della sua creatura, facendo uscire il secondo disco omonimo della storia del gruppo e centrando l’obbiettivo maggiormente rispetto a quanto fatto anni prima con la formazione con Mr. Wino dietro al microfono. I brani appaiono maggiormente focalizzati, benché la durata del lavoro risulti sempre piuttosto risicata, c’è un impeto maggiore, una maggiore convinzione. Il lavoro appare più organico e coeso ed anche l’ ennesimo reinserimento del cantante originale sembra riuscire più del ritorno con Wino dietro al microfono che, comunque, nel frattempo ha pure trovato il sistema di rientrare egregiamente con gli Obsessed. Non siamo ai livelli del pre-reunion, ma comunque un lavoro per il quale vale la pena di scucire qualche pizza di fango.

7. Edda Fru Fru: Dopo ancora altri ascolti, l’opinione in merito non è cambiata. Si tratta di un’opera frivola e leggera dietro la quale si agita uno degli ultimi artisti sinceri e veri della musica italiana. Graziosa utopia era di un altro pianeta, ciò non significa che questo nuovo non sia piacevole e regali dei momenti di godimento sonoro (e anche lirico) notevoli, pur non raggiungendo certe vette, rimane una spanna sopra ciò che l’ Italia in media ha da offrire.

6. The Haunting Green Natural Extintions: Una gran bella scoperta fatta grazie a Blogthrower. Un duo dedito ad una musica quasi strumentale i cui numi di riferimento sembrano arrivare in parte da certo black metal evoluto ed in parte da una forma di post metal (Neurosis e compagnia), il tutto rivisto in un’ottica molto personale e intensa. assolutamente degni di attenzione e supporto.

5. Monolord No comfort: Un gruppo derivativo, ne convengo. Ma posso fare eccezioni e per loro le eccezioni le faccio più che volentieri. La prima volta che ho ascoltato questo disco mi sono detto che era tutta roba che avevo già sentito da qualche altra parte. Ma poi l’ho ascoltato una seconda, una terza, una quarta volta e così via, finché non sono più riuscito a scrollarmelo di dosso. Non importa se poi i rimandi a Black Sabbath ed Electric Wizard si sprecano, alla fine i Monolord vivono di vita propria. E che vita! Io avrò sempre bisogno di dischi come questo. Grandissimi Monolord!

4. STORM{O} Finis terrae: Non c’erano dubbi che finissero anche i feltrini in questa lista. Un disco vibrante e veemente, nel quale esce probabilmente quello che è il loro lato più nervoso e violento. Un disco teso, instabile eppure solido e con le idee incredibilmente chiare con momenti più riflessivi e, a tratti, quasi evocativi ma che fa dell’impeto il suo credo. Superlativa la prova del batterista Stefano. Tremate. Tutti.

3. Iggy Pop Free: Ho già parlato anche troppo di questo lavoro, se ancora non l’avete ascoltato, fatelo.

2. Chelsea Wolfe Birth of violence: Posso solo aggiungere a quanto riferito  a suo tempo che più uno si inoltra negli ascolti, più le sfumature si insinuano nell’ascoltatore ed il disco aumenta di spessore. Una ulteriore sfumatura di se stessa messa in musica da parte di quella grandissima artista che è Chelsea Wolfe, che con un altro disco superlativo, si conferma ad altissimi livelli.

1. Tool Fear Inoculum: Sono già pienamente al corrente di tutte (e dico tutte) le critiche sono state mosse al gruppo e a questo disco. Alcune le condivido, altre meno, alcune per niente. Però ad un certo punto bisogna anche guardare in faccia alla realtà: questo è stato il disco che ho ascoltato, gradito e ammirato di più durante tutto il 2019. Il resto sono chiacchiere.

Gente che è rimasta fuori:

Sunn 0))): Ben due uscite per il gruppo di O’Malley e Anderson. Nessuna delle due è in lista, eppure sono uno dei miei gruppi preferiti. Pur riconoscendone il valore ed adorando la proposta non li ho messi perché non vedo l’ora di vederli dal vivo e la trasposizione su vinile di quello che sviluppano in sede di concerto non è che un pallido tentativo di descriverlo. Vale la pena averli ed ascoltarli. Comunque.

Baroness e Nick Cave and the Bad Seeds: La verità è che non sono riuscito ad ascoltarli a dovere: i Baroness mi suscitavano emozioni troppo contrastanti e mi mettevano in un pessimo stato d’animo senza una spiegazione oggettiva del perché lo facessero. Di “Ghosteen” ho ascoltato solo un brano che mi è parso più pesante di un macigno. Non ho ancora avuto la presenza di spirito e la forza d’animo per approfondire.

Colle der Fomento e Carmona Retusa: Fuori tempo massimo. Non ho inserito i Colle solo perché l’anno scorso non ho fatto in tempo ad ascoltare debitamente “Adversus” e quest’anno non posso inserirlo perché è temporalmente sbagliato. Comunque il loro lavoro, a mio parere, confermando la mia ignoranza relativa sul genere, rappresenta il più bel disco di rap mai scritto in Italia per testi e musiche.

I Carmona Retusa li ho scoperti in concomitanza con l’intervista rilasciata con Blogthrower ma il loro disco, dal titolo ispirato ad Andrea Pazienza è addirittura uscito a marzo del 2018, quindi nulla. Ciò non tolga nulla al loro valore, sono bravissimi e meritano molto più successo.

Sudditanza psicologica: vale la pena curarla

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Quando leggevo ancora le riviste su carta stampata riguardanti la musica metal e tutte quelle cose lì, soprattutto nel primo periodo, si parlava spesso del fatto che, in un mondo ideale, il seguace della musica metal era tale per la vita. Si parlava di fedeltà ai gruppi, allo stile di vita, alla scena. Tutto molto nobile e bello, anche abbastanza naïf, al punto che si arrivava anche ad ipotizzare di una cosa chiamata fratellanza all’interno del movimento, cosa che si concretizzava in molti casi. Fin qui tutti lati direi positivi della questione, in media l’ascoltatore medio di metal pre-Nirvana e Guns’n’roses (che poi sono quelli che più di tutti hanno sdoganato un certo tipo di sonorità pur non essendo metal in senso stretto) era una sorta di personaggio strano, da una parte un ribelle, ma dall’altra nemmeno troppo, non così tanto come avrebbero potuto esserlo gli autonomi o certe frangie estreme di punk-hardcore. Le due correnti di pensiero, all’inizio, erano ben lungi dal mischiarsi e, anzi, i punk vedevano i metallari quasi come dei reazionari a dirla tutta.

C’era dunque bisogno di unità, c’era bisogno di figure carismatiche intorno alle quali stringersi, fare gruppo e, in qualche modo, resistere dinnanzi agli sguardi quantomeno interdetti della “gente normale”. Adesso sembra fantascienza. Tutte queste cose hanno completamente perso il loro senso. La normalizzazione avanza.

Sbranano, sputtanano ogni cosa e la riducono ad un cliché.

Ce ne siamo accorti tutti: oggi chili di borchie, giubbotti di pelle, sguardo torvo e capelli lunghi (ad averceli ancora!) non spaventano più nessuno. Eppure a distanza di 35 anni c’è chi non vuole mollare i propri idoli. Credo che tutti i metallari, chi più chi meno, soffrano di questo atteggiamento e, a ben vedere, ogni fan di qualsiasi gruppo rimane deve rimanere decisamente deluso dai suoi beniamini per non volerne più sapere. Infatti c’è ancora gente capace di spendere fior di bigliettoni per vedere i merdallica (mai visto gruppo meno rispettoso dei propri fan), che nonostante tutto continua a ritenere fighi gli Iron Maiden, anche se non rilasciano più un disco significativo dai tempi di “Fear of the dark” (anche se l’ultimo veramente bello è “7th son”), che non ammette che gli Slayer sono finiti da tempo, che non può fare a meno dell’ultimo isostenibile lavoro degli Opeth, che ancora sopporta Manowar e Judas Priest che io, per altro, non ho mai potuto reggere.

Io stesso sono vittima di questo processo: cerco i Black Sabbath costantemente nei gruppi che ascolto, a volte provando anche un piacere sottile ma  intenso (tipo ascoltando l’ultimo dei Monolord: ragazzi vi voglio bene!). Anni fa (2010), in Norvegia, capitai a Bergen il giorno stesso di un concerto degli Iron Maiden e come potevo non fare di tutto per andarci? Poi ok, mi sono sorbito tutte quelle canzoni nuove che mi hanno tritato i maroni da morire (a parte “Blood brothers” perché sentirla cantare da 35000 vichinghi è una gran cosa) ma le mie lacrime si sono confuse con la pioggia durante “Hallowed be thy name”…nessuno è immune.

Solo che a un certo punto basta. Adesso si paventa addirittura una cosa ignobile tipo Iron Maiden 2.0. Putroppo le cose finiscono e per diventare leggende si muore giovani, facciamocene una ragione. Poi, anche chi dice che ormai certa musica è finita sbaglia. Si tratta solo di evolvere, di guardare altrove senza aver paura di ammettere che certe cose hanno inesorabilmente fatto il loro tempo.

Tra parentesi, Iggy Pop ha fatto un disco clamoroso superati i 70 anni. L’eccezione è possibile. Bisogna continuare a crederci.

 

 

Il futuro della musica II

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chelsea
Deranged for rock’n’roll

Se mi avessero chiesto una quindicina di anni fa quali gruppi avessero in mano il futuro della musica, avrei risposto senza esitazioni: Neurosis, Tool e Converge. Mi fa piacere che oggi quei gruppi siano ancora in relativa buona salute. Solo che, nel frattempo, Tool e Neurosis sono diventati gruppi dalle tempistiche mastodontiche, un po’ per narcisismo e un po’ per necessità e non si intravvedono in esse i margini di evoluzione del suono che sembravano esserci un tempo. Circa i Converge, godono di buona salute devo dire, “The dusk in us” è un disco che tiene altissimo lo standard qualitativo dei loro lavori. Con qualche momento di stanchezza relativa nella loro discografia (chi ha detto “No heroes”?) e qualche distrazione di troppo di Kurt Ballou, impegnatissimo sul fronte produzione, sono forse quelli che hanno retto meglio il passare degli anni.

Ma oggi, sinceramente, cosa tiene viva la musica? Si fa prima a dire cosa la ammazza: i maledetti talent show, la maledetta mania del tutto e subito di porcherie come spotify, i concerti faraonici dal prezzo impopolare ed ingiusto: cose come queste. Io mi sento braccato da queste cose, ma non mi hanno ancora preso. E resisterò fino alla morte.

Poi in un mese escono tre dischi come l’ultimo dei Tool, “Free” di Iggy Pop e “Birth of violence” di Chelsea Wolfe. Non può che essere un segno che non sono solo nella mia battaglia. Sul primo posso accettare obiezioni, e qualcuna è venuta in mente anche a me, sugli altri due no.

Lo sapevo che ascoltare un brano in anteprima su you tube sarebbe stata una mossa sbagliata, infatti con le altre anteprime ho resistito. Ma era talmente tale tanta l’attesa di lasciare entrare nelle orecchie qualcosa di nuovo firmato da CW che per liberarmi della tentazione ho dovuto cedere. Ero già consapevole dell’errore: “The mother road” non mi fece una bella impressione, invece ascoltata su disco mi ha ammaliato, per un attimo ho quasi pensato che Siouxsie si fosse appropriata del microfono, e da lì in poi è stata solo adorazione per questa fantastica artista californiana che ben difficilmente si fa cogliere in fallo con lavori che siano anche solo meno che coinvolgenti.

Un disco intimo ed intimistico. L’ho ascoltato per la prima volta nell’isolazione di un abitacolo, col sole che giocava a fare l’ effetto serra per farlo sbocciare meglio. In autostrada e stanco dopo una giornata di lavoro. Mi ha tenuto sveglio ed attento pur cullandomi. Perché, in questo lavoro, è questo che fa Chelsea: da una parte ti avvolge e ti riscalda con poche note acustiche e con la sua voce meravigliosa e, quando hai abbassato la guardia, inietta il ghiaccio nelle tue vene, l’inquetudine nell’anima, il buio nei pensieri.

Nonostante questo, ti fa sentire maledettamente vivo: allontana la solitudine con un soffio di grazia inaudita. Senza nascondere la realtà, getta un ponte in direzione dell’ascoltatore, offre una possibilità di salvezza nella condivisione. Almeno questa è la sensazione che ne ho ricavato fin’ora perchè mancano ancora svariati ascolti per cogliere quest’ opera in modo maggiormente compiuto. Mi manca di addentrarmi meglio nei testi, di scorgere i dettagli sonori sfuggiti e mi manca di far germogliare le canzoni con attenzione amorevole negli organi sensoriali.

Comunque appare assolutamente chiaro che chi riesce ad evocare tale sensazioni, chi riesce a dipingere scenari musicali di una tale intensità ha in mano il futuro della musica. E non si può fare a meno di volerle bene.

Curcuma frantumata in una serata di settembre

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Finalmente il caldo ha smesso. E’ una serata di inizio settembre, aria umida, pioggia a tratti, poche alternative in vista per passare la serata. Un concerto in un posto inusitato, un duo che suona in una chiesa, in un posto che, pur non lontano da casa, non avevo mai visitato. Chi siano i Crushed curcuma credo di averlo già detto in un post passato: Si tratta di un duo biellese che fonde elettronica, tastiere e sassofono in un’amalgama che si distingue per l’effetto ipnotico/psichedelico, quasi meditativo delle composizioni. Si parte presto, l’evento è raccolto e di breve durata ed il fatto che si svolga in una chiesa, fatto del quale vengo a conoscenza solo nel momento in cui raggiungo il luogo del concerto, aggiunge un fascino particolare all’ esibizione.

I filmati proiettati sullo sfondo offrono un elemento in più all’esibizione ed anche le  ombre di un crocifisso e di alcuni candelabri che risaltano sulla proiezione aiutano ad entrare nell’atmosfera metafisica (ma non troppo) dei due musicisti biellesi. Ne esce una serata che non ti aspetti, velata da una lieve ma palpabile sensazione di inquietudine (nel video compaiono Ronald McDonald e padre Amorth) , unita ad una piacevole estraneazione dalla realtà. A volte ci si rende conto della grandezza di una proposta sonora anche quando apre la porta a una dimensione affiancata alla realtà a al tempo stesso distante da essa.

 

Epitaffio digitale

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La morte di una persona è un evento tragico, una perdita, un distacco eterno e forzato. La dipartita di persone famose lascia un vuoto diverso nell’immaginario collettivo: si fa spesso riferimento a quanto prodotto in vita, all’apporto che un artista, uno scienziato,un attivista hanno fornito alla collettività e si fa correre il pensiaro al fatto che quell’apporto non potrà più essere elargito se non come memoria postuma, come lascito intellettuale. Ultimamente il ricordo delle persone che vengono a mancare è affidato ad epitaffi digitali: le bacheche, i blog, qualsiasi altra forma di comunicazione si riempie di messaggi di cordoglio: le facce delle persone riempiono i pixel degli schermi, le date diligentemente riportate come su una lapide digitale. Tutto questo stillicidio di messaggi  dapprima mi faceva pensare di essere parte di un diffuso sentimento di cordoglio e quindi più di una volta ho partecipato anche io.

Solo che poi da una palla di neve è diventata una valanga. Particolarmente nel 2016, anno di dipartita di numerose personalità importanti, la cosa ha assunto dimensioni abnormi e anche ora non accenna a diminuire. Un compianto funebre senza fine che ha finito per svilire la cosa riducendo le bacheche in immensi muri del pianto dozzinali che, tirando le somme, mi lasciano indifferente se non proprio annoiato, fermo restando il dispiacere per colui/cole che ci ha lasciati.

Alla seconda/terza epigrafe elettronica mi assale un senso di oppressione ed una domanda: ma non sarà che attraverso questo mecccanismo non si cerchi di “dare per primi la notizia”, di rendersi in qualche modo visibili in modo che poi ti sovvenga, oltre che il nome del defunto anche quello di chi ha diffuso la notizia? E non sto parlando delle persone che giustamente rendono omaggio al dipartito con un sentito post circostanziato, nel quale almeno spiegano le loro sensazioni, quanto l’opera del personaggio ha significato per loro e via discorrendo. Sto parlando di tutti gli altri.

Alla fine mi sembra una sorta di moda, come quelli che fotografano il cibo e poi lo postano o quelli che si fanno gli autoritratti con le persone famose. Non posso che giungere sempre alla conclusione che terrò per me stesso i miei sentimenti, lasciando trasparire solo poco all’esterno perchè le modalità con cui lo si fa al giorno d’oggi non mi appartengono e mi sembrano squallide e dozzinali. Fecebook et similia hanno dei lati positivi (per quanto mi riguarda segnlarmi i concerti e qualche uscita discografica che  potrebbe sfuggirmi e, magari, tenermi in contatto con persone alle quali tengo ma che non riesco a vedere spesso) ma mi appaiono totalmente inadeguati a contenere riflessioni e sentimenti profondi quali possono essere dei cordogli sentiti, nel caso. Sono un mezzo superficiale e come tali vanno utilizzati.

In questi termini, mi sovviene spesso una canzone di CSI:

Ho dato al mio dolore la forma di parole abusate
che mi prometto di non pronunciare mai più.

 

Musica per organi freddi

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Nemmeno negli anni d’oro del movimento il black metal ha mai fatto troppa presa dalle mie parti. Anzi. L’ho sempre considerato musica per personaggini equivoci, per gente che fa della posa un’attitudine al punto di venerare satana senza nemmeno avere un minimo di retroterra culturale per capire cosa voglia dire, per gente che si trincera dietro corpse painting e pose malvage per nascondere la propria pochezza, per gente a cui piace provocare gli altri ma non è in grado di sostenere uno sguardo o argomentare un discorso, senza contare (perché sono palesemente fuori scala) quelli che proprio spensero il cervello facendo fuori persone e bruciando chiese. Adesso che a tutto questo si sono aggiunti (o c’erano già prima?) hipster, psicolabili, gente con idee reazionarie e altri discutibili (e rincoglioniti) figuri siamo messi ancora peggio.

Anche dal punto di vista musicale non mi sono mai piaciuti:

-Il cantato in screaming

-Il tono acuto delle chitarre

-Gli inserti tipo folk o neo folk (qui si tratta di metal estremo e alzateli sti cazzo di ampli!)

-Le derive sinfoniche (ancora peggio del folk)

-Le produzioni plastificate di mr. Tägtgren e della Nuclear Blast

-Le infinite dispute sul fronte trve/untrve (vedasi anche Batushka, di recente)

E pensare che le origini del movimento mi piacciono: io adoro i Celtic Frost e anche i Bathory… eppure, fatti salvi certi capi imprescindibili (Dark Throne, Mayhem…) tutto il resto mi risulta indigesto. Non che voglia fare una pessima generalizzazione del discorso, ci saranno sicuramente persone meritevoli nel giro black e poi c’è chi risolleva un minimo la situazione rinverdendo la formula vedi Klevertak e, perché no, Whiskey Ritual, chi invece lo prende come punto di partenza per giungere a risultati sublimi (…In The Woods, Ved Buens Ende/Virus, Ophthalamia) però per me qualcosa non torna ed è inutile: se voglio sentire qualcosa che davvero metta tutto sotto i propri cingoli mi tocca rivolgermi altrove. Al caro vecchio Death Metal, al fedele compagno Grindcore. Non c’è partita. Anche una cosa quasi universalmente riconosciuta come la tamarraggine scassatutto di “Panzer division marduk” alla fine non fa presa su di me. Ho un disperato bisogno di growling iper-gutturale, chitarre a motosega (grazie Tomas Skogsberg) e batteria a maglio.

Capita che  ogni tanto io, non dico mi dimentichi, ma metta da parte tutto questo. Tuttavia alla fine qualcosa giunge a sussurrarmi che avevo bisogno di della sana violenza messa in musica. Contro il logorio della vita moderna è meglio del Cynar, non me ne vogliano Ernesto Calindri ed Elio. Soprattutto meglio la violenza messa in musica che prendere a sprangate il prossimo. Questo è un messaggio che non è mai passato: non parlo per gli altri, ma per il sottoscritto questa non è incitazione alla violenza, è un modo per non diventare violenti:

Non sopporti la merdosa proposta musicale di radio e televisione? Metti “Left Hand Path” e subissali di volume.

Il lavoro ti opprime e non ne esci? Prova con “World Downfall” sparato al massimo.

Gli amici si imborghesiscono e svaniscono nel nulla? Credo che “Cause Of Death” faccia al caso tuo.

Ti fregano il parcheggio? Abbassa il finestrino e fai un furioso headbanging sulle note di “Hammer Smashed Face”, ti sentirai subito meglio.

Continuano a cercare di importi scelte non tue? Insistono nel dirti che musica ascoltare, come vestirti, cosa leggere, in cosa credere? La risposta è ovvia: lascia che siano i Nasum a chiarire il concetto:

 

Quale sogno sublime potrebbe essere rispondere a tutti i fastidi alzando il volume e zittendo tutti? Sarebbe una gran soddisfazione di sicuro. Ogni qualvolta la situazione si fa pesante, la manopola è la soluzione.

Ora (Grazie a Blogthrower per avermene parlato) abbiamo un nuovo gruppo che può accostarsi alla schiera e farci scapocciare tutti quanti alla faccia delle disavventure quotidiane. Benvenuti Thulsa Doom !

 

 

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All’inferno (e ritorno)

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Poco tempo ha ho rivisto “Mediterraneo” e se nel 1991 o giù di lì mi piacque, nel 2019 ho pensato che il film di Salvatores oscar come miglior film straniero fosse invecchiato davvero male. Fa ancora più male pensare che vinse il premio lasciando a bocca asciutta un’opera di valore assoluto come “Lanterne rosse” che non vinse nulla. Per quanto possa valere un Oscar.

Alla fine del film mi colpì la frase “dedicato a tutti quelli che stanno scappando” al termine dei titoli di coda. Personalmente invece dedicherei qualcosa a tutti quelli che hanno il coraggio di tornare. E’ una tematica che mi ricorre spesso ultimamente e non ultima durante la lettura delle memorie di Lol Torhurst dei The Cure.

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Leggere biografie di componenti (o di gruppi) che ammiro è uno sport che pratico spesso. Parlo di sport perché questo mi sembra piuttosto che lettura propriamente intesa. Tra un romanzo ed un altro mi immergo nella lettura di libri che narrano della vita di alcuni dei miei eroi musicali. Quella con i The Cure è una storia che dura da lunghissimo tempo, forse dai primi anni delle superiori, quando ancora giravano le cassette. Il loro concerto, nel tour di “Wish”, fu uno dei primi che vidi non ancora ventenne: una piccola avventura al palasport di Torino, quando a causa di “ondate di folla”, caddi tra i piedi del pubblico e probabilmente non mi sarei più rialzato se qualcuno non mi avesse notato e mi avesse fatto spazio. Un’ esperienza che mi sarei aspettato di fare ai concerti di musica violenta più che a un loro concerto.

Comunque sapevo (e forse so) poco di loro, quindi il libro di Tolhurst è stato una bella esperienza consumata nel giro di un paio di settimane. A parte la parte sugli esordi ed un simpatico aneddoto sul nostro che piscia su una gamba di Billy Idol quando ancora era nei Generation X, narra dei suoi trascorsi nel gruppo e dei suoi problemi personali che lo hanno portato a rompere col gruppo prima dell’uscita di quel capolavoro che risponde al nome di “Disintegration”.

C’era di mezzo l’alcolismo, certo, forse anche l’abuso di sostanze, può darsi. Ma aveva dentro qualcosa che ha dovuto affrontare e che lo ha fatto deragliare in malo modo. Sono demoni che qualcuno di noi si porta dentro e che, ad un certo punto dobbiamo fronteggiare, demoni che possono far perdere il lume della ragione, demoni che spesso fanno in modo che distruggiamo tutto (o quasi) quel che ci circonda. Soprattutto le persone che più ci stanno a cuore. Una perdita di lucidità inaudita, della quale non siamo consapevoli, o comunque non abbastanza. Come spesso non siamo altresì consapevoli che si tratta di una fase, tragica a volte, che però è destinata, prima o poi, a finire.

La crisi può essere lunga, i ragionamenti estenuanti, gli sforzi tremendi. Ma nessuna crisi dura per sempre, sia che abbia una risoluzione tragica oppure no.

E se un giorno ci si sveglia senza quel macigno sul petto, se si riesce a vincere quella guerra coi propri demoni, non è una cosa da poco. Se, oltre a questo, si riesce  guardarsi indietro e fare ammenda o semplicemente trovare la pace con chi è stato coinvolto (o travolto) è un atto degno di ammirazione, comunque la si voglia vedere.

Tolhurst è riuscito a fare pace con Smith, hanno anche suonato ancora insieme. É solo una delle tante storie del genere che conosco e che, di solito, finiscono bene. Vale comunque la pena provarci, vale comunque la pena di non lasciare irrisolto il proprio passato. Una sorta di guarigione, anche spirituale. Ed è una delle (poche) cose per le quali vado fiero di me stesso.

Devo aver già scritto qualcosa su quanto significa per me questa canzone, comunque son due settimane che ascolto The Cure a ripetizione… e non capita spesso.