Prima persona

Live on the slaughter beach

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Questo verrà ufficialmente ricordato come il live finito prima nella storia. Al Fabrique non si scherza e alle 22:30 tutti a casa o, più verosimilmente, parte la seconda serata tipo discoteca? Non lo sapremo mai. L’occasione era clamorosa: vedere all’opera Green Lung e Clutch in una sola serata, tra dubbi ed incertezze legate ad eventuali rimandi e cancellazioni siamo arrivati al fatidico 26 novembre. Tutto inizia prestissimo, addirittura pre-aperitivo, alle 19 il primo gruppo sta già lasciando il palco, faccio appena in tempo a vederne le facce e a non ricordarne il nome. Per la prima (forse) volta assisto ad un concerto dove tutte le tempistiche sono assolutamente rispettate, i cambi palco veloci e efficienti quasi come un pit stop di formula 1, se non si considera la volta in cui persero la gomma di Irvine.

Avevo quasi perso la speranza di vedere una cosa del genere e adesso paradossalmente mi rende il concerto quasi troppo asettico, anche se il fatto di essere a casa a mezzanotte ha un valore aggiunto innegabile per chi viene da fuori. Detto questo: i Green lung si fanno da soli un velocissimo check ai suoni e da subito da nell’ occhio il loro chitarrista che sembra la versione ringiovanita e vigorosa di Dave Chandler dei Saint Vitus, poi dei roadie montano veloci due bandierone coi caproni e si comincia.

L’attesa era tanta, visti i loro due pregevoli dischi e mezzo all’attivo, e non è stata vana. Musicalmente inappuntabili sono rodatissimi ed esaltati come la loro età relativamente giovane impone: sparano fuori le loro cannonate come “Ritual Tree”, “Old Gods” e l’esaltante “Reaper’s Scythe” con decisione e sicurezza da band conscia dei suoi mezzi e con dei suoni finalmente all’altezza anche trattandosi di un gruppo spalla. Nulla da dire, alla fine paiono anche troppo forzati nel cercare l’attenzione del pubblico ancora poco numeroso e in parte disattento, ma per un gruppo che vuole farsi strada ci sta. Il futuro per loro appare radioso a patto che non si facciano stritolare da quel tritagruppi che risponde al nome di Nuclear Blast.

Per i Clutch, la recensione potrebbe scriversi da sola. Tutta l’attenzione è focalizzata su Neil Fallon che da vero istrione trascina il pubblico con le sue occhiatacce, il suo gesticolare plateale, il suo indice accusatore e, ovviamente, il suo vocione inconfondibile. Gli altri si limitano a suonare, ma lo fanno veramente da manuale. Instancabili macinatori musicali miscelano blues, funk, hard rock tritando tutto come una schiacciasassi e poi fondendo tutto in una forgia dalle colate incandescenti. Un’ora e mezza di concerto, una carriera ormai più che trentennale alle spalle e sono ancora lì solidi e fieri nel loro credo che si chiama rock’n’roll.

Fanno capolino anche un theremin, un campanaccio, un’armonica a bocca a colorire il suono, ma la sostanza rimane fermamente quella di un gruppo del Maryland che dagli anni ’90 non si è mai fermato e raramente ha dato segni di cedimento, nonostante qualche disco un po’ sottotono e i guai fisici partiti da Fallon ad un certo punto della sua carriera. Sciorinano brani vecchi (una lontanissima “Rats”) e nuovi con naturalezza e convinzione che coinvolge appieno il pubblico che vive momenti di vera e propria esaltazione come quando si esibiscono in “Earth Rocker” vero e proprio manifesto programmatico del gruppo.

Recentemente alla dipartita di Jerry Lee Lewis si è parlato di last man standing: per quanto concerne la sua generazione è sicuramente vero, per quelle successive ci sono ancora gruppi che, come i Clutch, dimostrano di non voler mollare ancora il colpo: non possiamo che ringraziarli per questo e auguarargli lunga vita e prosperità, con le corna alzate chiaramente.

Un post e una canzone

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Un post solo per una canzone? Certo. In realtà sarebbero due, ma procediamo con ordine. La scorsa estate, rincorrendo il ramo materno delle mie radici, sono tornato a Feltre e l’ho fatto indossando una maglietta degli STORM{O}. Mi sono fatto fare una foto sotto il cartello della cittadina in provincia di Belluno (ma, se se la prendono come i miei parenti, guai a dirgli che sono bellunesi) e gliel’ho mandata. Sono dei bei tipi e l’hanno presa bene, anzi si sono esaltati.

Stessa cosa che è successa a me lo scorso fine settimana quando hanno fatto uscire il loro brano in anteprima per il nuovo disco che uscirà a febbraio con tanto di nuova etichetta discografica al seguito. Perché gli STORMO (che nel frattempo han perso per strada le parentesi), come il paese originario di mia bisnonna, sono veramente qualcosa che mi è molto caro. Come molti arrivo a conoscerli con il loro secondo lavoro “Ere” e poi da lì hanno saputo ritagliarsi un posto speciale nei miei sentimenti, e non temo di apparire troppo sdolcinato nel dirlo. Forse saranno le origini, ma alla fine sono soprattutto la loro musica, i loro testi, la loro attitudine a far si che questo sia successo. E mi ritengo un ascoltatore indurito da tutto quello che l’industria musicale è diventata, dalla sfiducia crescente negli artisti, dalla secolarizzazione della musica a me cara che non riesce a trovare vie esperssive che risultino credibili e personali.

Tuttavia, detto tutto questo, il gruppo di Feltre rappresenta per me un’isola felice, una delle poche che tengo strette a me assieme ai Messa, che guarda a caso,  provengono anch’essi dalla mia regione d’origine. Perché sono due gruppi veri, ragazzi che ci provano a dare il loro contributo artistico, a mettere in gioco la loro bravura per arrivare a proporre qualcosa che, nonostante i riferimenti che tutti i gruppi hanno, suoni come profondamente loro. Quindi la premiere del loro nuovo disco per me è un evento che voglio celebrare con un post fatto apposta. E poi la canzone è una bomba. Ascoltatela, riascoltatela e ascoltatela ancora fino a febbraio. Cogliete le differenze col passato, proiettate speranze per il futuro. Non l’avrete fatto invano.

P.s.: Visto che parliamo di affetto, segnalo che è anche uscita la canzone apriprista per gli Obituary, ovvero il gruppo che mi ha fatto amare il death metal. Al di là di tutto, voglio bene anche a loro e vedere il loro logo su un disco nuovo mi fa felice.

Cose ascoltate di recente…

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Miscreance: Convergence

Death metal tecnico da Venezia: un disco che dona gloria a un genere poco frequentato, un impeto notevole di orgoglio, proprio dal nostro paese. Avendo ben presente la lezione magistrale impartita da gruppi come Death, Pestilence ed anche, in misura minore, Atheist, i Miscreance tirano fuori un lavoro che coinvolge dall’inizio alla fine. Merito dell’abilità in fase compositiva e della freschezza che riescono a esprimere, mantenendo alta l’attenzione, alle volte anche con passaggi e soluzioni inaspettati. Normalmente  direi che non è proprio il mio genere ma il gruppo veneziano mi ha proprio conquistato. Bravi bravi, da supportare assolutamente…

Russian Circles: Gnosis

Altro gruppo con uno scoglio da superare per il sottoscritto: l’assenza del cantato. Faccio sempre molta fatica con i gruppi strumentali, i Russian Circles non fanno eccezione. Però il disco nuovo mi ha conquistato, sarà per le atmosfere che riportano alla mente quasi subito il substrato dal quale sono nati (il post-tutto di fine anni ’90 inizio duemila che ha avuto in Neurosis e Isis i massimi esponenti), sarà che effettivamente mi sono trovato davanti un buon disco, particolarmente adatto a passeggiare sotto la fine pioggia di ottobre con la nebbia bassa e le foglie che cadono. In mezzo ai suoni attutiti un po’ di fragore ci sta.

Dark Throne: Astral Fortress

Qui provo la stessa di difficoltà che avrei parlando di un gruppo di amici. Non vorrei mai e poi mai vorrei avere nulla da ridire su Fenriz e Nocturno Culto. Hanno fatto della guerra ai suoni plastificati e finti una bandiera, hanno saputo costruire su un passato leggendario e distaccarsene, sono un esempio fulgido di coerenza e attitudine. Il nuovo disco però dice poco di nuovo, dopo diverse evoluzioni, si sono definitivamente standardizzati su musica che sembra uscire direttamente da un bunker svizzero della prima metà degli anni ’80. Veri e genuini fino al midollo, però riscrivere per l’ennesima volta “Morbid Tales”, con tutto il bene che gli voglio, comincia a mettere a dura prova l’ascoltatore.

Mountains: Tides End

Un ottimo disco questo, ce ne era bisogno. I Mountains, trio da Londra, propongono la loro formula: semplice ma non scontata. Immaginate un doom dinamico e melodico, per quanto possibile loro lo incarnano perfettamente… Un piccolo prodigio: la batteria è l’elemento che lascia maggiormente incuriositi: estremamente presente, crea uno scenario inaspettato e perfettamente contestualizzato (mi vengono in mente i Mastodon meno arzigogolati), i passaggi acustici e voce riportano la barra al centro della melodia e le chitarre ruggiscono dal profondo. Un risultato niente affatto facile da ottenere. Per me sono da applausi, oltretutto con una copertina spettacolare.  

Duocane: Teppisti in azione nella notte

Da Bari con furore. Già il nome potrebbe dare adito a fraintendimenti di sorta (nessuno si azzardi a cambiare una vocale), poi la proposta si muove tra il serio, la musica, con delle soluzioni molto interessanti con un’ amalgama di stili ed influenze molto personale e il faceto, i testi, con una vena ironica delicatissima. A me sono venuti in mente i mai troppo lodati Zu, soprattutto in “Old man yells at clouds”, ma lo spettro sonoro è veramente ampio, considerate anche le ospitate di altri musicisti che completano l’opera.

Noise, sludge, math, hardcore… Basso e batteria: che spettacolo!

Musica scoperta anche grazie a Il raglio del mulo e Blogthrower lì troverete due gustose interviste…

El Cielo vent’anni dopo

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L’ 8 ottobre compie 20 anni uno dei dischi definitivi del rock anni 2000. Si intitola “El Cielo” e il gruppo californiano Dredg ne è l’autore. All’epoca fu una vera rivelazione, nei forum ne parlavano tutti come di un piccolo capolavoro, ed in effetti lo è. Molto leggero e sognante, sembra una ventata d’aria fresca in una stanza che sia stata chiusa per anni. La cosa bella è che era totalmente fuori da qualsiasi scena e corrente musicale dell’epoca. Niente nu metal, niente post hardcore, semplicemente Dredg. Stavano da soli, erano personali, con un loro cammino che partiva da basi decisamente più rocciose: “Leitmotif”, il disco precedente, ere ancora imparentato con una sorta di alt-metal che troverà ben poco spazio nel successore.

In effetti il disco suona leggero, ma non stucchevole; aggraziato ma non facile. Le liriche nascono direttamente dal quadro di Salvador dalì “Sogno causato dal volo di un’ape attorno ad una melagrana un attimo prima del risveglio” che fa diretto riferimento alla sindrome di paralisi del sonno della quale pare soffrissero lo stesso pittore e sua moglie. Molti brani si intitolano infatti Brushstroke (“Pennellata”) con diverse identificazioni specificate, inoltre alcune lettere ricevute dal gruppo da parte di persone affette da paralisi del sonno vengono utilizzate nella stesura dei testi. Il gruppo sceglie di riportarne alcune nel booklet che esce in due formati, uno con un letto su sfondo marrone, l’altro con una finestra aperta sul cielo con le nuvole di sfondo, tuttavia sembra che ne esistano molte diverse versioni sia in digipak che in jewel case, anche nel formato superaudio CD e con bonus disc (dettaglio: ovviamente io beccai quella marrone che mi piaceva meno).

La particolarità di questo disco sta nel suo essere al di fuori dei generi: per qualcuno suona rock, per altri progressive, per altri ancora pop. È un insieme di tutte queste cose e nessuna di esse, quello che è certo è che in questo disco gli autori dimostrano di essere in grado di far convivere diversi stili in modo assolutamente armonico e con un gusto quasi insuperabile per la melodia. Visto il periodo in cui esce è un mezzo miracolo, uno di quei dischi in cui non c’è una nota fuori posto, una sbavatura, qualcosa che palesemente non funziona. Fluisce come se l’attrito non esistesse e a tratti ti trasporta lontano, personalmente mi ha sempre predisposto positivamente facendomi osservare particolari che, nel quotidiano, passavano sistematicamente inosservati. Il suo pregio principale è proprio di essere in grado di creare un mondo a sé. Fin dalle prime note di “Same ol’ road” è impossibile restare indifferenti a quello che i Dredg sono in grado di mettere sul piatto.

La voce di Gavin Hayes, si erge suprema sulle miserie del mondo, forte di una base ritmica solidissima, per poi esplodere come se fosse un fuoco d’artificio il quattro luglio. Il termine corretto per questa musica è emozionale, non me ne vengono altri. Un’ altra menzione la merita senza dubbio “Scissorlock” dove i nostri semplicemente compongono uno dei ritornelli più belli mai sentiti in un inno notturno e luminoso come se la luna piena, i lampioni e le stelle formassero un’unica costellazione.

Se con queste due canzoni non vi ho convinto, mi spiace, però continuerò a portarmi questo disco nel cuore e ne sarò geloso tanto gli sono affezionato. Per i suoi vent’anni gli autori ne faranno uscire una versione de luxe che promette faville, peccato che, pur mantenendo sempre un livello qualitativo altissimo, non toccheranno mai più queste vette, spostandosi progressivamente verso il pop e nonostante il successo commerciale del singolo “Bug eyes” del disco successivo, arriveranno a “mettersi in pausa” nel 2014, per annunciare poi un ritorno nel 2018 che non si è ancora concretizzato.

Nonostante tutto il loro nome è stato scritto a caratteri cubitali nella storia del rock, con un disco formidabile, e non è un’impresa da tutti.

It’s never ending and never surrendering

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A un certo punto l’estate scorsa mi è quasi mancato il fiato, scorredo selvaggiamente le notizie sul mio telefono mi salta fuori un nome ed una data: Unida a Torino, il 4 ottobre. Lo rileggo un paio di volte ed è vero, in qualche modo gli Unida si sono riformati e vengono in Italia. Li avevo visti almeno vent’anni fa al Babylonia, e adesso ho nuovamente l’occasione di farlo senza che abbiano inciso nulla, come se fossero rimasti sospesi nel vuoto tutto questo tempo. Poi quasi quasi me lo dimentico.

A pochi giorni dalla data scopro che John Garcia non è più della partita (anche se ha cantato nei primi shows dopo che si erano riuniti, pare non potesse cantare in questo tour) e che praticamente il chitarrista Arthur Seay e il batterista Miguel Cancino sono gli unici membri originali superstiti. Doveva esserci la fregatura! Ma dopo tre anni di assenza da sotto al palco (tra sfortune varie non sono riuscito a vedere nemmeno mezzo concerto quest’estate e i miei amati Messa credo che non li vedrò per un pezzo, visto l’incidente stradale disastroso che li ha coinvolti…) decido che chi se ne frega e li vado a vedere lo stesso. Il rischio era quello di trovarsi davanti poco più di una cover band di uno dei gruppi più sfortunati sulla terra.

Credo che ormai sia inutile stare ancora a disquisire sul loro secondo album (detto per inciso: ne ho una versione bootleg su vinile ed era una bomba) e sulle vicissitudini che hanno fatto sì che non uscisse mai o sul fatto che siano autori forse della più bella canzone stoner di sempre che è questa:

Loro fanno a tutti gli effetti parte dei gruppi degni di venerazione, quindi buttare tutto nel cesso è un rischio grossissimo ritornando sulle scene vent’anni dopo, senza nuove pubblicazioni, con una formazione rimaneggiata ed un repertorio abbastanza scarno (ma non scarso).

Scacciato questo pensiero si parte alla volta di Torino,  la serata ha un clima mite e il capoluogo piemontese è quasi esattamente la stessa città del febbraio del 2019 quando andammo a vedere i Mondo Generator. Anche il posto è lo stesso, il Blah Blah in via Po, all’inizio sembrava suonassero allo Spazio 211 e onestamente avrei preferito: è decisamente più decentrato e spazioso, oltre che più comodo per chi arriva da fuori. Probabilmente anche l’acustica è migliore… però bando alle perplessità.

Aprono i locali Flying Disk, da Fossano. Niente male il loro repertorio, molto anni ’90 anche se lontano dallo stoner che invece contraddistingue gli headliner della serata, i loro punti di rifermento sembrano essere gruppi mai troppo allineati a correnti musicali come gli Helmet o i Fugazi. Riescono comunque a offrire una buona prova, da power trio duro e puro, senza fronzoli o cali di tensione, con una buona scaletta, sufficientemente personale nonostante i chiari numi tutelari. Hanno un disco che sta per uscire: dategli un ascolto, non ve ne pentirete.

E adesso passiamo agli Unida. Viste le premesse sarebbe dura per chiunque, il concerto riesce a non gettare fango su un nome storico e consegnato alla storia, quindi il pericolo più grosso è stato scongiurato. Ci sono però alcune perplessità abbastanza palesi che si sono addensate sul gruppo durante l’esibizione. Dal punto di vista strumentale sono tutti estremamente validi: Seay è un autentico mattatore appare in forma smagliante: sciorina riffoni, assoli e linguacce a tutto spiano, Cancino coordina la sezione ritmica con precisione e potenza, ma l’autentica rivelazione della serata è Collyn McCoy al basso: a vederlo sembra un pacioso signore di mezza età tranquillo, ti aspetti che faccia il suo senza strafare. Invece è un vero virtuoso del suo strumento, sciorina delle linee di basso assolutamente azzeccate ed eclettiche, riesce a mettersi in evidenza più volte senza far rimpiangere quell’altro maestro che si chiama Scott Reeder. Complimenti a lui, in un paio di occasioni mi ha fatto staccare la mandibola dalla sorpresa, bravissimo.

Sì, direte voi, ma il sostituto di Garcia, tale Mark Sunshine (se poi è il suo vero nome)? Se fosse una pagella di un quotidiano sportivo, un commento adatto sarebbe: non pervenuto. La sua voce si sente poco e male (problemi di soundcheck o oscurantismo volontario?) e per quel poco che si sente sembra che voglia tenere dietro a Garcia riuscendoci solo a sprazzi, infilandoci qualche acuto che sa di gallinaccio spennato (avete presente il buon W. Axl Rose che pena faceva dal vivo?) e non lasciando una buona impressione di sé. A questo aggiungete un look da capello lungo e unto da far invidia a “er monnezza” di miliana memoria e delle movenze goffe che ricordano da vicino quello zuzzurellone di bassista che sta rovinando i Melvins che si chiama Steven Mac Donald (licenziatelo!). Insomma un altro commento beffardo e azzeccato sul soggetto è stato “è bello da vedere”… ma sarebbe meglio non rivederlo in questa veste.

Altri dubbi riguardano il repertorio proposto, ok le vecchie canzoni, ben fatte, ma poco di nuovo all’ orizzonte, assoli a tratti prolissi, una sorta di medley di brani di altri che pare piazzato lì per guadagnare tempo a metà esibizione e, soprattutto, la cri-mi-na-le esclusione di “You Wish” richiesta a gran voce dal pubblico (e dai Flying Disk in particolare) ma lasciata da parte dal gruppo che, alla richiesta, risponde con sguardi persi nel vuoto di non averla preparata. Per me, che venero quel brano, è la nota più negativa della serata.

Luci ed ombre dunque di un progetto rinato e con delle potenzialità ma che deve svilupparsi e decidere che direzione intraprendere, possibilmente non dimenticandosi del passato (soprattutto di “You Wish”!) e trovando un sostituto migliore per Garcia, se non proprio Garcia stesso che comunque non viene considerato ancora fuori dal gruppo.

Postilla: a vedere il video la voce si sente e non è nemmeno male, magari sono stato anche troppo severo con il buon Sunshine… però dal vivo si sentiva veramente poco e quel poco non era un granché, lo garantisco. E comunque guardate le mossette che fa…

Muschio: Acufene al cubo

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Verbania, e con essa tutta la parte nord del piemonte nota come verbano-cusio-ossola, è un posto che ho sempre percepito come vicino, non solo per chilometri ma anche in spirito. Sembra uno di quei classici posti dimenticati dal tempo e dallo spazio, un luogo sospeso dove non ti fermi per caso: devi proprio volerci andare e per me, è il caso di dirlo, è un bene. Tempo fa un gruppo di amici, meglio noti come Adam 7, ci hanno fatto scoprire la zona anche come luogo di concerti con la storica associazione Perché No? Responsabile tra l’altro di aver fatto suonare gente non da poco come i Converge all’epoca di Jane Doe, tanto che poi, ogni volta che mi è ricapitato di vederli dal vivo ho sempre visto l’organizzatore spuntare, segno del legame che si era creato col gruppo.

Nel tempo non è mancata l’occasione per concerti memorabili tra cui una storica data degli Zu con Joe Lally dei Fugazi nella sede denominata Kantiere, dopo essersi spostati dallo storico scantinato in centro città. Da questa realtà, se vogliamo defilata ma vitale, nel panorama italico, nasce il gruppo di cui parlo oggi. Poco tempo fa ho avuto modo di elogiare i Totem prog-rockers di quelle parti, oggi è il momento dei Muschio.

Per qualche stana ragione entrambi i gruppi propongono musica tendenzialmente solo strumentale ed è una scelta difficile: demanda agli strumenti tutta l’espressività artistica del gruppo senza mai ricorrere alle parole. L’impianto che sorregge questa scelta deve dimostrarsi solido ed all’altezza del compito affidato, cosa che succede in entrambi i casi, sebbene sia per i Totem che per i Muschio, in qualche modo, si è affacciato anche uno sparuto tentativo di incursione vocale.

Rispetto ai conterranei i Muschio la buttano molto più sul concreto: le loro radici indie-rock sono stabili e solide. Un acufene o tinnito in medicina, è un disturbo uditivo costituito da rumori (come fischi, ronzii, fruscii, pulsazioni, ecc.) che l’orecchio percepisce come fastidiosi a tal punto da influire sulla qualità della vita del soggetto che ne è affetto.

Questo è il titolo che decidono di dare alla loro terza uscita discografica. Non solo: Acufene al cubo. Terzo disco dall’anno di formazione 2011, qualcosa che si muove all’interno delle orecchie, una distorsione percettiva. Solo che non è spiacevole, anzi. In alcuni momenti richiamano certe progressioni sonore, come se fossero dei GY!BE minimalisti, con solo tre strumenti (“Dave cocks”), in altri si palesano certi spettri da Washington DC (“Tramontana scura” nella seconda parte richiama i Fugazi), tentano perfino la via del cantato in quella che forse è la migliore traccia del disco “FFF” o l’assalto quasi stoner di “Sicario”. Sono assolutamente in grado di rimodellare secondo i loro canoni una materia sonora che è patrimonio comune di tutti gli amanti certe sonorità, arrivando a imbastire un disco riesce nell’intento di coinvolgere e farsi ricordare, cosa non proprio scontata per una prova quasi interamente strumentale. Inoltre la produzione ed il suono di questo disco portano ancora più in alto il risultato finale, facendo letteralmente saltare per aria le casse se lo suonate a un volume consono.

Adesso la speranza è che si presentino finalmente le possibilità di proporre questo materiale dal vivo, dove le senzazioni fisiche si ampliano e un gruppo come i Muschio può realmente dare il meglio. Forti di una invidiabile esperienza dal vivo su palchi di mezza Europa, non mancheranno di dar vita a dei concerti memorabili.

Trent’anni di Rumore

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La copertina del trentennale (fonte: rumoremag.com)

In questi giorni una delle poche riviste di musica sopravvissute celebra i propri trent’anni. Trent’anni: una di quelle cose che ti fanno riflettere per forza sul tempo trascorso. Non voglio scrivere uno di quei post vittimisti sul fatto che mi fa sentire vecchio, perché vecchio io non mi ci sento, però vale la pena ricordare. Ricordare che sentii per la prima volta nominare il giornale vicino alla stazione di Porta Nuova a Torino, da un ragazzo dal nome francese di Torre Pellice che faceva il politecnico come me. Io l’avevo notato perché aveva un’ amica bellissima della quale sapevo solo il nome ed il fatto che avesse i capelli rossi, di quelli in grado di brillare in mezzo ad un’aula di trecento persone. Ovviamente non ci scambiai mai nemmeno una parola e anche di quel ragazzo persi presto le tracce. Il giornale però lo presi, in più e più occasioni.

Mi ricordo anche che quel ragazzo, accennando a Rumore, mi nominò per la prima volta PJ Harvey, mi disse che suonava una “specie di Nirvana più indie e con la voce femminile”, fa sorridere a pensarci adesso, anche perché lo stesso Cobain disse in più di un’occasione di apprezzare molto “Dry”. In particolare una volta pubblicarono un’ illustrazione della sua canzone “Fountain” che mi perseguitò per tantissimo tempo, dando quasi forma ai miei pensieri più autodistruttivi, in un periodo veramente buio che non accennava a passare mai.  

Una canzone lacerante e bellissima che non smette di riaprire ferite

Spesso mi ci trovavo in disaccordo, non riuscivo a leggerlo nemmeno tutto (va detto che c’è sempre una gran quantità di contenuti), sapeva un po’ di critica a tutto tondo, era un po’ troppo generalista e saputello per i miei gusti. Però sicuramente era sempre fonte di riflessione, mi fece scoprire cose che non avrei mai sospettato di essere in grado di ascoltare (i Nine inch nails, per dirne una…) e la copertina dedicata a Kurt Cobain nel mese in cui morì la tagliai via e me la appesi in camera. Ci restò per degli anni. Leggere Rumore era un po’ come ampliare gli orizzonti, spesso troppo limitati da una sedicente fedeltà al proprio genere musicale preferito. Mi facevano anche arrabbiare parecchio, tipo quando glorificavano musica pessima tipo i fratelli chimici o quelli con punk nel nome ma che di punk non avevano proprio nulla, oppure quando si permettevano di criticare Electric Ladyland. Recensivano sempre dischi del mio genere musicale preferito, ma sono spesso gruppi che nessun altro tratta. Non ho mai capito perché ma era, a suo modo, affascinante come pure il fatto che ci scrivesse il bravissimo Claudio Sorge (e ancora lo fa…), che seguivo anche in radio nel suo spazio “Rumore 3: essi vivono” all’interno di Planet Rock, nientemeno che sulla rete nazionale.

Nella fase iniziale era coinvolto anche il mai troppo ricordato Marco Mathieu, che viene giustamente citato nel numero del trentennale, insieme con molte altre storie che sicuramente si possono accumulare seguendo il mondo della musica e le sue evoluzioni dal punto di vista editoriale. Interviste saltate, concerti in condizioni impossibili, litigi con i promoter, errori di ogni tipo, copertine uguali ad altre riviste, recensioni negative di dischi diventati poi epocali (mi ricordo una recensione di “Grace” di Jeff Buckley decisamente tiepidina per il gran disco che è o la stroncatura di “Ok Computer”), gruppi esaltati e poi rivelatisi fuochi di paglia… in trent’ anni ci sta tutto ed è giusto celebrarlo. Soprattutto è bello che ancora esista e resista.

Ultimamente acquisto una copia ogni tanto, quando vedo cose interessanti, ma stavo valutando l’idea di abbonarmi, tanto per andare controcorrente e per ricordare a me stesso che, oltre al formato fisico della musica, anche quello della rivista continua proprio ad avere tutt’un altro fascino.

L’ultimo profeta!

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Dovendo scrivere un post su  Mauro Guazzotti, in arte MGZ, non so davvero da dove cominciare. La prima immagine che ho di lui è in un’improbabile costumino rosso attillato da pseudo lottatore che saltella ovunque durante il leggendario concerto dei Negazione al 2 di Cigliano lamentandosi di qualcuno che gli aveva staccato la coda e voleva tenersela come cimelio. Durante un concerto hardcore (il primo conecrto della tua vita scelto autonomamente, tra l’altro) vedi questo tizio peloso ma calvo, coi capelli laterali lunghi saltare fuori dal nulla, misurando a balzelli il palco e facendo delle smorfie improbabili. Sicuramente un’immagine che lasciò il segno… solo che non avevo la minima idea di chi fosse.

Occorrerà aspettare qualche anno perché torni a farsi viso sul palco del Babylonia anche se non collegai le cose e mancai l’appuntamento. E poi, a forza di frequentazioni, articoli su riviste, amici vari il Profeta mi apparve. Più o meno all’epoca dell’uscita di “Cambio vita”, imprescindibile primo capitolo discografico del nostro. Non assomigliava a nulla di quanto avessi visto fino a quel momento. La musica mi era resa sopportabile solo dalla chitarra di Roberto “Tax” Farano o di Dome La Muerte, per il resto era elettronica piuttosto tamarra e mi schifava abbastanza. Solo che aveva dei test geniali e, alla fine, riuscii a contestualizzare anche quella.

La sua proposta era teatro, cabaret, musica: punk, elettronica… solo apparentemente demenziale. Personale, sognante e visionario come solo un personaggio assolutamente fuori dal mondo può essere. Su di lui girano leggende e dicerie, oscuri esordi nell’ambiente punk fatti di performance sullo sfondo di diafane lastre a raggi x. Chissà cosa c’è di vero. Io Mi ricordo leggendari concerti, questo sì. Sempre seguito da gruppi di persone, all’epoca furono “Le Signore” in seguito le “Buru buru girls” e poi chissà che altro, sul palco è uno spettacolo multicolore con travestimenti, balli e saltimbanchi. Coriandoli, bolle di sapone, stelle filanti, trucco e bandiere sventolanti in quello che potrebbe sembrare un circo deviato o una festa per bambini cresciuti con qualche turba, ma non di quelle moleste.

Alcuni dei concerti di MGZ resteranno nella storia, purtroppo non ho grandi rifermenti temporali, le date si confondono nella memoria, eppure la prima volta dopo tantissimo tempo dopo che ne avevamo perso le tracce fu una storica serata al CSA “Il Gabrio” di Torino. Un vero e proprio evento che fece sì che ci muovessimo in quattro dalla provincia con due bottiglie di CocaCola truccata col rum del discount. Sapeva di acquaragia e ne bevetti mezzo sorso per poi lasciarlo ai compagni di viaggio. Ovviamente uno finì per disegnarmi una “fiamma delle hot wheels” di vomito sulla portiera mentre parcheggiavo una volta giunti a destinazione: aspettare di scendere no eh?! Il concerto fu divertentissimo e dissacrante… peccato che due settimane dopo chiusero il centro sociale a causa di un’infestazione da vibrione che si pensava estinto in Italia. Ad ogni modo sopravvivemmo.

Un’altra volta finimmo nel nulla cuneese a una specie di festa di paese alla quale il signore solo sa come mai decisero di farlo suonare. Avvicinato da un compare ebbe a commentare “Lascia stare… è un posto allucinante!”, comunque poi salì sul palco e fu anche una grande festa, credo che comunque in parecchi affrontarono la trasferta, del resto un profeta è pur sempre un profeta.

Ci fu poi la data, l’ultima volta che lo vedemmo, all’Hiroshima mon amour a pochi giorni di distanza da un altro storico concerto degli Einstürzende Neubauten all’ auditorium RAI (nientemeno) dove incontrammo Tax Farano. Roberto era presente anche a quella serata e ci salutammo, noi assolutamente increduli, due volte in un mese.

Ed eccolo, fotografato da me, all’ Hiroshima Mon Amour nel 2014

In ogni occasione fu una grande occasione di divertimento, anche nel suo caso una performance che va assolutamente vista e vissuta.

Il suo nuovo album “Vale tutto” è uscito da poco e porta una ventata di spensieratezza in questi tempi difficili. Sogniamo tutti in coro Burulandia dove tutti sono luminosi, telepatici, innamorati e immensamente liberi e felici!

Lotta giusta, motivi sbagliati.

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Per quanto mi riguarda Spotshit è il male, è la peggior cosa che potesse mai capitare alla musica, la peggior cosa che potesse capitare a chi suona e, alla fine, anche a chi ascolta. Se siete di un’altra opinione contento per voi, però io non ho mai nemmeno pensato di avvicinarmi a quella app e non lo farò mai. Nei giorni scorsi Neil Young e poi Joni Mitchell hanno iniziato una campagna di boicottaggio nei confronti della piattaforma (purtroppo) svedese fino ad arrivare a far togliere la loro musica da Spotishit. Quando ho letto la notizia ho esultato: Neil, paladino di mille battaglie, finalmente si scagliava contro questo mostro che fagocita artisti e poi ne sputa fuori le ossa schifato. Evvai.

Quando ho letto i motivi ho gioito un po’ meno. Sostanzialmente ha fatto togliere le proprie canzoni per protestare contro un tale, del quale ignoro il nome (e continuerò a farlo) reo di aver immesso un podcast in particolare nel quale si diffondevano notizie, a dire del cantautore americano, false sulla pandemia. Ora i podcast non sono una cosa da poco come ero propenso a ritenere: Spotishit ci fa di soldoni belli grossi, a quanto pare e in particolare con questo tizio che mi dicono sia seguitissimo. Detto questo, mi permetto di esprimere la mia opinione, per quanto poco peso possa avere.

  1. Io detesto Spotishit, lo dico apertamente, ma credo che, in questo caso, Neil non abbia tutte le ragioni. Per quanto sia discutibile il diffondere informazioni senza verificarne appieno la veridicità scientifica, credo che non sia corretto nemmeno censurare qualcuno o fare pressioni perché venga messo a tacere. Il punto è sempre quello: la gente dovrebbe avere gli strumenti per discernere e non le vengono dati. L’informazione confonde le idee invece di chiarirle, le fonti sono troppe e la loro autorevolezza spesso discutibile. In molti cercano qualcuno da seguire per spegnere il cervello e non pensarci più (che cosa orribile) e spesso è la persona sbagliata. Ma è davvero colpa di chi gli fornisce un canale? Non sono convinto, ovviamente poi loro ci lucrano sopra ed è forse questo ad essere esecrabile più di tutto. Ma ognuno di noi ha il diritto ed il dovere di pensare con la propria testa prima di tutto. Ognuno di noi ha il diritto ed il dovere di avere uno spirito critico con il quale filtrare le informazioni. Se ci facciamo influenzare da fonti di dubbia competenza, è maggiormente colpa nostra, poi possiamo discutere del mezzo.
  2. Neil aveva già più volte espresso dubbi sulla necessità di diffondere la propria musica via Spotishit, ma più che altro per la qualità del suono. Neil. Il problema non è quello. Il problema è che Spotishit segue delle logiche (degli algoritmi?) che uccidono la musica, favoriscono i grossi nomi ed estinguono il sottobosco. Il problema è che non tratta eticamente gli artisti. Promuove il mero prodotto e lo priva dell’anima.
  3. Io NON sono contrario alla circolazione della musica in formato elettronico. Siamo tutti (mi auguro) d’accordo che non avrà mai e poi mai lo stesso fascino di quello fisico (confezione, copertina, testi, fotografie, note etc…) ma resta comunque un valido strumento per far circolare la musica, anche considerati i limiti sonori del formato compresso. Non avrà la stessa resa in termini di fedeltà, ma i cd saltano, i vinili idem (in più si impolverano, si caricano elettrostaticamente e da quanto tempo non cambiate la puntina?) e le cassette si magnetizzano. Ogni supporto ha i suoi benedetti limiti, motivo per il quale occorrerebbe anche andare ai concerti. Fatto salvo ciò, il supporto perfetto non esiste e, per quanto mi concerne, l’mp3 rappresenta un compromesso accettabile. È estremamente fruibile (sul serio volete girare ancora con un CD portatile o magari con un piatto da 33giri appeso al collo?), si risparmia spazio e consente di acquistare molti più dischi, visto il prezzo ridotto. Personalmente ormai prima compro l’mp3 e, se il disco merita, poi compro anche il supporto fisico. Il problema però è che va venduto e gestito in maniera etica: chi registra deve vedere i proventi degli sforzi sostenuti a comporre, suonare e registrare, altrimenti tutto è destinato all’estinzione. Tutto qua. Non usiamo più spotishit ADESSO!
  4. Postilla: Mi sono dimenticato di dire che la piattaforma ormai ha raggiunto un livello tale di influenza sul mondo della musica che un artista emergente è quasi costretto a metterci la propria musica se vuole un minimo di visibilità. Ed è triste sapendo che poi, a meno che non faccia un serio exploit in termini di ascolti, non vedrà un centesimo in cambio. È un fenomeno ignobile al pari del pay to play e di altre cose tremende che l’industria della musica ha visto via via adottare fino a farle assurgere a normalità. La vita senza la musica sarebbe un errore… ma a quale prezzo?

Gli algoritmi non funzionano (almeno con me)

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Ormai è esperienza comune che vi siano siti che suggeriscono qualche prodotto in base a ciò che uno ha comprato in precedenza. I siti lo fanno con un algoritmo di profilazione che serve a farsi un’idea dei gusti e delle esigenze delle persone per, in qualche modo, indurre le persone al consumo di prodotti similari. A parte che è un detestabile tentativo di ridurre tutto a un modello matematico per cui se amo i Carcass o i Napam death non sarò mai un fan dei Sigur Ros, per dire, a mio parere è anche un’intollerabile intromissione nella mia sfera privata e nel mio portafoglio. Quindi ignorateli e basta. Un conto è la chiacchierata con il commesso di un negozio di dischi con il quale si scambiano opinioni circostanziate e competenti, un altro una macchina che fruga nelle tue tasche. Solo perché mi piace il metal si suppone che mi pacciano:

  1. I Judas Priest: Mai potuti sopportare pur riconoscendone i meriti, non è il genere di metal che fa per me con quelle voci acute e la tendenza all’epicità che poi è sfociata in un genere che detesto chiamato power metal. Non ci siamo, al massimo arrivo agli Iron Maiden dei primi sette dischi però: i primi due avevano addirittura un’irruenza post punk che i Priest non hanno mai avuto.
  2. I Manowar: Vedi sopra ma all’ennesima potenza, con un restrogusto tamarro e intransigente che me li rende ancora più invisi. N.C.S. come diceva il vecchio Zampetti.
  3. Il Power Metal: Per estensione di quanto tetto sopra, salvo che poi sono arrivate certe estremizzazioni risibili che non riesco a reggere, in particolare l’uso delle tastiere che sono uno strumento che riesco a reggere solo in pochi gruppi (Type O Negative, Skepticism e chi altro?) e che, in certi casi, arrivano a sovrastare tutto con un retrogusto di plastica anni ’80 (chi ha detto Rhapsody?)

Tanto per fare degli esempi, è poi bellissimo che vedendo la mia passione per il rock mi vogliano rifilare vasco e ligabue. Grazie, mi sembra di rivivere i vecchi tempi in cui tutti quelli che mi circondavano tentavano di rifilarmi le due glorie nazionali, solo che ricoprire di improperi uno schermo non dà la stessa soddisfazione.

La consapevolezza di non poter essere ridotto ad un modello o ad un algoritmo fornisce una dose di soddisfazione. Il fatto che mi vengano in mente letteralmente canzoni di qualsiasi tipo (anche che detesto) dagli inni sacri alla bieca musica commerciale degli anni ’90 mi riempie di orgoglio. Inquadratemi se ci riuscite. Una sera non riesco a levarmi dalla testa una tamarrissima “What is love” di Haddaway (ho duvuto guardare come si scriveva che non me lo ricordavo più accidenti a lui agli Snap! ed ai Technotronic), degna delle peggiori discoteche del biellese di un epoca lontana e giunta da chissà dove ad infestarmi la mente, la sera dopo sono qui che sbavo sull’ esordio dei W.A.S.P. del 1984 pensando che, vaffanculo, chi diavolo sono i Motley Crue? Una bomba rock del genere se la sognano solamente. Il batterista era un vero animale, Chris Holmes animale a sua volta (ma per altri motivi eh eh) e su tutti Blackie Lawless: che frontman e che voce ineguagliabile! Su il volume!!!